Frecce Tricolori Francesi  (1)

Chissà quante volte io avrò fatto riferimento nei miei scritti e vaniloqui al principio di sincronicità di Jung-Pauli: in concetti veramente semplificati, la percezione/anticipazione di un evento parallelo. Exempli gratia: siete seduti in salotto a leggere il giornale e allistante vi lampeggia in testa tutta lavversione che provate per Gerry Scotti; poco dopo accendete la televisione e, voilà, ve lo beccate in tutta la sua sentenziosa pinguedine a reclamizzare il suo (ma dove e quando!) stramaledetto riso.
Oltre al Codice da Vinci, che neppure ho iniziato, mi sono portato La notte che bruciammo Chrome di William Gibson, questo al contrario già letto e riletto fino alla consunzione delle pagine. Contavo probabilmente di trarne vitale ispirazione qualora al mio terzo o settimo bicchiere di vino basco-francese il tempo fosse improvvisamente balzato in avanti di venticinque anni, facendoci precipitare tutti in un incubo ad occhi aperti ultra-tecnocratico spaventosamente plausibile: dopotutto, non ne stiamo vivendo i prodromi?
Allora potrei diventare un corriere di dati succulenti che sarebbero immessi nelle mie amigdale impregnate di silicio attraverso una serie di microprotesi controautistiche modificate, come Johnny Mnemonic. Oppure provare a fregare una potente multinazionale con la complicità di una stupenda avventuriera eurasiana, come in New Rose Hotel: il tuo godimento e un sistema di elettroforesi con cella agarica e transilluminatore.
E se, piuttosto, la fame mincattivisse nel modo in cui succede a Deke, il protagonista di Duello, che sbarca il lunario combattendo battaglie aeree virtuali nei bassifondi?
Sincronicità, dicevo. Essendo domenica e una giornata calda quantunque velata, la fulgente baia di Saint-Jean-de-Luz pullula di bagnanti. La spiaggia di Socoa non sarà molto à la page, ma ha il pregio non trascurabile della vicinanza al mio albergo. Tutta un tratto, mentre sto marciando in direzione del più vicino parcometro, la quiete festiva del paese è sferzata dallinconfondibile sibilo cromato di un caccia a reazione, seguito da un altro e un altro ancora. Centinaia di paia docchi, compresi certamente i miei, si alzano al cielo: gentili signori e signore, le Frecce Tricolori Francesi!
Provate a indovinare quale racconto dellantologia di Gibson ho riletto prima di uscire…

Gli effetti delliper-irouleguy erano al massimo, adesso, e Mexia vedeva i proiettili traccianti di Gorka strisciare nellaria come escargots. Dovette mettere il suo Spad sulla linea di fuoco per poter sparare efficacemente, poi inclinarsi e virare in maniera che i proiettili del Fokker gli passassero sotto il carrello. Gorka fu altrettanto pronto, schivando il fuoco di Mexia e passando così vicino allo Spad che i carrelli quasi si agganciarono.
Mexia stava facendo compiere un looping strettissimo al suo Spad, quando cominciarono le allucinazioni. Il feltro si contorse e si sollevò… si trasformò nellinferno verde del faggeto di Irati, su cui Gorka aveva combattuto. I muri si allontanarono in una grigia infinità, e Mexia avvertì attorno a sé la gabbia di un Eurofighter Typhoon: un formidabile strumento di morte in fibra di carbonio, plastica rinforzata con fibra di vetro e leghe di alluminio e titanio, lungo 15,96 metri con apertura alare di 10,95, velocità massima Mach 2 e due minuti e mezzo per raggiungere la quota di 11 mila metri, sottosistema difensivo di visione globale delle minacce e integratore cibernetico dei sensori.


Fortuna che lascio sempre la macchina fotografica nel vano portaoggetti della pallottola verde, pure di notte, sprezzante del pericolo che me la freghino! Seguo le spettacolari traiettorie degli apparecchi come un radar Captor umanizzato, eternandoli con scatti asciutti. Sperando con tutto me stesso che queste fotografie non finiscano gettate via nel buco nero quantico addomesticato degli sviluppatori.

Ma Mexia era preparato. Si aspettava le allucinazioni e sapeva di poterle tenere a bada. I militari non avrebbero mai usato una droga impossibile da combattere. Spad e Fokker eseguirono un looping prima di affrontarsi nuovamente. Vedeva la tensione sulla faccia di Gorka Urcelayeta, gli echi delle battaglie tra le creste della dorsale. Portarono i velivoli uno di fronte allaltro, avvertendo le forze di torsione che venivano trasmesse direttamente dagli strumenti al cervelletto, ladrenalina pompata da sotto le ascelle, la fredda libertà del flusso daria sulla fusoliera del jet che si mescolava con le emanazioni del metallo surriscaldato e del sudore prodotto dalla paura. I proiettili traccianti gli schizzarono davanti alla faccia, e si tirò indietro di scatto, vedendo lo Spad saettare vicino al Fokker, entrambi indenni. Il pubblico agitava i cappelli e batteva i piedi, sembravano tutti pagliacci impazziti. Mexia scambiò di nuovo unocchiata con Gorka.
Con cattiveria, e anche se ogni nervo era teso come i filamenti di carbonio che impedivano ai caccia di andare a pezzi nelle acrobazie sovrumane sopra i Pirenei, finse un sorriso noncurante e strizzò un occhio, inclinando leggermente la testa come per dire. Guarda lì. Begiratu orain.
Gorka gettò unocchiata di lato. Fu solo una frazione di secondo, ma fu sufficiente. Mexia eseguì un Immelman veloce e strettissimo, ai limiti della tolleranza teorica, quale non si era mai visto sul circuito, e si attaccò alla coda di Gorka…