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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore


Intorno alla monumentale fonte di Murrieta, sita nella strada recante il medesimo nome, in realtà appellativo nobiliario di un illustre marchese e bottegaio riojano del secolo XIX, aveva proliferato recentemente un buon numero di birrerie decorate a imitazione d’idealizzate taverne irlandesi. In poco tempo si era conformata tutta una zona di stabilimenti omogenei che permetteva di scegliere tra un ampio ventaglio di possibilità itineranti, o lunghi e sedentari giri di bevute, per degustare alcune pinte o mezze pinte di molteplici birre d’importazione. In alcuni posti vi era addirittura uno spillatore di Guinness, in luogo della marca succedanea di turno. Sfortunatamente, in nessuno esisteva una cannella della varietà Draught Guinness, dotata di un corpo particolarmente intenso e una spuma tanto densa da poter disegnarci sopra il tradizionale trifoglio irlandese, lo shamrock, mediante il preciso movimento del bicchiere da 0,568 litri sotto il sottile e opaco getto di birra.

 Javier Alonso, Sueños y cadáveres.

MALCOM OMOLONEY
 

L'Autore e la sua banda a Dublino, agosto 1991.La zona descritta dall’Autore si trova a Logroño, capoluogo della regione spagnola della Rioja, dov’egli è nato e cresciuto ed esercita la professione di “scrittore provinciale” (parole sue). Pronunciando la parola “Rioja” mi scatta subito l’associazione cerebro-palatale con alcuni dei migliori vini rossi prodotti nella piel del toro, molti dei quali ho avuto il privilegio di assaggiare. Tuttavia qui si sta dissertando di birra e affini, e riguardo alla Guinness il buon Javier non potrebbe aver dipinto meglio il quadro… scuro della situazione. Finanche a Torino le “birrerie decorate a imitazione d’idealizzate taverne irlandesi” si sono moltiplicate a dismisura, sull’onda dell’accresciuto interesse turistico per quell’amabile isola celtica: ma non sempre vi trovi la Guinness, e meno ancora la Draught. Se va di lusso ti propinano la Beamish, che non è proprio la stessa cosa, altrimenti qualche intruglio imbevibile fabbricato da cinesi ridotti in schiavitù nei sottoscala di Porta Palazzo.
Di aver scoperto la Guinness e gli incanti della verde Irlanda devo ringraziare i Pogues, specialmente il loro alcolizzato (ex) leader Shane McGowan. Sempre in quella memorabile primavera del 1988, un bel pomeriggio montai su un Intercity e me ne andai da solo a Milano per assistere a un triplice concerto della madonna: Steve Ray Vaughan, Pogues e Los Lobos!
La kermesse ebbe luogo al Palatrussardi. Io mi andai a piazzare in una delle due tribune laterali. Il compianto Steve Ray Vaughan sfoggiò tutta la sua titanica tecnica strumentale – se qualcuno non lo sapesse, quelle fluide parti solistiche di chitarra in China Girl di David Bowie sono opera sua. A prescindere che di quella canzone io preferisco di gran lunga la versione tragica che ne offre Iggy Pop in The Idiot. Comunque sia Steve Ray lasciò il palco tra gli applausi del non foltissimo pubblico e vi salirono i Pogues recando tutto il loro composito strumentario. Per allora io mi ero già scolato due belle medie nere e mi accingevo ad attaccare la terza. “Figa, Pogues deriva da pogue mahone, che in gaelico significa baciami il culo” si sentì in dovere di chiosare una rossa occhialuta e mingherlina seduta alla mia destra. Shane McGowan non era ancora quell’ubriacone lacero e gracchiante che avrei compatito sedici anni dopo al Torino Traffic Festival e il concerto fu molto divertente. Fiesta, l’epitome del loro stile scomposto e festaiolo, scatenò le danze in tutto il palazzetto. Dei Los Lobos ascoltai soltanto due canzoni, poi volai come l’Enterprise a prendere l’ultima corsa della metropolitana per la stazione ferroviaria di Milano Centrale. Ero già appagato così.
Rividi i Pogues altre due volte, sempre a Milano ma al Rolling Stone e a Torino in Piazza D’Armi sotto un tendone. In quest’ultima occasione io i miei amici e vari altri spettatori ebbri ci lanciammo in un “trenino” come neanche in quelle feste di Capodanno con la compilation di Jorge Ben suonata a volume spaccatimpani che fanno la prosperità dei rivenditori d’armi automatiche. Poche settimane dopo c’imbarcammo in quattro a Le Havre per la terra di San Patrizio. 

Thousand are sailing across the Western Ocean. In quel viaggio io diedi il meglio (o il peggio) di me stesso. Cominciammo a bere Guinness e Jack Daniel’s nel bar ristorante del ferry-boat fin dal tardo pomeriggio. Verso le nove di sera salì in pedana un tipico gruppo da pub e noi eravamo già ciucchi come delle biglie. Come se non bastasse stringemmo amicizia con un fulminato d’irlandese segaligno (Liam, mi sembra si chiamasse: un classico) e dopo innumerevoli rondas d’ogni bevanda esistente su questa terra e perfino un brindisi all’I.R.A. e a Bobby Sands finimmo a cantare tutti in coro House of the Rising Sun come dei coyote con la raucedine. Poi ci disperdemmo partendo ognuno per la propria tangente etilica. Io andai fuori a tentare di ripigliarmi con l’aria salmastra e qualche sigaretta, ma il beccheggio del naviglio peggiorò repentinamente la condizione. Allora rientrai andandomi a raggomitolare su una poltroncina in ultima fila nel salone di poppa, fornito di schermo gigante, togliendomi le scarpe. Passati cinque minuti ebbi il primo, violentissimo conato. Mi alzai di scatto e corsi verso i servizi. Ormai a un nanosecondo dallo sbocco, mi cacciai nel bagno delle donne, traumatizzando probabilmente a vita quelle due povere ragazze francesi che andavano passandosi uno zampirone. Ricordo come fosse ora il loro grido simultaneo di terrore allorché, scalzo e con il volto alterato dal disgusto, sfrecciai tra loro come Oscar Pistorius per andare a depositare fra una tazza e le bianche mattonelle circostanti. Poi biascicai delle scuse in idioma gallico che le due fattone controbatterono con insulti irriferibili e tossendo carcinomatosamente riparai nel bagno dei maschi per sciacquarmi la bocca e la faccia.
Ritornato alla poltroncina provai a dormire, ma il mio stomaco era ancora irritato. Di lì a poco il secondo round di chimo, assai meno impetuoso del primo ma non meno corrosivo, andò a concimare un lotto in penombra in fondo al salone. Doppio rintocco e finalmente sprofondai in un sonno senza sogni.
Intorno alle dieci del mattino fui destato da un sonoro Scheiße! (“Merda!”) emesso alle mie spalle, seguito da altre presumibili parolacce in tedesco. Circospetto, infilai lo sguardo arrossato e il naso intasato di muco nello spazio tra i sedili. Un accampamento di punkabbestia stava bestemmiando all’indirizzo nel mio vomito rappreso tra moquette, parete e il lato piedi di un sacco a pelo color verde militare.
Accanto a me Enrico ridacchiò e disse sottovoce: “Cazzarola, Mauri, gli hai palumato addosso mentre dormivano!”
Io, in un moto di cinismo reazionario senza pari, mi strinsi nelle spalle. “Embé? Tanto ci sono abituati.” 

Ancora adesso non so se veramente vomitai addosso ai quei punk estremi teutonici o piuttosto essi per colpa del buio e/o della bomba che avevano addosso non distinsero la mia opera d’arte ready-made stendendovi sopra le loro membra ossute. La prima versione è ormai leggenda consolidata tra i miei amici più cari. E così sia.
Secondo la mitologia irlandese, le genti dell’isola verde guadagnarono per sempre il diritto a consumare e produrre birra sconfiggendo i Fomoriani nella seconda battaglia di Magh Tuireadh. I Fomoriani, Fomorii Fo-Moir o Fomorach in gaelico, erano un popolo violento e deforme la cui sede era Tory Island. Frequentemente figurati con una sola mano, piede od occhio, erano gli dei malvagi del mito irlandese, benché il nome sembra significhi “cavernicoli sottomarini”. Una definizione calzante per come mi sentivo io quando toccammo terra celtica: col viso dal pallore cadaverico, lo sguardo stralunato e la tremarella alle gambe, parevo proprio un discendente dei Fomoriani.
Sembra che nel 1610 nella sola città di Dublino, abitata allora da 4000 famiglie, esistessero quasi 1200 birrerie. Non so dirvi quanti pub fossero censiti nel 1991; certo è che ne visitammo in abbondanza, specialmente nella zona di Temple Bar. Cominciavamo a sbevazzare già a colazione e finivamo giusto un attimo prima della pedante scampanata che annunciava agli avventori la chiusura del pub. Il rituale di versamento della Guinness mi rapiva, e mi rapisce, ogni volta. Il barista mantiene il boccale inclinato a 45°, sotto la spina, che si spinge in avanti in modo che lo spesso liquido scuro vada a innaffiare il retro del boccale. Una volta riempito per tre quarti, il bicchiere è lasciato decantare affinché il liquido più pesante vada a depositarsi sul fondo, lasciando in superficie la schiuma cremosa e più leggera. Passati due minuti circa si completa il riempimento, ma questa volta il rubinetto è spinto all’indietro, di modo che the pint of plain si colmi solo d’inchiostro. E dopo è tutta vita.
Da buoni animali notturni, non potevamo accontentarci di un turbinio di birre e doppi, un juke-box coi vecchi pezzi dei Thin Lizzy e l’immancabile concerto di sean nos (motivi tradizionali irlandesi). Ma quando una sera provammo a entrare in un locale storico di Dublino, McGonagles, la cui programmazione musicale da noi letta nel tardo pomeriggio su un flyer prometteva scintille (sound del 1977 e derivati), fummo rimbalzati come palline da squash per “non avere il look adatto”. Figuratevi: due skinhead, un modernista e uno sbirro infiltrato nella mala irlandese di Hell’s Kitchen (il sottoscritto, che prima di partire si era sparato Stato di grazia in Vhs fino alla nausea. Adoro Sean Penn, Ed Harris e Gary Oldman. Ma anche Robin Wright…). Più adatti di così! Ciò nondimeno i due buttafuori dallo spiccato accento brogue ebbero il cavalleresco dettaglio d’informarci che la soirée sucessiva sarebbe stata più appropriata alle nostre tendenze: baggy e shoegazer… ah ah ah ah. In qualunque modo ci ripresentammo e fu divertente, per me un’autentica epifania musicale. Divenni un fan di quella roba psico-rock-danzereccia edonistica: EMF, Carter USM, Jesus Jones, Soup Dragons, Ride, My Bloody Valentine, The Wonder Stuff, Curve, Stone Roses, Happy Mondays… e Black Grape.

Gli Happy Mondays non furono soltanto esponenti celeberrimi del “Madchester” che scosse la Gran Bretagna negli anni Novanta, ma furono anche rappresentativi delle sue origini sociali. Formati nel 1981 dal delinquente e tossicodipendente Shaun Ryder, gli Happy Mondays rappresentavano l’alienazione dei giovani sottoproletari delle zone industriali (come appunto Manchester) durante il periodo conservatore di Lady Margaret Thatcher. Man mano che le discoteche rimpiazzavano i pub come luogo di perdizione per i giovani, il techno di Detroit soppiantava il vecchio rhythm and blues dei pub, e parallelamente l’ecstasy detronizzava l’alcol. (…) Ryder tornera` a galla alla testa dei Black Grape nel 1995, formazione con due rapper (Ryder e Paul Leveridge), la chitarra bruciante di Paul Wagstaff e un’orchestrina di fiati e tastiere. Il ballabile poliedrico (funk, hip-hop, jungle, house, reggae e heavy metal) di It’s Great When You’re Straight (Radioactive, 1995) sfodera l’impeto scanzonato dei Red Hot Chili Peppers e la coralità epica dei Clash, dallo shuffle indiavolato di Reverend Black Grape alla giostra raga-psichedelica di In The Name Of The Father, dalla filastrocca decadente e spaziale di Kelly’s Heroes al rap con organo soul di Little Bob. Album senza pretese, che continua semplicemente la vena “folle” di Madchester, ma che segna anche un ritorno alla grande per Ryder.
Piero Scaruffi, Storia della musica rock.

Andavo avanti a birra, whisky e tramezzini al salmone. Secondo un mito irlandese, il salmone Fintan mangiò le Nocciole della Conoscenza prima di nuotare fino a una pozza nel fiume Boyne. Là fu pescato dal druido Finegas e dato a Fionn Mac Cumhail da cucinare. Fionn, uno dei più celebrati eroi della mitologia irlandese, si scottò il pollice con la carne del pesce girando lo spiedo, se lo succhiò e in quel modo acquisì la saggezza. Non per niente, dopo tutto quel salmone al mio ritorno a Torino cominciai a scrivere racconti.
Al terzo o quarto giorno di bed & breakfast mi si produsse una fobia per i chambermaids, che alle dieci inesorabili venivano a battere alla porta per rassettare la camera. “No, thanks, I want to sleep”, mugolavo sempre in risposta, rumore bianco nella testa rintanata sotto il cuscino. Una mattina l’amico Steve si spacciò per uno di loro imitandone la tiritera in maniera maccheronica e al mio ormai cronicizzato lamento ribatté in piemontese: “Sun mi, gadan! Bogia, ch’a l’è tard!” (“Sono io, fessacchiotto! Muoviti, che è tardi!”) Che simpatico. Se invece di un aspirante scrittore di finzione speculativa fossi stato un chitarrista dissoluto come Larry Wallis dei Pink Fairies, avrei colto le possibilità fottitorie della situazione piuttosto che lagnarmi – nel 1973 quest’ingiustamente trascurato gruppo proto-punk londinese scrisse un brano travolgente proprio sulle cameriere d’albergo, Chambermaid per l’appunto: “Non m’importa se sembra un cane / purché faccia un ottimo lavoro/job/blowjob/bocchino.” Della serie, siamo in tour ragazzi, basta che respirino! Ma del senno di poi sono stracolmi gli otri. Oltre a questo le cameriere irlandesi sono in prevalenza delle cinghialotte rubiconde. Perlomeno lo erano tutte coloro che venivano a scassarmi i marroni glassati. D’altronde non tutti i giorni ci è concesso di giacere con Nicole Kidman. E ogni scopata lasciata è persa.
Decidemmo la tappa susseguente a Dublino puntando un dito a caso sulla costa occidentale dell’Irlanda: Limerick. La National 7 ci condusse laggiù attraverso meravigliosi panorami di smeraldo. Limerick è una tranquilla cittadina situata alla foce del fiume Shannon. Forse troppo tranquilla per i nostri gusti vitaioli, ma n’approfittammo per smaltire le rimanenti tossine sabaude in circolo. Fu certamente una delle vacanze più rigeneranti che io abbia mai fatto. Un giorno ce ne andammo in gita al King John’s Castle, intitolato a John Lackland (Giovanni Senzaterra), re d’Inghilterra dal 1199 al 1216, noto soprattutto per aver concesso la Magna Charta – il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti ai cittadini – e per i terribili sbalzi d’umore. Ehm, in verità nel castello neanche vi entrammo: ci fermammo in un pub nei pressi a macinare qualcosa e sbevazzare. Notai che di fronte allo stesso era parcheggiato un autobus turistico. Ci sedemmo a un tavolo e ordinammo le usuali quattro pinte. Accanto, un tizio sulla cinquantina abbondante, secco come un lupo, coi capelli neri ancora folti e lunghi fino alle spalle e i basettoni, stava spiegando a una signora:
“Sì, sono io il conducente di quel pullman là fuori. Mi chiamo Malcom. Malcom O’Moloney.” Ne aveva addosso una da cinegiornale. “Sissignore, O’Moloney. Tipico cognome di Limerick. O’Moloney.”
Conducente d’autobus turistici. Davvero? Per la miseria, era più sbronzo di un soldato mongolo dell’Orda d’Oro nel corso di una gozzoviglia per l’ennesima conquista!
Noi ce la ridevamo sotto i baffi sorseggiando le nostre Guinness, ma nel momento in cui la signora riuscì a sganciarsene gli occhi azzurro slavato di Mr. O’Moloney cercarono e trovarono un altro soggetto cui attaccare bottone: me.
Io all’epoca ero piuttosto sospettoso e suscettibile. Il tempo e le traversie mi hanno blandito alquanto. Fosse ora, stringerei la mano a Malcom, gli offrirei un Tullamore Dew – poiché tale era il suo scopo, farsi offrire da bere, forse aveva finito i soldi –, starei a sentire pazientemente per un po’ i suoi vaniloqui onomastici e come dicono gli spagnoli, aquí paz y después gloria. Per contro allora quand’egli mi mise sorridendo una mano sulla spalla io gli restituii un’occhiataccia che lo respinse quasi all’istante nel suo cantuccio. Eppure non nutro alcun senso di colpa postumo per il mio comportamento scostante, dacché con ogni probabilità salvai la pelle ai passeggeri di quel torpedone. E allo stesso Malcom O’Moloney.

La nostra breve vacanza si spense nobilmente a Wexford, un’altra ridente piccola città incastonata nella costa sud-ovest dell’isola pochi chilometri a nord di Rosslare, l’approdo-imbarco per il continente europeo. Wexford, che in norvegese significa “la baia delle basse maree”, fu fondata dai Vikinghi al principio del IX secolo d.C. Per aver rifiutato la capitolazione, Oliver Cromwell nel 1649 fece mettere a sacco la città e passare l’intera popolazione per le armi, inclusi i Frati Francescani. Nel 1963 JFK vi venne in visita e fu fatto Freeman, Uomo Libero, la più alta onorificenza che la città poteva conferire. Pochi mesi dopo veniva assassinato a Dallas.
A Wexford assistemmo a un concerto della band irlandese del momento, i Saw Doctors. Il loro album d’esordio, di cui ancora posseggo il nastro, s’intitola If this is Rock and Roll, I want my old job back. Se questo è rock’n’roll, rivoglio indietro il mio vecchio lavoro. Semplicemente il più bel titolo d’album della storia del rock. Più mainstream dei Pogues ma non meno frizzanti, i Doctors ci piacquero parecchio. Durante uno dei brani più folk una carampana scalza e florida mi coinvolse in una danza sfrenata per mezza sala. Io mi prestai di buon grado. Steve, Ricu e Daffy ridevano come matti, ma di lì a pochi minuti toccò a me smascellarmi. Una ragazza piuttosto carina si affiancò a Steve e gli chiese: “Do you enjoy the band?
Stefano, amico mio non me ne volere ma non sei mai stato un’aquila reale in inglese, rispose: “No, thank. I don’t smoke.” Aveva inteso che la tizia gli avesse proposto di farsi un joint (una canna) insieme. E i Saw Doctors, vecchi marpioni loro, suonarono That’s what she said last night

Giovedì 25 settembre 2008, h 09.29 a.m., CET. Potenza di Internet. Nel cognome Molony o Moloney, O Maoldhomhnaigh in gaelico irlandese, oggi raramente è riscontrabile il prefisso originale “O”, nonostante sia totalmente gaelico e per questo virtualmente irrintracciabile in Inghilterra. Moloney è un interessante esempio delle stravaganze della nomenclatura irlandese. Alcune famiglie del North Tipperary chiamate Molony non sono O Maoldhomhnaigh, ma O Maolfhachtna, il quale, comunque, è altresì in rari casi anglicizzato in Maloughney e MacLoughney. (“Mi chiamo Malcom O’Moloney.” Il George Best di Limerick compitava il proprio cognome con spiritica devozione. “O’Mo-lo-ney.”)
Il buon Malcom può vantare alcuni illustri predecessori nel suo albero genealogico. John O’Moloney (1617-1702) fu straordinario sia per i suoi conseguimenti intellettuali come professore universitario a Parigi sia per la sua forte resistenza alla persecuzione dei cattolici in Irlanda. Il colonnello Sir James Stacpoole Moloney fu uno degli intrepidi soldati che presero parte al disperato attacco a Montreal nel 1786, in cui novantatré dei cento partecipanti furono uccisi. Martin Molony (1847-1929) fu un milionario che si fece da sé negli Stati Uniti.

Quanto a Malcom O’Moloney, credo che passerà alla storia come il più alcolizzato conducente d’autobus granturismo mai vissuto in Irlanda. 

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Capitolo 11/Epilogo

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