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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore


No, non è giusto che quei cazzoni si prendano tutto il divertimento con le loro voci rauche e dodici scopate settimanali… bocche cavernose, urla, rutti, imbevuti di Guinness.
 Steven Berkoff, East: Sylv’s Longing Speech.

LE INVASIONI BARBARICHE

The Liberfly and The Diver Bell.

Come ho già scritto, prediligo le brunette con le labbra turgide. Ma le altre figure di donna disponibili sul terzo pianeta del Sistema non mi lasciano certo indifferente: per esempio, le palliducce con gli occhi blu. Come Robin Tunney. Americana, attrice di grande talento. È la migliore amica di Liz Phair, la più scollacciata cantautrice rock statunitense degli ultimi anni (“Voglio essere la tua regina bocchinara”, canta costei in un brano del suo acclamato esordio discografico, Exile In Guyville). Qualche anno fa Robin ha vinto una Coppa Volpi a Venezia quale migliore attrice protagonista per la splendida interpretazione di una ragazza tourettica nel film Niagara Niagara. In tempi più vicini ha recitato nella serie Prison Break, ma è apparsa anche nell’episodio pilota di Dr. House – Medical Division nel ruolo di Rebecca Adler, una maestrina ebrea affetta da neurocisticercosi: un’infezione caratterizzata dalla presenza nell’encefalo di cisti formate dalla fase larvale (immatura) della buona vecchia immonda Taenia solium, il verme solitario. Roba da non mangiare più salumi e carne cruda a vita.
E Marie-Josée Croze. Di questa deliziosa attrice franco-canadese avevo ammirato… il bel culo nudo e le iridi gattesche in una puntata del serial-cult The Hunger ben prima che lei vincesse, a buon diritto, la Palma d’Oro a Cannes per la caratterizzazione di Nathalie, la “correttrice di bozze” eroinomane che nel bellissimo Le invasioni barbariche aiuta lo scapestrato ma profondamente umano professor Rémy, “socialista edonista”, a morire con dignità. Bella e brava, insomma, la Croze ha confermato il suo versatile talento in un altro bel film tratto da un libro indimenticabile, Lo scafandro e la farfalla. Rispetto al racconto autobiografico di Jean-Dominique Bauby, il pittore-regista Julian Schnabel si è preso più di una libertà in sede d’adattamento, ma non importa, il nucleo struggente della storia è rimasto intatto. In una delle scene aggiunte dal proteiforme artista statunitense, Jean-Dominique riapre l’unico occhio funzionante dopo il devastante attacco che ha imprigionato il suo corpo in uno “scafandro da palombaro” e, attraverso una percezione sfumata e irregolare, distingue gli splendidi lineamenti di due donne in camice bianco chine sul suo volto a rinfrancarlo: l’ortofonista Sandrine (Croze) e la fisiatra Brigitte (Olatz Lopez Garmendia, la meravigliosa moglie basca di Schnabel). “Sono in Paradiso”, mormora Jean-Do tra sé.
Io sono agnostico. Ma qualora vi fosse qualcosa al di là della vita terrena, un momento da rivivere all’infinito, e io ne fossi giudicato meritevole ma esiste la meritocrazia nell’universo? , e per di più mi fosse data la possibilità di scegliere, allora vorrei vivere la mia sempiterna beatitudine in una taverna donostiarra con Marie-Josée, Olatz e Valerie, e mettiamoci anche Vera Farmiga, altra adorabile attrice dal volto di neve artica, e Barbara Goenaga, futura star del cinema iberico nata dalle acque del fiume Urumea, tutte dietro il banco a spillare Draught Guinness e Menabrea per me. Per sempre.
Ma non ci starebbe male neppure un fusto perpetuo di Pilsner Urquell o di Heineken. O una bella dunkel weisse tedesca, la Herrnbräu per esempio. Chiedo troppo? 
I Barbari, da tempo immemorabile presenti intorno ai confini dell’Impero romano, iniziarono a penetrare massicciamente nel suo territorio tra il IV e il V secolo d.C. I Germani passarono il confine del Reno e devastarono a più riprese la Gallia, compiendo talvolta azioni di razzia anche in Spagna e nell’Italia settentrionale e spingendosi finanche in Britannia.
Sette secoli dopo, essi continuavano a spingersi oltre le proprie frontiere, ma le loro navi anziché guerrieri affamati di carne e assetati di sangue ora trasportavano birra in tutta Europa salpando dal porto di Amburgo, città che nel 1100 era sede di un importante mercato del luppolo. Nel 1516 la Bavaria promulgò il Reinheitsgebot, un editto nel quale si prescriveva che la birra poteva essere fatta esclusivamente con malto d’orzo, luppolo e acqua. In una delle stesure successive venne inserito anche il lievito, così come le birre di grano ottennero una speciale dispensa.
Oggi la Germania, a tutti nota per l’Oktoberfest e una gamma sterminata di stili di birra (altbier, kolsch, weizen, bock, dunkel, monaco…), è in testa alle classifiche mondiali come paese consumatore ed è seconda soltanto agli Stati Uniti come paese produttore.

 

Mercoledì 1 ottobre 2008, h 09.49 a.m., CET. Ho sotto gli occhi cisposi la scheda della leggendaria EKU 28, o Kulminator Urtyp Hell (un nome da band metal core!). Questa doppelbock è una delle birre più forti del mondo (11,6% alc.). La ricordo con simpatia come integratore al malto di quei lunghissimi e atletici prepartita negli anni Ottanta fuori dello Stadio Comunale, ora Olimpico, anche se alla Rai di Roma, per somma ignoranza o affinché non sia confuso col loro Stadio Olimpico caput mundi, spesso lo chiamano Stadio delle Alpi. Un’altra bevanda classica “da stadio” era il vino portoghese Mateus, consumato in quantità da cosacchi anche dai Faces sul palcoscenico per tonificarsi fra una canzone e l’altra. Johnny Rotten li detestava per questo: “Fingevano di essere ubriachi sul palco.”
Già. John Lydon detto Rotten. Un giorno qualcuno mi avvertì: “Mauri, ma lo sai che a luglio i Sex Pistols vengono a suonare a Torino al Traffic?” E io mi posi una domanda del menga: “Fantastico, meraviglioso, ma che senso può avere un concerto dei Sex Pistols nel 2008?” Rispondendomi all’istante: “Porcaccia eva se ha senso!!! Basta scrollarsi di dosso ogni forma di preconcetto.” Primo fra tutti, il timore di assistere al definitivo raglio del cigno di quel gruppo rock’n’roll che, benché avendo pubblicato un unico maledetto corrosivo tonitruante devastante contagioso pernicioso sguaiato stonato irriverente in definitiva fottutamente fantastico disco, ha cambiato/rovinato (eh eh eh, è proprio così!) per sempre la tua vita. E non solo la tua, accidenti a loro…

 

“Chi sono i Sex Pistols?” si chiedeva la rivista.
Fine anni settanta, ero andato a trovare mia madre e stavo leggendo il giornale. Scorrendo un supplemento domenicale per il popolino, la mia attenzione fu catturata, e la mia vita cambiata, da queste parole insolite in caratteri di scatola “CHI SONO I SEX PISTOLS?”. Volevo saperlo subito anch’io. L’articolo li bistrattava, li denigrava: questo “sedicente gruppo musicale” britannico di mocciosi “punk rocker” che si scagliavano con rabbia contro tutto, vomitavano oscenità e sputavano a loro piacimento, vestivano di stracci, catene, spuntoni e stivali orrendi, facevano cose indicibili ai capelli (e alle loro ragazze) e producevano un frastuono rivoltante scambiandolo… alcune loro canzoni erano state bandite dalle radio…
Be’ ne avevo sentito abbastanza. Ero già innamorato cotto. (Il lato ironico, ovviamente, è che la rivista cercava di mettere in guardia la gente dai Pistols e loro simili, e invece finì forse col convertire migliaia di adolescenti al punk.) Andai immediatamente al negozio di dischi d’importazione ed entrai di corsa, domandando col fiatone: “Avete i Sex Pistols?”
“Ehi, Joe!” gridò il ragazzo, ridendo. “Un altro che vuole i Sex Pistols!”
Li avevano finiti.

 

Anch’io come John Shirley, scrittore di fantascienza punk autore del brano precedente, me ne innamorai appena ne sentii parlare. Altri, per la maggior parte pallosissimi radicali con barbe cespugliose e pantaloni di velluto a coste, li odiarono subito a morte. Erano quei tizi che picchettavano una mattina su dieci gli ingressi dei licei e degli istituti tecnici, “rimarremo piantati qua davanti fino a mezzogiorno, compagno”, ti dicevano, cosicché tu te n’andavi al centro a bighellonare felice e incosciente, ma il giorno dopo venivi a scoprire con raccapriccio che il picchetto era durato soltanto un’ora e mezza e i sedicenti contestatori si erano presentati puntualissimi e splendidamente preparati per l’interrogazione di algebra… morale della brutta favola, alla fine dell’anno scolastico loro promossi a pieni voti e tu bocciato come un fesso da corsa. Pure, ammettiamo che tra te e lo studio vi era la stessa distanza che fra la Terra e la Stella Polare… però…
Per questi futuri parlamentari del PD (o gestori di locali alternativi, come Okudera) il punk era un rigurgito nichilista del fascismo. Ricordo bene un servizio trasmesso da una nota tv privata torinese che stigmatizzava “gli idioti degenerati del nazi-punk-rock”, mostrandoci le fotografie in bianco e nero di un grottesco ersatz piemontese dei Kiss (ma che c’entravano?), capelli alla Franco Causio e smorfie da adolescenti costipati sotto il trucco razziato ai beauty-case delle loro mammine. Il giornalismo disinformato e dozzinale è una piaga vecchia quanto l’umanità.
Nessuno spiegò lo spirito di quel tempo meglio di Rat Scabies, vulcanico batterista dei Damned, in un’intervista del 1976: “Oggi il pubblico vuole i suoi propri eroi, non vecchi uomini noiosi. Doveva accadere; la scena musicale era diventata talmente stagnante che doveva cambiare.” E io, post-bambino coi capelli informi e il naso a patata piemu-siculo scimmiato per Doctor Who, mi bevevo quel mutamento come acqua sorgiva corretta con solfato di anfetamina seduto a gambe incrociate di fronte al nostro nuovissimo televisore a colori, i libri di scuola dimenticati sulla scrivania della mia cameretta: Anarchy in the U.K., London Calling, Plan 9 Channel 7, Happy House…
E ora, trent’anni e trenta chili dopo, i Sex Pistols venivano a suonare per la prima volta nella mia città. Wow.
 
Trout Mask Replica, Song Cycle, Anthem of The Sun e Sgt. Pepper sono stati tutti nette ridefinizioni della musica popolare, ma White Light/White Heat dei Velvet Underground fa parte di una categoria tutta sua. Anziché infiltrare altri generi (blues acido, arrangiamenti classicheggianti, bluegrass, music hall) nella forma rock i Velvet la espansero riducendola alla sua ossatura: il beat, l’elettrico pulsare dell’anima del rock’n’roll. White Light/White Heat è il paradigma di questa musica. Solamente gli Stooges, i primi Modern Lovers, i Sex Pistols e i Clash gli si sono avvicinati, e nessuno di questi gruppi possedeva quella che si potrebbe definire l’elevata intelligenza spirituale dei Velvet – la loro consapevolezza, da apprendisti presso la bottega dell’arte con la A maiuscola, di quel che stavano facendo.
Richard Mortifoglio, What Goes On n. 3, 1982.

 

Forse il bravo Richard M. avrebbe dovuto ascoltarsi con molta attenzione Sandinista prima di buttar giù queste parole. La sua disamina è comunque rilevante poiché rende giustizia alle qualità musicali di Johnny Rotten e C. Noterete che non ho fatto ricorso al corsivo. Ci mancherebbe; quelle dei Sex Pistols sono canzoni!!! Ruvide sgraziate e iconoclaste finché si vuole, ma pur sempre pezzi rock, con un’articolazione e un impatto sonoro che nessun altro su questo sferoide è mai più riuscito a eguagliare – anche per merito della produzione “stratificata” di Chris Thomas e Bill Price, va detto. Nei brani di Never Mind The Bollocks le intro, i break e i middle eight sono assolutamente stupefacenti per una band di cosiddetti teppisti illetterati musicali. Ed è un disco all killer no filler, dodici colpi di frusta e nemmeno una sola caduta di tono. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma che diamine, hanno registrato soltanto quello!” Be’, per quanto mi riguarda, hanno detto più i Pistols in un solo album che i Pink Floyd in quattordici. Fermo restando che mi piace The Piper at the Gates of Dawn: del resto, piace pure a Captain Sensible.

 

Torino, 12 luglio 2008, Parco della Pellerina, h 00.10 a.m. I Sex Pistols, autori di una performance micidiale, ritornano sul palco per un secondo inatteso encore. Johnny Rotten ha annunciato una vecchia canzone: Silver Machine. Io e Vito – my friend delirium! con la quinta o sesta lattina di birra in mano, incrociamo gli sguardi. “Porca miseria, non sarà mica quella Silver Machine?” Il più grande hit punkadelico degli Hawkwind, la folle ciurma cosmica di Dave Brock.
Steve Jones parte a tutto gas con un classico eight-bar rock’n’roll boogie riff, poi si apre una breccia nel tessuto spazio-temporale del palco e ne scaturisce un loop elettronico da vecchio film di fantascienza sovietico… ebbene sì, è proprio Silver Machine degli Hawkwind. Pensa tu che diavolo mi stanno suonando questi! In verità non sono poi così stupefatto: John Lydon ha sempre nominato I Falchi del Vento e i Pink Fairies tra le sue principali influenze. Ergo… che sballo, ragazzi.
Ma le sorprese non sono finite… Roadrunner! Suonata esattamente come in The Great Rock’n’roll Swindle; vale a dire, sono passati trentadue anni e Johnny continua a disconoscerne le liriche! Ma questa volta a metà canzone non si è lamentato per questo, l’accento cockney più tagliente del coltello di un teppista dell’East End: “Stop it, it’s fucking awful!” Però alla fine si è incacchiato come un aspide con il solito cretino lancia-bottiglie. Come diceva il saggio Eros Drusiani: “I coglioni sono molto più di due.”
Definitivamente: “Chi sono i Sex Pistols?”
I Sex Pistols sono e saranno sempre una trascinante, devastante, ruggente, tonante, travolgente, fantastica rock’n’roll band. E mi hanno nuovamente cambiato la vita. Thank you, vecchi satanassi.

 

Se qualcuno pronuncia la parola Gallia a me viene subito in testa Obelix che tracanna otri su otri di birra. E a ruota un fottio di marche storiche francesi: 1664 de Kronenbourg, Adelscott, Amadeus e la Bière du Demon. Quand’ero adolescente quest’ultima birra m’incuteva timore: cosa mai mi sarebbe capitato se l’avessi bevuta? Sarei disceso e rimasto agli inferi per tutto il tempo che il mio organismo avesse impiegato a smaltirla? Mi sarei ritrovato a strillare Sabbath Bloody Sabbath su un palco al posto di Ozzy Osbourne, col baffuto Tony Iommi a spararsela a mancina? Oppure sarei diventato il bambino di Rosemary?
In realtà la moda delle “birre diaboliche” si deve a una fabbrica belga, la Moortgart, che in un mare di birre che offrivano in etichetta richiami ad abbazie, santi et similia, scelse con fine ironia di differenziarsi chiamando una sua nuova ale Duvel, ossia “il diavolo”. Oggigiorno l’elenco di birre demoniache è piuttosto nutrito e i grafici pubblicitari non lesinano fantasia nelle etichette: per esempio quella della canadese Maudite (il cui nome è già tutto un programma) mostra il solito diavolo alato in primo piano, ma altresì un’inquietante barca di dannati sullo sfondo della luna piena. Io, per me, la berrei soltanto in compagnia di uno stimato esorcista.
Andiamo alla fiera dell’est. I primi abitanti della Boemia, regione storica che con la Moravia forma la Repubblica Ceca, furono i Boi. A essi nel I secolo d.C. si sostituirono i Marcomanni, sottomessi dopo dure battaglie dai Romani. Nei secoli V-VI vi penetrarono tribù slave. Alla fine del VIII l’Impero d’Occidente assorbì e cristianizzò Boemi e Moravi. Dopo alterne vicende nel 1114 i duchi di Boemia divennero coppieri ed elettori del Sacro Romano Impero. Divenuta provincia degli Asburgo al termine della guerra dei Trent’anni (1618-1648) la Boemia riuscì a emanciparsi solo con il crollo dell’Impero, nel 1918: da quel momento e fino al 1922, la sua storia si fuse con quella della Cecoslovacchia e, dopo la scissione da quest’ultima del gennaio 1993, con le vicende della Repubblica Ceca.
Torniamo indietro al 1840. In quell’anno Anton Dreher, mettendo a frutto i risultati di alcuni esperimenti condotti in Baviera sui meccanismi della bassa fermentazione, concepì una birra lager che in seguito fu battezzata proprio col nome della città nella quale fu realizzata, Vienna. Due anni più tardi nella città di Pilsen, in Boemia, un tal Josef Grolle cercò di produrre su larga scala una birra simile a quella di Dreher: la prima cottura avvenne nella birreria Prazdroj. Tuttavia il risultato fu differente: la sua birra era leggera, piacevole, amarognola ma soprattutto chiara, come nessun’altra al mondo. Subito battezzata pilsner, riscosse un successo stratosferico che dalla natia Boemia si espanse a macchia d’olio di birra, si potrebbe dire per tutto il globo terracqueo.
La Pilsner Urquell è l’epitome dello stile pils. Piuttosto secca e altamente digestiva, almeno a Torino soffre la concorrenza della già menzionata e ormai onnipresente Beck’s e della Heineken. Ma è una signora birra e perciò meriterebbe d’essere rilanciata. Da poco ho incluso nel mio periplo notturno un locale gradevole e discreto situato nelle vicinanze della storica Piazza Vittorio che la mesce alla spina: in confronto a certe risciacquature di stoviglie propinate in altri posti, sembra quasi una ale! Una curiosità: San Adalberto, vescovo di Praga e apostolo d’Ungheria, Polonia e Prussia, nel 993 proibì la cottura della birra. È che i preti hanno certe idee…

 

Nel mio cervello l’Olanda è un photo show sinaptico in cui si alternano immagini dai toni oranje di Johan Cruyff, Marco Van Basten, Ruud Gullit, Rutger Hauer, Rebecca Romijn, Sylvie Van der Vaart e una bottiglia da 33 cl. di Heineken. Se faccio clic sulla foto mentale di Cruyff ne erompono a spirale altre cento: la moglie Danny nel 1974 con la camicia legata in vita e i pantaloni a zampa d’elefante, “il gol impossibile” segnato all’Atlético Madrid, un suo classico spunto sull’out sinistro controllando la palla con l’esterno del piede destro, la famosa frase detta ai suoi giocatori prima di vincere la Coppa dei Campioni a Wembley col FC Barcellona: uscite e divertitevi… Johan Cruyff gestaltizza la mia idea di football. Condivido pienamente tutto quanto egli afferma in Mi piace il calcio (ma non quello di oggi), un libretto alla cui lettura coarterei certi allenatori, presidenti e dirigenti italiani (ma non solo) pieni di zuppa irrancidita, nonché centinaia di migliaia di cosiddetti tifosi. ’Fanculo al business teratocapitalistico, il calcio deve tornare a essere un divertimento, i trequartisti devono puntare l’uomo in verticale e le ali volare sulle fasce e crossare in area dal fondo!
Ricordo una piacevole serata passata a Casa Olanda durante le Olimpiadi Invernali del 2006, bevendo un boccale dietro l’altro e rimpinzandomi di patatine fritte insaporite con gustose mostarde locali. Sotto il padiglione principale c’era una pista di pattinaggio su cui, bevuto, presi un bel paio di culate prima di assestarmi in uno stile alquanto mediocre ma sicuro. Gli inservienti erano tutti sorridenti e affabili. Alfine, malgrado la Endemol e l’Ajax della stagione 1991-1992 (chi come me tifa Toro proverà una fitta al cuore), gli olandesi mi stanno simpatici. Forse ai più non importerà una beata fava, ma nel lontano 1968 Starstruck, canzone tratta dall’album che io considero il meisterwerk dei Kinks, The Kinks Are the Village Green Preservation Society, non riuscì a entrare nelle classifiche in alcun paese tranne che l’Olanda: con tutto che è una canzone sublime, purissimo genio melodico britannico. Questa è soltanto una tra le numerose dimostrazioni d’apertura mentale degli abitanti delle Nederlands. Oltretutto furono loro ad aprire la prima fabbrica di birra in America, nel lontano 1632: le prime birre americane erano state commercializzate in modo ufficiale nel sud di Manhattan venti anni prima. New York è sempre avanti. 
La Heineken, commercializzata come pilsener ma in realtà una lager, è la birra più importata in tutto il mondo, la prima a sbarcare negli Stati Uniti dopo il Proibizionismo. È la mia seconda scelta in bottiglia, essendo la Menabrea la prima. Soprattutto in Spagna ne assumo in buone dosi, come fresca e leggera alternativa “serale” a San Miguel e Voll-Damm; benché perlopiù al banco mi tocchi pronunciarla alla castigliana, enequen, poiché in diverse occasioni i camareros mi hanno restituito un inarcamento di sopracciglio.
Tempo fa in una discoteca di Suances, una cittadina della costa cantabrica esteriormente ordinaria ma dalla nightlife estiva sorprendente (soprattutto i mercoledì sera) e con una spiaggia, Los Locos, assai rinomata per il surf, chiesi una Heineken alla maniera sassone. Il barista, faccia da indio, gilet di pelle nera e foulard al collo, mi guardò strano e chiese: “Ma da dove vieni?”
Io sorrisi. “Sono italiano. E tu?”
“Io? Honduras.”
Una mutua sensazione di sradicamento… 2000 anni luce da casa.
Sorrisi di nuovo. “Muy bien. Allora siamo due stranieri in terra straniera.”
Lui si fece una bella risata e mi offrì la birra. Proost!

 

Equivoci sulle pronunce birraie a parte, anche la Cantabria è un bel posto di sbevazzoni. C’è un forte campanilismo con i vicini baschi, ma non entro in merito. I Romani raccontavano di aver incontrato difficoltà a trattare coi Cantabrici. Infine, pochi anni prima della nascita di Cristo, riuscirono a sottometterli, ma dal IV secolo d.C. il territorio, come tutta l’Hispania imperiale, fu invaso a più riprese da varie popolazioni barbariche. Soltanto nel 1978 la Costituzione creò la regione della Cantabria, che fino ad allora era stata considerata un’estensione costiera della Vecchia Castiglia.
Santander, il capoluogo, vanta un’intensa vita notturna. D’estate pullula di compatrioti. Una sera davanti a un locale a El Sardinero, la zona chic della città, inquadrammo tre mozas: avevano l’aria un po’ smarrita. Magari sono di Soria ed è la prima volta che vengono qua in vacanza, commentammo. Si approssimarono al bar con prudenza; noi lì in agguato, maschi caproni, coi nostri tintinnanti cubatas de ron. Tutt’a un tratto la più attraente del terzetto disse: “Allora, ragazze mie, entriamo a prenderci da bere?”, con un marcato accento delle Langhe. Mancò un pelo che esplodessimo loro in faccia.
La Cantabria costiera è ricca di attrattive naturali e mondane, ma faccio prima a consigliarvi l’acquisto della guida Lonely Planet per la Spagna settentrionale. Ciò che non potete proprio perdervi è il leggiadro Parco Nazionale dei Picos de Europa, che si estende su tre regioni Cantabria, Asturie, Vecchia Castiglia. È il luogo ideale per ritemprare il corpo, la mente e… il palato, coi suoi squisiti formaggi e le varietà cantabriche di orujo, un liquore che si ottiene dalla distillazione della sansa dell’uva. Per di più il mare non è lontano. Un bel posticino da usare come base per le escursioni nei Picos è Potes: questa cittadina, piuttosto animata in alta stagione, conserva un certo fascino nel centro storico. I bar e le enoteche non mancano, ma essendo a un passo dalle Asturie vi si mescono fiumi di sidro. Ogni sidrería ha installato accanto all’ingresso un marchingegno a pulsante per spillare il sidro nel bicchiere come si deve, ossia tenendo la bottiglia il più alto possibile, risparmiandovi in tal modo le figuracce che si rimediano tentando di imitare il virtuosismo manuale asturiano nella mescita: di lato generalmente è montata una panca di legno, così potete accomodarvi e sorbire il succo di mele fermentato osservando la gente che passa. Magari beccate.

 

I messicani potrebbero essere considerati bárbaros soltanto in un romanzo di fantascienza ucronica in cui gli ellenici fossero approdati in America Centrale diciassette secoli prima di Colombo. Eppure la moda delle birre lager leggere messicane, letteralmente esplosa in Europa al principio degli anni Novanta, possiede tutte le connotazioni di un’invasione barbarica: fulminea, spiazzante, devastante.
Nel momento in cui un tale Saddam Hussein saliva prepotentemente alla ribalta delle cronache mondiali minacciando e infine invadendo il Kuwait, Torino conosceva un’improvvisa fioritura di luoghi all’aperto dove bere e sbocconcellare qualcosa. Il più trendy (parola maledetta ma efficiente) era l’Ippopotamo, che si stendeva sull’area dell’ex giardino zoologico. Nelle serate più calde ci si stava da favola. Serbo un’infinità di ricordi di quella stagione. Ecco la Top Three:
  1. “L’Ippopotamo sta per chiudendo”. Frase pronunciata da una certa Esther. Eravamo in un altro locale all’aperto, Le Terrazze sul Po, e qualcuno aveva proposto di spostarci all’ex zoo.
  2. Il treno di Corona’s che trincai in una sera senza pagarne neanche una fottuta bottiglia, complice un barista malato di rock’n’roll originario di Imperia che era entrato a far parte della nostra eterogenea combriccola.
  3. Il sottoscritto, ebbro di spirito e di allegria, sventolando una bandiera granata per tutto il giardino: il Toro aveva appena vinto la Coppa Italia 1993 in una finale agonica.
Soltanto all’Ippopotamo la Corona Extra andava via ad autobotti. Esagero, ma mica tanto. Ora il consumo è sensibilmente calato. Fashion, turn to the left, fashion, turn to the right. In ogni caso è una birra leggera, fresca, dissetante: niente più, niente meno. Il rituale della fettina di limone nel catacretico collo della bottiglia fa arricciare il naso ai puristi birraioli, ma per quanto mi riguarda una Corona in particolari occasioni ci sta bene, “fa fine e non impegna”, soprattutto in riva a un oceano sotto la canicola.
Un’altra birra messicana di gran fama è la Dos Equis, originariamente fabbricata dal birraio tedesco Wilhelm Hasse nel 1897. Io mi riferisco sempre a essa come la cerveza del restaurante, poiché mi capita di berne, e tanta, soltanto quando mangio messicano. Nella seconda metà degli anni Novanta m’innamorai di un locale, il Centenario, dall’ottima cucina tex-mex e cocktail preparati con amorevolezza se desiderate incollarmi al vostro bancone fino alla fine del mondo, fatemi un’ottima tequila sunrise. Non tutti i barman ne sono capaci, purtroppo.

In Spagna, fino a una decina d’anni fa, ero assiduo cliente della Cantina Mariachi. Vado pazzo per il mole poblano, le patatas charras e il dulce de caramelo. Al Mariachi di Calle Simon Bolivar, Bilbao, devono avere tuttora le nostre foto segnaletiche attaccate con le puntine dietro la cassa: là dentro ci riducevamo sempre come delle pezze d’alcol. Una volta ero così ben combinato che uscendo battei una capocciata tremenda contro la serranda semiabbassata. Un’altra scolammo un’intera bottiglia di mescal dando spettacolo per il locale come i Muppets: toccandone a me l’ultimo sorso, avrei dovuto ingoiare il gusanito, ma mi rifiutai categoricamente. “Non sai cosa ti perdi”, mi biasimò Luca, il nostro compare piemontese trapiantato in Euskadi, dopodiché lo mandò giù proprio come facevano quei veterani del Vietnam in sedia a rotelle nel film Nato il 4 di luglio.
Una leggenda azteca racconta che una dea si era innamorata di un mortale ma non poteva fare l’amore con lui proprio perché non era come lei, allora ella creò un liquore dalle foglie della pianta più arida e sterile, l’agave, lo fece bere al suo innamorato e lui divenne un dio. Pazienza, sto bene anche solo con la saggezza del salmone irlandese.
Foto segnaletiche, ho scritto. Qualche tempo dopo la serata del mescal ci ripresentammo alla Cantina Mariachi per un’altra strippata, ma appena entrati fummo stoppati dalla gestrice, espressione severa e pugni serrati: “Chicos, io vi faccio entrare a mangiare, però pretendo che non ripetiate il casino della volta scorsa. Questo è un ristorante, non un bar de barrio.”
A sus ordenes, Doña Carmen.

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Capitolo 11/Epilogo

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