| Dedicato mezzo rullino e quasi tutto No More Heroes degli Stranglers
alle vedute suggestive della corniche, torno indietro a Socoa,
un villaggio situato lungo la continuazione di quai Maurice Ravel. Sistemo
lesausta
voiture in un parcheggio a pagamento e mi dirigo placidamente al porto.
La mia attenzione è presto catturata da due parapendii a motore con le vele oranje. Provo a fissarli su pellicola nei loro stravaganti ghirigori sulla spiaggia, ma anche qui leccesso di rifrazione causato dagli altostrati manda in fibrillazione ottica la camera (“Se ti comprassi una volta qualche filtro parrebbe brutto?”, mi rampogna Mexia), sicché mi rassegno a fotografare solo questoggetto nautico non identificato, poiché dellimponente forte seicentesco non me ne può importare di meno, è roba da cartoline per guiris, non da cacciatore dimmagini serio! (“Ma smettila!”) Quellallineamento quasi marziale di ristoranti dietro al “catamarano" mi rammenta quanto poco nutrimento abbia assunto io negli ultimi due giorni in pratica, un solo vero pasto. “Per di più è mezzogiorno e mezzo, quindi che dici, Maurizio, andiamo a mangiarci un boccone o sveniamo qua sullalzaia?” I prezzi del porticciolo sono alquanto alti, in linea con rue de la République e place Louis XIV a Saint-Jean-de-Luz. Ieri sera ho cenato in una modesta locanda di Ascain con chipirons ai peperoni verdi di Espellette-Ezpeleta, orata alla basca e formaggio ardi gasna con marmellata di ciliegie nere, una caraffa di vino bianco e caffè, per un totale di 20 € spaccati: tutto ottimo tranne la scura brodaglia finale, more solito. Attualmente a Torino si spende la medesima cifra per una pizza magari stinfia, una birra media, caffè e amaro. Morale, lascio la Mignotta Fellatrix in macchina e vado a cercarmi un posto dove possibilmente non mi lascino in mutande e fantasmini. In rue du Jeu de Palme trovo un locale con un piacevole dehors e i muri bianchi dossido di calcio. Il menù mi sembra ragionevole, 18 €… “Oh, ma che cacchio ti succede? Stai diventando peggio di quelli della Lonely Planet!” Maurizio crolla il capo ed entra. Non vi racconto quale bestialità linguistica riesco a emettere per esprimere il mio desiderio di consumare un pranzo. In ogni modo la maitresse non si scompone dun pel di pube e minvita gentilmente a sedermi a un tavolino: è alta e flessuosa, direi attraente, benché possieda gli stessi lineamenti (fronte bassa, arco sopraccigliare marcato, naso lungo, bocca piccola, testa allungata e sottile) di una celebre scultura aurignaziana (il nome origina dallimportante sito archeologico di Aurignac, nel dipartimento francese dellAlta Garonna, Midi-Pirenei) ritrovata a Unterwisternitz, Moravia. La cultura aurignaziana dellAlto Paleolitico, risalente ad un periodo compreso fra i 32.000 e i 21.000 anni prima di Cristo, è considerata da alcuni archeologi la matrice delluomo moderno in Europa: sono attribuiti ad essa i primi esempi tangibili di arte astratta nella storia dellumanità. Concludendo, questa padrona di ristorante è il classico tipo di bellezza-non bellezza esotica per la quale io, incorreggibile autolesionista sentimentale che sono, potrei perdere il discernimento: porcaccia miseria, ovunque io vada, finisco sempre a invaghirmi di bariste, cameriere e ristoratrici, cioè il motore trainante di questo sferoide malato di alexitimia. Bring on the Nubiles! Nondimeno, ora lesigenza primaria maslowiana è sbafare. Chiedo il menù. La ragazza annuisce sparendo di nuovo allinterno del ristorante e ne torna reggendo una lavagna con su scritte le portate in gesso bianco. Io, per me, le scoppierei a ridere in faccia come un fessacchiotto, se non avessi già inteso dai ristoranti del port vieux che questa è lusanza locale: perspicace, poiché fa risparmiare parecchio in copisterie creative, permettendo al tempo una certa flessibilità in cucina. Chacun à son goût. Da mangiare prendo gamberetti alla piastra e filetto al pepe verde; da bere, un rosé Irouleguy. “Si tratta bene il signorino!” Segnatasi lordinazione Aurignazia, pressoché a tradimento, mi domanda: “Italien?” E io: “Sì… ehm, oui.” Allistante vengo omaggiato di un radioso sorriso eskualdun. In qualche insondabile maniera, devo aver fatto colpo. Sta a vedere che sono capitato in un luogo dove la gente ha ancora una discreta (non buona, discreta) opinione degli italiani. Divoro le cibarie come avessi un quartetto vocale jazz di vermi solitari in pancia, i Tapeworm Transfer, scolandomi metodicamente lintera bottiglia di vinello pirenaico; come dessert questa volta, su fosforico consiglio di Aurignazia che mi diventa sempre più simpatica, scelgo la gâteau basque, un dolce tipico di Labour-Laburdi-Lapurdi i cui ingredienti essenziali sono zucchero, burro, vaniglia, farina, lievito, uova, crema pasticcera, rhum scuro. È di una squisitezza orgasmica. Con caffè e digestivo (patxarran!) laddition strabocca a 33 € e rotti… azzz… forse era meglio prendere una birra, è sempre il vino che ti frega. Ma sì, que me quiten lo bailao. Pago, saluto Aurignazia e vado a stramazzare in spiaggia… con un occhio aperto alle pesche. |