| Hotel Pirénées-Atlantique, Saint Pée-sur-Nivelle,
Quartier Helbarron. La camera che mi hanno dato, una doppia con letti
separati per me e il mio doppelgänger Mexia, è più che confortevole,
ma larchitetto
che ha progettato ledificio
doveva soffrire di una particolare fobia per le tazze, giacché ha voluto
separarle dal resto del bagno relegandole in vere e proprie celle disolamento
piastrellate. Di modo che ad ogni mia apertura della porta mi aspetto
di vedere un macilento e canuto Steve McQueen/Papillon tastare febbrilmente
il pavimento a caccia di scarafaggi e altre schifezze per arricchire la
propria miserevole dieta. Lalbergo è piacevole e molto ben tenuto ma con una certaria passé che incute soggezione, stile Shining. Fatto assai importante, esso si trova ad un metaforico sputo da La Rhune (Larrun in basco), una montagna che per qualche esoterica ragione è diventata un simbolo per il popolo basco. Siamo al secondo giorno e, smaltite le tossine del viaggio con una sana dormita di dieci ore, mi armo di proteine (pane, burro e marmellata dagrumi con tè senza limone, la colazione dei campioni!) nonché della mia rediviva Minolta Dynax e parto alla conquista della mitica vetta; le indicazioni mi portano speditamente al Col de St-Ignace, dal quale comincia il pittoresco tragitto de Le Petit Train de la Rhune, un affascinante clone della ferrovia a cremagliera di Superga. Parcheggio la pallottola verde, compro il biglietto e vado ad occupare un posto. Le Petit Train è pieno di turisti di ogni varietà. I miei vicini di panca sono una coppia di francesi pure laine con deliziosa biondissima bambolina al seguito, che da buoninfante emette onomatopee appropriate al mezzo di trasporto: “Chu-chu, chu-chu.” Non sta mai ferma, vuole affacciarsi a vedere il paesaggio da cui è altresì intimorita. La madre è slanciata e fibrosa come una saltatrice in alto; il padre ha la stessa faccia e il fisico di Jérôme Rothen, ex trequartista prodigio del Monaco, attualmente in forza al PSG. Il trenino risale cigolando i quattro chilometri che separano il colle dalla cima della montagna. Mimpegno a scattare diverse foto alle spettacolari pendici ricoperte di felci e ai pottoks (specie di pony baschi) che brucano lerba in completa letizia; purtroppo il cielo è parzialmente nuvoloso e il forte riverbero intralcia parecchio la messa a fuoco. Sono lunico pitecantropo a bordo a possedere una fotocamera non digitale. Il versante nord de La Rhune mi sembra la cresta di un enorme dinosauro che sia rimasto misteriosamente incastrato nella roccia cinquanta e rotti milioni danni fa. Un altro trenino ci precede di poche decine di metri: partono ogni mezzora, dalle 8,30 in avanti. Chu-chu. Eccoci giunti in cima. Il panorama è bello da togliere il fiato, ma in pochi attimi un dispettoso nembo ghiacciato se lo fagocita, e in un tempo altrettanto fulmineo la colonnina di mercurio scende di almeno cinque gradi. Non mi rimane che andare a tracannare qualcosa in uno dei bar con annesso negozio di souvenir. Lì giunto, poco prima di entrare, leggo un cartello: PROVINCIA DE NAVARRA. TERMINO MUNICIPAL VERA DE BIDASOA. ALTITUD 905 METROS. Immediatamente dopo maccorgo che una spessa striscia gialla divide per metà la montagna: capperi, sono in Spagna! Questo locale è stracolmo descursionisti infreddoliti, quindi ritorno in Francia, pardon, nel Pays Basque, muovo dieci passi verso est e rientro in Spagna, attraccando ad una banchina di quercia sulla quale fa orgogliosa mostra di sé una bottiglia di patxaran navarro. Dio, quanto mi mancava casa! Neppure vi fosse bisogno di porvi laccento, ordino un bicchiere del summenzionato liquore di prugnole, con un cubetto di ghiaccio nonostante la temperatura sia scesa ancora: e io, figuriamoci, coperto come sempre di nulla, vale a dire una Tee-Shirt Puma con le maniche lunghe comprata dai cinesi al mercato di Corso Sebastopoli! Al banco servono in tre: un signore sulla sessantina con una fisionomia che più basca non si può, un mio +o- coetaneo dal pronunciato esoftalmo e un pivello con la pettinatura e il vestiario da kale borroka. Questultimo mi sporge la coppetta di patxaran. Di lì a poco ne ordino un altro. “Pero esta vez ponmelo sin hielo”, puntualizzo al giovanotto. Ché cè già abbastanza gelo fuori. Borroka mi serve con solerzia e poi commenta sottovoce ma non abbastanza a Martyn Feldmaneta e Arzallus: “Mira como saben estos guiris.” Traduzione, guarda come la sanno lunga questi turisti. Ci rimango un po male ma non batto ciglio. Che si pensano questi qua, che io sia duro dorecchi (proprio io, che ho due orecchie bioniche) o non comprenda lo spagnolo gergale, el argot? Un pizzico di glottologia. Lorigine della parola guiri è labbreviazione del termine basco “Guiristino”. Trattasi dellappellativo con cui durante le guerre che si combatterono in Spagna nel secolo XIX i carlisti designavano i sostenitori della regina Cristina e in seguito, per estensione, tutti i liberali e in special modo i soldati del governo. Al principio del XX secolo, la parola divenne di frequente utilizzo presso i gitani spagnoli, per i quali i guiris erano i membri della Guardia Civil; attualmente in Spagna si definisce guiris tutti gli stranieri di madrelingua non spagnola, con una leggera ma percepibile sfumatura dironia. Il guiri è il tipico viaggiatore scandinavo-anglosassone con i sandali e i calzini bianchi perennemente afflitto da eritema solare, o lestremo-orientale che fotografa pure le deiezioni canine e i fazzolettini di carta usati dalle mignotte, oppure litaliano che si esprime in itagnolo e ordina la paella perfino a Larrabetzu, un paesino dellentroterra biscaglino dove quasi non si parla spagnolo. In sostanza, il tipico turista che gironzola senza saper bene dove si trova. O che lo sa ma se ne sbatte altamente di usi e costumi e lessici locali. In tempi molto recenti, è stato coniato per noi del cosiddetto Belpaese un altro nomignolo, tardato, la cui origine risiede nella nostra frequente pessima dizione del participio passato del verbo tardar, cioè tardado tardare, impiegare, metterci. Alzi la mano chi di voi, essendo alle prime armi con lidioma della piel del toro, non ha mai pronunciato questa frase al cospetto di una Paqui, o Encarni, o Maruja, o Amaia: io ho tardato dos (o quince, o vai tu a sapere) hores. Così, io sarei un guiri? Daccordo, ho avuto un attimo di (molto relativo) sbigottimento dinanzi alla partizione del monte, ma testé mi sono ripreso e, in ottimo spagnolo, ho chiesto un patxaran (ehm, due), mica un limoncello o un mirto, e ho chiesto proprio quel fottuto liquore perché mi piace da matti, non certamente per spacciarmela da viandante integrato. Che diamine, anni e anni spesi rifuggendo qualsiasi stereotipo per poi farmi dare del turista per caso da un piccolo impertinente montanaro basco soltanto perché mi presento sul monte Larrun con una macchina fotografica e i pantaloncini corti con le scarpe da trekking! Così per caso dovevo salir su in scafandro da astronauta o in gilet di pelle di pecora e pantaloni di renna, con pelli di bisonte essiccate per pagare le libagioni? In ogni modo, mi congedo dal terzetto con un agur pronunciato volutamente canzonante, per quanto mi riguarda equivalente ad un salubre, triplice, italico gesto dellombrello. Tiekoak, tiekoak, tiekoak. P.S. Non prendete troppo seriamente lultimo paragrafo. A prescindere dai luoghi comuni, questa scampagnata da guiri mi è garbata assai. Daltro canto è storicamente noto che i baschi sono dei buontemponi! |