maurizioferrarotti.com
 

L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore

 
GARAGARDO KATXI BAT
 
L'Autore a Orio, Gipuzkoa, agosto 2009.

Di recente il professor Stephen Oppenheimer dell’Università di Oxford ha pubblicato un libro, The origin of the British, in cui dimostra che i popoli britannici discendono… dai baschi. È la diramazione più singolare di un’ipotesi già portata avanti da altri accademici europei: in una zona comprendente gli attuali Paesi Baschi, la Cantabria e L’Aquitania esistette uno dei più importanti rifugi durante l’ultima glaciazione. Per ripararsi dal freddo intenso, un gruppo di uomini di Cro-magnon si stabilì in questo Eden. Quando il clima tornò a essere benigno, a partire da 15 mila anni fa, le tribù vasconiche si dispersero per i territori che i loro antenati avevano abbandonato a causa del cambiamento climatico. Anche se non furono le uniche a raggiungere e colonizzare le isole britanniche.
Il metodo della ricerca dello scienziato oxfordiano consiste nel confermare tale ipotesi mediante l’analisi dei dati ereditari raccolti dagli scienziati nel corso delle ultime decadi, che sono liberamente accessibili. In particolare, l’analisi dei marcatori genetici presenti nel Dna mitocondriale delle donne dell’Europa Occidentale rivela la loro discendenza da “Vera”, l’Eva basca, proveniente dal rifugio del Cantabrico. Di modo che saremmo tutti un po’ baschi. Ciò spiegherebbe, da un punto di vista squisitamente junghiano, come il sottoscritto sia fatalmente ossessionato da Euskadi.
Basandosi su quanto anzidetto si sarebbe portati a considerare che i Paesi Baschi, e di riflesso tutta la penisola iberica, abbiano una tradizione birraia radicata nei secoli, come i loro possibili discendenti d’Albione. Invece non è così. Malgrado ciò, la Spagna è l’unico paese a tradizione vinicola a non avere bassi consumi di birra (poco meno di 70 litri pro capite all’anno!). Non per niente è il paese dove ho sentito, anzi letto per la prima volta – in un’intervista a Lucía Etxebarria, l’autrice di Beatrice e i corpi celesti – l’espressione beber como un cosaco: nella fattispecie, come una cosaca. Lo stile più diffuso al nord come al sud della “pelle del toro” è quello delle pils moderatamente amare, come nel caso dell’arcinota San Miguel, che in realtà è originaria delle Filippine. Se mettessi in fila tutte le San Miguel Especial che ho bevuto in vent’anni di vacanze al di là dei Pirenei (e anche nei Pirenei stessi) arriverei a sfiorare i bastioni di Orione. Ma a me piace un po’ troppo anche la Voll-Damm. Si tratta di una pilsner fabbricata dalla S.A. Damm di Barcellona; gagliarda e piena di corpo, questa birra simil-teutonica contiene il 7,2% d’alcol per volume. Se non ci stai attento ti sega le gambe. Nella sua prima novella El chico del la bomba José María Sanz detto “Loquillo”, personaggio chiave del rock spagnolo, scrive a proposito dell’intellettuale catalano Antonio Rabinad: “Tortilla de patatas e Voll-Damm per colazione non sono male per uno che ha passato la barriera dei settanta.” È una colazione da campioni anche per un quarantenne.
Euskadi mi ha cambiato l’esistenza. La prima volta che vi ho messo piede, vent’anni e qualche mesetto fa, non avevo idea di che cosa mi aspettasse. A parte l’esistenza di un’organizzazione terroristica separatista chiamata E.T.A. e di due squadre di calcio mietenti successi in Spagna a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta, Athletic Bilbao e Real Sociedad, non sapevo un fico seccato al sole della Sicilia di quei territori. Ancora meno che il concetto di “popolo basco” si estendesse alla Navarra, alla Rioja alavesa e oltre i confini spagnoli in tre province francesi sotto un unico lemma: Euskal Herria. Per non parlare della lingua ivi parlata.
Poi successe che un amico mi portò a Donostia-San Sebastián e io, dopo essermi sciroppato dal 1986, anno della mia prima vacanza in Spagna, una sfilza di prescindibili località balneari quali Gandia, Peñiscola, Tossa e Lloret de Mar e aver storto la canappia bighellonando per le Ramblas pre-Olimpiadi del 1992 – piagate di tossici italiani, spacciatori africani, mignotte col sarcoma di Kaposi e travestiti – scoprii infine il mio Paese Celtibero dei Balocchi: cerveza e vino tinto a torrenti, vecchio e nuovo rock’n’roll sparato a volumi inenarrabili in ogni taverna (Kortatu, Fugazi, Ramones… Pogues!), architettura guascone, e certe femmine ciarliere dai lineamenti particolari, quasi estoni. Soltanto che i Lucignoli si chiamavano Gorka, Patxi, Andoni e Julio e il giorno dopo – alle tre del pomeriggio – non mi risvegliai con le orecchie d’asino ma scuoiato come una volpe. (Azeria larrutu, letteralmente “scuoiare la volpe”, è uno dei ben cinque sinonimi coi quali l’euskera denomina i postumi della sbornia.) 
Gernika, 16 agosto 1994, festa di San Roque. Il ragazzo italiano dai capelli infeltriti con la T-shirt degli Smashing Pumpkins e le Adidas da calcetto, pericolosamente rassomigliante al sottoscritto, prende l’ennesimo sorso di calimocho dalla tinozza plastificata. C’è chi fra la sua comitiva aborrisce con tutta l’anima quella mistura di Coca Cola e vinaccia del paese dietro la collina, ma lui ne va pazzo e che importa se a forza di mandarne giù a litri la lingua gli si è fatta bluastra come se avesse contratto la tremenda febbre catarrale degli ovini causata dall’urbi et orbivirus, tanto alle sette passate del mattino il pesce è già bell’è che venduto e chi ha caricato (in vacanza come a casa propria bisogna tassativamente darsi da fare tra mezzanotte e le tre del mattino, dopodiché è tutto tempo sprecato ammenoché non siate uno spacciatore di cocaina) sarà già alla seconda o terza mano, o forse sarà crollato sulle tettone Danone di Begoña Taldeitali già dopo la prima per eccesso di libagioni; quindi sarà per un’altra notte, Mauri, dài, la festa è appena incominciata e non farti troppe seghe mentali, che quelle fisiche sotto la doccia quando i tuoi compari stanno ancora dormendo la piomba della notte prima bastano e avanzano. Dico, hai ventinove anni!
I giovani beoni di Gernika-Lumo, cioè Ibon Ackerman e la sua banda di contrabbandieri – uomini vigorosi dai nasi aquilini e donne indurite con lo schioppo sotto la gonna – non ne vogliono sapere di andare a coricarsi. Baldoria per ogni dove anche se sta sorgendo il sole. Col suo spagnolo zoppicante, Maurizio chiede a un tizio strutturato come un’immane bocca da fuoco del sedicesimo secolo se esista da qualche parte un locale after-hours: costui, paonazzo e ridanciano, gli traccia rapidamente con un dito nell’aria fresca una mappa olografica per giungere a un posto battezzato Metropolis. Non è molto lontano.
Eccoci. Il Metropolis è una specie di magazzino saturo di fumo d’erba con uno schermo fissato alla parete opposta al bancone sul quale, non appena ci accingiamo a brindare per la centesima volta, appare quella sciamannata di Lene Lovich cantando Lucky Number, Anno di Grazia 1979. My Lucky Number’s One…Uh-oo-Uh-oo!
Mi lascia basito. L’ultima volta che ho ascoltato questa canzone risale al tempo del nostro trionfo al Mundial di calcio spagnolo, e ’sti buontemponi ne possiedono perfino il video… Gora Euskadi! 
Gora Euskadi. Viva Euskadi. Il basco, euskera o euskara, è uno degli idiomi più ostici e misteriosi al mondo. Le stesse origini del popolo basco sono tuttora oscure. Se è pur vero che i britannici discendono dai baschi, da chi discendono questi ultimi? Quantunque in gioventù abbia divorato quantità di fantarcheologia, non ho mai preso per oro colato tutte quelle congetture su Atlantide, Mu, i dischi volanti e i disegni di Nazca. Ciò nonostante certe affinità fanno riflettere, e parecchio.
Nell’entroterra basco non è infrequente incontrare donne i cui lineamenti somigliano al tipo di una scultura aurignaziana ritrovata a Unterwisternitz, in Moravia: fronte bassa, arco sopraccigliare marcato, naso lungo, bocca piccola, mento sporgente, testa allungata e sottile. La cultura aurignaziana dell’Alto Paleolitico (32.000-21.000 anni a.C.) è considerata da alcuni archeologi la matrice dell’uomo moderno in Europa: sono attribuiti a essa i primi esempi tangibili di arte astratta nella storia dell’umanità – il nome deriva dall’importante sito archeologico di Aurignac, nel distretto francese dell’Alta Garonna. Sta di fatto che i caratteri di quella scultura somigliano in modo sorprendente anche al tipo delle strane “teste degli avi”, o Moai, di Rapa Nui.
Oltre a questo la paleolinguistica riconosce un programma uniforme nel quale affluiscono non solo tutte le lingue parlate di oggi, ma anche quelle ormai estinte; il giapponese è affine all’idioma parlato in Georgia che a sua volta comprende molte radici linguistiche e perfino alcune parole che corrispondono all’euskera (nonostante in tempi recenti alcuni linguisti abbiano confutato la tesi di un’origine caucasica della lingua basca), dal canto suo straordinariamente simile all’idioma dei Lakandoni, una tribù di Indiani che vive nel nord del Guatemala, a tal punto che un missionario di origine basca vi predicava nella propria lingua con grande successo.
In ogni modo, l’euskera è una brutta bestia. La cosa divertente è che spesso i baschi non si comprendono da un monte all’altro, essendo la loro lingua divisa in una varietà di dialetti. In tal caso tocca loro ricorrere al batua, l’euskera unificato. Comunque il viaggiatore che mastichi un po’ lo spagnolo castigliano va sul sicuro. Se poi ci tenete a suscitare un’inarcata di sopracciglio, epater le basque, ecco alcune frasi d’uso quotidiano: 
agur, aio, arrivederci!
agur, arrivederci
aizan!, aizak!, cameriera! cameriere!
arraina, pesce
arratsalde on, buonasera
azkenean, in fondo
ba al da hotelik hemen inguruan?, ci sono degli alberghi qui intorno?
ba al dakizu ingeleraz hitz egiten?, parli inglese?
badakizu euskaraz?, parli basco?
bagarela!, ci siamo, stiamo arrivando
bai ote?, veramente?
bai, egun on, risposta a egun on, letteralmente buongiorno anche a te
bai,
barazkiak, verdura
barkatu, scusami
berdin, hala zuri ere, ugualmente, anche a te
bizi gara!, siamo vivi!
botila ardo bat, una bottiglia di vino
egun on denoi, buongiorno a tutti
egun on, buongiorno
emak bakia!, lasciami solo! (espressione usata anche dal mitico Man Ray come titolo del suo film e della sua scultura)
eskerrik asko, grazie molte!
eskuinetara, a destra
eup!, ciao, anche apa o aupa o iep!
ez dakit euskaraz hitz egiten, io non parlo basco
ez dut nahi, non lo voglio
ez dut ulertzen, non ho capito
ez, no
ezkerretara, a sinistra
gabon, buonanotte (scuoiare il bufalo invece che la volpe…)
garagardo katxi bat, un katxi di birra
geldi!, fermati!
gero arte, ci vediamo dopo
ikusi arte, ci vediamo!
jakina!, noski!, sicuro! va bene!
kafe ebakia nahi nuke, vorrei un caffè macchiato
kafe hutsa nahi nuke, vorrei un caffé espresso
kafesnea nahi nuke, vorrei un caffelatte
kaixo aspaldiko!, ciao, quanto tempo!
kaixo!, ciao!
komuna, bagno
lasai, tranquillo
laster arte, ci vediamo presto
mesedez, per favore
metalura, acqua minerale (non suona anche a voi come il nome di una squadra di calcio polacca?)
neska ederra, bella ragazza
nire izena Maurizio da, mi chiamo Maurizio
non dago autobus-geltokia?, dov’è la stazione degli autobus?
non dago komunak?, dove sono i bagni?
non dago tren-geltokia?, dov’è la stazione (ferroviaria)?
nongoa zara, da dove vieni?, dove abiti?
ogi piska bat, un po’ di pane
pozten nau zu ezagutzeak, felice di conoscerti
topa!, sono felice! (questa mi fa sbellicare dalle risa, insieme col nome di un paese in provincia di Bilbao: Fika.)
ura, acqua
xerra patata frji tuekin, bistecca con patate fritte
zein da zure izena?, nola duzu izena?, come ti chiami?
zer moduz?, come va?
zorionak, buone feste!
zuzen-zuzenian, sempre dritto 
La pronuncia non dovrebbe presentare grossi patemi. L’accento grafico non esiste e quello tonico è piuttosto flessibile. Vocali e consonanti si pronunciano come in italiano tranne che nelle seguenti eccezioni:
 
g   è sempre dura come in “gatto”.
h   muta in Euskadi, mentre è aspirata nel territorio basco-francese
tx/ts   come la “c” di “cena”
tz   “z” sorda, come in “zezè”, come la “c” di “cena” in Bizkaia
z   come la “s” di “sole”. 
Il katxi è un bicchiere di plastica da un litro in cui vengono mesciti birra, calimocho o kalimotxo (50% vino ordinario e 50% Coca Cola, inventato trentasei anni fa a Getxo, in provincia di Bilbao) e qualsivoglia altra pozione alcolica. Considerando lo spirito transumante che anima le feste e le festività basche, il katxi è piuttosto funzionale. Essendo in quattro, la classica cuadrilla da bisboccia, potete prenderne uno a testa e andare a zonzo sereni per un bel pezzo. Salvo che qualcuno – ogni allusione a una certa ragazza che conosco a Bilbao è fortemente voluta – non se ne esca con la malsana idea del Katxi Ketama: si pratica un foro nell’orlo inferiore del katxi e si beve a garganella, come fosse un porrón. Così finirete fradici in ambo i sensi. E se è kalimotxo, pure appiccicosi. 
S’intende che in Euskadi ogni occasione è buona per tracannare alcolici in quantità industriali. Ma è nelle feste patronali e simili che i vascones ci danno veramente dentro, come il resto della nazione. Nell’immaginario collettivo globale la Spagna è e rimarrà sempre associata al concetto di movida. Poco tempo fa Pedro Almodóvar si è espresso al riguardo: “Per molta gente la movida continua a essere sinonimo di orgia perpetua. E non era esattamente ciò. L’esplosione ufficiale della movida madrilena fu nel 1985, ma per me fu ciò che iniziò nel ’78 e si disfò all’inizio degli Ottanta. Oggi questo termine è usato largamente a sproposito.”
Sia come sia, la movida basca è estroversa, colorita, inebriante. Le feste (jaiak) si succedono per tutto l’anno, da primavera a inverno. Perfino il pueblo più insipido dell’entroterra può trasformarsi in un pandemonio per tre-quattro giorni di fila: io e i miei amici amiamo spesso rimembrare una notte di balli e katxis a profusione spesa in un angolo recondito di Bizkaia che risponde al nome ostrogoto di Larrabetzu. Ma qui mi toccherà essere selettivo e parlare delle feste a mio modesto giudizio più importanti, da Carnevale a Ferragosto.
È tradizione che si celebri il Carnevale (in basco, Iñauteriak o Iñotek) in alcune località di Euskal Herria durante i giorni anteriori alla Quaresima. Queste celebrazioni che esistono in tutti i paesi europei adottano nei Paesi Baschi diverse forme e personaggi: come i caldereros della Gipuzkoa, strane zingaresche comparse “che vengono dall’Ungheria”. A Zalduondo (Araba) il protagonista della festa è un pupazzo, Markitos, che ogni anno è giudicato, condannato e bruciato. Un altro fantoccio, Cachi (!), provvisto di una bandiera e vestito di verde e arancione, anima la festa di Oyón-Oion, sempre in Araba. Yoaldunak e Mozorros sono invece i pressoché inesprimibili nomi delle maschere che danno vita all’altrettanto indicibile Zanpanzar, il Carnevale della località navarra di Iturren-Zubieta, situata a una trentina di chilometri a nord-ovest di Pamplona-Iruñea lungo la N121A che porta a Irun. Ma il premio per il Carnevale più chiassoso e popolare lo vince la cittadina di Tolosa, in Gipuzkoa.
La Navarra, Nafarroa o Nabara in euskera, è un intrigante crocicchio di molteplici Spagne. Gli abitanti della Comunidad Foral de Navarra, com’è ufficialmente conosciuta questa regione in ossequio agli storici diritti di autonomia (i cosiddetti fueros) per lungo tempo esercitati dai navarri e oggi tornati in auge, sentono fortemente gli aspetti simbolici: il colore rosso domina lo stemma regionale e le varie sfaccettature del quotidiano, come le automobili, le motociclette e le uniformi in dotazione alla Policia Foral, ma soprattutto le fantasmagoriche fiestas della regione, quando gran parte degli abitanti indossa i tradizionali calzoni e giubba, con le sciarpe e i pañuelos rossi. Navarra al rosso vivo, alfine. Paesaggi e vini memorabili. E birra a strafottere.
Le origini della celebre festa di San Fermín, o Sanfermines, risalgono al Medioevo. Fermín era il figlio di un governatore di Pamplona convertitosi al Cristianesimo; egli partì per diffondere la parola di Cristo in Gallia, ma ad Amiens fu imprigionato e poi decapitato. A partire dal 1591 il 7 luglio gli è stato dedicato. Nello stesso giorno, alle dieci del mattino, una statua lignea del XV secolo raffigurante il santo patrono della Nafarroa e di Pamplona-Iruñea viene portata in processione attraverso la città.
Se qualcuno sulla terra nutrisse ancora qualche dubbio, San Fermín è una festa chiassosa e ad altissimo tasso alcolico. I combattimenti dei tori si svolgono ogni giorno alle 18.30, dal 7 al 14 luglio. Ogni mattina, i tori sono lasciati liberi dai Coralillos de Santo Domingo e da lì si scatenano caricando attraverso l’omonima piazza. Il percorso che li conduce fino all’arena comprende Calle de los Mercaderes e Calle de la Estafeta, ed è proprio qui che generalmente si concentrano tutti coloro che intendono correre con essi cercando di avvicinarli il più possibile; taluni arrivano perfino a colpirli in testa con dei giornali arrotolati!Una festa che ha parecchio in comune con San Fermín, poiché anch’essa prevede la liberazione di bovini cornuti per le strade della città, è la Fête de Bayonne, l’affascinante capoluogo della provincia basco-francese di Labour (Lapurdi o Laburdi). Essa inizia il primo mercoledì sera del mese di agosto e dura cinque giorni. È il Re Léon, alle ore 22 dal balcone del Municipio, a dare inizio ai bagordi.
Il 4 agosto a Vitoria-Gasteiz, alle sei del pomeriggio, il sindaco spara il chupinazo (grosso petardo il cui scoppio annuncia l’inizio ufficiale della cagnara) e un fantoccio nominato Celedón, vestito come i contadini che un tempo scendevano giù in città per far festa, viene fatto discendere da una torre della chiesa di San Miguel fin giù nella piazza della Virgen Blanca, stracolma di festanti… dopodiché è tutto uno spruzzarsi reciprocamente di spumante. La prima volta che andai a Vitoria-Gasteiz per la festa della Virgen Blanca fu nel 1994. Era un classico pomeriggio basco estivo senza sole col cielo color ricotta e io volevo scattare un paio di rullini con la mia nuova Minolta Dynax. Avevo appena parcheggiato la mia Tipo in una kalea vicino al centro quando fui circondato da una masnada di zingarelli assillanti. Il più alto mi arrivava a malapena al mento, ma erano in molti, se ricordo bene una decina, tutti stracciati e maldisposti. Quando trent’anni fa percorrevi in solitudine una strada di periferia e all’improvviso ti si paravano davanti quattro ceffi col caschetto alla Ramones – a prescindere che adorassi quella band – e le magliette sdrucite, già sapevi che di lì a poco la faccia più di merda del gruppo, il capetto, ti avrebbe chiesto di dargli il portafoglio o gli stivali, o tutt’e due. Allora potevi giocartela in qualche maniera. Ma con pischelli di dieci anni, massimo dodici... che cazzo vuoi prevedere? Cadono tutte le regole. Magari di punto in bianco ti spruzzano in faccia del narcotico e ti risvegli in un lurido sottoscala del Casco Viejo senza un rene. O con un palo ficcato nel sedere. Comunque sia riuscii a liberarmi di quei piccoli bastardi a colpi di pseudo kung fu e ceffoni. 
Voll-Damm.Ah, la Semana Grande Donostiarra: il mio battesimo del fuoco alcolico in Vasconia. Ero rimasto alla volpe scuoiata. Al terzo giorno di bagordi ne indossavo la pelle con disinvoltura, come una bagasciona d’alto bordo. Di tanto in tanto io e l’amico Vito ci perdevamo di vista. Il nostro punto di riferimento era comunque la taverna Arrai-Txiki, un posto che oggi non esiste più e che allora era gestito da Julio, un fenomeno d’essere umano di cui perfino i conoscenti più intimi disconoscevano le origini (“È un po’ basco-navarro, un po’ andaluso, un po’ nonsoché!”). Da lì ripartivamo a spolverarci tutti i bar della Parte Vieja. Qualche volta ci ricordavamo di mangiare (in una città la cui cucina è tra le migliori di tutta la Spagna) e di stimolare la sintesi di vitamina D nei nostri corpicini pallidi prendendo il sole, quando e se si degnava di apparire tra un piovasco e l’altro, sulle bellissime spiagge donostiarras.
Il quarto giorno conobbi la questione politica basca. Io e Vito stavamo bevendo la milionesima birra al Bar Bulevar, presso l’Ayuntamiento. Ero già stato edotto che quello era il Día de la Bandiera – momento critico delle più importanti feste basche in cui gli abertzales (“patrioti”) assaltano l’edificio del Comune, ne strappano la bandiera spagnola, la bruciano e la sostituiscono con l’ikurriña, la bandiera basca. Ma quella sera la polizia autonoma basca, l’Ertzaintza, era schierata in forze e ricacciò indietro i manifestanti separatisti sparando palle di gomma. Noi finimmo presi in mezzo al parapiglia e una pelota saettò fischiando a poco più di un palmo dalla mia testolina allora zazzeruta. Mentre cercavamo scampo dietro a un’automobile parcheggiata, due paninari inglesi, che fino allo scoppio del putiferio stavano facendo classico people watching nel dehors del Bulevar, s’incazzarono di brutto. “You bloody bobbies!” esclamò uno dei due, un biondino pettinato alla Rick Astley. L’altro, sorta di Nick Kamen dell’East End, afferrò una sedia e la scagliò addosso agli sbirri: pochissimo dopo, unendo le rispettive forze, essi lanciarono il tavolino. Nel bene e nel male, gli inglesi sono unici.
Il grosso “problema” è che appena finisce la Semana Grande/Aste Nagusia Donostiarra (12-19 agosto) si parte in tromba con quella di Bilbao/Bilbo. Il primo venerdì dopo Ferragosto, dal balcone del Comune, il pregonero (“banditore”) e la chupinera, colei che fa deflagrare il petardo indossando un’uniforme dai toni rossi che rammenta quella delle truppe carliste che assediarono e bombardarono Bilbao nel 1835, danno il via ufficiale a un vero tour de force alcolico, musicale e gastronomico che si concluderà due domeniche dopo con la despedida di Marijaia, il simbolo della festa: una signora grassottella con le braccia levate al cielo in segno di giubilo.
Come un Johnny Mnemonico nato e cresciuto in riva al Po, ho centinaia di gigabyte di ricordi bilbaini nella memoria: dovessi scaricarli tutti su queste pagine vi manderei il cervello in crash. Per questo mi limiterò alle mie (e non solo) esperienze con la bevanda più psichedelica che esista al mondo: il patxaran.
Il patxaran o pacharán, dal basco baso aran (“prugna selvatica”) è un liquore dal sapore di prugnole d’origini navarre ma comunemente bevuto in tutta la Spagna. Si fa mettendo a bagno le prugnole in anisetta con una piccola quantità di chicchi di caffè e un baccello di vaniglia per diversi mesi. Il risultato è un liquore dolce color rossastro-marrone trasparente, intorno ai 25-30% d’alcol per volume. In Navarra si dice che mangiare le prugnole dopo la macerazione può portare alla pazzia.
Io ci credo ciecamente. Ho sperimentato di persona gli effetti psicotropi di questo liquore. Una sera di tanti anni fa che in un locale di Portugalete, un sobborgo di Bilbao, eccedetti nel berlo, mi scatenai in un’imitazione del Gabibbo davanti alla postazione del DJ. Niente, in confronto a ciò che è successo a certi miei seguaci. Uno perse realmente il senno per alcune ore. Ululava le proprie frustrazioni alla luna e alle galassie e sulla strada per il ritorno all’agriturismo di Lezama dov’eravamo alloggiati tutt’a un tratto spalancò la portiera della mia auto e si lanciò fuori. Per fortuna io andavo piano e lui atterrò su un’aiuola. Lì vi rimase a braccia spalancate, come un crocifisso a faccia in giù. Accostò un Ford Transit tutto rappezzato e gli occupanti ne smontarono domandandoci se avessimo bisogno di sostegno e che diavolo fosse successo al nostro collega. Io li tranquillizzai: “Nada, ha solo bevuto troppo patxaran.”
Josetxo o Garikoitz, dimensioni e accento da orso dei Pirenei, lapidario: “Vaya, se non è navarro non lo beva!”
Scoppiammo a ridere. Ma le escandescenze paciaranesche dell’individuo non finivano lì. Stufatici, lo lasciammo a rantolare chiuso in macchina nel parcheggio dell’agriturismo e salimmo in camera a dormire la sbronza. Il mattino dopo, pallide ombre di noi stessi in una splendida giornata di sole, le verdi colline della Bizkaia tutt’intorno, fummo messi in riga e cazziati da Don Iñaki Bilbao, proprietario dello stabilimento turistico nonché capo della sezione locale della Policia Municipal: “Tenemos que hablar” esordì, freddo come l’inverno russo, cipiglio da Aguirre furore di Dio. Porca troia. Neanche dodici ore che avevamo disfatto le valigie e già ci eravamo fatti riconoscere piantando casino di notte. Purtuttavia io feci un tale sfoggio di diplomazia, lanciando simultaneamente occhiate al curaro in direzione di my friend delirium – ridotto una merda, è ovvioche alla fine Iñaki si convinse che eravamo delle paste di ragazzi e a poco a poco ci prese in simpatia… anche se per un paio di giorni ci toccò la deportazione in un altro agriturismo di gran lunga meno confortevole del suo.
Raquel Menéndez Goyenolea, che mi buttò giù dal letto alle 23.15 di un classico lunedì da sclero per dirmi che mi lasciava, mi fece conoscere un altro beveraggio demoniaco, il licor de manzana. Le sere che uscivamo insieme a Bilbao riuscivamo a berne anche cinque a testa, rigorosamente con ghiaccio perché puro è da coma epatico: le meravigliose scopate che ci facevamo quand’eravamo bombati di quel veleno alla mela verde! Ma il primo amore (ad alta gradazione) non si scorda mai. Così una notte stappai la buta di Etxeko che tenevo sul comodino e cosparsi di liquore i seni della mia amante per poi leccarmelo goccia a goccia. Rico… suaveThrowing Copper dei Live in sottofondo. Lacrimuccia.
La sera del 21 agosto 1993 occupammo un bar di Santutxu, il Blues, per assistere alla finale di Supercoppa Italiana Torino-Milan che si giocava a Washington a mo’ di spot promozionale per gli imminenti Mondiali di calcio U.S.A. Cioncammo cerveza e patxaran a secchiate sotto lo sguardo mezzo divertito e mezzo perplesso del gestore e degli habitué, che peraltro conoscevano già le nostre inclinazioni dipsomaniache. Il Toro perse 0-1 ma noi non smettemmo di sbevazzare. Quando il Blues chiuse i battenti rotolammo giù ad Aste Nagusia – Santutxu, uno dei quartieri a più alta densità di popolazione d’Europa, ha la sua origine in un eremo – e tra la borrachera che avevamo addosso e la spaventosa concentrazione d’anime lesse come noi e anche più ci separammo come cosmonavi in fuga da un pianeta il cui sole fosse sul punto di esplodere. Giovanni, detto Giuà l’Attaccapanni, fu ritrovato il mattino dopo riverso in un’aiuola sofferente d’alopecia aerata dinanzi alla saracinesca abbassata del bar: non ricordava nulla della notte scorsa. Certi amabili mattacchioni del quartiere invece ricordavano bene un personaggio rasato a zero e allampanato arrancare tra i chioschi come un predicatore battista in acido strepitando ogni dieci secondi: “Skinhead is no fascist! Vaffanculo!” Quanto a me, no comment.
Tempo dopo a Bilbao incontrai un signore barbuto che aveva presenziato alla fase calcistica della nostra baldoria. Disse: “Voi italiani siete dei pazzi scatenati. Il patxaran è un digestivo! Non si beve così, un bicchiere dietro l’altro, come fosse una birra!”
Forse noi torinesi discendiamo dai tartari della Mongolia occidentale.

Capitolo 1  Capitolo 2  Capitolo 3  Capitolo 4  Capitolo 6  Capitolo 7  Capitolo 8  Capitolo 9  Capitolo 10
Capitolo 11/Epilogo

© 2009 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


Document made with Nvu