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ULTIMO STADIO DIARIO DI FEDE GRANATA
 
1986
 
Biglietto per Nantes-Torino, 17 settembre 1986.Si chiama Black Star, viene da Amsterdam, è un acido e non mi scende più. L’ho preso a mezzanotte e un quarto, dopodiché quattro ore di risate e sensazioni cromate, ritorno a casuccia con la testa che saliva più in fretta dell’ascensore e fino alle undici del mattino un carnevale brasiliano d’allucinazioni ipnagogiche, reiterate erezioni e tuffi al cuore anfetaminici. Quando sono sceso giù dal letto mi sentivo Ken Kesey o qualcosa del genere. Dopo una supermegadoccia con scialacquamento di bagnoschiuma ho fatto colazione con caffelatte e savoiardi, sotto lo scanner bioelettronico di Ma’ (sempre lei a sindacare, Pa’ raramente mette bocca) che tutt’a un tratto: “Hai uno sguardo strano, stamattina. Sicuro di star bene?” E io: “Ma che mi chiedi, mamma, sto benissimo. Guarda quanti biscotti sto mangiando, secondo te ne mangerei così tanti stessi male?”
Lei mi è parsa per niente convinta. Che paranoia. Ho quasi ventidue anni e ancora devo rendere conto in casa di ciò che faccio, dico e di come tratto i miei neuroni. (Ma quand’è che mi emancipo?)
E ora sono sulla strada per il derby. Sempre che al prossimo metro non finisca nella quinta dimensione…
Non c’è ancora un consistente afflusso di gente verso l’impianto sportivo; dopo tutto questa è giusto l’ora degli uligani, chi non si presenta puntuale perde punti e prestigio in curva. Noto parecchie travi di legno appoggiate ai muri dei palazzi, un lascito delle abbondanti nevicate dei giorni scorsi.
Pervengo finalmente al bar Stadio: i miei compari sono già tutti lì. Lele, Monnezza, Bisonte, Pino e Pomì fusi come delle mine… eravamo insieme la notte scorsa. I fratelli Zeverin? Lorenzo Truppi? Derio Dirceu esce con una graziosa biondina di Moncalieri ed è ormai diverso tempo che diserta lo stadio; Dario, vai tu a sapere, è sempre stato un misterioso. Pippo Ocasek ha messo radici nei Leoni della Maratona, prima o poi si sposerà qualcuna là in mezzo. Io oscillo piacevolmente tra gli UG e i Desperados.
Corso Agnelli formicola già di sbirri e cellulari. Mi accendo una sigaretta e borbotto: “Che cazzo è successo?”
Mi risponde Lele: “Il solito scontro di pongo davanti alle tribune senza né vinti né vincitori, intanto che tu, naturalmente, te ne venivi a passo di lumaca; o di coniglio, per meglio dire.”
“Ha parlato Alessandro Magno” replico sarcastico, dandogli nello stesso istante una spintarella affettuosa. Poi mi rivolgo ai miei due compagni di teatrino notturno allucinogeno: “Ehi, voi, come state?”
“Da paura, Izio” sogghigna Pino, il diavolo della Tasmania. “Subito dopo averti mollato a casa abbiamo beccato Beppe Droga, e ci siamo divisi un altro trip con lui. Figurati, ne aveva una lamina intera dietro…”
“Sono sballato come una stella cadente” mormora Pomì, manco nessuno se ne fosse accorto, con quella faccia da Mato Mato Impazzire Di Tomato che la natura gli ha dato in regalo o in afflizione, secondo i punti di vista.
“Io ho voglia di bermi un bicchiere alla vinicola che sta prima del bar. Chi viene con me?”
Lele alza la mano. “Mateus ollé ollé!”
“Io preferisco provare a recuperare un paio di canne per la partita” sfrigola Pino. Pomì lo asseconda crollando freneticamente il capo. Porca troia, ma questi due non si fermano mai?

Lele ha i capelli più corti dell’usuale ma il solito sdrucito eskimo da cinese indosso e le sempiterne puzzolenti Superga arancioni ai piedi. Chiediamo una bottiglia di Mateus e ci mettiamo a parlare, manco a dirlo, di squinzie. Lui naturalmente continua a beccare come un falco pellegrino, attualmente si sta scopando una studentessa universitaria di Mondovì con una smodata passione per le pecorine in automobile, mentre io seguito a frequentare di soppiatto Barbara Pedrotti, anche se ho intuito da certi indizi irrefutabili che ultimamente si vede con qualcun altro. La cosa mi rode molto più del lecito, perché ho proprio paura di essermene innamorato… Finché me la dà, mi sforzo di convincermi, va tutto bene, ma in cuor mio so benissimo che le cose non stanno così. Naturalmente a Lele parlo soltanto del gran sesso che sto facendo con quella “psicologa assatanata”… Sono un perfetto imbecille.
Dopo la bicchierata ce n’andiamo ad annusare l’atmosfera davanti alla biglietteria. Sembra tutto tranquillo, anche troppo. Possibile che il bordello sia già finito? Allora perché svegliarsi all’ora delle galline – metaforicamente parlando – per venire fin qua a starcene con le mani in tasca!
Retromarcia al bar Stadio. Adesso la gente comincia ad affluire a frotte. Lele s’avventura nel locale per comprarsi una pizzetta. Le molecole di vino portoghese si mescolano con quelle residue di droga sintetica mutandomi in uno stato di beatitudine rosata. M’appoggio con indolenza all’angolo appiccando la quinta paglia della mattinata, alla facciazza degli angeli cancerogeni. I piedi nudi di Katrina nelle sabbia, i calzoni delta ridottissimi e rivelatori, la blusa trasparente... Ricordò il costume da bagno ridottissimo, con i seni coperti dalle minuscole coppette, che lei aveva indossato nella piscina...
“Izio!” Un trafelato Monnezza. “V-vieni subito con me, Izio” tartaglia questo fruttivendolo coi colpi di sole e l’orecchino da pirata, stringendomi il braccio sinistro in una morsa d’acciaio. “C’è casino coi gobbi in Via Tripoli!”
Porca puttana. Mi scuoto, butto la cicca per terra e parto a razzo con Monnezza per il luogo dei tumulti. Lele, be’, se intuisce okkey, altrimenti pace.
In Via Tripoli c’è un bordello della madonna. Ci sono pure due provoloni di vigili a tentare di placare i bollenti spiriti ultrà con le loro ridicole pistole scacciacani, ma chi se li incula, quelli! Nel mio slancio poco meno che meteorico finisco per scavalcare il nostro gruppo schiumante sul marciapiede ritrovandomi in terra di nessuno. Mi verrebbe quasi da ridere, perché non ho mai corso così veloce in vita mia, sennonché d’immediato si profilano all’orizzonte degli eventi tre ceffi armati che, inevitabilmente, mi puntano: chi si lascia scappare un così bel bocconcino, solo soletto…
Ho zero virgola due tempo per pensare e due sole possibilità; o faccio dietrofront o faccio l’eroe. Scelgo la seconda: no guts, no glory!
10/12/1986. Beveren-Torino. Un magico Dossena segna per una magica curva itinerante!Dal drappello di ultrà bianconeri si stacca uno scricciolo biondastro dai lineamenti vallettari in parka e anfibi, peserà cinquantasei chili bagnati ma brandisce un randello niente male, difatti cerca subito di farmi volar via la capoccia, ma con un riflesso che credo farebbe inorgoglire la buonanima di Bruce Lee io riesco a parare il colpo con l’avambraccio sinistro ma avvertendo all’istante un dolore lancinante, poi il gobbo anziché riprovare a legnarmi mi scaglia goffamente la spranga addosso, mancandomi di venti centimetri buoni, sicché posso impadronirmene mentre lui retrocede sgomento e un momento dopo impugnarla saldamente con l’adrenalina sparata a Mach 5 nelle vene gridando: “Avanti, conigli di merda, venitemi sotto!”
Ora i gobbi si rattrappiscono tremanti, come mocciosi di fronte all’orco cattivo, e io mi godo la momentanea superiorità psicologica, “mo’ vi faccio tutt’e tre!”, ma all’improvviso dietro al terzetto si materializza un ossesso con un elmo romano di capelli ricci in testa e una vanga in mano e quegli inermi riprendono coraggio. Quattro contro uno. Be’, ragazzi del coro psichedelico, la mia porca figura l’ho fatta, quindi non c’è ragione che me ne stia ancora qui ad attendere che mi pratichino una lobotomia tardo-ottocentesca sul marciapiede.
Mollo la spranga e indietreggio a razzo verso il mio gruppo nello stesso tempo che sul set uligano sopraggiungono due pattuglie di madama a sirene spiegate. L’intera vicenda si è svolta in una ventina di secondi.
Mentre battiamo in ritirata sono in diversi a complimentarsi con me (certo, e prestarmi aiuto prima? Cos’avevate, il tetano?), ma il mio primo pensiero è una fontana, che trovo nel giardino di Piazza d’Armi. In solitudine, mi sfilo bomber e maglione di lana rimanendo in maglietta a maniche corte (tanto, con la botta di ormoni e vino e rimasugli d’acido che ho in corpo chi lo sente più il freddo) e faccio pisciare a lungo l’acqua ghiacciata sul notevole sbrego che la bastonata mi ha provocato. Adesso mi sento un po’ meno Terminator e un po’ più imbecille; diamine, Izio, ma ti rendi conto che se quel babbo di minchia ti beccava in testa potevi anche rimanerci secco? E per cosa, poi? Accidenti, vedi di darti una calmata.

Il derby finisce 1 a 1. Segnano per primi i rigadin con Laudrup al 25' del primo tempo, ma quando mancano soltanto tre minuti alla fine Leo Junior calcia una punizione delle sue, Tacconi respinge corto e Zaccarelli, in grande spolvero grazie a Gigi Radice, in scivolata precede Manfredonia e insacca il meritato pareggio. Ollé ollé ollé!

Costa Brava, Doctor Sax, Tuxedo, Specials, Sting, Dukes of Stratosphear, Norman Spinrad, Coppa UEFA!
Al primo turno ci è toccato il Nantes. La compagine bretone può annoverare tra le proprie fila due campioni del mondo basco-argentini, Olarticoechea e Burruchaga, e due giovani promesse, Desailly e Deschamps. Ma il match d’andata è stato una festa granata: 4-0 con gol di Comi, Beruatto e doppietta di Kieft, una pannocchia olandese di buona tecnica individuale che ci sta facendo sognare. Eravamo così contenti che abbiamo addirittura intonato l’inno di Mameli!
Liquidati i francesi, sono arrivati gli ungheresi del Raba Eto: anche lì, gol a caterve. Ma coi belgi del Beveren è stata assai più dura, alla fine si è vinto solo 2-1 in casa. E allora tutti a Beveren.

Beveren è un lindo e anodino sobborgo di Anversa. Fa piuttosto freddo. Appena scesi dal pullman ci buttiamo nel primo bar in vista. Il bancone viene letteralmente preso d’assalto; Roby Mud, avvolto in una bandiera brasiliana, saltella come un grillo ebbro per tutto il locale. Le due bariste sono dure e glaciali come il granito d’inverno ma carinissime. Io e Robertone ci compriamo una birra a testa – di più il portafoglio non ci permette – e ci sediamo a un tavolo perdendoci in loro contemplazione fino a quando non si fa l’ora di andare allo stadio.
Sugli spalti un difetto di comunicazione efficace (chiamiamolo così) scatena un fugace parapiglia fra poliziotti belgi, ultrà granata e canidi, per fortuna senza gravi conseguenze. La partita è ostica e la nebbia incombe, ma al 75' Beppe Dossena, lanciato da Comi, prende d’infilata la difesa avversaria e va a segnare il gol della vittoria con un prezioso tocco d’esterno destro, proprio sotto il settore occupato da noi tifosi granata: e alloraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Molte ore dopo, quando siamo ormai in vista delle Alpi, scatta l’ora del ‘contatto despe’: i passeggeri dell’autobus devono realizzare un circuito chiuso toccando uno la testa dell’altro col polpastrello del dito indice. E ridagli con la stramaledetta elettrotecnica, eh eh eh. Ma quei gaggioni dei sedili davanti non afferrano il concetto, cosicché la catena di conduttori umani abortisce. “Siete proprio degli zeri spaccati” commenta Robertone crollando il capo. E io rido accendendomi l’ennesima sigaretta.
Purtroppo questa sarà la mia ultima trasferta europea della stagione: fra due mesi parto per la naja. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

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© 1993, 2008 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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