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L’ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse)
La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore
SCOPRENDO LESTER BANGS: UN TRIP ROCKALCOLICO.
- Ordunque… L’intenzione originale che mi aveva sospinto dentro quella sorta di sesquipedale scatola da calzature post-modernista chiamata Nuova Biblioteca Pubblica Ermenegildo Bernaulo era abbozzare una fantasia letteraria schiettamente rock’n’roll sul meraviglioso duo chitarristico degli Yardbirds Jimmy Page-Jeff Beck, qualcosa sul genere: “Che cosa sarebbe successo se i tre membri originali della band, cioè Keith Relf Chris Dreja e Jim McCarthy, non avessero licenziato il loro innovativo nonché psicotico chitarrista solista coi capelli tagliati a budino nell’ottobre del 1966 a Los Angeles, dandogli un’ultima chance di redenzione?”
- Be’, molto probabilmente il genio del raga-fuzztone avrebbe dato di testa un’altra volta ancora nel tempo di poche settimane, sicché i suoi esasperati colleghi l’avrebbero definitivamente mandato a fare là dove non batte il sole, ma nel mio cervello drogato di birra e vino rosso spagnolo e ginseng con molecole residue di MDMA (peccati di gioventù!) ancora rombanti fra un neurone a specchio e l’altro come bestie metalliche a due ruote montate da canuti e raggrinziti Hell’s Angels californiani si andava plasmando una linea temporale alternativa nella quale Jimmy e Jeff incidevano insieme una formidabile sequenza di platter straripanti gemiti chitarristici simili a sirene della polizia che avrebbero inondato ogni mio antro vitale, partendo dalla pubertà per arrivare alla cosiddetta età matura che così tanto disilluse Benjamin Disraeli-Gears, di stravaganti dissonanze e dinamiche sonorità.
- In quel differente piano di vibrazione molecolare, come si usava dire per iscritto molti decenni fa nel continuum di Gernsback, i Led Zeppelin non nascevano, o sarebbero nati più avanti, magari con Steve Marriott al microfono in luogo di Robert Riccioli D’Oro Plant. Immaginatevi Whole Lotta Love cantata con sguaiato accento cockney! Sì, le Harley Davidson biochimiche dei dissoluti Angeli Neurali dell’Inferno correvano ancora a tutto gas…
- …e le immani nubi grigio-verdastre vorticanti nel cielo pomeridiano di Nuova Augusta Taurinorum sembravano preludere alla devastante venuta dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Io flettei la schiena resa scattante da costanti e solitarie sessioni di pallamuro ed estrassi dalla sezione Cinema lo spesso blocco di memoria THE HAMMER OF GOD/Stephen Davis: ScaffHal non protestò. Poi andai a sedermi a un banco stranamente vuoto – questo posto è sempre pieno da far paura – nelle immediate vicinanze di due giovani studentesse dai capelli biondi platinati, entrambe in jeans a pinocchietto stracciati e jersey nerofumo a collo di cigno. Studiavano? Col cavolo, sguazzavano nel pettegolezzo accademico!
- Colei che mi dava le spalle, larghe e sottili come quelle di una nuotatrice provetta, ogni tanto interrompeva il suo bisbiglio sferzante per inferire una ditata proditoria alla tastiera di un notebook Aspire uguale al mio; l’altra, fornita di un assai meno tecnologico portablocco, possedeva un simpatico musetto da porcellina e un accattivante cobalt gaze. Immagina te e lei in un trendissimo cocktail lounge del centro città…
- Writer Maurizio: Conosci Jeff Beck?
- Piggy (inarcando un sopracciglio): Che diavolo è, una birra danese? Mai assaggiata finora.
- Ehm.
- Fuori, nel centro esatto di una piastrella del marciapiede in macadam che recingeva la biblioteca, un passerotto infliggeva guardinghe beccate a un’ape grassoccia le cui zampette lucide vibravano ancora, quantunque con debolezza; sicuro come il sole che l’industrioso insetto danzante era precipitato a terra disorientato dall’incipiente inquinamento da microonde e il volatile ne stava approfittando per sfamare una nidiata di bocche pipianti spalancate a rombo da qualche parte lassù, sui pioppi scorticati dai tossici in astinenza sparata. Con un sospiro imbevuto di dolore universale, attivai il blocco di carta interattiva e richiamai la pag. 26.
- Nel 1966 James Patrick Page si esibiva con una Telecaster del 1958 (un regalo della Birra Danese Coi Capelli a Budino di Malto) dipinta a spirali psichedeliche fosforescenti ricoperte di perspex che, colpito dalle luci della ribalta, rifletteva raggi a arcobaleno. Musicalmente gli Yardbirds erano al loro massimo, ma purtroppo Jeff Beck era di salute (fisica e psichica) piuttosto cagionevole; oltre a questo, gradualmente emerse la competizione fra le due primedonne. Quando gli effetti stereo e le duplici armonie delle chitarre non funzionavano, gli altri incolpavano l’instabile solista. “Tutto andava bene in teoria e durante le prove ma sul palco Jeff spesso voleva spaziare in qualcos’altro”, dichiarerà serafico Jimmy Page qualche anno dopo in un’intervista. Hai capito il magrone? Lui cercava di far funzionare le cose!
- Piggy: Ah, è un chitarrista! Ma di quanti secoli fa?
- Writer (vorrebbe morire d’infarto lì, in quello stesso istante): Era il musico personale di Enrico VIII.
- Cristiddio. Ragazzo, dammi un’altra Menabrea ambrata, per pietà.
- Jeff Beck deflagrò al terzo giorno di tour statunitense con la Carovana delle star di Dick Clark, una locura tipica degli anni Sessanta. Sbatté giù la sua colonna di amplificatori, sfasciò la chitarra e se ne scappò a Dead Loss Angeles dalla sua diletta Mary Hughes. Quando gli altri Yardbirds lo raggiunsero, Beck fece ammenda, ma la troika Relf-Dreja-McCarthy non volle sentir ragioni e lo licenziò. Beck si alzò per andarsene e chiese a Page se fosse intenzionato a seguirlo, ma Page gli rispose che sarebbe restato. In tal modo, seguendo un canovaccio tipicamente dostoevskyano, gli Yardbirds divennero il gruppo di Jimmy Page. Amen.
- L’uccellino delpieresco si era finalmente portato al nido l’ape moribonda. Piggy scoprì di nuovo il candore all’ossigeno attivo dei suoi denti: non era propriamente bella, direi piuttosto stuzzicante, come una tartina al paté d’olive sul bancone di una vineria del centro città per studenti universitari tiratardi. Pictures of Piggy made me feel so wonderful. Grufola, piccina mia, grufola.
- Uno dei centauri neurali frenò arrestandosi sul ciglio dell’accidentato e polveroso assone che conduceva alle Grandi Piane Pituitarie, tirò fuori un pacchetto stropicciato e sudaticcio di Lucky Strike da una tasca del suo giubbotto per la pelle, se ne accese una, sputò una nuvola di puro cancro da vero figaccione vissuto e disse: “Be Here Now.”
- “Oddio. Da quando in qua a voialtri piacciono gli Oasis?”, replicai con una smorfia di scherno.
- “Diamine, Maurizio, te la spacci da gran letterato ma sei più ignorante di una capra con la demenza senile! Be Here Now è il titolo di un libro di Richard Alpert, il partner lisergico di Timothy Leary. Significa…”
- “So perfettamente che cosa significa, scampolo di ferraglia metastatica! Il vecchio insegnamento vedico riciclato in salsa allucinogena. Soffermarsi sul passato o sul futuro significa essere morti nel presente. Non è roba un po’ troppo hippie per te? Che ne direbbe Sonny?” Il 16 ottobre 1965, gli Hell’s Angels di Sonny Barger attaccarono i diecimila dimostranti che marciavano da Berkeley a Oakland contro la guerra del Vietnam al grido di «traditori», «beatnik», e «comunisti»: così per caso, c’era un cugino californiano di Silvio Berlusconi a smarmittare con loro?
- Quella ciminiera propilaminica mi guardò torvo. “Ehi, lascia stare Sonny. Piuttosto, gli Oasis non sono un po’ troppo lagna-lagna per un fanatico dei grandi chitarristi beat inglesi come te?”
- “I giornali dicono che siamo i più grandi, ma io me ne frego… Io vivo adesso, now, e non importa se il prossimo anno non vendiamo un disco.” Noel Gallagher, Souhampton, 1994. Sicché, minchione americano, turn on, tune in, and please bugger off!
- L’Uomo dell’Organetto di Barberia arrivò da Donovan County alle prime gocce di pioggia. “Poiché Jeff Beck non poteva cantare e stentava così tanto a adattarsi a un gruppo”, canterellò lo straccione scarmigliato sulla punta del mio naso alla Jean-Paul Belmondo “Mickey Most gli organizzò una seduta di registrazione ancor prima della sua dipartita dagli Yardbirds. Ovviamente si trattava di un solo brano, poiché quel testa di minchia di produttore notoriamente riteneva che gli ellepì non avessero importanza, che fossero qualcosa da buttar fuori dopo il singolo.”
- Reso strabico dalla sua garrula presenza, crollai il capo. “Sì, l’idea era di registrare una mutazione per chitarra psichedelica del Bolero di Ravel. Ce l’avevo in una vecchia compilation su nastro della Fratelli Fabbri Editori ma quel fottutissimo registratore giap me l’ha fagocitato il mese scorso come un’ameba bulimica. Jimmy Page era l’arrangiatore e suonava la chitarra ritmica a 12 corde, al pianoforte c’era Nicky Hopkins, e la sezione ritmica fu composta da Keith Moon e John Paul Jones dopo che John Entwistle si era tirato indietro all’ultimo momento. Moon the Loon se la svignò dagli IBC studios travestito da cosacco beat perché per contratto non poteva registrare con nessuno all’infuori degli Who.” Beck’s Bolero venne fuori talmente bene che Moon, Jones, Page e Beck presero in seria considerazione l’idea di fondare un gruppo: ciò nonostante, avevano bisogno di un cantante.
- Il pene-sitar dell’Uomo emise una dolente onda sonora. “Già, già. Furono contattati Steve Winwood e Steve Marriott degli Small Faces, ma il primo scelse di fondare i Traffic e il manager del secondo addirittura minacciò Jimmy Page di rompergli tutt’e dieci le dita. Ciò che avrebbe potuto essere il prototipo dei Led Zeppelin non prese mai il volo.”
- Molto soddisfatto di sé, l’Uomo dell’Organetto decollò dal mio aeroporto maxillo-facciale per andare a scomparire nel fresco décolleté di Piggy con un effettaccio da cinema di serie Z. Per un lungo istante lo invidiai. Ora pioveva della grossa, un temporale tardo-primaverile coi controcazzi.
- Oh Piggy, Piggy, Piggy!!! She’s a big teaser: lei è una vera scocciatrice. She’s a prick teaser: è una stuzzicacazzi a tradimento. La parola “hippie” non fu coniata prima del 1966. La consapevolezza di sé come entità distinta si dissolve in ciò che Herr Jung definì “coscienza oceanica”: il senso che tutte le cose siano una cosa sola, e la coscienza consapevole individuale sia un’illusione.
- Se è così, perché accidentaccio sto perdendo tempo a trovare un incipit incident per la mia futile storiella ucronica? Nel primo rincalzo dei mondi possibili Page Beck Marriott Moon e Jones durerebbero al massimo fino al festival pop di Monterey; una bella scazzottata fra Steven M e Moon the Loon per qualche motivo britannico del kaiser (per esempio, l’essere nati e cresciuti in zone opposte di Londra) e ciao ciao ai New Yardbirds o Lead Zeppelin o come vuoi tu, bellezza. Oppure tirerebbero avanti per tutto il 1967 e parte del 1968 proprio come in questo mondo, ma smerciandoci lo stesso quella porcheria di Little Games, magari parzialmente riscattato da qualche bell’intreccio chitarristico. O… bah, che montarozzo di stronzate.
- Il prototipo farraginoso del mio universo parallelo rockistico si dissolse in una patetica nuvoletta di elettroni neurali. Forse era meglio mollare tutto e andare a spararsi un’ipercinetica sessione di pelota, laggiù in fondo contro il Murale di Einstein…
- Pues no. Rimisi al suo posto Il Martello di Dio Zepp e liberai un blocco adiacente, di assai più ridotte dimensioni: GUIDA RAGIONEVOLE AL FRASTUONO PIÙ ATROCE/Lester Bangs. ScaffHal sempre silenzioso come un merluzzo cibernetico in orbita intorno a Giapeto. Piove, piove, grattati un coglione. Piggy mi omaggiò di una lumata presagante fantastici pompini fattimi ginocchioni davanti a uno specchio a tutta persona nella semioscurità del primo mattino augusto, ma era troppo tardi ormai: Leslie Conway Bangs detto “Lester” (1948-1982), il critico rock più squinternato e influente di tutti i tempi possibili, mi aveva sequestrato premendomi sul volto una pezzuola imbevuta di rockoformio. “Aiutoahmmm… Mmmnster Mmmgnet… mmmm… mmm... m.”
- Figlio di troia.
- A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa, tutto quanto sta diventando così, anche l’industria editoriale. Ieri parlavo col mio agente e gli ho chiesto: “Pensi che di questo passo l’unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?”, e lui mi ha risposto: “Non lo so.” Capisci, io me ne sto qui e mi chiedo se, come scrittore, non sarebbe meglio lasciar perdere tutta questa roba. Non mi metto certo a fare sviolinate strappalacrime perché, come ho detto prima, so che mi è andata bene, non devo alzarmi la mattina e andare a lavorare in fabbrica dalle nove alle cinque o qualcosa del genere. E ho delle entrature, e tante altre cose, quindi non dovrei far pena a nessuno. Ma allo stesso tempo, tutti quelli che conosco sono completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solamente perché non gli viene offerto qualcos’altro. E, personalmente, mi chiedo quand’è che la gente comincerà a dire: “No! Mi rifiuto, non ne voglio più!”
- Lester Bangs, intervista a News Blimp, 1980… 2007? 2070?
- Anche John Lennon è morto nel 1982…. O forse nel 2082… Hombre, no… nel 1980!
- Che diamine, ora ero completamente sveglio, neanche sgarrupato per la narcosi. E… be’, stavo galleggiando in assenza di peso sopra un quadro di navigazione che rassomigliava in modo allarmante a una pizza ai frutti di mare preparata da un pizzaiolo lituano strafatto di mescalina. Il modulo di Lester Bangs, con la sua copertina-mandala rosazzurrobianca, mi orbitava intorno indolentemente. Potevo essere a 2000 anni luce lontano da casa come a duemila milioni, satellite di un satellite o viscida bilharzia di un buco nero, alla fine ciò che conta non è la scorta d’ossigeno puro o i tubetti di dieta mediterranea da spremersi in bocca, bensì sentirsi a proprio agio con le proprie scoregge.
- Parlez-vous français? Un peu, replicavo ai gendarmi le prime volte che mi fermavano ai caselli delle autostrade galliche di ritorno dalla penisola iberica: il che per costoro significava no, non ci capisco una beata mazza. Allora, esprimendosi qualche volta in un avvilente gramelot anglo-franco-italiano, i falchi della notte passavano a rovistarmi il borsone da viaggio e il vano portabagagli, o perfino a smembrarmi la vettura come seguendone la distinta base secondo la disposizione d’animo del momento, solitamente negativista perché, è naturale, les italiens son tout dopé. In seguito avevo imparato a dire je comprends quelques mots mais je ne le parle pas, lo capisco un po’ ma non lo parlo, oltre a qualche altra tiritera da biascicare negli autogrill o nella scalognatissima eventualità che fossi finito in panne. Ciononostante il risultato era sempre il medesimo: facce da Clouseau e bocchettoni dell’aria divelti da mani rubate ai campi di tuberose. L’ultima volta che mi hanno bloccato, due estati fa sulla Languedocienne, mi sono giocato addirittura l’untuosa carta dell’adulazione: je voudrais apprendre votre splendide langue. E quelli per tutta risposta, con un riso beffardo sulle labbra rinsecchite dalla mostarda di Digione, mi hanno smontato pure il serbatoio della benzina. Bâtards.
- Ma di che vado blaterando? Che mi avete somministrato mentre dormivo? Synthemesc neutronico?
- Sample da 2001: Odissea nello Spazio, il libro in edizione tascabile, Longanesi & C. © 1972, Lire 450, pag. 241: «Ma questo è ridicolo, pensò David Bowman. Mi sorvegliano quasi certamente, e devo sembrare un idiota con questa tuta spaziale (per quanto mi concerne, con questi panni sgualciti da ultraquarantenne giovanilista). Se si tratta di una sorta di test dell’intelligenza, probabilmente ho già fatto fiasco.»
- Cristiddio!, diamoci da fare, allora. Mimiamo il cavaliere errante quantico. Leggiamo un po’ cosa Lester Gang Bang aveva da dire e stendiamo dei paralleli fra lui e te su questa sostanza lievemente increspata e biancastra che senza dubbio non è carta, anche se le somiglia moltissimo. Ma gli alieni sognano pioppi elettrici? Chi si sbatte Rachel Rosen adesso? Correte qui, nipotini biondissimi…
- Lester e i Count Five. Come c’era da aspettarsi, si parte dagli Yardbirds, vera Urmutter del rock metallico, e dall’incisione del loro singolo I’m A Man, una maionese impazzita di Bo Diddley, feedback e corde raschiate in maniera criminale. Il successo di questa canzone fu enorme. E seminale. Negli Stati Uniti, centinaia di ragazzini si affrettarono a plagiarne il sound trascinante con l’ausilio di quelle nuove scatolette elettroniche giapponesi che stravolgevano il suono della chitarra in un frastuono simil-motoristico. Lester guardava a quelle band di giovani sballati dei college con un misto d’ironia e incanto, finendo per innamorarsi perdutamente dei Count Five, “una combriccola di marmocchi che pestavano sulle chitarre e venivano da una qualche irrilevante provincia della California”, e della loro personale rilettura di I’m A Man: Psychotic Reaction.
- Psychotic Reaction inizia con un fuzz riff recisamente amatoriale ancorché più appiccicaticcio della resina che d’estate cola subdolamente dai pini giù sulla carrozzeria della vostra utilitaria corrodendola, lanciandosi poi in un testo la cui profondità fa sembrare Eros Ramazzotti un epigono del miglior Lou Reed: “Mi sento depresso, mi sento male / Perché tu sei la ragazza migliore che abbia avuto / Non riesco ad avere il tuo amore, non riesco ad avere affetto / Oh, quella ragazzina è una reazione psicotica.” Dopodiché, i Five partono in quarta con l’imitazione/clonazione di I’m A Man, con l’unica variante di un effetto di phasing innestato sulle grattate simil-beckiane. Woosh-sgratch-sgratch-sgratch-woosh.
- Lester ammette che sulle prime odiò questa canzone, ma poi un giorno la misero alla radio mentre lui scorrazzava in macchina, stravolto come una mina anticarro, e cominciò a tirarsi sberle sulla testa: “Ma che cazzo mi ero messo in testa? Quella canzone era fantastica!” Scrive che il disco aveva una copertina galattica – la fotografia era stata scattata sull’orlo di una tomba, e i membri del gruppo stavano in piedi sull’orlo, guardando in basso con occhi sporgenti e malevoli verso gli acquirenti, idealmente in procinto di essere inumati. Ci recensisce le canzoni del loro primo e unico LP, comprato nello stesso giorno in cui acquistò Happy Jack degli Who: “Lo ascoltai spesso, gongolando, per un anno circa, finché dei biker non me lo trafugarono (accidenti a te, leccapistoni d’un Sonny!), e quando finalmente lo ritrovai nel 1971 in un negozio di dischi usati, ragazzi, mi misi a ballare per la gioia. Il tempo non aveva attenuato la grandezza del disco dei Count Five. Anzi, non l’ha attenuata nemmeno oggi. Suona ancora sporco e sgangherato come nel 1967.”
- Me, me stesso e io. Considera tutti i critici d’arte come inutili e dannosi… tranne la splendida eccezione che conferma la regola, chiaro. Ho comprato Nuggets Volume One: The Hits in un pomeriggio adolescenziale di bassa marea serotoninica, essendo stato incoraggiato all’acquisto dall’ascolto proprio della splendida canzone in questione a un programma radiofonico genuinamente rockettaro di Radio Torino Popolare intitolato Provocazioni e contaminazioni rock.
- Per il colto e l’inclita, la suddetta compilation comprende svariati altri brani killer con lampanti ascendenze Yardbirds, quali Talk Talk dei Music Machine (cantato nevrastenico, organo tragico e duplice brevissimo assolo di distorsore che minaccia di frantumarsi in globuli di suono, wow!) e l’ariosa Open My Eyes dei Nazz, nei quali militava un giovanissimo Todd Rundgren; c’è altresì I Had Too Much To Dream Last Night degli Electric Prunes, un safari psichedelico rinnovato in epoca punk da Wayne County & The Electric Chairs; e A Question Of Temperature dei Balloon Farm, un brano che più 1967 non si può – gustosissima pozione druidica di fuzz, feedback, vocals trasognati, theremin deliranti, organo e parti ritmiche da film psichedelico di terz’ordine. Nel 1982 i Lords Of The New Church di Stiv Bators ne registrarono una versione strabiliante per il loro omonimo album d’esordio (che adoro), benché con un sound quintessenzialmente anni Ottanta.
- Ciononostante c’è qualcosa che non mi torna. I più quotati annali del rock sostengono che la prima canzone rock con l’effetto phasing a entrare nella classifica di Billboard fu Itchycoo Park degli Small Faces. Ma Psychotic Reaction lo anticipa di una bella sporta di mesi! Come diavolo è questo fatto? I garage rockers non sono ritenuti meritevoli di essere menzionati nelle cronache elitarie della musica popolare? I Count Five non furono sufficientemente “alti”? Andiamo!
- Come dite? Devo esprimere una preferenza? Be’, Psychotic Reactions è realmente micidiale, ma io preferisco A Question Of Temperature, poiché meno epigonica. E comunque nessuna delle due vale un’oncia di Happy Jack, anche se Lester Bangs la mise sul piatto del suo giradischi non più di cinque volte. Gli Who sono gli Who, cari i miei Oscuri Scrutatori.
- Lester e gli Stooges. Qui il ragionamento si fa più complesso e polemico. Lester stigmatizza la cecità ignorante del pubblico hippy, che tratta la band di Iggy Stooge (al secolo, James Jewel Osterberg) col disprezzo dovuto all’ennesimo gruppo di volume freaks la cui trovata pubblicitaria, cioè un front-man pelle e ossa che si scortica il petto disgustosamente spalmato di burro d’arachidi sbattendosi il microfono sulle mascelle e rantolando testi esplicitamente nichilisti e antisociali, non basta a farli arrivare all’altezza di mostri sacri superventas come i Grand Funk Railroad, loro sì un gruppo al passo coi tempi selvaggi che corrono, capaci di riunire torme di giovani sballati capelluti sotto il palco in una baraccata simil-politicizzata, Tutti Insieme Appassionatamente Spaccando Tutto Fumando e Fottendo per il Movimento, figli di madre ignota! Chi ha bisogno di un gruppo che canta canzoni che parlano di occhi televisivi, del fatto che uno si sente come mondezza e che non si diverte proprio per un cazzo a stare da solo? Chi può idolatrare un adolescente mezzo irlandese mezzo svedese arrapato e antisociale del Middle West?
- Più gente di quanto pensi, cocco di mamma dei fiori.
- “Perché c’è molta aria malsana in giro, e dobbiamo spazzare via le banali tenebre dell’ignoranza e dell’incomprensione se vogliamo che le vere tenebre degli Stooges risaltino splendenti con tutti i loro prismi caotici, proprio come gli specchi delle case stregate che sono fatti apposta per confonderti.”
- Per Lester, Iggy Stooge è un idiota completo, sul palco e su vinile, ed è proprio questo uno degli aspetti fondamentali del suo mirabile genio. Iggy è l’antidoto all’epidemia di supermusicisti altezzosi che sta infettando la purezza della fonte del rock’n’roll. La “musica” volutamente monotona e semplicistica degli Stooges, questo caos analfabeta che prende forma per gradi e diventa uno stile totalmente personale, il giro di chitarra sudicia di due accordi, ripetuto macchinalmente, per tutta 1969, con rime di incantevole demenza, “compio ventidue anni tra poco / dico perbacco, buhu”, ci salveranno dal Nuovo Conformismo dei Piedi Scalzi e Neri di Sudiciume.
- Me, me stesso e io. Diversamente da Lester Bang Bang, non ho mai considerato Starship degli MC5 un fiasco imbarazzante, anche se mi ci è voluto un centinaio e passa di ascolti per apprezzarne appieno le nervature interstellari. E la prima volta che ho ascoltato Fun House degli Stooges, quand’ero ancora rospa o topo o missile che dirsivoglia per merito di una testa acidissima dell’hinterland meneghino che ascoltava anche i Joy Division i Bauhaus e le New York Dolls, sono venuto nei pantaloni kaki. È uno stupefacente crescendo d’intensità che si apre con Down In The Street (“Per la strada, dove i visi brillano… vedi una tipa carina / non c’è nessun muro!”), un riff circolare al plutonio straziato dalle urla lascive dell’Iguana. Neanche il tempo di riprendersi e sei già invischiato nella partouze ringhiante di Loose. Ron Asheton parte in distortissimo assolo suonando pressoché la stessa scala del pezzo precedente ma va benissimo così, chiamasi coerenza artistica. Poi arriva T.V. Eye, il capolavoro dell’album: “Guarda quel vitello / Sdraiato / Guarda quella ragazza / Sdraiata / Mi guarda con occhi da tivù…” La musica è un bordone sferragliante che ti prende subito per le palle e continua a crescere fino a che si raggiunge il vertice della tensione, ma non è ancora il momento di eiaculare… Lancinante schitarrata di chiusura di Ron Asheton, attimo di silenzio vinilico, rullata indolente di tamburi del fratello Scott ed ecco a voi Dirt, l’anticlimax alcaloide.
- La seconda facciata del disco è un altro esercizio d’eccitabilità, ma grazie al sassofonista Steve Mackay il suono è più stratificato, lambendo il free jazz di Coltrane seppure col contrappunto di una chitarra primordiale e assordante. 1970 è un brano influente in più di un senso: Deniz Tek, un giovane medico militare amico di Ron Asheton, ne prese a prestito una lirica per battezzare il suo gruppo di scatenati teppisti sonori australiani: Radio Birdman, up above. Fun House è un sexy-loquio funkeggiante e monotono, forse il pezzo dell’album che mi sconfinfera di meno, ma le liriche sono stupende: “Tutte le bambine sanno / cosa voglio dire / Vivere sul confine, nelle / sabbie mobili / Vi chiamo dalla casa stregata…”
- Infine, L.A. Blues. Orgasmo. Satori. Suonare la chitarra come Jackson Pollock. Esperimento Concettuale alla Yoko Ono. Marciume Sonoro. Feedback dei Feedback. Tutto ciò che volete. Una sera Lester si strafece di fenciclidina, lo riascoltò e gli parve un’immensa rete di carrucole dorate che si sollevavano nel cielo infinito. Per me potrebbe essere la perfetta rappresentazione in musica (sic) di quel che si prova quando si supera la velocità della luce. David Bowman proto-punk.
- Ora posso avere una birra? Magari una Pilsner?
- Lester e i Led Zeppelin. “Verso il 1973, un gruppo di damerini emaciati di nome Led Zeppelin tenne il suo ultimo concerto, durante il quale il chitarrista solista fu assassinato con una pistola rudimentale da un fan inferocito strafatto di stricnina, dopo soli cinquantotto minuti del suo virtuosistico assolo di due ore e mezzo su un’unica fottuta nota di basso. Dopodiché il pubblico catturò il cantante (talmente fatto di stramonio, comunque, che ormai riusciva solo a rigurgitare testi del tipo “Glip glip gag jargaruna fizzolfuck”) e gli tagliò tutti i riccioloni biondi e gli calpestò l’armonica, gli diede un cambio d’abito per mettersi in borghese (credo si trattasse di una versione per taglie forti dei Bodyjeans Lifetime Chainmail) e lo cacciò via. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di lui, pare che stesse cercando di cantare Whole Lotta Love a un mucchio di vecchi cannati sentimentali in un paesino dimenticato da Dio. Stucchevole da morire, direi.”
- Me, me stesso e io. Datemi pure del qualunquista, ma quand’ero un pivellino potevo saltabeccare tra Led Zeppelin, Stranglers, Police, Van Halen, Rolling Stones, Cheap Trick, Missing Persons, Who, Faces e Def Leppard senza essere afflitto dal benché minimo rimorso di coscienza. Del Dirigibile Bombato io apprezzavo (e continuo ad apprezzare) soprattutto Good Times, Bad Times, Comunication Breakdown, Ramble On, Living Loving Maid, Celebration Day, Tangerine, The Rover, Houses Of The Holy. Tutti brani abbastanza stringati, direi classicamente rock. I più lunghi e bombastici, tipo per l’appunto Whole Lotta Love, How Many More Times, Kashmir e In My Time Of Dying, mi mandavano in paranoia. Un giorno mi feci registrare su due nastri comprati al supermercato il live-film autocelebrativo The Song Remains The Same, ma non durò più di quattro mesi: in pratica, ne ascoltavo a ripetizione solamente la title-track, indubitabilmente una splendida cavalcata elettrica. Però i venticinque minuti di Dazed & Confused, eh no, quello era davvero troppo; ruotava finanche il filmato in una tivù libera, ma a un certo punto le sviolinate megalomani di Jimmy Page venivano provvidenzialmente interrotte dallo scenario interamente bianco e le pennate impertinenti di Smash It Up dei Damned, una stravolgente sventagliata di novità.
- Ecco che divago ancora. Nel Guantanamo di Torino Nord, prima di essere trasferito all’ente Strategy & Development, ex Advertising & Promotion ex Pubblicità & Immagine, il sottoscritto aveva prestato servizio per un biennio alle Nuove Tecnologie, sotto un “sesto quadro” calabrese che, pur pagato lautamente, perseverava a guidare una tossicchiante Bianchina e consumare i pasti nel baracchino: pressoché negato per le lingue straniere, per tacere sull’italiano. Una volta, indimenticabile, aveva risposto così alla nazistoide segretaria di un fornitore tedesco: “No, ehm…, Mr. Mayer is not in ufficio. Is andato end a riunion.” E io a ridere sotto la scrivania come un matto felice. Ma allo S & D le cose non andavano poi così meglio. C’era chi comunicava in anglo-piemontese (“We arrive a London a un bot e mes”) e chi in italo-spagnolo (“Mucho bene, ci vedemos manana al aeropuorto”). Chiamasi meticciato aziendale. Il mio nuovo capufficio era una trottola dinoccolata con la faccia da lontra marina. Il suo fottuto telefono suonava quaranta volte al giorno ma quasi mai lui stava in ufficio, pertanto la stragrande maggioranza delle volte toccava a me sollevare la dannatissima cornetta: in pratica, fungevo pure da segretario. Buona parte delle chiamate proveniva dalla Francia e dal Québec, la belle province: uguale, anglofobia a palate. Di conseguenza, a casa mia come nei tempi morti aziendali, io cercavo di apprendere quanto più francese possibile. «Pour le lancement de ce produit sur notre marché il faudra une intense campagne pubblicitarie. Dans ce but pourriez-vous me procurer du matériel de propagande?» Sì. E tu puoi procurarmi un appuntamento con Emmanuelle Béart, grand-père? Fiche-moi la paix!”
- Eh sì. Davvero stucchevole il Dirigibile 1973. Gradirei sapere da Voi come sto andando. E… vi siete esentati finalmente dalla tirannia della materia?
- Lester, Metal Machine Music e Kiss Alive!. Punto 14 della Disamina Lesteriana in 17 punti di Metal Machine Music, doppio disco rumoristico di Lou Reed: “Quando io e Lisa Robinson siamo stati invitati in Uganda per intervistare il presidente Idi Amin Dada, per futuri articoli in copertina su Creem e Hit Parader, gliel’ho fatto ascoltare e a lui è piaciuto un sacco. Gliene ho regalata una copia e ora lui, con un editto speciale, lo fa trasmettere dai diffusori di musica di sottofondo in tutti i supermercati (tutti e trentacinque) e le sale d’aspetto dei medici (tutte e otto) del suo fantastico paese, in modo che i cittadini possano ricevere ispirazione per spingersi a vette di patriottismo ancora più alte nei riguardi del suo regime e di tutto ciò che esso rappresenta.”
- Punto 15. “MMM è l’anima di Lou. Se c’è qualcosa che vorrebbe vedere sepolto in una capsula del tempo, è proprio quello.”
- Punto 16: “Quando sono fatto di Romilar è meglio di qualsiasi altro disco io abbia mai ascoltato.”
- Punto 17: “È il disco più fantastico mai realizzato nella storia del timpano umano. Al secondo posto: Kiss Alive!”
Me, me stesso e io. Il Romilar, o destrometorfano bromidrato, è un espettorante e sedativo broncopolmonare, prodotto in compresse dalla Roche, non più in commercio. Negli anni Settanta veniva usato e abusato come sostitutivo cheap della morfina. Richiedendo dosi piuttosto massicce per raggiungere l’effetto sballo, solitamente percezioni illusorie e frenesie sessuali, provoca enormi danni all’organismo, sicché oggigiorno è caduto in disuso. Lester ci ha lasciato a New York il 30 aprile 1982 per la fatale interazione di due farmaci, Darvon e Valium, con cui stava curando un banale raffreddore.
- Ho ascoltato Metal Machine Music solo una volta, a casa di un amico. Cinquanta minuti di detriti sonori; francamente, non mi fece venire alcuna voglia di comprarlo, anzi ricordo bene che commentai sprezzante: “Questa è merda per eroinomani allo stato puro!” Però qualche anno dopo, molto più avvezzo a frastuoni atonali e lancinanti retroazioni sonore grazie a Starship, L.A. Blues, Radio Ethiopia/Abissinia e 30 Seconds Over Tokyo dei Pere Ubu, ascoltai un altro album doppio di intrecci sonori magmatici, Daydream Nation dei Sonic Youth, e ne rimasi elettrizzato. «Hyperstation e` una jam free form capace di creare, con la sua ingarbugliata trama in crescendo, con le punteggiature metalliche delle chitarre e la pulsazione frenetica di piatti e tamburelli, quel clima di terrore e d’estasi che incrocia il degrado psichico di un eroinomane con una soundtrack iper-realista.» Oh yes. Ciononostante non so se comprerò mai Metal Machine Music.
- Kiss Alive!… Ostia, che cocente delusione provai quando venni a sapere che quest’epocale doppio disco dal vivo, tonante colonna sonora della mia adolescenza problematica e onanista, era stato largamente ritoccato in studio! È urgente delucidare questa scabrosa faccenda.
- 2001. Nella sua vendutissima e acclamata autobiografia Kiss and Make-Up, Gene Simmons scrive: “Sono sempre corse voci che Alive! sia stato abbondantemente rimaneggiato in studio. Non è vero. Ritoccammo le parti vocali e sistemammo qualche assolo di chitarra, ma non avevamo né il tempo né il denaro per modificare completamente le incisioni. Ciò che volevamo, e che ottenemmo, fu la testimonianza della forza grezza e della potenza della band.”
- (Ouverture dello stesso libro, pag. 4: “In ogni caso, ecco la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, e che Dio mi aiuti.”)
- Secondo il libro di Dale Sherman Black Diamond e la rivista Goldmine, nei primi anni Novanta Eddie Kramer rese noto che in Alive! egli dovette ricorrere a un numero limitato di sovraincisioni (overdubs) per correggere gli errori più ovvi quali rotture di corde, parti vocali mancanti e note fuori chiave, entrambi piuttosto frequenti in un concerto “movimentato” quale era quello dei Kiss, che oltre a tutto non erano propriamente dei fenomeni in fatto di tecnica musicale.
- Tuttavia, in tempi più recenti, il celebre produttore/ingegnere del suono sudafricano ha dichiarato che l’unica registrazione dal vivo originale nell’album è la chitarra solista di Ace Frehley; successivamente, durante un’intervista televisiva, ha ulteriormente rettificato il tiro affermando che le uniche parti originali sono le percussioni di Peter Criss. Forse la memoria comincia a fargli difetto, o magari pazzeggia, chissà; ho letto che da giovane durante le sedute di registrazione hendrixiane si dilettava a deridere Chas Chandler per il suo marcato accento cockney. In qualunque modo, la controversia ha coinvolto anche il secondo album dal vivo della band newyorchese, Alive II, che risulterebbe quasi totalmente ricreato alla consolle, addirittura con due brani, Tomorrow And Tonight e Hard Look Woman, suonati in studio e in seguito mixati coi rumori della folla! Che pacchianata! Finalmente, nel recente DVD celebrante la storia dei Kiss, perfino gli stessi membri del gruppo ammettono sorridenti l’uso estensivo di overdubs nei loro cosiddetti dischi dal vivo. Bella forza, ormai si sono fatti i miliardi e hanno scopato tutto lo scopabile… Dico, avessero almeno avuto la dignità di proporsi: “Che importa se siamo una brigata di sacchi della spazzatura antropomorfi, fissiamoci su vinile così come veniamo e vaffanculo al mondo intero!”
- Mi ci è voluto un giro su Youtube, pochi mesi fa, per tornare ad amarli come una volta. Là ci sono i veri Kiss, le performance quasi mai perfette tecnicamente ma scoppiettanti d’energia rock’n’roll. Dal vivo pezzi come Black Diamond, Detroit Rock City e Cold Gin rendevano cinque volte più che su disco, realmente non c’era necessità di rappezzarli in studio. E quando Ace Frehley innestava l’octaver e il phaser e partiva in assolo, era come se una creatura sonica proveniente dallo spazio profondo erompesse dagli amplificatori per farti esplodere il cervello. Dal 1973 al 1977 i Kiss furono davvero la band più calda del mondo.
- (Fortissimo nonché scontatissimo dubbio: ma a Lester MMM e Alive! piacevano davvero, o ci voleva soltanto prendere tutti per i nostri fondelli tumefatti? Me lo figuro lassù, acciambellato su una nuvoletta di plasma con trentacinque nanocompresse di Proximax in corpo, sogghignando sotto il caschetto biondo alla Brian Jones.)
- Lester e Station To Station di David Bowie. “È difficile avere degli eroi. È la cosa più difficile del mondo. È perfino più difficile che essere un eroe. Di solito dagli eroi ci si aspetta che producano un qualcosa per riconfermare la presa delle loro dita altolocate sulle belle chiappe di quella stronza della Musa; e a volte arriva a un pelo dal somigliare a delle unghiate che scendono lungo il bordo di un precipizio d’argilla fino a cadere. Al tramonto, addirittura. E non c’è nessun banchetto aziendale, giovanotto.”
- David Bowie non era certamente l’eroe di Lester. Anzi, per dirla tutta non lo poteva vedere neanche dipinto. Considerava la sua fase Ziggy Stardust e i Ragni da Marte come una menata colossale, e più ad ampio raggio la sua musica come un mélange furbastro da professionista dell’industria dello spettacolo.
- Poi però uscì Young Americans e Lester inarcò un sopracciglio, ma fu Station To Station a fargli scrivere: “È uno dei più bei dischi di chitarra dai tempi di Rock’n’Roll Animal, ha una disinibizione e una pulsazione incessanti che calpestano completamente le parole. E quindi, chi se ne fotte di cosa significa TVC 15: è un gran pezzo rock. (…) È un disco rock talmente bello e con una tale potenzialità di durare nel tempo, perfino più di Young Americans, che mi sbilancio a dire: penso che Bowie abbia finalmente prodotto il suo (primo) capolavoro.”
- Me, me stesso e io. L’uomo che cadde sulla Terra. Ho letto il libro e visto il film: pregevole il primo, non completamente riuscito ma lo stesso affascinante il secondo. Nel 1976 un critico cinematografico scrisse al proposito su Robot che David Bowie non faceva molta fatica a recitare se stesso: anche se avevo soltanto undici anni, fui sostanzialmente d’accordo con lui. Mi è rimasta stampata in testa soprattutto questa scena: una donna e un uomo a letto, nudi bruchi; lei è una giovanissima bruna all-American sfrontata e opulenta, di quelle che ti scoperesti tutti i giorni dal tramonto all’alba, che dormono con la lingua fra le tue palle pelose e ingoiano tutto quello che c’è da ingoiare, sempre; lui è il dottor Nathan Bryce, libidinoso professore di college con un’inclinazione per le diciottenni e affascinato morbosamente dalla World Enterprises, la potente compagnia che Thomas Jerome Newton, l’alieno venuto sulla Terra da un pianeta morente di sete, ha creato dal nulla; parlano parlano, finché lei vogliosa non gli circonda i fianchi con quelle cosce sode da cheerleader spronandolo: “Avanti, fammi sentire quanto sei uomo!” Yummy.
- Young Americans mi serve come lassativo quando tralascio di assumere fibre vegetali. Station To Station ce l’ho in CD. La fotografia in copertina, di Steve Shapiro, è tratta da L’uomo che cadde sulla Terra. Le foto all’interno, sempre di Steve Shapiro e Jayne Fincher, dovrebbero essere mostrate ai giovinetti della plug generation nell’ambito di una campagna contro l’abuso di cocaina, soprattutto a Roma, laddove ultimamente il Cnr ha rintracciato la magica polverina perfino nell’aria: eppure, dato che è sniffata a tutto spiano perfino in Parlamento, non è considerata una vera emergenza. Ma lo è, diocristo.
- Sono d’accordo con Lester: Station To Station è un masterwork. La title-track riprende brillantemente l’idea alquanto datata della suite, mentre TVC 15 è in effetti un gran pezzo, rozzo e sgangherato – a quanto pare il titolo deve molto a una storia raccontata a David da Iggy Pop nel 1975 a proposito della ragazza di Iggy inghiottita da una set televisivo… ahi, Sorella Morfina! Sono ottimamente congegnate le dinamiche funky-rock di Golden Years e Stay. Wild Is The Wind e Word On A Wing eccedono forse un tantino in pathos ducale, ma la seconda mi piace moltissimo, con quella vaporosa nota di sintetizzatore all’inizio che richiama realmente l’immagine di una parola in caduta libera dall’ala di un uccello libratosi in volo. Le chitarre, e qui do pienamente ragione a Lester, sono grandiose: Carlos Alomar, Earl Slick e Stacey Heydon, quest’ultimo presente nelle due bonus track registrate dal vivo, fanno veramente i fuochi d’artificio.
- Un’altra scena da un’altra pellicola, e un’altra bruna conturbante: Mathilda May, alias Space Girl (chiamarla semplicemente “aliena” pareva troppo ordinario?), percorre nudissima gli interminabili corridoi di un laboratorio governativo col passo vellutato di una mannequin.
- Space Vampires è uno di quei film talmente assurdi da divenire oggetto di culto. Ritengo che in cuor suo il regista Tobe Hooper volesse realizzare una sintesi modernista e sensuale dei buoni vecchi film di fanta-horror: ma il risultato, super-produzione effetti ultra-speciali e principesca campagna pubblicitaria a parte, mi richiama alla memoria piuttosto certe boiate girate nei primi anni Settanta da Jess Franco con Lina Romay e C. Le quali se non altro avevano il pregio dell’artigianalità.
- In ogni modo, Mathilda May era fantastica (lo è ancor più adesso, a 43 anni compiuti). Esistessero davvero delle creature aliene così voluttuose! Ehm, nel caso ne conosceste una, magari nella Nube di Magellano dove si mormora siano tutte ciorgne, me la mandereste qui a bordo? Comincio a sentirmi un po’ solo…
- Drin-drin. Decimo squillo della mattinata. Ed erano soltanto le dieci e trentacinque!
- “Maurizio F.”
- “Je suis Nicholas Ercoreca. Est-ce je peux parler à monsieur Rama?”
- Santa Madonna del Pilone! “Ehm, oh, uhm... Monsieur Rama il n’est pa en bureau.”
- “D’accorj’appeleraiplustardtartufonjesuicathrindenevue.”
- “Sì, okkey, au revoir.” Le palle di fra Giulio che mi trovi qui quando richiamerai.
- Difatti, pochi minuti dopo il termine della pausa per il pranzo, avendo saputo dalle stressatarie di direzione che più o meno tutti i quadri dell’ente sarebbero rimasti in riunione dall’amministratore delegato fino alle quattro del pomeriggio come minimo, mi feci scribacchiare un permesso d’uscita anticipata dall’unico ravanello che contando quanto una caccola di naso non era stato convocato su nella fulgida stratosfera dirigenziale (non senza qualche brontolio da parte del fantozzi) e me la diedi a gambe. Adieu, maricons.
- Lester e i Clash. “E così, eccomi qui grazie alla cortesia aziendale della CBS International per vedere i Clash, per sentire i gruppi new wave alla radio (una festa per le orecchie di un americano) e trovare l’Impero, finalmente, di nuovo in preda a fermenti.” Per Lester, il cui pensiero era che il rock fosse sceso qualitativamente in picchiata dopo il 1968 avendo raggiunto il suo zenit nell’anno precedente (quando Keith Richards ancora non si arrampicava sulle palme da cocco e se n’andava a spasso per il Sistema Solare con gli occhiali da sole a occhio di mosca), il punk-rock rappresentò un’ipodermica per cavalli di nuova linfa esistenziale. Tant’è vero che la sua crepitante (al solito) recensione critica del gruppo inglese è strutturata in tre lunghe parti, che verranno pubblicate sul New Musical Express il 10, 17 e 24 dicembre 1977. Premettendo che, politicamente dissertando, non sa niente e non gliene potrebbe fregare di meno della struttura sociale inglese, il biondo scrive che il gruppo di Joe Strummer, Mick Jones e Paul Simonon “è giusto perché sotto il loro paesaggio sonoro teso e aspro si cela un persistente umanitarismo.” In più, gli aggradano come persone, molto più di ogni altro gruppo che abbia mai incontrato. Presumibilmente perché la sera che li conobbe essi rintuzzarono ogni sua provocazione con naturale arguzia britannica, senza mai tirarsela da rocker arroganti e spocchiosi.
- (“Be’, Lester”, disse Mick Jones, “non guardare me. Se ti dà tanto fastidio il genocidio culturale perché non fai tu qualcosa per cambiare le cose?” “Sì”, disse una delle fan, una ragazzina punk di colore carinissima, “ci stai facendo venire la depressione a tutti quanti!”)
- Lester B. finisce per montare sul carrozzone della band. Ci racconta di quando con nonchalance lasciò cadere che si era portato dietro la cassetta del nuovo album dei Ramones, Rocket To Russia, scatenando il genuino entusiasmo del gruppo. È molto felice di poter dire che i Clash sono fan accaniti dei Muppets, nonché gente relativamente sana (relativamente perché si fanno fior di cannoni, ma in dosi coscienziose il fumo integra il pensiero). “Non c’è neanche un affumicatore di cucchiai o un fricchettone malconcio. Oltre a ciò, non divorano groupie adolescenti come caramelle Zigulì, ammazzano il tempo e la noia sul tour bus leggendo libri impegnati e s’intrattengono spesso a parlare coi loro fan.” Magnifica il sex appeal misto di “monellaccio adolescente e primate del Paleolitico” di Paul Simonon. Trova “patetica e inadeguata” tutta la terminologia critica utilizzabile per descrivere le loro torrenziali esibizioni. Assiste a diatribe con titolari di locali pieni di mota e occhiate in cagnesco fra punksters sovraccarichi di spille e spillette e teddy boys perdutamente convinti della propria unicità. Non sente per nulla la nostalgia di New York, che l’aveva attanagliato in altre precedenti esperienze in Inghilterra. E di conseguenza riflette intensamente per la decimillesima volta sul suo controverso paese natio (“In America non sei tenuto a crescere. Sei tenuto a consumare.”)
- Il suo incarico avrebbe dovuto durare tre giorni, ma Lester è talmente preso bene che prosegue con i Clash fino a Coventry. Durante il concerto attacca bottone con una punkette “molto vivace, sana, giovane col suo giubbotto ricoperto di spallette coi nomi dei gruppi”, molto indispettita perché i Clash avevano chiesto al pubblico di non sputargli addosso. “Dopotutto, sono stati loro a cominciare”, dice.
- “Però suonano meglio quando non lo fate”, le rammenta Lester.
- “Non importa! Io voglio solo saltare! E anche i miei alunni!”
- Lester rimane basito. “I tuoi alunni? Aspetta un attimo, quanti anni hai?”
- “Ventiquattro. Faccio l’insegnante.”
- “Ma… allora… che ci fai qui? Cioè, perché ti piacciono i Clash?”
- “Perché mi fanno saltare!” E si è allontanata pogando.
- Me, me stesso e io. Nel 1983 le pareti della mia stanzetta erano adornate da un assortimento quanto meno eterogeneo di poster; Kiss, Iron Maiden, Richard Gere (oh, avrei voluto essere bello come lui!) la formazione del Torino Calcio 1982-83, Alice (!), Rod Stewart… e i Clash. Il mio primo loro album era stato Combat Rock, ma in seguito avevo fulmineamente percorso a ritroso tutta la loro discografia fino a quello juggernaut di suoni e intenti bellicosi che è The Clash, uno dei capolavori della storia del rock. Noel Gallagher una volta si è chiesto che diavolo ci trovasse la gente nello stile musicale del quartetto londinese. Io una miriade e fischia di volte mi sono chiesto che acciderba ci trovo io, nonché qualche altro milione di musicomani sparsi su quest’enorme sasso surriscaldato, negli Oasis. Una spiegazione può essere la loro propinquità al Ritmo Assoluto di Arthur C. Clarke: una volta che ti è penetrato nella capoccia vi resta per l’eternità, fagocitando ogni altro pensiero, addirittura i bisogni primari. Piuttosto inquietante, non trovate?
- I Clash invece sono il rock’n’roll ridotto alla propria pulsante ossatura e rilanciato nella stratosfera in un razzo a propulsione Molotov Cocktail. “Personalmente, non ricordo neanche di aver registrato il primo album, talmente ero intontito dagli spini”, rivelò poco prima di andarsene Joe Strummer a un rampante giornalista. Macché intontito, carissimo Joe: eri in stato di grazia! Flirtavi con la Musa nella Bottega dell’Arte, col Bob Marley in bocca e una mano fra le sue lunghissime gambe. E Il Capitale di Marx sul bancone.
- Julian Cope ha descritto efficacemente i concerti di questa pattuglia di uomini veri: “I Clash facevano pensare a un’immensa guerra nucleare. Avevi bisogno di movimenti che descrivessero le sparatorie sul delta del Mekong o i bombardamenti al napalm contro i bambini senzatetto.”
- He’s in love with rock and roll, woaahh!!! Non c’è una nota fuori posto in The Clash. L’unità d’intenti musicali e sociali è straordinaria, irripetibile quanto può esserlo Guernica di Picasso o Il Pensatore di Rodin, e Fun House. Non ti stanca proprio mai, e quando lo metti sul piatto o nel lettore laser o vattelappesca non è per enuclearne una canzone o due, exempli gratia ora mi ascolto London’s Burning e più tardi alla terza canna 48 Hours e nel mentre le Pipettes: te lo spari nelle orecchie ininterrottamente dal principio alla fine.
- Esimi Conflitti, ho un buon amico che come me vi ha venerato e continua a venerarvi come divinità che hanno preso forma umana, tuttavia è così rockisticamente pignolo che mi rubatta regolarmente le scatole con la storia che l’assolo di Police & Thieves gli suona come se fosse stato eseguito con una moneta da 100 lire anziché un plettro. Sarà, ma proprio in ciò sta la sua attrattiva! Ascoltatelo a buon volume al volante del vostro cigolante macinino italiano in un pomeriggio soleggiato di mezza estate sulla strada per Lekeitio...
- Strobe-cut. E mi ritrovai al bar Patxon di Karraspio, col mio culetto sodo poggiato su uno sgabello davanti al bancone. Manco il tempo d’imprecare che un’adorabile sirena bionda attraccò al mio molo e cantò: “Kaixo! Ni Nerea naiz. Eta zu, nor zara zu?” Ciao! Io sono Nerea. E tu chi sei?
- Il Babbione Natale, mi veniva da risponderle. Per contro rimasi silenzioso a fissarla come un bue sedato con una vagonata di thorazina. Era Piggy versione Lea-Artibai, più alta e slanciata e con quei lineamenti peculiari dovuti alla progressiva secolare introduzione dell’orifizio occipitale nel cranio con conseguente ritrazione del volto e ingrossamento delle tempie. In qualunque modo desossiribonucleico un bel pezzo di legno giovane, coi suoi pantaloncini di cotone bianco, la blusa rosa confetto e le ciabattine infradito. L’esame successivo per ottenere il Patentino Intergalattico di Bambino Rock delle Stelle?
- “Nor zara zu?” ripeté sorridendo Nerea Piggistarain.
- Io parlo il basco, o meglio ne mastico una trentina di frasi utili per stupire il borghese locale, specialmente il tipico stronzone di buona famiglia che ritiene che gli italiani siano tutti cretini e cascamorti e berlusconiani come pure discendenti dei piloti fascisti che bombardarono a tappeto Gernika. “Ni Maurizio naiz, laztana. Arratsalde on!” L’ultima locuzione significava “buon pomeriggio”, ma eravamo davvero in quella parte del giorno? Mi voltai verso le lontane onde spumeggianti: surfisti torciati, lettori solitari, fette di anguria, cellulite navarra, perizomi castigliani. Sì, dovevano essere le cinque o giù di lì.
- Replica di Nerea: “Ottimo livello di euskera!” Anche lei usava parecchio le strisce sbiancanti per i fanoni. Dopodiché mi aspettavo una domanda del solito banale repertorio, tipo che ci fa un italiano a Lekeitio, com’è che parli così bene la nostra lingua, è nato prima l’uovo bilbaino o la gallina donostiarra e avanti parei fino al Big Crunch.
- Ma la neska mi spiazzò prendendomi delicatamente la mano e frusciando, in perfetto italiano: “Vieni. Andiamo in spiaggia a parlare un po’.”
- Non avendo tra tutt’e due un asciugamano (men che mai io!), ci sedemmo direttamente sulla sabbia, a metà cammino fra il bar e la battigia. Io mi ero fornito di una San Miguel Extra: molto diversa dalla Especial, è una strong lager ambrata con un retrogusto maltato ma molto persistente. Non proprio una birra da spiaggia, ma è noto che i baschi sono gente spessa che ama le emozioni forti. Non per niente si spingevano fino a Terranova per cacciare le balene.
- Nerea estrasse dalla sua pochette dorata uno spinello d’erba, se lo accese con scioltezza e dopo tre o quattro boccate me lo passò. Nessuno ci guardò di traverso. Karraspio era un contesto di dolce libertà estiva.
- L’erba era squisita, si sposava alla grande con la birra. La sera s’inclinava pigramente sui pescherecci alla fonda. Stavo come una spalmata di miele con una goccia d’olio d’oliva su una fetta di pane tostato e imburrato. Ora ci sarebbe stato a meraviglia un bacio tenero come cioccolato bianco sulla guancia rosea della ragazza, come quando avevo nove anni sul grado del portone con la mia fidanzatina delle elementari, la capa delle femmine.
- Ma mi aspettava ben altro.
- Tutt’a un tratto Nerea Piggiberria interruppe la contemplazione di un surfista particolarmente abile. “Hai portato indietro qualcosa dal Traforo, Maurizio?”
- “Quale Traforo?” Poi capii. Era il nomignolo che gli scienziati avevano appioppato alla Singolarità di Gibson. “Che intendi per qualcosa?”
- Le punte dei suoi piedini ben modellati, il più bel sogno per un feticista, smossero nervosamente la rena. “Intendo qualcosa, Mau. Qualsiasi cosa.”
- Guardandola in tralice, roteai l’indice della mano destra. “Tutto questo è vero, o è solo un dannato set della Nasa?”
- “È vero, Mauri.” Un gemito di rassegnazione.
- Cancellai la fantasia del bacio. Mi alzai, riducendole il sole a un alone. “Reale una merda secca. Quel cannone era per blandirmi, vero? Così ti consegnerei la qualsiasi cosa senza fare troppo i capricci, per il sommo godimento dei capoccioni incravattati lassù o quaggiù in Sala Controllo. Tuttavia, io non ho proprio niente da darvi. Nessun ninnolo extraterrestre o sconvolgente verità cosmica scritta in esperanto galattico su pergamena plasmatica. Nada. Ci facciamo un bagno?”
- Lei mi chiese ancora, questa volta attraverso una lente gravitazionale: “Cos’è successo dall’altra parte, Mauri?”
- “Non voglio sapere cosa fanno i ricchi. Non voglio andare dove vanno i ricchi. Si credono così furbi, si credono così giusti, ma la verità la sanno soltanto i poveracci.”
- “Zer da hori? Cos’è questo che dici?”
- Che accidenti avrei dovuto rispondere a quella megagnocca governativa cannaiola? “Senti, neska ederra, una razza benedetta mi ha fatto scoprire Lester Bangs, pirotecnico recensore di frastuoni rock e figura chiave della controcultura americana. Sono stato sottoposto a un confronto virtuale fra le sue esperienze e le mie in materia di rock’n’roll che mi ha arricchito l’esistenza.”
- Ma a Nerea e soprattutto ai suoi ingessati responsabili non avrebbe potuto fregagliene di meno. Essi volevano, anzi pretendevano l’oggetto, il reperto tangibile da analizzare, sezionare, fotografare, vezzeggiare, sodomizzare; non si spendono miliardi di soldi dei contribuenti per mandare un tizio dall’altro lato di un wormhole a dissertare di beat, hard rock e punk con gli ometti verdi, le piovre senzienti, i globi luminescenti o qualunque aspetto abbiano i nostri interlocutori.
- Fiato sprecato. E io, brillo, avevo una gran voglia di tuffarmi sotto quelle onde, vere o artificiali che fossero. Allora abbandonai un’interdetta Nerea sul suo piccolo monticello di sabbia e mi diressi ad ampie falcate verso il bagnasciuga, con indosso ancora i pantaloni e la camicia di tela. La sentii gridare qualcosa dietro di me, ma spallucciai. L’acqua era tiepida e pulita, perfetta. Strobe-cut.
- Aveva smesso di piovere: dopotutto, non può piovere per sempre. Ero tornato in sintonia con il mondo che gli uomini definiscono reale. Piggy Paradigmatica e Notebook Swimmer se n’erano andate.
- In loro luogo, un’adolescente molto somigliante a Eva Green, la libertina palliduccia e lentigginosa di The Dreamers. Eva Succedanea era intenta nella lettura di La strada del Kama-Sutra di Deepak Chopra. Di lì a qualche attimo fu raggiunta da un ragazzo alto e sottile coi tratti somatici inconfondibilmente indiani: il suo Bhagwan.
- ScaffHal colse quel momento per pronunciare le sue prime parole blasé della giornata: “Nel 1967, terminato il tour australiano degli Yardbirds, Jimmy Page se ne scappò in India: dichiarò che voleva ascoltare musica carnatica. Magari vi fosse tornato, e rimasto per sempre, al termine delle sessioni di Physical Graffiti.”
- Sorridendo sotto i baffi, calai lo sguardo al blocco di memoria cartaceo. Un altro cambiamento. Sul mio tavolo non c’era più la Guida Ragionevole al Frastuono, ma I CLASH/Arcana Editrice. Lo attivai.
- “Non stare alle regole / non fanno per te è roba da stupidi / E se non lo sai lo stupido sei tu / Allora stateci voi alle regole pezzi di idioti.”
- Sorrisi di nuovo. Il cielo si spalancò in un immenso lago azzurro. “Grazie, Lester: sei un grande. Stasera berrò un paio di Bud in tuo onore. Facciamo anche sei.”
EPILOGO
“La pratica di una professione richiede disciplina, che per me intendeva la produzione di duemila parole in bella copia ogni giorno, fine settimana inclusi. Scoprii che, qualora cominciassi abbastanza presto, avrei potuto completare il lavoro quotidiano prima che aprissero i pub. Diversamente c’era un inebriante periodo della notte dopo l’orario di chiusura, coi vicini di casa battendo sui muri per protestare contro l’industrioso ticchettio della macchina da scrivere. Duemila parole al giorno significa un totale annuale di settecentotrentamila. Porta in su la percentuale e, senza indebito sforzo, puoi raggiungere il milione. Questo dovrebbe significare dieci romanzi di centomila parole per ciascuno. Naturalmente l’approccio quantitativo alla scrittura non è contemplato. E a causa di doposbornia, dispute coniugali, citazioni per incontrare funzionari statali, e pura torpida malinconia, io non fui capace di realizzare più di cinque romanzi e mezzo di dimensione molto moderata in quell’anno pseudo-terminale. Nondimeno, ciò era quasi prossimo all’intera produzione letteraria di E.M. Forster nella sua lunga vita.”
- Un martedì sera qualunque. Cementati davanti all’ingresso del Lab, io e la mia banda sorseggiamo la quarta o quinta birra, dopo un po’ uno perde il conto. Sotto i portici della piazza è tutto uno sfilare di ragazze mediamente giovani e attraenti, con frequenti bagliori d’eccellenza. Vito reitera spesso che quando noi eravamo dei pivellini le ragazze non erano così belle. Io credo che vi fossero anche meno ragazze a spasso per la città la sera: per dirla volgarmente, eravamo tutti cazzi e zero, o quasi, gnocche. In fin dei conti, non tutto il progresso viene per nuocere.
- Alla consolle DJ Naska, storico (Daffy, suo vecchio compagno di brigata modernista, correggerebbe in “anziano”) batterista degli Statuto, si lancia in un brillante mix di successi rock britannici. Ciò dà la stura all’ennesima discussione musicomaniaca:
- Vito: “Secondo te qual è il disco più bello dei Faces?”
- Io: “Mah, a me piacciono tutti. Certo che A nod is as good…”
- Giorgio Pitone (soprannominato così per i suoi forti appetiti): “Io sono più per gli Smiths e le band shoegazer. Carina quella biondina laggiù.”
- Daffy: “Dio c…, sempre con ’sta musica. Non avete più vent’anni!”
- Io: “Se è per questo, neanche trenta. E fra un po’, neanche quaranta.”
- Eh già.
- Di Soffocare, che per me è il miglior libro scritto da Mr. Chuck Palahniuk, mi ha colpito soprattutto una frase. Pag. 1, riga 7: “Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.” Spietatissimo, ma vero. Puoi tingerti o trapiantarti i capelli, riempirti i lineamenti di botoina fino a sembrare uno scimpanzé bonobo, bere ettolitri di tè verde e passare tre quarti della tua giornata a pisciare nel cesso, gonfiarti le poppe con l’olio di colza dieci volte l’anno, massacrarti di step cinque sere su sette, fare Tai Chi ogni mattina presto al parco sotto casa in mezzo alle deiezioni canine e alle siringhe usate. Ma non smetti di invecchiare neanche per un fottuto nanosecondo.
- Tutto sta nel piantarla di rodercisi il fegato e il cervello. Cambiare canale ogni qual volta lo psicologo ospitato di turno si mette a pontificare sulla crisi di mezz’età. Fregarsene altamente di quella data stampata sulla carta d’identità. Far rottamare l’invidiometro dall’AMIAT. C’è ancora tanta, tantissima vita oltre il devastante doposbornia della gioventù. I brasiliani, che sono molto saggi, fanno del doposbornia una nuova festa. Anche gli spagnoli sostengono che non c’è niente di meglio che un bel boccale di birra chiara e fresca per toglierti la resaca. E ricominciare coi baccanali.
- Diciamo tutti insieme grazie che ho bevuto. Sempre e comunque.
- “Facciamo un altro giro?”
- “Ma naturalmente!”
- “Io veramente domani mi dovrei alzare presto…”
- “Dài. L’ultima birretta e andiamo a casa!”
- Forse.
Anthony Burgess, celebre scrittore mancuniano, autore di una cinquantina di libri tra i quali A Clockwork Orange (“Arancia Meccanica”). A 43 anni gli fu erroneamente diagnosticato un tumore inoperabile al cervello con aspettativa di vita di un anno. Il “mezzo romanzo” era per l’appunto la prima stesura di A Clockwork Orange.
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