Occhiata di polpo alla
sveglia: 7.45. Di già? Porca troia zozza.
Sguscio a fatica fuori dal letto. “Ma che
minchia,” impreco dentro di me “così
giovane e
già da buttar via? Diamine, fra poco più di un
mese
compio vent’anni, dovrei volare come un aquilotto…
e
invece mi lascio frullare da qualche Ceres.”
Scrollando la testa e strofinandomi vigorosamente le braccia
mi avvio a piedi nudi verso il bagno. Ma’ e Pa’
sono ancora
rinchiusi nei loro rispettivi hibernacula.
Il grosso specchio appeso sopra il lavandino mi restituisce
una fedele replica disastrata di me stesso: capelli troppo lunghi e
aggrovigliati, faccia da epatite virale, corpo da iguana a stecchetto.
Ho proprio bisogno di una bella rassettata. Acqua a volontà
per
il commando ultrà. Già, perché oggi si
va a
Bergamo per vedere Atalanta-Torino, cari i miei amici drogatelli.
Mentre un potente getto d’acqua calda lava via i
postumi della sbronza ripenso a quest’ultima settimana
passata
ogni santa sera al bar Sweet a imparare tattiche di guerriglia
nonché bersi avidamente i racconti tragicomici dei Vecchi
sulle
scorse edizioni di questa ‘classica’ del casino da
stadio,
una pietra miliare nel lungo e glorioso cammino del tifo organizzato
della Curva Maratona.
Raccontava Joao Pinto: “Ad un certo punto ci siamo
dovuti rifugiare in un condominio: io, Peppo, Aria e Tempesta. Peppo
bussa alla prima porta che vede, sai, con quella faccia da culo che si
ritrova… Dopo qualche attimo apre una zitellona coi bigodini
e
l’aspirapolvere in mano. Allora il fesso di Peppo inizia a
frignare che siamo di Torino e abbiamo i teppisti alle calcagna e se
torniamo in strada ci beccano e ci spaccano la faccia, insomma tanto fa
che alla fine la tizia s’impietosisce e ci fa entrare, anche
se
‘solo per cinque minuti’, precisa. Allora andiamo a
sederci
tutti e quattro sul sofà nel soggiorno, una scena tutta da
ridere, lei ci chiede se per caso desideriamo qualcosa da bere e
Tempesta risponde gaio: ‘No, grazie, signora, ma gradirei
tanto
potermi rollare una canna.’” E giù
risate. Nessuno
sa raccontare le antiche gesta degli Ultras Granata meglio di Joao:
è il nostro cuore cantastorie.
Sei sere su sette spese ad attendere al freddo il 17 che
passa una volta ogni morte di papa, poi due ore di bar,
un’ora di
giardinetti a spararsi tromboni e birrozze tra lazzi e frizzi, ritorno
a casa sempre sullo stesso dannato autobus, una presa di televisione e
via a letto, sballato come una mina. Sei mattine di risvegli
apocalittici – be’, sette, considerando anche
questa
–, colazioni per pensiero, perorazioni parentali, un altro
pullman sbuffante per andare all’istituto tecnico, la
mattinata
passata a sforzarsi di tenere gli occhi aperti con una mano sui
coglioni affinché gli insegnanti non ti chiamino alla
lavagna a
far spanciare dalle risate tutta la classe – quando non sei
tu a
ridere per l’impreparazione di qualcun altro,
poiché,
è ovvio, mors tua
vita mea. Nessuna
pietà per il
compagno di scuola.
E oggi è giunto finalmente il giorno
dell’appuntamento tanto atteso. Urge recuperare subito un
po’ di tono muscolare, cosicché mentre
l’acqua per
il tè si scalda sul fornello io toltomi
l’accappatoio e
indossata biancheria intima fresca di bucato mi lancio in una serie di
ben cinquanta flessioni sul pavimento della mia cameretta, al termine
della quale torno in cucina a mettere la bustina nel bricco; indi passo
celermente in rassegna il mio guardaroba, Richard Ferrini Gere in American
Pipparolò, cernendo a
colpi d’anca funkeggiante i capi
abbigliamento più adatti alla guerriglia urbana che potrebbe
scatenarsi in quel di Bergamo. Sbatto tutto sul letto alla rinfusa e di
nuovo nel tempio delle massaie, dove ingurgito due fette biscottate
spalmate di Nutella bevendoci sopra il tè bollente.
Come mi vesto? Maglione bianco a girocollo, pantaloni di
velluto grigio, Adidas Tampico e un giaccone di renna imbottito che ho
comprato l’inverno scorso da Cavallo Pazzo, il tempio degli
sballoni torinesi. In una delle due capaci tasche interne infilo il
walkman con la cassetta di Radio
Ethiopia di Patti Smith: Ask
The Angels in particolare mi fa
impazzire, ma tutto il disco
è davvero ganzo. Le chitarre sono galattiche.
Scapodaca’ giusto nel momento in cui mia madre esce
tutta anchilosata dall’ibernazione, riuscendo lo stesso a
captare
con nitidezza la fatidica domanda, “almeno sei coperto a
sufficienza?”, che lei è in grado di emettere in
qualunque
condizione psicofisica, nel dormiveglia allo stesso modo che
precipitando in caduta libera attraverso una stella collassata come le
astronavi che combattono la Guerra
eterna, un libro bellissimo
che ho finito di leggere l’altro ieri.
Fuori sembra di essere su Caronte talmente si gela;
ciò nonostante il cielo promette una giornata serena. Mi
dirigo
ad andatura spedita verso il bar Lina, dove ho il gancio con gli altri.
Sfreccio davanti al fottuto mobilificio Drovetti dove a suo tempo ho
lavorato, quantunque per un solo giorno… il padrone
è uno
spilorcio di prima categoria! Pensa che aveva mandato Lina in giro per
l’isolato a strillare ai quattro venti la propria impellente
necessità di manodopera per traslochi e minchiate del
genere, e
sai quant’è truzza quella lì:
“quel tizio
paga bbene, zapete, è proprio bbravo, ma bbravo come il
pane”.
Già. E io sono sempre senza soldi, la paghetta
settimanale dei parents evapora dal mio portafoglio in un amen, quindi
mi ero presentato senza indugio da questo decantato mobiliere (uno
scimunito coi baffoni e la faccia da cercopiteco, l’anello
mancante fra lo zappatore e la scimmia) ma quello mi aveva fatto
passare una mattinata da incubo e un pomeriggio da trip andato male su
e giù per tre palazzoni di Corso Mediterraneo a smontare e
rimontare armadi in noce alti come il monolite di 2001:
Odissea
nello Spazio, per quattromila
lire sbrindellate consegnatemi in una
busta bianca a chiusura negozio da sua moglie, che è pure un
bel
fighino, porca miseria... sempre coi jeans attillati... certamente gli
metterà una foresta amazzonica di corna. Un pomeriggio sul
tardi
mentre cazzeggiavo per la zona ho quagliato con lo sguardo una tipa che
le assomigliava un po’ troppo per non essere lei farsi
mettere
una mano in mezzo alle cosce da un bellimbusto in una macchina
parcheggiata neanche troppo lontano dal mobilificio. Che spudorata.
Comunque sia, non mi acchiappano più; piuttosto, mi metto a
spacciare fumo. O a ricattare quella cornificatrice. Sono bravino a
prendere foto.
Finalmente giungo davanti al bar. Derio e Dario (a volte
è un’impresa pronunciare il nome giusto per il
fratello
giusto) sono già là ad aspettarmi: Pippo no. La
puntualità non è propriamente il suo forte.
Come al solito Derio mi accoglie con esuberanza mentre il
fratello, la perenne Camel all’angolo della bocca, non fa
quasi
una piega: “Uehilà, Izio, tutto bene? Che dici,
andiamo a
prenderci un fracco di mazzate o gli mettiamo un po’ di
peperoncino nel culo a questi bergamaschi?”
“Vedremo, compare. Hai portato la bottiglia di
Ballantine’s?”
“Ma certo, pezzo di malfidato!” replica
vivacemente Derio, additando freneticamente il tascapane che porta a
tracolla, poi prosegue: “Cazzo, stamattina ho in testa come
un
trapano. Ehi, guarda, sta arrivando Pippo.”
“Pezzi
di babbi!” urla
l’anima lunga a mo’ di saluto: la frase che va di
moda
attualmente in Curva Maratona, © Cosimo Palmieri detto
‘Cocs’, tutti i diritti riservati.
“È arrivato Pippo Speed” commenta Derio
in tono sarcastico. “Oh, ma a te ci vuole la clava di Fred
Flintstone per buttarti giù da letto? Come sei messo male,
uagliò. Dio buono, questo qui beve un millilitro di birra e
va
in catalessi peggio di una mummia egiziana. Ah, Renzus in
fallibus...”
“Va bene, va bene, in ogni caso siete babbi.”
Stamattina Pippo Ocasek non brilla per varietà. Neanche
nell’abbigliamento: indosso, ha il solito vecchio giaccone di
panno verde.
Io propongo: “Facciamoci un caffè con un bel
grappino a complemento, tanto per iniziare bene la giornata!”
E
allora andiamo con un bel coretto: “A
noi Ultras del Toro,
nessuno ci può fermare, per questo tutti in coro, canteremo
così…
”
Immantinente Lina fa capolino dall’uscio del bar
ragliando: “Oh, giovini, ma fate un po’ meno
casino, che
è mattina presto!”
“Ma non romperci i marroni e facci ’sti quattro
caffè, pezzo di gaggiona” ribatte Pippo con una
sgarbataggine da cineteca che peraltro Lina incassa quasi senza batter
ciglio, giacché il Truppi è uno dei maggiori
sponsor del
suo locale, capirai, vi lascia una media di ottomila lire giornaliere,
quindi a quel roito meridionale da riviste porno per carcerati conviene
senz’altro far buon viso a cattivo gioco.
Consumato il rituale della tazzurella ’e caffè
seguita dal bicchierino di grappa bevuto tutto d’un fiato, ci
congediamo dalla bernufia dirigendoci tutti giulivi verso la fermata
del 58. L’attesa dell’autobus per la stazione vale
bene uno
spino di Libano Rosso, e Derio Dirceu s’incarica di rollarlo
con
tutti i crismi. Oh oh oh,
forza magico Toro!
L’atrio di Porta Nuova è una bolgia
incredibile: stendardi e sciarpe e cappellini granata dappertutto.
Spettacolo puro, gente mia.
Derio è estasiato, batte le mani: “Ma ti rendi
conto di che corteo faremo a Bergamo? Metteremo la città
sottosopra!”
“Mi rendo conto pure che fra cuore del distillato e
fumo sono già di nuovo sverso come una carogna.”
Derio
sogghigna e mi dà una sonora pacca sulla schiena.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza,
perciò io e la mia combriccola ci mettiamo a vagare qua e
là salutando tutti quelli che conosciamo, tutti fusi come e
peggio di noi, corre voce che qualcuno abbia perfino buttato
giù
una micropunta, però che esagerati, non stiamo mica andando
a
Monterey per vedere Jimi Hendrix! Nondimeno questa trasferta si
prospetta realmente una Wild
Thing.
Tutti in carrozza!
Jack Douglas sta imbottendo di stracci gli spazi al di sotto
della porta. Ogni fessura, ogni incrinatura. Sulle risaie di Vercelli
la luna sta crescendo piena e grave. Contemplazione universale.
Antigravità. Pisciando in un fiume zebrato con assoluto
disprezzo. L’elisir dell’assenza con nome di donna.
Granelli stupefacenti per mantenere l’illusione di potere. La
chitarra si sente meravigliosamente a suo agio nelle mani di Lenny
Kaye. Ivan Kral beve un sorso di Budweiser e si fa una striscia di
polvere interstellare. Lorena vuole mangiare una pizza con me ma io non
ho una lira. Mi piace la fonduta. Lo sguardo perspicace di Filippo
Dick. I libri sono cose fisse a senso unico ma quando prendo in mano un
libro io mi sento nuovo, mi dà nuove idee. Formare i sogni.
Una
Fender Duosonic per il commando ultrà. Una nebbia rabbiosa
cala
sull’Ethiopia piemontese. Verlaine, Rimbaud, Hendrix, Richard
Sohl, Claudio Sala, Pupigol, Beppe Dossena, Render il Formatore di
Sogni tutti lì… noi tutti lì.
“Ascolta, Izio, se ti va di scendere un attimino da
Marte, io starei per aprire la buta di whiskey.”
Sorridendo e togliendomi le cuffiette dalle orecchie reubico
il mio sguardo dal paesaggio scorrente a Derio Dirceu, al momento
impegnato nel sacro cerimoniale sull’uscio del nostro
scompartimento. Grazie alla sua manaccia nodosa il tappo del
Ballantine’s viene via in un plis plas.
“A te l’onore della prima sorsata”
pronuncia solennemente il mio amico, allungandomi la bottiglia.
Chi si astiene dalla lotta è un gran figlio di
mignotta. E allora vai con questa bella golata di malto che mi scende
giù per l’esofago come un serpente di fuoco.
Ricevo un
applauso a scena aperta da parte di tutto il vagone, e già
che
siamo in pista mi tiro una bella nota di chilum a integrazione!
Bene bene, adesso sì che possiamo farci un bel
giretto pastorale per il treno per vedere com’è
messa la
fauna. Ce n’è per tutti i gusti e le salse. I
paninari del
Burghi con sfitinzie del Nucleo Mengele (ma che roba è?) al
seguito e i Duran Duran nei walkman si danno di gomito con gli sballoni
di Via Rattazzi, magari fino all’altro ieri queste due etnie
si
prendevano a legnate per il centro città ma la passione per
il
Toro produce le più improbabili alchimie, quindi fumiamo
tutti
insieme il calumet della pace: bello carico di marijuana calabrese,
s’intende.
Più in là, l’eterogenea combriccola dei
Desperados si sta ingozzando di panini al prosciutto e salame con
l’accompagnamento di un buon Barbera, tutta roba gentilmente
offerta da Filippo il Macellaio, un fenomeno di simpatica follia; io
porto in tasca un pezzetto di Libano e una cartina che Derio mi ha
lasciato per il minitour e tanto per essere originale faccio su una
canna, mai presentarsi nello scomparto d’altri a mani vuote,
però costoro vogliono a tutti i costi farmi assaggiare il
vino
sicché qualche tempo dopo siamo tutti lì a
intonare canti
senza capo né coda, tipo: “trentadue litrozzi,
nessun
lamento, linea di condotta, sul pavimento!”. E puntualmente
sopraggiunge Margaro a rampognarci:
“Bravi, bravi, fumate come dei turchi, che dopo quando
è ora di dar mazzate non vi reggete in piedi.”
“Vuoi tirare una nota, Giovanni?”
“Ma suonatela sul tuo piffero moscio la nota,
Butcher.”
Margaro ha oggi ventisette anni e la sua parola è
liturgia per noi pischelli da stadio, incute timore reverenziale,
però quando ci si mette fa più ridere lui di
Diego
Abatantuono. Margaro è
gli Ultras Granata. Viuuulenza!
A un tratto un’onda sismica si propaga lungo tutto il
treno: siamo arrivati a Milano Centrale! A
noi Ultras del Toro,
nessuno ci può fermare…
Per l’appunto, nessuno
osa fermarci quando scavalchiamo i tornelli della metropolitana:
lì mi rendo realmente conto che siamo una marea,
quattrocento e
forse più.
Montiamo sul treno locale Milano Porta Garibaldi-Bergamo
intorno a mezzogiorno, arrivando a destinazione in poco più
di
un’ora.
L’approdo in territorio nemico provoca sempre una
bella scarica di adrenalina nel circolo sanguigno, perché da
quel momento in avanti può succedere davvero di tutto.
Nondimeno, in questa stazione ci sono ‘soltanto’
quei
marcantoni della Celere di Padova, pronti a impacchettarci come si
deve.
Darei sei paghette di fila per riprendere la scena
dall’alto: il gruppone con gli sbirri tutt’attorno
e i
cellulari in testa e in coda per le strade di Bergamo. La gente ci
lancia insulti dai balconi – il più ricorrente
è terun
– e noi rispondiamo con gesti dell’ombrello e
pernacchie.
Io danzo dalla prima fila alle retrovie, scambiando battute con questo
e con quello: ora è il turno di Lele di Orbassano.
“Manu Dibango!” grida costui appena mi vede.
Lele zingareggia per i luoghi di culto settentrionali della musica
funky-afro, facendo man bassa di cassette e di squinzie tardo-freak coi
capelli riccioluti e gli stivali di cuoio fino al ginocchio.
“Cumalé?” replico io, nel mio
improbabile
piemontese.
“Ma come cazzo parli, pezzo di meridionale?! Allora
hanno ragione questi montagnini a gridarti terrone!”
Sarà
pur vero che sono mezzo lucano, ma neppure lui è piemontese
al
cento per cento: sua madre è di Ferrara. Scoppio a ridere:
“Ha parlato Macario! Ma guardati, sempre in giro con quelle
Superga arancioni con cui fai giocare il tuo cane. Se vuoi per il tuo
compleanno te ne regalo uno stock.”
“Risparmiati la fatica, napuli. Queste scarpe
dureranno ancora cinque anni.”
“Oh già. Ma tu oggi non dovevi andarti a
trombare quella sballona di Ivrea che fa i pompini meglio di Vanessa
Del Rio?”
“Ci sono andato ieri sera, Izio. Credevi forse che mi
sarei perso questa trasferta? La domenica deve
essere
consacrata sempre e soltanto al Toro.” Certo, lui
può
parlare così perché le ragazze gli cadono
letteralmente
ai piedi giacché è proprio un bel tipo, bruno,
prestante,
occhi azzurri e una parlantina più viscosa della resina; io
invece puntualmente svacco tutto nei momenti decisivi, come con questa
Lorena che a quest’ora si starà facendo sbattere
come
un’ossessa da qualcuno più furbo di me, e come se
non
bastasse alla fine manderà giù con
voluttà ogni
goccia del suo latte condensato, la porcella...
Basta con le stronzate: siamo arrivati allo Stadio Atleti
Azzurri d’Italia!
Sono le due e venti e non c’è una sola nuvola
in cielo, ma neanche l’ombra dei Wild Kaos; si vede che la
madama
ha bonificato preventivamente l’area intorno
all’impianto
sportivo. Pure, i celerini ci trattengono fuori fino alle tre meno
cinque: è bellissimo irrompere all’improvviso
tutti e
quattrocento nel settore ospiti urlando bombe
e sangue saluto degli
ultras, ricevendo ovviamente per
risposta una bordata assordante di
fischi dai bergamaschi. Calcio d’inizio, ragazzuoli.
Il match termina sul punteggio di zero a zero, ma a dire il
vero io e la mia congrega la partita l’abbiamo seguita
pochissimo: troppo stralunati, oggi, per apprezzare appieno le piroette
dei nostri eroi.
Tuttavia a un certo punto accade qualcosa che risveglia
prepotentemente la nostra attenzione: mentre le squadre si dirigono
verso gli spogliatoi, i Wild Kaos srotolano uno striscione con su
scritto: 23/12/1984:
MASSACRO GRANATA.
Casino matematico!
I Vecchi ricompattano il gruppone in lungo e in largo
raccomandando la massima attenzione, al tempo che la Celere di Padova
ci sospinge all’uscita. Quando sbuchiamo sul piazzale tra noi
e i
pulotti sembriamo una specie di falange greca.
Ecco i Wild Kaos, laggiù all’angolo del settore
ospiti coi distinti centrali; sono pressappoco un centinaio, quasi
tutti coi capelli lunghi, molti faccioni paonazzi e bicipiti gonfi come
forme di prosciutto.
Si muovono verso di noi, ma non fanno molta strada…
perché una bomba carta esplode loro davanti,
agghiacciandoli.
Poi un Vecchio ordina: “Caricaaa!” E noi partiamo,
ma
all’istante il cordone di madama si scinde in due nutrite
squadre
manganellando indiscriminatamente sia noi sia loro, che battono veloci
in ritirata. Anch’io ricevo la mia buona dose di nerbate, che
incasso senza batter ciglio per spararmi la posa da duro in seguito.
In capo a una decina di minuti le forze dell’ordine
ristabiliscono una sottospecie d’ordine, incanalandoci nel
medesimo viale rettilineo percorso all’andata; ma la
guerriglia
è tutt’altro che finita, gruppetti di bergamaschi
spuntano
qua e là a provocarci e qualcuno si sgancia sempre per
inseguirli, sicché piovono manganellate anche gratuite da
parte
dei celerini. Ci mettiamo un eone a ritornare alla stazione
ferroviaria.
Sul
treno Lele fuma una
sigaretta dietro l’altra. “Credi che sia finita
qui, bel
fusacchio?” mi domanda sbuffando un fungo atomico di fumo
azzurrino.
“Affatto. Ti pare che quei pezzi di montanari se ne
tornino mogi mogi ai loro greggi senza provare un ultimo
assalto?” Poi me la spaccio da precog: “Prevedo che
fra
dieci minuti succederà qualcosa.”
“Ma datti meno arie, Nostradamus di terza categoria!
In ogni caso, ’sta trasferta è stata una
figata.”
“È stata? Ma allora sei sordo come una campana;
ti ho appena detto che il bello deve ancora venire!” Ne sono
davvero convinto.
Finalmente il trabiccolo di nuovissima generazione si muove.
Qualche scossone e transitiamo per la stazioncina di Verdello Dalmine.
Lancio un’occhiata circolare: siamo tutti stracotti.
All’improvviso un baccano di vetri infranti risuona
dal fondo del vagone. Sergino dei Mercati Generali strabuzza gli occhi
e grida: “Ci stanno tirando le pietre addosso, porca
troia!” Le sentiamo rimbalzare sul tetto metallico.
Dopodiché qualcuno tira il freno d’emergenza.
Più d’uno fra i passeggeri, ultrà o
gitante
domenicale che sia, finisce gambe all’aria. Esclamazioni di
disappunto e bestemmie assortite.
Le porte scorrevoli si aprono e un’orda di giovani
bufali granata si riversa sulla banchina, successivamente in stazione e
finalmente all’esterno, devastando qualsiasi cosa sul proprio
cammino, quadri elettrici, veicoli parcheggiati, cabine telefoniche,
vetrine di bar e chi più ne ha più ne metta,
spacchiamo
tutto! I bergamaschi autori della sassaiola si dileguano come ratti
spauriti per le vie del paesucolo.
Naturalmente i madamoni di scorta non possono farcela
passare liscia: hanno visto tutto, chi come cosa e quando. In breve
alcuni tra i responsabili della devastazione barbarica vengono
identificati e denunciati a piede libero; io, Lele e altri colleghi la
sfanghiamo per un pelo. Restiamo bloccati in quel buco di paese per
un’ora e fischia.
Finalmente a Torino!
Nell’atrio di Porta Nuova io e Lele ci salutiamo dandoci
appuntamento per la domenica successiva: i fratelli Zeverin e Pippo,
vattelappesca, i tafferugli di Verdello Dalmine ci hanno sparpagliato.
Noi rischiando l’osso del collo abbiamo preso al volo il
regionale perché voglia di fare le cozze a Milano Centrale,
meno
di zero. Loro saranno rimasti abbioccati sui sedili come marmotte
umanizzate. Pazienza, tanto ci vedremo al bar domani pomeriggio.
Sono così stanco che non riesco a crederci. Compro
dal tabaccaio un biglietto per l’autobus coi pochi spiccioli
che
mi rimangono e poi via come un razzo verso la fermata del 58. Il freddo
è pungente, ma una volta tanto il pullman non tarda ad
arrivare,
per giunta è totalmente spopolato.
Mi stravacco sui sedili in fondo, metto su le cuffiette ed
ecco che puntuale come ogni fottuta domenica sera mi ripiomba addosso
quel senso d’insoddisfazione cosmica, vuoto spinto,
depressione,
insomma chiamalo come accidenti ti pare.
Chiudo gli occhi, ma non se ne vuole andare. Chiedilo agli
angeli...
1979 1983 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992 1993 – Epilogo – Note finali
|