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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore


In una cultura come la nostra, abituata da tempo a frazionare e dividere ogni cosa al fine di controllarla, è forse sconcertante sentirsi ricordare che, per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio.
 Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare.

GRAZIE CHE HO BEVUTO

Giovanni Bivona, Maestro di Vita.Mercoledì 5 novembre 2008, h 10.29 a.m., CET. Per uno come me, che respira e mangia libri dalla nascita, una biblioteca trabocca di tentazioni fuorvianti dal lavoro quasi come un Midsummer Night’s Dream Party alla Playboy Mansion per un predicatore evangelico. Oggi, per esempio, ho qui posato accanto al notebook The Complete Bowie di Nicholas Pegg, l’enciclopedia definitiva di Mr. David Jones alias Ziggy Stardust alias Thin White Duke alias David Bowie. Di quest’uomo amo essenzialmente cinque dischi: Station To Station, Low, Heroes, Lodger e Scary Monsters. Sono vittima di una vera e propria ossessione uditiva per tutti i chitarristi che lavorarono con lui durante quella fase abbagliante della sua carriera, ossia Carlos Alomar, Earl Slick, Ricky Gardiner, Robert Fripp, Chuck Hammer, Adrian Belew e Stacey Heydon. Fripp e Belew vengono da Urano. Alomar è uno dei più talentuosi chitarristi ritmici della storia del rock. Gardiner si presentava sul palco in salopette. Sia Carlos sia Ricky suonarono con Iggy Pop, in studio e dal vivo. Di Gardiner il produttore Tony Visconti disse: “Era completamente fuori di testa ed era un autentico mago degli effetti speciali. Verso di lui nutrivo una sorta di timore reverenziale” Il suo contributo a Low non è mai stato valutato nella giusta misura, cioè prezioso, ma il bravo chitarrista scozzese è comunque passato alla storia per aver ideato il riff di The Passenger “in un amabile mattino di maggio presso casa mia, guardando i meli in fiore”, com’egli stesso racconta in un’intervista risalente al 2000.
Che personaggi. Che tempi. Ammassi globulari di richiami nella mia testa. Iggy e la sua band al Dinah Shore Show nel 1977: Hunt Sales alla batteria, Tony Sales al basso, Ricky Gardiner e il Duca seduto al pianoforte trattato con una paglia in bocca. Iggy all’Ippodromo di Parigi parlando in francese al pubblico. Iggy che al principio degli anni Novanta racconta ridendo a un giornalista nostrano: “A Berlino andavo avanti a polvere boliviana, salsicce e birra.” Diavolo d’un Totò Osterberg.
Fin dall’antichità l’uomo si è trovato a creare ruoli mistici e separati per l’atto del bere: benché spesso celebrato entro il generico rito di un pasto, esso rimane sempre appartato in un rituale a sé. Gli antichi Sumeri, ad esempio, si mantenevano a rispettosa distanza dalle loro bevande mediante lunghe cannucce di paglia. Il fatto che le cannucce permettessero a coloro i quali partecipavano al rituale di bere da un unico contenitore consentì l’affermazione di un evento comunitario. Uno poteva condividere un senso di profondo cameratismo con gli altri bevitori membri del suo gruppo di coppa. Quest’antico costume è ancora parte intrinseca dell’attività sociale di molte tribù africane odierne; in Occidente è stato ripristinato per i nuovi cerimoniali della sbronza collettiva. La paglia è stata sostituita dalla meno esotica plastica e i sempre più arzigogolati beveroni non hanno bisogno di essere passati al setaccio, ma di un fegato in lega di titanio!
Da lì al brindisi il passo è breve. L’atto di offrire simbolicamente una bevanda a una divinità fu senz’altro una parte indispensabile delle offerte di preghiera e feste religiose fin dall’alba della storia in ambo le comunità pagane e giudaico-cristiane. In questo senso il moderno cincin può essere considerato come una derivazione dell’Eucarestia! In qualsiasi modo vi sono stati molti misteri associabili al consumo di pane e vino fra tutte le comunità religiose, inclusi i Nativi Americani. Anche i seguaci del Dalai Lama in Tibet celebrano in stile eucaristico. Gli Egizi festeggiavano ogni anno la resurrezione di Osiride consumando pane in forma di torta sacra od ostia dopo che era stato benedetto da un sacerdote e così divenuto carne della carne del dio; poi s’inzuppava il pane nel vino e si comunicava al fedele di aver mangiato il corpo e il sangue di Osiride. La lista potrebbe continuare per un bel pezzo. 
Nell’antica Grecia il brindisi tra due persone era chiamato proposis, “la bibita prima”. Colui che proponeva il brindisi dapprima sorseggiava, poi dava il recipiente che conteneva il resto del vino alla persona onorata; in occasioni di particolare rilevanza la tazza stessa era un regalo permanente al ricevitore. A uno sposalizio, per citare un caso, una coppa dorata piena di vino sarebbe passata in questa maniera da suocero a genero. La coppa diveniva un simbolo della sposa, “accompagnata all’altare” (com’è ancora in uso dire) da suo padre; i due uomini, le due famiglie erano ora una cosa sola nel vino condiviso.
Notevolmente più a nord e avanti lungo la linea temporale, nelle notti di luna piena, i sacerdoti guerrieri di Odino offrivano brindisi al proprio dio nell’ambito di riti da connotati proto-heavy metal: niente vetro finemente lavorato, solo metallo grezzo, cuoio e sangue. Più tardi essi svilupparono la pratica di usare il teschio di un nemico caduto come coppa d’offerta sacrificale, e alcuni studiosi sostengono che quest’uso diede origine al ben noto brindisi scandinavo “Skoal!”. Indubbiamente questa parola e skull (“teschio”) sono etimologicamente correlate, significando entrambe “una cosa cava”. È anche interessante notare che mentre il brindisi non è mai stato una tradizione molto forte nei paesi dell’area mediterranea fin dalla nascita del Cristianesimo, gli sono stati attribuiti termini germanici in francese, italiano e spagnolo. La forma teutonica del costume di brindare sembra essere stata reintrodotta in quei paesi in qualche periodo durante il sedicesimo secolo. Come risultato in italiano e spagnolo “brindare” si dice rispettivamente “brindare” e “brindar”, dal tedesco “ich bring dir’s”, un brindisi che significa “io lo porto a te”. Nella lingua francese la parola “trinquer” viene dal tedesco “trinken”, ossia “bere”.
In lingua inglese “fare un brindisi” si dice to drink a toast. Questo modo di dire viene dalla pratica britannica di mettere a galleggiare sulla bevanda un pezzetto di pane tostato addolcito o aromatizzato. Un’usanza antica, derivante anch’essa dalla tradizione degli eventi religiosi eucaristici della storia: dopo che tutti gli ospiti avevano diviso la coppa, si attendeva che il padrone di casa ne sorbisse le ultime gocce in onore dei commensali e della devozione alla propria deità.

Neanche a dirlo, la letteratura italiana classica e moderna sovrabbonda di libagioni. Ulisse brindò a Polifemo dopo che il ciclope ebbe divorato uno dei suoi compagni, e con un brindisi intriso di speranza si congedò da Alcinoo, re dei Feaci. Orazio invitò a levare i calici alla transitorietà del presente, il celeberrimo Carpe Diem dell’Ode a Leuconoe: “Afferra l’attimo e diffida del dubbio domani.” Tra il XII e la prima metà del XIII secolo ritroviamo l’atto del brindare con gli amici nelle liriche goliardiche: “Un brindisi lunghissimo sia per noi saluto: e duri questo uso per secoli infiniti. Amen.” Nel Rinascimento il brindisi ritorna nel Galateo di Mons e nella Canzone di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico, una bella ballata che invita a godersi l’esistenza che scorre via. Nel Settecento esso compare, a tinte più malinconiche, decisamente classicheggianti, nelle opere di due immensi letterati italiani: Alfieri e Parini. Nell’Ottocento è il Manzoni a descrivere ne I promessi sposi tre brindisi: il primo ha come protagonisti frà Cristoforo e i notabili a pranzo da Don Rodrigo; il secondo vede Renzo nell’osteria “Alla luna piena”; è ancora Renzo, sul carro dei monatti, ad assistere al terzo brindisi. Altresì popolare è la bicchierata musicata da Verdi ne La Traviata: “Libiam ne’ lieti calici / che la bellezza infiora / E la fuggevol ora s’inebri a voluttà”, cantata da Alfredo cui risponde il coro dei commensali.
 
Mercoledì 12 novembre 2008, h 10.06 a.m., CET. Ribadisco che un doposbornia moderato, diciamo le tre medie chiare e i due gin tonic che ho ingollato ieri sera al Lab, contribuisce a far fluire meglio le idee. I miei denigratori se la ghigneranno. Per quanto io sia uno scrittore enormemente trascurato, ne ho un discreto numero. Certuni sostengono che ho un lessico pietoso tipo un paio di capisaldi della cultura torinese, il divertente è che entrambi sono straconvinti che io nutra per loro profonda stima. Altri mi accusano di sparare minchiate come un bazooka e addirittura di traviare le nuove generazioni con le mie narrazioni sul mondo del tifo organizzato. L’ex proprietaria veterofemminista di un pub che ero solito frequentare mi ha tacciato di misoginia: nel 1982 ti avrei dato ragione, bella mia. Io, per mio carattere, accetto molto volentieri i buoni consigli, ma nel momento in cui sento puzza di preconcetto prendo a eruttare zolfo fuso e biossido di zolfo come i vulcani di Io, l’infernale satellite di Saturno; inoltre, come già espresso all’inizio di questo libro per mezzo di una citazione colta, ho una pessima opinione dei critici d’arte. A loro e a tutti i miei stimatissimi nonché munifici editori ho dedicato sul mio sito una libera interpretazione di Crash Street Kidds, classico proto-punk dei Mott the Hoople:
 
Guarda i miei pensieri, guarda le mie cicatrici, guarda i miei vestiti, sono vestito per uccidere
Guarda il mio sangue, e guarda la mia pistola
 
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
(È meglio che corri, avanti corri, comincia a correre!)
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
(Sei fatto, sei fottuto, sei finito!)
 
Considera i miei errori e considera la mia maledizione, considera la mia frustrazione
Non sai proprio un cazzo
Nuova Città un accidente, manda a chiamare il carro funebre
 
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
(È meglio che corri, avanti corri, comincia a correre!)
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
(Solo per divertimento, per sballo, per sciambola!)
 
Taglieremo i fili, ti bruceremo, sono stanco di resistere
Ti tortureremo le piante dei piedi, ci tratti come dei topi di fogna, poi il resto
Hai detto loro che siamo dei monelli e la repressione contorce i nostri pugni
Fatemi uscire da questa nebbia…
 
Sentimi imprecare, senti ogni parola, io non sono soltanto un numero
Voglio essere ascoltato, il presentatore televisivo parla con la gentaglia
 
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
È meglio che corri
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Morditi il pollice
 
Sono stato tenuto all’oscuro, sono involuto, sono stato annullato
E tu te ne sbatti i coglioni
 
Tu sei così puro, tu conosci i rimedi, cioè mantenermi povero
 
Il piccolo delinquente giovanile
 
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Corri…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Uno è tuo figlio…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Nasconditi…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Fatti una corsa…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Troppo tardi…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Dove sono i tuoi amici?
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Sei smascherato
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Ora sei accerchiato…
I Raga Casinari stanno venendo a prenderti
Ora sei morto… sei morto…
SEI MORTO!!!
 
DUE RAFFICHE DI AK47.WAV PER VOI, PREDATORI DI SOGNI! 
La biblioteca Bernaulo è quasi vuota oggi. Le foglie degli alberi intorno mostrano ormai tutte le malinconiche bellissime colorazioni della season of wither. Il cielo è un fulgore grigiastro, quasi uniforme. Le mie occhiaie fanno pendant col panorama: non avrò mica contratto l’epatite? Trascino nel Windows Media Player Aftermath dei Rolling Stones: nelle cuffiette rende molto bene, si apprezza soprattutto il fuzz bass di Bill Wyman, una scelta senz’altro originale quella di distorcere il suo strumento anziché le chitarre come facevano tutti nel 1966. Probabilmente Keith Richards non si sentiva ancora abbastanza a proprio agio con le sonorità motoristiche emesse da quelle portentose scatolette al germanio. Poi vi s’impratichì e già dal long playing seguente, Between the Buttons, la sua chitarra si fece più roboante, dura, piccante: e in Their Satanic Majesties Request, perfino cosmica. Con l’aiutino di una certa sostanza chimica scoperta da Albert Hoffman il 16 aprile 1943.
Think, think. Porca miseria ladra, ma dov’è finito il video che m’interessa? Credevo d’averlo importato qui dal precedente computer che ho rottamato. Macché. Ecco un’altra vittima della sindrome da tabula rasa digitalizzata che mi affligge da qualche tempo. Dunque mi toccherà scaricarlo un’altra volta o andare a memoria. Scelgo la prima possibilità, quantunque potrei recitarne ogni singola battuta come neppure Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese: un capolavoro che ho visto almeno trenta volte, e non mi stanca mai. Proprio come l’Età dell’Oro delle Pietre Rotolanti. 
Due anni e mezzo or sono, in un bel mattino di primavera, aprii l’Outlook Express e passato qualche minuto mi ritrovai a smadonnare: qualcuno mi aveva spedito una e-mail con un allegato troppo “pesante”. Io ero, e sono tuttora, un pitecantropo a 56K che saltuariamente ricorre al warwalking, cosicché dovetti far buon viso a cattivo gioco e attendere un altro quarto d’ora abbondante prima che il messaggio fosse scaricato completamente dal programma.
Il testo era il seguente: “Ciao Profiu (è uno dei miei due soprannomi da battaglia, l’altro è Messia N.d.A.), devi assolutamente guardare questo filmato, è un vero spasso!” Firmato, Daffy.
Detto, fatto. Lanciai ulteriori imprecazioni nell’aria del mio studio poiché il video necessitava di un codec per essere riprodotto dal Windows Media Player, ma una volta scaricato quello potei finalmente scoprire di che si trattava.
Scorsero tre secondi di schermo blue blue electric blue that’s the color of my room. Al quarto comparve un pannello elettorale: “Giovanni Bivona, Patto per la Sicilia, Elezioni Provinciali 25-26 maggio 2003, collegi di Agrigento-Favara/Canicattì. IO PROTESTO, E TU?”
Già mi scappò un risolino dalle narici: il candidato era un faccione siculo dalla marcata calvizie fronto-occipitale ma con i capelli superstiti lunghi fino alle spalle a bottiglia e una camicia bianca dal colletto spropositato, come quelle che indossava il leggendario pornodivo Ron Jeremy nei suoi filmacci degli anni Settanta. Prometteva esplosioni di raggi gamma e supernove.
Ancora qualche attimo e cominciò il filmato vero e proprio. Da una strada alberata di Favara, Agrigento o vai tu a sapere, Giovanni Bivona lanciava il suo proclama avanzando lentamente verso la telecamera: “La politica, è triste. Facciamola diventare allegra.” E poi, fermatosi: “Protestate, con me.” Camicia e volto stropicciati, come si fosse alzato appena tre minuti prima da una suntuosa siesta estiva profondo-italiana dopo una spanciata di melanzane alla parmigiana e cannolicchi annaffiata di Nero d’Avola.
Seguì una ripresa al rallentatore del Sicilian Candidate stringendo la mano ai suoi sostenitori (per chiamarli in qualche modo) e un coro abborracciato degli stessi: “NOI PROTESTIAMO!!! NOI VOTIAMO GIOVANNI BIVONA!”
Da lì in avanti, spettacolo! Bivona che sulle note introduttive all’inno di Mameli esce dal portone di un palazzo agitando scompostamente il pugno sinistro accompagnato da un doppio squillo di clacson: “Sto arrivando, sto arrivando!” Bivona che chiuso in una specie di camera anecoica snocciola il suo programma: “Io sono qui per... dirvi che dobbiamo lottare tutti uniti e assieme, uno per tutti e tutti per uno, perché non se ne può più di queste cose che manca il lavoro, manca… ehhh… il turismo, manca l’edilizia, manca… iiih… la serietà della gente in famiglia, manca la sicurezza del lavoro…” e tralignando nel dialetto siciliano “’Un si voglie spusare più nuggu perché manca u trabagghiu” Bivona esortante il popolo siculo alla ribellione: “Protestiamo, protestiamo, protestiamo, protestiamo…” manata collerica al muro “…e protestiamo!” Bivona incazzato perché: “Manca l’acqua! Ha piovuto da maddina a sera, un inverno che chiuvi… e manca l’acqua!”
E così via. Alle Provinciali il Patto per la Sicilia è stato polverizzato, ma Giovanni Bivona, di professione barbiere, ha ottenuto la classica rivincita del genio incompreso: il successo postumo. Il suo spot elettorale è finito in rete dove è stato visto e scaricato da migliaia di utenti, anno dopo anno, passando di forum in forum, fino a diventare un vero e proprio fenomeno di culto di cui si è interessato addirittura un quotidiano autorevole quale il Corriere della Sera. Perfino Google gli ha dedicato una recensione: 
A Sicilian television “presenter” (or pretending to be, while he’s a barber) in his promotional ad for a local electoral campaign in Sicily (Agrigento County elections).
You should be sicilians to better get the meaning of the ad, but it’s funny even if you don’t understand the meaning: you won’t believe this man pretended to be elected!
 
Io invece avrei voluto che l’eleggessero, fosse soltanto per la genuinità che promana: perché, in definitiva, ha ragione lui. La politica è triste, ogni giorno che passa lo è di più: eppure, anche se solo per tre minuti e diciotto secondi, lui ce la rende davvero più allegra. Ma come ci si sentirà Bivona nei panni del comico involontario? Protesterà? Magari gli sarà venuta la sarsa per colpa degli scarafaggi cinesi!

 

Diciamo tutti inzieme…
Ritorniamo al passaggio in cui l’incommensurabile Bivona protesta per la penuria d’acqua corrente. Subito dopo lo vediamo davanti a una fontana di marmo in compagnia di due tizi riproporre lo slogan scandendo le parole: “Protestate-con-me”. E di seguito: “Diciamo tutti inzieme… grazie che ho bevuto!” Intendendo: poiché manca sempre l’acqua, dobbiamo ringraziare il cielo ogni santa volta che riusciamo a berne una stilla.
Quell’ultima frase è da due anni il brindisi ufficiale della mia compagnia. Dovunque noi siamo, allo stadio come al ristorante o al pub all’angolo, qualunque bevanda si sia tracannando tranne ovviamente l’acqua e i drink analcolici, brindiamo sempre così. Talvolta qualcuno confondendosi coi canti ultrà da curva dice: “Diciamo tutti in coro…” Al che io lo riprendo aspramente perché la formula va pronunciata esatta, non sono ammesse bastardizzazioni. Devo ammettere che ho smarrito la contabilità di quanti brindisi abbiamo fatto in questo modo: mezzo migliaio?
…grazie che ho bevuto! Protestate con me!
Fortunatamente a Torino abbiamo acqua e birra in abbondanza, ma non si sa mai… Per come si stanno mettendo le cose, in un futuro neanche troppo remoto potremmo ritrovarci a fronteggiare un rincaro spropositato della nostra bevanda preferita per l’accresciuto ricorso globale ai biocarburanti: o peggio ancora, e tutt’altro che improbabile, un nuovo Proibizionismo. Bisogna prepararsi, creando siti, forum di discussione, social network, pubblicazioni cartacee ad hoc, perché quando il cielo si adombrerà e gli spillatori si seccheranno avremo bisogno di memoria storica, nonché fucili mitragliatori, coraggio e faccia tosta per procurarci orzo, luppolo e lievito. Mettete in rete i frutti della vostra inventiva alcolica! «Dobbiamo lottare tutti uniti e assieme, uno per tutti e tutti per uno.»
Allora alziamo in alto i boccali e diciamo tutti insieme: “GRAZIE CHE HO BEVUTO!”
 
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Capitolo 11/Epilogo

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