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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore

 
MARS STOUT BEER
 
Cos'è, non ti bastano?

Poche storie, la birra fa bene: e come potrebbe essere altrimenti, essendo essa derivata da infusione e decozione d’orzo, grano e cereali. Una recente ricerca effettuata dal CNR su marche italiane ha dimostrato che la birra contiene microcomponenti con azione antiossidante, ovverosia i nostri ardimentosi soldatini anti-arteriosclerosi e infarto.
La scoperta delle virtù terapeutiche della nostra amatissima bevanda non è roba d’oggi. Nel XVII secolo il predicatore tedesco Colerus nel suo libro Oeconomia ruralis et domestica riconosceva alla birra di Zerbst notevoli virtù curative, quale per esempio la capacità di espellere i calcoli renali. Nel 1743 una dissertazione a cura di tal Paolo G. Homeyer s’interessava della qualità della birra da somministrare agli ammalati, spiegando come certe birre siano più adatte di altre. Alla fine, noi siamo ciò che beviamo. Di conseguenza meglio si beve meglio è.
Disgraziatamente ci troviamo a vivere in una brutta epoca. Una delle sue maledizioni è il pompaggio mediatico. La nuova tendenza dei mass media italiani è deplorare indiscriminatamente il consumo d’alcol. Da forte ma coscienzioso bevitore dai passati eccessi, mi rendo perfettamente conto delle problematiche legate all’abuso di bevande alcoliche; ma non si può fare di tutta l’erba un fascio, zoomando su boccali di birra e cocktail con commento moraleggiante in off manco tutti i birraioli fossero potenziali investitori di bambini e pensionati sulle strisce pedonali. Magari qualche servizio dopo lo stesso tiggì ti esalta squadriglie di smandrappate mezze nude e strafatte di cocaina che ballano sui tavoli al Billionaire, ma quella è “bella vita”, e allora… allora, vaffanculo.
Noi bevitori consapevoli scontiamo le grullerie delle marmaglie ineducate al buon bere e in generale al buon vivere non solamente con tonnellate d’ipocrisia catodica, ma anche con la proliferazione neoplasica di zone a traffico limitato, telecamere, autovelox, blitz anti-movida, e trombonate come le tabelle per il calcolo del tasso alcolico in base al peso, al sesso, al cibo e all’alcol ingeriti, nate già approssimative e invise a buona parte dei gestori. In questa maniera le Amministrazioni cittadine si puliscono la coscienza e nel contempo fanno cassa. Ma il proibizionismo non ha mai pagato, specialmente coi giovani, perché quando si è giovani si fa tutto ciò che i grandi ti dicono di non fare. I ragazzi tazzeranno di meno, forse, ma prenderanno più droghe, pressoché certo: i pusher sono tutti lì a fregarsi le mani sporche di mannitolo. Urge educazione preventiva, non repressione. Ma per i nostri prezzolati e pluririfatti gerontocrati l’empatia è un malanno ai legamenti.

 

Bere birra tutti i giorni fa bene. Ma è anche opportuno conoscere il parere anche di chi la pensa in modo difforme, più di tutto se è autorevole. Scrive il prof. Giuseppe Remuzzi:
 
Che succede al cervello di uno che beve? Tante cose diverse, secondo quanto si beve e quanto celermente. L’alcol agisce a livello della trasmissione dell’impulso nervoso tra un neurone e l’altro (i medici definiscono “sinapsi” le giunzioni di collegamento attraverso cui passano i segnali elettrici) e delle sostanze che regolano la trasmissione di questi impulsi come la dopamina, le catecolamine, la serotonina. E’ la liberazione di dopamina nel sistema limbico – la parte del cervello coinvolta nel comportamento e nelle emozioni – che dà euforia e loquacità. L’alcol rende più facili i rapporti con le altre persone, si è meno inibiti, si arriva a provare un senso di onnipotenza, ma se le concentrazioni di alcol nel cervello aumentano c’è un effetto sedativo. Inoltre succede che la pressione del sangue scenda, si perde la capacità di controllare la temperatura del corpo, c’è difficoltà di respiro e si arriva al coma.
Misurando i livelli di alcol nel sangue di chi ha quei sintomi si può constatare come essi superino i 300 milligrammi in 100 millilitri di sangue: per livelli di alcol ancora più alti, più di 400 milligrammi per 100 millilitri di sangue, si può morire. Basta poco alcol, se uno ne assume tutti i giorni, perché nel fegato si accumulino grassi (“steatosi”, verificabile con l’ecografia). Una volta gli si dava poca importanza. Ora si è visto che l’accumulo di grasso nel fegato predispone ad altre malattie, primariamente una forma di infiammazione somigliante all’epatite che poi talvolta evolve in cirrosi e cancro. Non si sa bene perché in alcune persone si passi rapidamente dal fegato grasso alle malattie più gravi, anche per modiche quantità di alcol, e perché in altre questa evoluzione sia più lenta o non si verifichi affatto. L’obesità è un fattore di rischio che potenzia di molto gli effetti dell’alcol.
Perché è proprio il fegato a risentire maggiormente dei nostri eccessi? Birra, vino e liquori contengono etanolo, e l’etanolo si trasforma nel nostro organismo grazie a enzimi che risiedono e agiscono soprattutto nel fegato: alcol deidrogenasi e citocromo P450. Durante il processo di trasformazione dell’etanolo si verificano nel fegato una serie di reazioni chimiche che portano alla sintesi di grassi. Il modo migliore per difendersi dall’accumulo di grassi sarebbe quello di ossidarli e il fegato certamente ne è in grado, ma l’etanolo riduce il processo di ossidazione degli acidi grassi e così priva l’organo del sistema più efficace per difendersi dalla steatosi. Più di 40-80 grammi di alcol al giorno per gli uomini e 20-40 per le donne nel giro di 10-12 anni portano sicuramente a una malattia del fegato. Nondimeno qualcuno arriverà alla cirrosi pur bevendo molto meno e altri non vi arriveranno affatto benché bevano di 50 grammi al giorno. Questa soggettività dipende da fattori genetici nella fattispecie, dai geni che governano la sintesi degli enzimi preposti a metabolizzare etanolo e acetaldeide –, flogistici e immunitari.
In generale sono gli uomini a patire le conseguenze dell’abuso d’alcolici, perché bevono di più. Ma alle donne l’alcol fa ancora più male. A uguaglianza di quantità d’alcol ingerita, si riscontra più etanolo nel sangue delle donne che in quello degli uomini. Come mai? In primo luogo, la stessa quantità d’alcol si distribuisce in un volume più piccolo, dato che la donna possiede meno acqua corporea che l’uomo; in secondo, lo stomaco della donna non è così attivo come quello dell’uomo nel trasformare l’etanolo; infine, gli ormoni femminili rendono il fegato più vulnerabile agli effetti dell’alcol. Non basta: chi beve parecchio – donne e uomini – di solito si nutre male, e assume meno sostanze antiossidanti (glutatione, Vitamina A e C, per esempio). In questo modo, progressivamente, il nostro organismo perde quel naturale patrimonio che lo difende dai tumori e dall’invecchiamento. Per questo chi beve invecchia precocemente.
In conclusione, il bere danneggia il fegato, sempre. Si va da una condizione relativamente benigna, l’accumulo di grassi, a patologie potenzialmente mortali come la cirrosi e il cancro. Ma l’abuso di sostanze alcoliche è pernicioso per l’organismo in svariati altri modi; vi sono ancora molte questioni insolute. Nel momento in cui ne sapremo di più forse comprenderemo altresì perché certuni col bere rischiano di più e altri invece possono permettersi un po’ più di vino e un superalcolico di quando in quando senza che ciò arrechi loro troppo danno.

 

O.K. Allora tocchiamoci gli zebedei ogni santa volta che sorseggiamo una birra, simbolicamente per le amiche donne. Io, per me, sto benissimo, a parte il forzato cambiamento d’itinerario per il ritorno a casa dalle serate di fiesta impostomi dai posti di blocco antisbronza. La scorsa primavera ho rischiato grosso. Di rientro da un compleanno con una Budweiser e un paio di vodka sour in circolo – cosa diavolo pretendono che si beva in codeste occasioni, cedrata Tassoni? – ma totalmente lucido, ho imboccato il percorso minato con leggerezza d’animo. «Tanto stasera gli avvoltoi non ci sono.»
Invece c’erano, accidenti a loro. Piantati nel bel mezzo del solito crocevia prospiciente la facoltà di Architettura. Stavano già facendo il controllo a un tale, ma io ero il prossimo. Un carabiniere era già lì pronto ad alzare la paletta; tra me e lui c’era l’auto del malcapitato e un semaforo rosso. “Col cazzo che mi prendi” ho ringhiato a denti serrati sul ritmo funky-wave degli LCD Soundsystem. La mia sola via di fuga era il controviale a destra del corso trasversale e non appena è scattato il verde vi ho svoltato con noncuranza sfangando alla grande il check point. Fiuu!
In conseguenza di quest’episodio, qualche luna dopo in locale del centro ho voluto farmi il test. Le istruzioni stampate sull’arnese spacciato per etilometro erano piuttosto risibili, poiché ti si consigliava di soffiare nella cannuccia passati dieci minuti dal tuo ultimo drink o paglia. Ve li figurate i tutori della legge a un controllo? “Scusi, signore, quand’è che ha bevuto il suo ultimo beverone bruciastomaco? Soltanto quattro minuti fa? Ah be’, allora aspettiamo!”
See, che l’uovo si frigga in padella col burro. A ogni buon conto, avendo assunto pressoché la stessa quantità e qualità d’alcolici del compleanno, ho soffiato in quella scatoletta gialla di latta per la modica cifra di un euro – il controllo del tasso alcolico è diventato un business, ça va sans dire. Il responso è stato scioccante: 2.35!!! Vale a dire, ubriaco duro, da lasciare la macchina dov’è e tornare a casa in taxi. E io, con tutta l’obiettività del multiverso, non mi sentivo per nulla tale. Porcaccia la miseria. Così si rischia la patente ogni volta che esci fuori a cena o semplicemente per un aperitivo.

 

Giovedì 9 ottobre 2008, h 02.19 p.m., CET. È una splendida giornata di sole. Alla mia sinistra, oltre la vetrata e la siepe già rossiccia d’autunno che cinge la biblioteca, si stende il mio succedaneo di frontón: un’andana pietrosa che termina in un muro sbrecciato alto poco più di due metri e ricoperto di graffiti.  
Quattordici anni fa, in un grossolano tentativo per sembrare integrato nella realtà basca, entrai fischiettando in un fornito negozio d’articoli sportivi di Santutxu e ne uscii con un set di palas da consumato professionista della pelota, quando piuttosto avrei potuto contentarmi di una normale versione da spiaggia. Passate diverse estati a grondare tossine su qualche battigia atlantica col patema costante di accecare o decapitare qualcuno, mi stufai e confinai le palas in un armadio sotto una catasta d’attaccapanni.
Torniamo un attimo all’articolo del professor Remuzzi. «L’alcol rende più facili i rapporti con le altre persone, si è meno inibiti.» Verissimo. Ma in quantità non eccessive facilita anche il funzionamento del circuito neurale delle idee. A inizio 2007, stufo del jogging e della cyclette, mi scervellavo per trovarvi un’alternativa valida. Una sera uscii per bere un paio di birre scure, ne bevvi quattro, e il mattino dopo appena sveglio mi si accese la Osram: “Recupera le palas dai bassifondi del guardaroba e vai a cercarti un muro abbastanza alto.”
Inaugurai il frontón in una giornata piacevolmente tiepida e lucente come questa. Al quarto d’ora di timorosi diritti e rovesci fui avvicinato da una signora piuttosto anziana; vestita come Anna Magnani nella scena madre di Roma città aperta, incedeva con le spalle curve, stringendo al petto una rivista di moda. Non sembrava molto in sé, ma le apparenze ingannano. Si fermò e mi chiese: “Sta giocando a pelota, neh?”
“Sì, signora” le risposi, seguitando a colpire la pallina da tennis. “È una variante particolare.” Pallamuro alla piemontese.
“Mi pareva. Ma perché gioca qui da solo? Dov’è la sua vicina di camera?
Mi venne da sorridere, ma anche da esalare un sospiro di tristezza. “Non ne ho…” Stoppando la palla sulla punta della racchetta.
“Che peccato. Comunque sia, è una bella giornata oggi per fare queste cose al parco: nessuno che ti disturba.” Detto ciò, si allontanò borbottando qualcosa tra sé.
Tac, bunch, put, tac, bunch, put, tac… swishhhh. Mi era scappata la mano. La piccola sfera gialla spelacchiata sorvolò beffarda la muraglia andando ad atterrare nella strada adiacente. Provai a scavalcare. Quand’ero piccolo zompavo su quei muri come un grillo bionico. Già, venti chili fa. Trenta.
Issarmi quasi mi costò una clavicola. Fortuna volle che di lì passasse una gentil madama con cagnuflo riottoso al seguito. Tendendo il braccio per ridarmi la pallina costei volle avvertirmi: “Stia attento lassù, che c’è da farsi male.”
“Lo so, signora. Forse non ho più l’età per fare certe cose.”
Vecchio rottame o no, da allora i miei colpi sono molto migliorati ed è molto raro ormai che io spedisca la pallina oltre il muro. Ho scritto perfino un blog su questo mio particolare svago e tutto ciò che comporta nel bene e nel male: Pelota basca e teratologia. Coloro che fossero interessati a leggerlo e farsi quattro sane ghignate lo troveranno sul mio sito personale, www.maurizioferrarotti.com. Un po’ di sana autopromozione.
 
Ho cominciato ad apprezzare davvero i piaceri della tavola alla soglia dei trent’anni. Prima passavo la lingua sui piatti o mi rimpinzavo di salame crudo e parmigiano reggiano appena tornato dalle scorribande serotine. Il risultato di siffatto mutamento nelle mie abitudini alimentari è che in sedici anni ho messo su venti chili. Più che ingrassato, mi sono riempito. Gli amici, è ovvio, mi scherzano per questo: “Diamine, Ma’, una volta eri anoressico e ora sembri un cinghiale di Giaveno!” Che esagerati. Però m’altererei molto di più se mi dicessero: “Ehi, Ma’, una volta eri il nipote sabaudo di Iggy Pop e ora sembri il fratello gemello di Vasco Rossi.” O peggio ancora, Antonio Albanese a.k.a. Alex Drastico, un altro cui vengo frequentemente raffrontato anche se, per dirla come Johnny Stecchino, nun me somiglia pe’ nniente. Puntualmente il giorno dopo che qualcuno – in genere è una lei, porcaccia l’oca, ma cos’hanno le donne al posto delle cornee? – mi ha rovinato il drink con ’ste similitudini del kaiser Franz, scendo giù al parco e meno mazzate basche al muro come un forsennato per un’ora. Jakina!
Tra il 1993 e il 1995 ci nominammo Avanguardia Gastrica. In autunno e inverno ogni sabato o domenica salpavamo per vere e proprie spedizioni enogastronomiche nelle Langhe o nel Monferrato. Il nostro santuario era il ristorante Vigin Mudest di Alba, dove ci stroncavamo d’antipasti alla piemontese, agnolotti e/o tajarin con grattatina di tartufo bianco, sorbetto, costolette di agnello o brasato e dolci prelibati (il bunet è paradisiaco…), il tutto generosamente annaffiato di Barbera. Ora ci siamo acquietati, ma di quando in quando, direi una volta ogni due mesi, la mangiata festiva ci scappa ancora. E le mandibole tornano a macinare come il Pac-Man.
Per quanto concerne Torino e i suoi luoghi di ristoro, prendo a prestito da un giornale questa dichiarazione: “Restano le eccellenze, stentano i locali medi.” Sono tempi duri per la ristorazione di qualità, sia per la crisi, sia perché i tempi e i costumi sono cambiati. È in voga “l’apericena” e io invero non lo osteggio purché l’offerta sia variegata e genuina: in tal senso il Fluido, situato al Parco del Valentino in riva al Po, è il miglior locale di Torino. Prosciutto crudo, insalata di riso e Budweiser come se piovesse è il mio aperitivo lungo del sabato sera col vista sul ponte della Gran Madre. Se poi mi resta fame vado al Retrò, il ristorante di Steve. Markette.
Tornando a bomba, cioè alla sacra birra, il Birrificio Torino la produce artigianalmente in moderate quantità nel laboratorio annesso al ristorante-birreria dallo stesso nome. Non è uno dei locali che batto di frequente ma mi garba andarci. Là potete gustare alcune ricette sfiziose, come il maiale cucinato con la Birra Torino, chiara doppio malto a bassa fermentazione, le frittelle di baccalà alla Clara (così il Birrificio Torino denomina la sua birra chiara) e le coscette di pollo marinate in un intingolo di bacche di ginepro, foglie d’alloro spezzettate, sale, pepe e birra Rufus, specialità artigianale di birra rossa a doppio malto. Un altro birrificio d’ottima fama è il Brew Pub BEFed di Settimo Torinese, dove si tracanna birra d’acqua e malto d’orzo e si mangia il galletto al forno. Gnam gnam.

 

Chiunque almeno una volta nella propria vita ha idoleggiato un divo/a del piccolo o grande schermo. O si è fortemente immedesimato in un ruolo da lui/lei interpretato. In quest’ultimo rispetto, potrei citarvi minimo trenta personaggi che mi hanno preso nel cervello: Charlie Crews, protagonista del serial Life, è l’ultimo arrivato.
Anch’io come Charlie, un detective che si è fatto dodici anni in galera per un crimine che non ha commesso, ho dovuto combattere a lungo per non perdere il senno; soltanto che la mia prigione era mentale, non fisica. Gli scarabocchi sulle pareti della mia cella rivelavano mancanza d’autostima, difficoltà di comunicazione col prossimo, sensi di colpa generati dalla morte di mia sorella Danii per quel male bastardo figlio di puttana sifilitica il cui nome i media sono ancora riluttanti a pronunciare: cancro, cancro, cancro, CANCROOO!
Charlie Crews, al secolo Damian Lewis, si è aggrappato a un libercolo zen trovato in cella per sopravvivere; tornato in libertà n’applica i precetti alla sua nuova vita, sia pure sui generis. Io, Maurizio Ferrarotti, bevo birra gustandone ogni singolo sorso, gioco a pelota, compro e scarico musica a tonnellate, corteggio femmine giovani e mature: poi, c’è Stop allo stress.
Ho rinvenuto questo libretto nel bidone cartesiano per la raccolta di carta e cartone del mio palazzo; in origine era allegato a un numero della rivista Viversani & belli. Quest’ultima è uno di quei mensili salutisti nei quali per recuperare la linea dopo i bagordi natalizi ti si consiglia una dieta a base di melone e acqua minerale naturale per dieci giorni e prima di partire per le vacanze estive frullati di guaranà e scolopendra indiana, la quale per di più si dice possieda virtù anti-ictus.
In ogni modo, Stop allo stress si è rivelato tutt’altro che una boiata. Scritto con la consulenza di una nota neuropsichiatra bergamasca, è prodigo di suggerimenti su come affrontare gli stressor (così vengono genericamente chiamate tutte le situazioni di stress). Io, per me, prediligo l’auto-shiatsu.
Lo shiatsu (parola composta di shi = dito e atsu = pressione), è una tecnica giapponese risalente al VI secolo, quando i monaci buddisti importarono nel paese del Sol Levante i principi della medicina tradizionale cinese che ne costituiscono il fondamento teorico. Consiste nell’esercitare con le dita una moderata pressione in alcuni punti strategici del corpo, risvegliandone la forza di autoguarigione. Nonostante ora nel nostro paese sia molto in voga (recentemente ho visto affissa alla pensilina di una fermata d’autobus una locandina reclamizzante un “salone rumeno di massaggi shiatsu e Tai Chi”!), nessuna istituzione universitaria si è ancora impegnata a studiarne gli effettivi benefici. Italica normalità.

 

Lunedì 13 ottobre 2008, h 11.02 p.m., CET. Metto il pigiama e mi siedo sulla sponda del letto. Fra un attimo proverò a potenziare i benefici dello shiatsu con la visualizzazione: immaginerò di scrivere una recensione di Radio Ethiopia, uno dei miei dischi preferiti.
Appoggiare gli indici di entrambe le mani sulla sommità del capo, esattamente al centro della testa.
Nel cruciale 1976 Patti Smith cambia produttore discografico, preferendo al colto e raffinato John Cale il più spregiudicato Jack Douglas, l’abile artigiano del suono Aerosmith. Il prodotto di questa collaborazione sarà Radio Ethiopia, uscito alla fine di quell’anno.
Le punte dei due indici devono toccarsi.
I critici più intransigenti scriveranno che “il Patti Smith Group ha venduto la propria anima sediziosa al rock duro da classifica”, ma in verità Radio Ethiopia rappresenta esattamente il lavoro di gruppo successivo alle prime fasi di Horses. Il Patti Smith Group come entità musicale nasce solo ora con questo disco.
Sovrapporre il dito medio al rispettivo dito indice, poi premere con una certa forza, mantenendo la pressione per due-tre secondi.
Ain’t it Strange e Poppies sono i brani in cui musica e testo raggiungono una completa unità nel suono. Ask The Angels, Pumping (My Heart) e Pissing in a River riciclano i riff taglienti e metallici dei Blue Öyster Cult per i new wavers. Distant Fingers, per me il pezzo più bello del disco, evoca una meravigliosa sensazione di spazio cosmico grazie all’abilità di Douglas in materia di arrangiamenti – le chitarre suonano come comete dalle code cangianti.
Allentare la pressione (dita distanti!) per altri tre secondi, poi premere nuovamente per due-tre secondi.
Radio Ethiopia/Abyssinia, il “brano” che suggella il disco, è una tregenda allucinata che ha come precedente più indicativo nel rock un disco doppio malfamato di Lou Reed, Metal Machine Music. Dieci minuti di musica violentemente distorta e dissonante, dedicata alla mente sconvolta di chi ascolta: “Nel cuore del tuo cervello c’è una leva, nel cuore del tuo cervello c’è un interruttore.”
Ripetere quattro volte e spalmarsi sul lettuccio come burro d’arachidi. Ci vediamo venerdì prossimo, Charlie.

 

La sonda Phoenix ha scoperto che dalle nubi di Marte cade neve. Uno strumento laser progettato per raccogliere indizi su come l’atmosfera e la superficie marziana interagiscono ha “visto” cadere la fiòca dalle nuvole a circa due chilometri e mezzo d’altezza sopra il luogo d’atterraggio della nave spaziale. I dati mostrano che la neve vaporizza prima di raggiungere il suolo, ma gli scienziati stanno cercando di capire se in talune condizioni essa possa raggiungere il terreno. Ve li immaginate gli astronauti della NASA nelle loro immacolate tute spaziali plasmare un pupazzo di neve, ficcandoci a mo’ di naso una carota modificata geneticamente, sotto quel cielo brunastro?
Ho un’altra fantasia futurista. Grazie alla birra che ho bevuto durante tutta la vita e un trattamento anti-apoptosi che ho potuto permettermi con le royalties intascate per il successo eccezionale nonché durevole ottenuto da questo libro (saranno fallaci sogni, ma lasciatemeli), ho visto l’alba del ventiduesimo secolo e, quantunque vizzo e incanutito, m’incammino verso mezzogiorno. Percival I, la prima riuscita spedizione umana sul Pianeta Rosso, ha scoperto in una oscura caverna di Cydonia un lievito che è stato subito battezzato Saccharomyces martianensis. Per somma grazia astrale, una volta portata sulla Terra la sostanza non si è scatenata a solidificare il sangue nelle vene agli americani né a copulare con ogni essere vivente su questo pianeta – eccetto gli scarafaggi – come la “cosa disgustosa” protagonista del racconto di Harlan Ellison Com’è la vita notturna su Sissalda? Se n’è stata lì tranquilla, grigiastra e silente, a farsi esaminare in qualsiasi modo concepito dalla scienza del 2100, risultando quasi del tutto simile a un lievito terrestre. Come prima epocale prova dell’esistenza di vita al di là del nostro pianeta, era alquanto deludente.
Poi quel genialoide di scienziato irlandese, Liam O’Moloney, ha avuto la pazzesca pensata di affogare qualche cellula di quella roba in un tino pieno di mosto: diamine, poteva scaturirne qualsiasi cosa, una melma onnivora, una lacerazione nel continuum spaziotemporale, una rockstar impegnata in nobili cause ma allergica alle tasse. Sono pazzi questi figli di San Patrizio.
Invece…
Ne è scaturito ciò che sto gustando ora, seduto sulla mia sedia a dondolo davanti all’olovisione: Mars Stout, la birra scura del Pianeta Rosso. Nera come lo spazio profondo, è sormontata dall’inconfondibile nebulosa di spuma marrone-rossastro, densa e brillante. Al naso offre aroma intenso di permafrost Utopia, che lascia spazio anche a sentori troiani. In bocca ha un impatto intensamente amaro ma cremoso, con gusto di caffè idroponico e cioccolato amaro europano arricchito da note d’idrogeno metallico. Finale secco, mercuriano, con retrogusto piacevolmente ultravioletto. Da provare a costo della vita è l’abbinamento con le ostriche crude allevate nel vivaio lunare di Oceanus Procellarum.
Lassù nello spazio, nel punto d’equilibrio fra la gravità terrestre e quella lunare, un team congiunto di cervelloni statunitensi, europei e indiani sta completando i test su Xanadu, l’astronave a motore positronico che, salvo imprevisti, dovrebbe partire per Titano entro la fine del 2139.
Bevo un altro sorso di birra aliena. Mars Stout e jamón pata negra per colazione non sono male per uno che ha appena compiuto la veneranda età di centosettantaquattro anni. Sarò anche un matusa, come si usava dire nella seconda metà del ventesimo secolo, ma me la cavo ancora bene; al 2141, anno previsto per l’arrivo di Xanadu nell’orbita di Titano, ci arrivo di sicuro. E anche oltre. Sempre che lassù qualcuno non decida altrimenti.
L’uomo su Titano. Una gozada. Che cosa porterà indietro quella missione dai mari idrocarburici del satellite arancione di Saturno? Io sono già qui che mi lecco i baffi…

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