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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore


La signora O’Dowd rispose che “sua cognata Glorvina non aveva paura di nessuno, tanto meno di un francese”, poi vuotò un bicchiere di birra con un sorriso che dimostrava tutta la sua simpatia per quella bevanda.
 W.M. Thackeray, La fiera delle vanità.

CHERCHEZ LA BIÈRE

Schöne Mädchen birraiole all'Oktoberfest: alcolimetro fuori scala!Nel momento in cui l’uomo primitivo uscì dai boschi e conquistò gli ampi spazi delle praterie, si portò appresso tutto un bagaglio di credenze su ogni fatto della natura; come cominciò a coltivare la terra, la sua protocultura religiosa si trasferì sui prodotti del suolo. Essendo fin da allora il concetto di fertilità associato alla donna, è coerente che le prime divinità agricole avessero fattezze femminili: la dea Nidaba dei Sumeri (una civiltà davvero straordinaria: furono loro a confezionare il primo indumento “topless” per donna!) la vacca Hanub degli egiziani le cui mammelle spargevano latte e birra sulle rive del Nilo, e la dea romana del raccolto, Cerere.
La birra primordiale, quale essenza vitale del frumento estratta per mezzo dell’acqua, divenne la bevanda degli dei. E delle dee. Ishtar, dea assiro-babilonese della fertilità, traeva la sua forza dalla birra. Nell’antico Egitto, le donne incinte offrivano birra alla dea Erneunet affinché fornisse latte in abbondanza alle nutrici. In Grecia, durante le feste in onore di Demetra, divinità femminile delle messi, si trincava birra di cereali in abbondanza: in particolare le donne s’inebriavano per poi lasciarsi andare a riti che qualche registucolo della San Fernando Valley sarebbe ben lieto di tornare indietro nel tempo a riprendere.
Flussi mammari di birra dalla terra al cielo e viceversa, insomma. Con più di un risvolto malinconico o finanche funesto, soprattutto per le femmine mortali. Cleopatra, profondamente depressa, decise di uccidersi facendosi mordere il seno da un aspide, ma come ultimo piacere su questa terra volle concedersi una bevuta di , la birra forte riservata al Faraone e per le cerimonie religiose. Nabucodonosor una volta stancatosene si sbarazzava delle sue amanti annegandole in una grande piscina colma di birra d’orzo; mentre le povere creature, furbescamente sovraccaricate dei suoi gioielli, annaspavano nella bevanda, egli ai bordi ne glorificava le virtù amatorie. Che gran figlio di puttana. Un migliaio d’anni più tardi Rosmunda subì l’affronto di sorbire birra dal cranio del padre Cunimondo, assassinato da Alboino re dei Longobardi. Qué barbaridad. Tuttavia lo sfrontato sovrano fu ucciso da Elmichi, suo scudiero, poco dopo il proprio insediamento a Verona nel palazzo di Teodorico, non senza la complicità di Rosmunda. “La vendetta è meglio dell’orgasmo”, sosteneva la strega chiamata Elvira facendo ballonzolare le tette gonfiate al silicone.
Tra eros e thanatos, Teodolinda scelse la terza via: la virtù. Birraia. Infatti, la figlia di Gariboldo di Baviera sapeva preparare una birra spettacolare, che gli invitati ai lauti pranzi tenuti nella corte di Monza ingurgitavano a chilolitri. La cattolicissima Teodolinda l’inviava in grandi quantità anche a Papa Gregorio Magno. Finalmente comprendo perché il locale più famoso di Zarautz si chiamava Taberna Batikano.

 

Venerdì 24 ottobre 2008, h 05.16 p.m., CET. Non molto tempo fa ho regalato all’AMIAT un ghetto blaster con lettore CD incorporato e un registratore-riproduttore stereo per impianti ad alta fedeltà, ambedue giunti al canto del cigno e macchiatisi più volte in tarda età del reato d’ingestione a tradimento di nastro magnetico. Fatto sta che ora non posso più ascoltare le cinquanta cassette superstiti della mia collezione.
Una di queste è Ritual de lo habitual dei Jane’s Addiction, un gruppo per cui ebbi una fugace ma ardente passione a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. Decesso dei miei macchinari di riproduzione magnetofonica a parte, saranno tredici anni che non l’ascolto. Oltre a ciò non ne ho mai scorso per intero il libretto, intitolato in modo piuttosto bizzarro Noven A. Tra crediti vari e liriche Perry Farrell ha inserito un lungo scritto dedicato alle “zanzare intellettuali”. Il paragrafo centrale è una sorta di Sylv’s Longing Speech al maschile:

 

Qualche volta ho desiderato di essere una donna. Una donna è la più attraente creatura che la natura ha da offrire all’uomo. Perché allora è una vergogna vederla svestita? Io provo molta più vergogna come uomo a vedere un grande magazzino in costruzione. Com’è complementare la donna all’uomo! Il loro dare amore è senza paura. La natura ha fatto la cosa giusta nel legare l’infante alla femmina. Però esse si portano anche appresso un senso di tristezza. Quasi come celassero una premonizione di pericolo che non possono scrollarsi di dosso. Io comprendo perché vogliano proteggere i loro bambini, ma per il loro stesso bene, lasciatemi notare che sebbene voi possiate avere da spiegare ai vostri pargoli cose che voi percepite come sbagliate, è meglio avere la libertà di spiegare ciò con parole vostre piuttosto che essere ridotti al silenzio da un governo che ha il potere di schiacciare chiunque si opponga alle loro vedute. Questo potrebbe far sì che un giorno il vostro bambino stia all’opposizione. Chi contrasta il debole ronzio che ci suggerisce che tutte quelle donne sono sottomesse all’uomo. Le donne hanno motivo di vivere e ragioni per morire con dignità. Ma non sempre le cose sono andate così.

 

Mi sento in perfetta concordanza con questi concetti, benché Perry sia un soggetto piuttosto controverso: non lo siamo un po’ tutti? L’uomo è duale per natura. Si può, nello stesso tempo, essere “fuori” e avere ragione. Si può essere inappuntabili executive di giorno e serial killer di notte. Che due marroni mi fa tutto quel frasifattume da telegiornale mediasettiano, “era un ragazzo così ammodo ma ha ammazzato la fidanzata a sprangate e poi con un bisturi le ha resecato la vagina e l’ha messa nel congelatore accanto alle granite al limone”!
Ora però avrei proprio voglia di riascoltare ’sto dannato nastro, sentire di nuovo l’intro supersonica di Stop! scartavetrarmi le orecchie e ondeggiare allo strampalato ritmo funky di Been Caught Stealing come ai bei tempi dello Studio 2, quei forsennati venerdì rock di Mixo, bring the noise!
Che fare? Mi scapicollo fin giù al negozio d’elettrodomestici all’angolo che sta svendendo tutto? Ni hablar. Coi tempi che corrono, è meglio che mi tenga stretti quei quattro euro che serbo in banca. Orbene, ripiegherò su Kings of Oblivion dei parimenti eccessivi e drogatissimi Pink Fairies: la seconda canzone, stellare, s’intitola I Wish Y Was A Girl: vorrei essere una ragazza…
 
Nel 1620 i Padri Pellegrini approdarono alla sponda rocciosa occidentale della baia di Cape Cod, nel Massachusetts sud-orientale; quella regione apparentemente inospitale era stata battezzata Plimouth in una mappa del New England disegnata da John Smith nel 1614: i coloni ne cambiarono il nome in Plymouth. “Non potremmo reggere per molto tempo un’ulteriore ricerca, avendo quasi finito i nostri viveri, specialmente la birra” scrisse William Bradford, secondo governatore di Plymouth, nel suo resoconto di prima mano History of Plimouth Plantation.
Non che fossero dei beoni inveterati. In verità la birra ricopriva un ruolo fondamentale per la sopravvivenza, poiché l’acqua nella stiva delle navi diveniva presto rancida. Non molto tempo dopo il loro arrivo nella nuova terra, i Pellegrini introdussero i loro nuovi amici, gli indiani della tribù dei Wampanoag, alle gioie della birra. I Wampanoag ricambiarono facendo loro conoscere ciò che sarebbe diventato un ingrediente comune della birra negli Stati Uniti: il grano.
Dopo essere sopravvissuti a una critica mancanza di birra durante i primi mesi seguenti il loro arrivo, i Pellegrini designarono l’edificazione di un birrificio quale priorità basilare. Come fu stabilita la colonia, le cucine casalinghe divennero fabbriche di birra e, in conformità alla tradizione, la mansione del brewing fu assegnata alle donne. Mi pare di vederle, quelle creature timorate di Dio e infaticabili, con le loro cuffie bianche inamidate e le gonne lunghe fino ai piedi, tenere d’occhio la fermentazione nei tini: B, La Lettera Dorata.

Se c’è almeno una cosa che ho appreso in quel biennio di servizio prestato all’ente Advertising & Promotion del gulag Basse di Stura, è che il mondo è ormai irrimediabilmente in mano agli esperti di marketing. La loro arma di persuasione-vessazione preferita? Foeminae, ora più che mai. Meglio se svestita, allusiva, provocante. Il sedere muliebre è la vera icona di questo primo decennio del ventunesimo secolo.
L’associazione mercantesca “birra e fascino venereo” ha più di due secoli di vita. Nella cruciale transizione tra l’Ottocento e il Novecento, i birrai si trovarono a fronteggiare l’esigenza di far conoscere i propri prodotti a una popolazione di consumatori ogni giorno più ampia. Bando agli eufemismi: essendo che il maggior fruitore di birra era, e rimane tuttora, l’uomo, si doveva prenderlo per le palle. Ecco allora gli intrepidi grafici pubblicitari dell’epoca sbizzarrirsi a illustrare le reclame con donzelle abbigliate come nel film Amore e ginnastica che porgevano, alzavano al cielo o servivano boccali traboccanti spuma. Il massimo del sexy lo offriva la reclame del birrificio americano Ringler & C., con una tizia ignuda dalla vita in su (e tutt’altro che anoressica) avvolta in un drappo a stelle e strisce.
Lo stereotipo che abbina la birra chiara a una ragazza bionda dalle forme sensuali, possibilmente scandinava perché, si sa, gli uomini preferiscono le bionde boreali e i maschi mediterranei più di tutti, nasce con l’inizio dei turbolenti anni Settanta. La Stubing col vestitino di cui ho già accennato, oppure legata a una bottiglia di Peroni con un Nastro Azzurro: sottilmente fetish con una spruzzatina di bondage, molto prima che questi due termini ci sfruculiassero quotidianamente l’esistenza. Dopo la deliziosa omonima kartoffel dello scarsocrinito capitano di Love Boat, un diluvio di sventole d’ognidove di cui ho perso la contabilità, sempre meno vestite, sempre più ammiccanti. Sempre più bone, diciamocelo pure. Come la creatura dai meravigliosi occhi blu cobalto che, vestita più o meno di nulla, ci invita a bere la Viru, Premium Estonian Beer.
E le birre scure? Le mie predilette brune? Le rosse? Vogliamo ostracizzare tutte quelle bellezze dai capelli tizianeschi solo per quella maldicenza da caserma circa il lezzo delle loro parti intime? Mi sono tuffato nella rete per cercare fotografie, poster, spot, “gnomi e cognomi”, come direbbe il Mago Gabriel. Ho scovato due mirabolanti ancorché antitetici ads della Guinness e una fotografia che ti scioglie il cuore come fosse una noce di burro.
Vai col primo spot. Una ragazza bruna con tutta la passione del mondo racchiusa in una splendida bocca siede da sola in un pub, gli occhi bassi, tamburellando con le dita sul bancone. Tutt’a un tratto una mano introduce un gettone nel juke-box: ne scaturisce una bellissima canzone d’amore. Un sorriso radioso come una stella appena nata illumina il volto della ragazza: è arrivato il suo partner! Anche lui è un pivello mica male. S’abbracciano con trasporto. Il barista serve loro due gagliarde pinte di Draught. Lei beve un sorso e le rimane un pizzico di schiuma sul nasino: lui gliela toglie via con un bacio. Lei allora beve un altro sorso e, a bella posta, ammiccando, si lascia le labbra bagnate di schiuma cremosa affinché lui le dia un altro bacio: che teneroni! Tutto questo avviene sotto lo sguardo trasognato di una nerd dai capelli biondo-ramati seduta più in là: a onor del vero se si togliesse gli occhiali e il maglione all’uncinetto sarebbe un bel fighino, ma si sa, l’iperrealismo è il sale e pepe della pubblicità. Il bonario bartender le allunga una pinta con una strizzata d’occhio, come dicendo: “Anche tu ce la puoi fare, ragazza.” Così, con un sorriso svenevole la bruttina fittizia si volge a sinistra laddove siede un magnifico esemplare di provola irish che, secondo copione, ricambia l’attenzione con visibile imbarazzo; quindi lei, colta da travolgente mimesi, ghermisce il boccale e vi sciaborda dentro il viso tornando a sorridergli tutta impiastricciata di schiuma. Il secchione peldicarota, dopo un momento d’esitanza, si catapulta a baciarla. I due finiscono abbracciati al suolo trascinandosi dietro bicchieri a campana e sgabelli: Guinness, a stout with love. Fantastico.
Secondo spot. Il dorso nudo e lucido di sudore di una signorina appecorata con una bottiglia di Guinness poggiante in precario equilibrio sulla zona lombo-sacrale. Sullo sfondo, una tappezzeria da hotel d’infimo ordine. Motivetto imbecille da film porno vintage. Dall’oscillazione sincronica di bottiglia e corpo appare immantinente palese che qualcuno sta penetrando sessualmente la donna da dietro. Quel qualcuno dopo un po’ allunga una zampa, agguanta la bottiglia e ingolla un sorso fuori campo senza smettere di pompare, poi emettendo un “Ahh!” di piacere la riappoggia esattamente dov’era. Tempo due-tre buoni colpi di fianco e un’altra mano, dal lato sinistro dello schermo, entra in campo e tira su il vetro: multitasking, la ragazzotta! Ma non finisce lì… Nel momento in cui compare la scritta SHARE ONE WITH A FRIEND, una terza manaccia spunta all’orizzonte e prende la bottiglia. E il suggerimento si completa: OR TWO. O meglio: OR THREE. Alquanto spinto, ma divertente.
La fotografia. Una bella ragazza dal look retromoderno, Randi Ingerman del Connemara, seduta a gambe distese e accavallate dietro la vetrina di un locale elegantemente arredato, il dorso appoggiato allo stipite, una mano sul davanzale nascosta dalla cornice, l’altra avvolta intorno a un boccale di Guinness dita distanti, affusolate , la testa riccioluta da una parte. Chi o cosa stai guardando, Randi Connemara? Il tuo ragazzo, o la tua migliore amica, è in ritardo? Provi interesse erotico per quel malpelo nerboruto che sta scaricando fusti di birra dal bilico sul marciapiede di fronte? Magari ti piacciono le donne, e quella spilungona con l’impermeabile bianco sotto la pensilina dell’autobus somiglia davvero molto a Samantha Morton, la tua icona platonica: ti confesso che, sebbene non sia proprio il mio tipo, mi va parecchio a genio, anche come attrice. Oppure stai soltanto gustando la tua meritata pint of plain dopo una stressante giornata di lavoro, scrutando finalmente rilassata e libera d’ogni pensiero il calar della sera sul termitaio umano. Mi piacerebbe tantissimo offrirtene un’altra.
 
Nell’antica Roma il consumo di vino era vietato alle donne: secondo i Romani, esso metteva in serio pericolo la condotta sessuale della donna, col rischio di condurla all’adulterio, ad inconcessam venerem. Col tempo le fu concesso di bere il vino passito e in genere i vini dolci, cioè tagliati con acqua o profumi.
Più che due millenni abbondanti, sembra passato un eone da allora. Oggi le donne sbevazzano che è un piacere, ragazzine o mature che siano, per quanto preferiscano il vino e i cocktail alla birra, almeno qui nel Belpaese, per diversi motivi compreso quello meramente fisiologico: laddove a me ci vogliono tre-quattro birre medie per far scattare l’allarme alla cisterna, a loro è sufficiente un mojito e mezzo. Guai a essere prima di loro in coda per soddisfare l’acre necessità, soprattutto quando vi è un bagno solo nel locale! Talune fanno le caramellose per pungolare il gentiluomo che è in te, schiacciato sotto strati archeologici di disincanto. Le più screanzate ti passano davanti e quando escono manco ti chiedono scusa. E se ti tocca il turno prima di una brigata di ninfette suburbane conciate come le Pussycat Dolls, aspettati pure che prendano a tempestare di pugni la porta del cesso neanche quindici secondi dopo il tuo ingresso: vale a dire, appena il tempo di tirare giù la zip ed estrarre la pompa. Quest’ultimo è un comportamento che mi fa incazzare come un vaporetto del Mississipi.
La femme! Il futuro potrebbe risolvere la sua atavica incontinenza. Nella quarta parte del suo grande romanzo Guerra eterna (“Maggiore Mandella, 2458-3143 d.C.”) Joe Haldeman descrive fuggevolmente piccole capsule da rompere e accostare al naso per fiutarne il contenuto: l’ufficiale medico dell’astronave comandata da Mandella, la bellissima dottoressa Alsever, ne fa discreto uso. Fin troppo semplice è spingersi a ipotizzare una capsula mojito e una screwdriver o finanche una mini-capsula chupito de ron con zumo de fruta, per eterna pace della vescica femminile. Alsever è lesbica. Nel XXVI secolo sulla Terra essere gay è la norma: l’eterosessualità è considerata una disfunzione emotiva, relativamente facile da correggere. Ma la birra esiste ancora, tant’è vero che a inizio capitolo prima di partire per l’ennesima campagna Mandella se ne scola ben otto prima di decidersi ad assaggiare un drink del momento: “Il rum Antares era un bicchiere alto e sottile, con un poco di ghiaccio che galleggiava sul liquido color ambra pallido. Sul fondo c’era un globulo rosso vivo, grosso quanto un’unghia, circondato da filamenti ondeggianti.” Pure la libido femminile, per quanto geneticamente “orientata”, conserva le sue caratteristiche salienti: una su tutte, l’arrapamento conseguente all’assunzione d’alcol. Cosicché durante la missione succede che la Alsever, dopo essersi inebriata di una robaccia prodotta nella distilleria improvvisata della Masaryk II, tenta di offrirsi al maggiore: “tenta”, sì, perché la desuetudine all’etanolo la stende sul più bello. Comunque beccatevi questo spoiler e zitti: verso la fine del romanzo Diana Alsever si fa convertire in eterosessuale. Ma non sarà Mandella ad approfittarne.
Randy Ingerman del Connemara.Holy Fire (“Fuoco sacro”) è l’unico libro di Bruce Sterling che posseggo. Il Ventunesimo Secolo volge al termine e una Multinazionale nel campo della medicina domina il mondo economico grazie alle ultime scoperte nel campo del prolungamento della vita. Nella migliore tradizione cyberpunk è un mondo di droghe sintetiche, d’individualisti metropolitani che vivono di espedienti, di governi paternalistici. Il potere politico è nelle mani di una gerontocrazia che controlla le più avanzate tecnologie per ringiovanire e le masse si arrabattano alla bell’e meglio. Mia Ziemann, novantaquattro anni, californiana di San Francisco, di professione economista sanitaria, ha deciso di sottoporsi a un trattamento chiamato Disintossicazione Cellulare Dissipativa Neo-Telomerica, che la farà tornare giovanissima e vivere per sempre. Ma non vuole sottostare al susseguente programma di ricerca cui quelli della Multinazionale la sottoporrebbero per averne usufruito. Così, bellissima e post-umana, se ne scappa in Europa col nome mutato in Maya per vivere la sua nuova, sempiterna vita. Prima tappa del wanderjahr è Monaco di Baviera. Lì Maya conosce Ulrich, fascinoso anarcoide: “Vieni con me, e ti porto alla famosa Hofbrauhaus. Si mangia carne. E si beve birra!” Più o meno: Maya scopre che nel 2096 i birraioli tracannano grossi boccali di malto bollente mentre l’alcol lo sniffano soltanto, tirando da piccoli inalatori con un preparato lipidico. Quella maniera stravagante di assumere l’alcol riduce il dosaggio, preservando il fegato dal contatto diretto con le sostanze tossiche. Per soddisfazione dei discendenti del prof. Remuzzi. In ogni modo, Maya si rifiuta di provare la post-birra: è il sesso che desidera, tra le inumerevoli cose. Brava post-ragazza.
Ma come spesso succede la realtà supera la fantasia. Un gruppo di studenti dell’Helicon Vocational Institute, vicino Amsterdam, ha realizzato l’alcol in polvere come progetto di fine anno. E le ha affibbiato anche un nome: Booz2Go. Disponibile in bustine da venti grammi dal costo di un euro e mezzo, aggiungendovi acqua si ottiene una bevanda al gusto di lime con tanto di bollicine dal tasso alcolico pari al 3%. Il problema è che, non essendo Booz2Go alcol in forma liquida, potrebbe essere smerciato anche ai minori senza infrangere la legge. Staremo a vedere. Io, per me, sto compiendo già eccessivi sforzi per rimanere al passo coi tempi; mi rifiuto categoricamente anche soltanto di immaginare che fra trenta-quarant’anni – anch’io, come il nostro corrente modestissimo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sono certo di campare centoventi anni, e bene! – potrei dovermi accostare al bancone di una birreria e chiedere a un androide “una bustina di Menabrea Booz e una media d’acqua naturale, grazie.” Finché è lievito marziano va ancora bene.
 
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© 2009 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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