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Oggi è una
giornata veramente speciale: ho comprato il mio primo disco, Highway
to Hell degli AC/DC! Mi piace il
rock duro sparato ad alto volume.
Peccato non avere a disposizione più soldi, così
mi
comprerei un vinile o una cassetta al giorno, anche quelli di genere
punk, ’sti gruppi conciati strani che fanno vedere su
Videogruppo
a tutte le ore: Damned, Stranglers, Sex Pistols, Siouxsie & The
Banshees…
È settembre e fa caldo. Niente male, seppure fra
pochi giorni mi toccherà affrontare l’impatto con
queste
benedette/maledette scuole superiori: ho scelto di fare il perito
elettrotecnico, ma comincio a dubitare che sia stata la scelta giusta.
La mia profia di mate delle medie, l’ultimo giorno
d’esame,
mi ha detto sicura che io sono in grado di frequentare qualsiasi corso
di studi. Se lo dice lei… vorrei che avesse visto quante
volte
ho aperto i libri in tre anni: allora non l’avrebbe sparata
così grossa. Io praticamente non studio, vado avanti
memorizzando ciò che blaterano gli insegnanti a scuola:
sarò un genio?
Forse. Intanto
giochiamo a pallone nella nostra via privata finché
c’è questo bel sole! Ieri sera tardi ho visto su
Grp due
cose molto ganze: la prima è stata una di quelle partite di
calcio brasiliano commentate da Mario Mattioli, un tizio che
scimmiottando i telecronisti brasiliani ulula un interminabile
“gol!” a ogni marcatura (Zico è davvero
un
figaccione e ora in questo match a porticine non faccio altro che
sciorinare tacchetti e colpi d’esterno in suo onore); la
seconda,
un film sporco francese, e lì è andato tutto
perfetto
perché l’orologio segnava mezzanotte e
trentacinque ma i
miei erano già a dormire. La sozzeria s’intitolava La
calda bestia.
L’attrice protagonista era Lina Romay, una
brunaccia dal corpo stupendo e la faccia da zoccola. Faceva male,
guardarla. Ad un certo punto sul palco di un teatrino per bavosi si
è inginocchiata davanti a una statua di marmo raffigurante
un
uomo nudo e ha preso a leccarlo proprio lì. A me
è venuto
più duro della statua, ma non ho avuto il coraggio di farmi
una
sega in salotto: sarebbe stata la seconda in assoluto, però
la
prima me la sono fatta chiuso a chiave nel cesso a doppia mandata, e
che esperienza, wow! Tutto rimandato alla prossima proiezione, allora.
Pure i fratelli Zeverin hanno visto la puttanella
all’opera. Ne parliamo fra un dribbling e l’altro,
sperando
segretamente che alla fine qualche coetanea ci calcoli piuttosto che
correre dietro a quelli che hanno tre anni più di noi, i
fatti
duri con la Vespa e il chiodo.
Comunque questa giornata è speciale anche per
qualcos’altro. Infatti, Derio ‘Dirceu’
Zeverin mi ha
convinto ad andare a vedere una partita del Toro in Curva Maratona;
stasera si gioca la Coppa Italia e la squadra granata
affronterà
il Catanzaro. Io il Torino l’ho già visto giocare
varie
volte, però in curva non ci ho mai messo piede; a dire la
verità vado a vedere più spesso la Juventus o la
Nazionale, le rare volte che viene qua a Torino. Insomma,
calcisticamente parlando sono una vera troia. E questo sembra che non
vada bene.
Partiamo dal nostro ritrovo giornaliero alle sette e mezzo
di sera; a piedi, poiché abitando vicino allo Stadio
Comunale il
tragitto non è esagerato. Mentre scarpiniamo Derio
fantastica
sulla balconata ultrà della Curva Maratona, dicendosi sicuro
che
la mia fede si orienterà definitivamente verso il granata.
Torno
a ripetere, non è che io sia particolarmente tifoso di una
squadra piuttosto che l’altra, diciamo che mi piace il calcio
in
generale e sono un lettore assiduo del Guerin
Sportivo,
comunque per Dirceu io sono una puttana che va redenta. “Non
esistono mezze misure, Izio: o sei della Juve o sei del Toro,
cazzo!”
Arriviamo ai poco affollati botteghini, compriamo il
biglietto ed entriamo. L’anticurva è pieno di
gente che
srotola striscioni e bandiere, che vende sciarpe e adesivi, che fa
colletta per il proprio gruppo e s’incazza di brutto se non
gli
sganci qualcosa. Io lancio duecento lire nel primo berretto che mi
viene sporto senza neanche avere il coraggio di guardare in faccia il
proprietario: ricevo in cambio un grugnito di riconoscenza.
È
bello questo andirivieni colorato di granata.
Saliamo
due gradini per volta
l’ampia scalinata che porta giusto sotto la cosiddetta
balconata.
Derio mi prende per il braccio e me la indica. “Guarda che
meraviglia: gli Ultras Granata!”
Su questo vetusto parapetto ci saranno una ventina di
soggetti, quasi tutti coi capelli lunghi, i jeans a tubo, la T-shirt
degli Ultras e le scarpe da ginnastica dell’Adidas, alcuni
con
uno spinello in mano – non ne ho mai fumato uno finora. Tutti
ridacchiano, saranno fusi persi, si pigliano reciprocamente per i
fondelli con pizzicotti e buffetti sul collo, talvolta qualcuno vacilla
rischiando di cadere ma è trattenuto in tempo da mani
amiche.
Sono fantastici.
Saliamo le gradinate andandoci a situare nel cuore del
settore ‘riservato’ agli Ultras Granata, proprio in
asse
con il centro della balconata occupata dagli sballoni. Da quel momento
in avanti seguiamo ogni coro urlando a squarciagola senza bisogno di
farci esortare da nessuno, perché qui se non canti sono
schiaffoni sulla cotenna. Derio mi ‘presenta’ i
capi del
tifo organizzato, dal florido Joao Pinto all’immenso Margaro
senza trascurare Gagnosporco, Strega, Piana e il mefistofelico Carmelo,
uno che se ti si parasse davanti gli consegneresti automaticamente
portafoglio stivali cinturone pacchetto di sigarette e accendino senza
neppure aspettare che te lo intimi lui. Toro,
Toro, Toro!
A fine partita sono talmente rapito che non mi rendo neanche
conto se abbiamo vinto, pareggiato o perso – per la cronaca,
la
partita è finita 1-0 per il Toro con gol di Ciccio Graziani
al
15', nota dell’Osservatore Galattico. Deliro di
felicità
per aver scoperto che questa è davvero una magica curva.
Orbene,
signore e signori, ho deciso: d’ora in avanti sarò
sempre e solo tifoso del Toro.
La mignotta Izio di Via Privata
è morta e sepolta.
È fine ottobre e fa freddo. All’inizio del mese
il Toro è stato eliminato al primo turno di Coppa UEFA dallo
Stoccarda: una delusione cocente. Ribaltato lo 0-1
dell’andata
con Claudio Sala nel primo tempo e Graziani nei supplementari, i miei
freschi beniamini hanno fallito agli sgoccioli il gol della sicurezza
in contropiede con ‘Corsaro’ Greco, che
anziché
servire il liberissimo Poeta ha sparato addosso al portiere. Sul
successivo capovolgimento di fronte la palla è giunta a un
certo
Ohlicher (sembra una marca di wafers) che da fuori area ha fatto
partire un tiro sega che passando attraverso una selva di gambe
è terminato in rete. Toro eliminato e rabbia
ultrà. E io
ero al Comunale, porca mattina: al triplice fischio
dell’arbitro
mi è venuto da piangere.
Il vegliardo pelato dietro la cattedra parla
d’equazioni di qualche accidente di grado e io non me lo
filo,
poiché continuo a lumare la nostra nuova compagna di classe.
Si
chiama María Laura ed è argentina;
sarà scappata
dalla dittatura dei generali, che secondo quanto scrivono i giornali
sta facendo sparire nel nulla centinaia di persone laggiù?
Mi
piacciono anche i calciatori argentini, in particolar modo Mario
Kempes, René Houseman e Osvaldo Ardiles. E
l’ultimo numero
del Guerin
mostrava la foto di un ragazzo piccolo e riccioluto
con la faccia da scugnizzo napoletano che promette meraviglie, tale
Diego Armando Maradona. María Laura Spinzo ha un adorabile
caschetto di capelli bruni, gli occhi blu e un bel paio di tettine.
Assomiglia vagamente a quell’attrice inglese, come diavolo si
chiama… ah, Charlotte Rampling. Il fatto è che
anche lei
mi punta, porca miseria.
Finalmente termina la lezione di Telly Savalas, adesso
c’è inglese ma quella ciospa coi denti di
zafferano della
profia subentra sempre in ritardo di cinque minuti abbondanti, quindi
si può bighellonare. Ecco Luisa Patané:
è una
squinzia in gamba, la prima ragazza ‘amica’ della
mia vita.
Voglio dire, dacché lei non mi piace (ha il naso troppo
lungo e
gli incisivi alla fratel coniglietto) e io non piaccio a lei (troppo
rockettaro) e parliamo parecchio, credo di poterla considerare come
tale. Ma che starà venendo a dirmi? Collego varie cose: lei
è la compagna di banco di María Laura, la
medesima mi sta
facendo capire a chiare lettere che io le piaccio, quindi…
Luisa poggia il suo bel fondoschiena sul mio banco,
accavalla le gambe, mi guarda e spiattella:
“Perché non ti
metti assieme a María Laura?”
“Mettermi insieme con quella lì, io?”
“Mi fai lo schizzinoso, adesso?” Quasi
scandalizzata. “Guarda che le piaci da morire. Sono due
giorni
che mi fa una testa così su quanto sei carino, con quel suo
accento lagnoso, gne gne gne!” Ride.
“Così sarei carino.” Sono lusingato, per
quanto sinceramente non credo di essere ’sto gran che. Troppo
magro e angoloso.
“Sì che lo sei, scemotto. E dài,
baccagliatela!”
“Grazie, Luisa. Sei grande.” Lei mi strizza
l’occhio e scivola via. La ciospa è arrivata.
Non appena suona la campanella dell’intervallo schizzo
subito da María Laura de La Pampa come mi ha consigliato
Luisa;
lei ricambia la mia azione con un sorriso a trentaduemila denti che
trasmette “finalmente ti sei deciso!” Ma poi io
m’impappino: “Ehm, sai,
comunque…” Risolvo
l’impaccio dandole un bacio frettoloso sulla guancia e
scappando
verso il bar, perché altrimenti ’ste termiti si
fregano
tutti gli snack. Ma a casa loro mangiano o passano solo la lingua sui
piatti?
Mezzogiorno, uscita. Mi trattengo un attimo sulle scale a
parlare del Toro con un gaggio (neanche due mesi di Curva Maratona e
già mi sparo la posa da ultrà granata vissuto!) e
per
questo perdo di vista María Laura: la ritrovo ad aspettarmi
oltre la cancellata. Appena le sono vicino la mia
‘fidanzata’ sorride inarcando un sopracciglio:
è
evidente come il sole lassù in cielo che si aspetta un bacio
profondo. Anche qui, mai avuto il piacere. E allora facciamo anche
questa! Ma la vita di un adolescente è tutta una fottuta
prova?
Mi armo di coraggio e l’attiro a me manco fossi John
Travolta in La febbre del
sabato sera. Mollando lo
zainetto a
terra con un gesto da melodramma (a beneficio della troupe di Proxima
Centauri che mi sta filmando dalla stratosfera), incollo la mia bocca
tremante alla sua.
Un attimo che si dilata all’infinito come in certi
libri di fantascienza. Le sue labbra si ammorbidiscono, schiudendosi.
Ora che devo fare, metterle la lingua in bocca? Lo faccio.
M’imbatto in una gomma da masticare, presumibilmente Big
Babol;
bleah, ma sapendo che l’avrei baciata non poteva sputare
quella
merda piena di coloranti cancerogeni?
Ritraggo lestamente l’organo del gusto, un po’
nauseato, rigido come un baccalà. Lei si stacca e mi rivolge
un’occhiata perplessa, poi bisbiglia un ciao che a momenti
neppure Superman capterebbe col suo leggendario super-udito, mi volta
le spalle e se ne va.
Ciò nonostante, non appena realizzo che per la prima
volta in vita mia ho baciato una ragazza sulla bocca, mi si gonfia il
petto d’orgoglio. Sono talmente esaltato che potrei andare su
Marte, salutare le carcasse congelate delle sonde Viking e tornare a
Torino in meno di un minuto.
Un paio d’ore dopo, a casa mia, squilla il telefono.
Anticipando mia madre di un soffio, alzo la cornetta e chiedo:
“Chi è?”
“Maurisio?” Pieno di visio, per servirti. Faccio
cenno alla mia genitrice di allontanarsi; lei, impicciona nata,
acconsente a malincuore. “Si, ciao, María, sono
io.”
Diamine, sente già la mia mancanza…
“Senti, Izio, mmm, mi dispiace non avertelo detto
prima, he hecho… scusa,
ho fatto male, ma io ho
già un ragazzo e oggi, a pranzo, pensavo che gli voglio
ancora
bene, non posso lasciarlo. Scusami se ti ho preso in giro, spero che
saremo almeno amici… Hasta
mañana.”
Clic.
Lei pensava. A pranzo. Ma tu guarda. Io a pranzo penso solo
a strafocare, così almeno i miei non si preoccupano pure
della
mia salute, visto che già friggono per come vado a scuola.
Cristo santo. Sono così provola che una ragazza mi
pianta neanche quattro ore dopo esserci messi insieme? Che stronza. Ha
fatto tutto lei, ha fatto. Non mi vuole? Bacio da schifo?
Be’,
che se ne torni dal suo gaucho
e non rompa più i
coglioni!
Rimugino la storia ancora per qualche minuto; poi, tutto
d’un tratto, scoppio a ridere. Non può essere,
è
un’assurdità patentata. Non vedo l’ora
di raccontare
l’accaduto a Derio.
Forse è meglio andare a vedere il Toro che correre
dietro alle sottane.
Carles
Rexach scende
sulla fascia destra, si ferma, dà uno sguardo al difensore
che
lo sta per affrontare e un altro all’area di rigore
avversaria,
quindi si sposta il pallone sul sinistro e calcia un lunghissimo
traversone. L’azione sembrerebbe destinata a perdersi sul
fondo
alla destra del portiere, ma all’improvviso un acrobata
smilzo in
divisa blaugrana
si materializza dal nulla esibendosi in una
torsione degna di Nureyev, di modo che il Nou Camp si trasfigura
momentaneamente in un teatro Bolshoi culé,
irradiando
gioiosa ammirazione nell’ultravioletto. Il tacco destro del
giocatore colpisce la palla che con mirabolante semplicità
va a
insaccarsi alle robuste spalle dello sbalordito estremo
difensore avversario. Signore e signori miei, ecco a voi Johan Cruyff,
il profeta del gol!
L’urlo dirompente della folla catalana prende
sfumature anglosassoni, ora siamo nella Swinging London degli anni
Sessanta e bellissime ragazze in minigonna ballano i Rolling Stones in
Carnaby Street con movenze sciolte e sensuali. Sul prato verde del
leggendario stadio di Wembley Hurst prende la mira e spara una
micidiale cannonata in direzione della porta tedesca, Beckenbauer
assiste impotente all’infrangersi del pallone contro la
traversa.
La sfera rimbalza sulla linea, oltre la linea… dove?
L’arbitro indica il centro del campo. È gol.
Che cosa? Nein, no, referee!
Stavolta il tempo guizza in avanti come un cobra quantico,
si restringono i pantaloni e si accorciano le acconciature, Johnny
Rotten urla I’m an
anarchist come una bestia
idrofoba,
la polizia a cavallo carica gli hooligans
del West Ham e uno
zoccolo mi colpisce alla testa, facendomi precipitare in un abisso nero
come la pece…
Mi sveglio di soprassalto. Col cuore in tumulto rivolgo lo
sguardo alla sveglia sul comodino. Cazzarola, sono già le
sette
e un quarto! Se non mi do una mossa arriverò tardi a scuola. Bobbies
del cazzo.
1983 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992 1993 – Epilogo – Note finali
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