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La mia Uno rossa chiude
il corteo che si sta dirigendo verso la stazione Lingotto, su un
binario della quale ci aspetta il Treno della Speranza per Lecce.
Manigoldo il decoratore (ma lui, con la sua erre moscia e il sorriso
sornione, si autodefinisce: “un avtigiano”)
ricontrolla
scrupolosamente il contenuto del frigo portatile che ho riscattato da
un immeritato oblio in cantina: trenta lattine di Heineken, una
bottiglia di Roero Arneis e tramezzini assortiti.
Da quando mi sono congedato un anno e mezzo fa, granatamente
parlando non n’è girata bene una. E dire che al
mio
ritorno alla vita normale le cose sembravano mettersi alla grande:
gobbi cacciati dalla Coppa Italia grazie a uno sbalorditivo derby
d’andata con gol di Tullio Gritti ma soprattutto un eurogol
di
Ezio Rossi. Ma in finale con la Sampdoria è tornata la
sfiga:
0-2 a Marassi con un rigore clamoroso su Cravero ignorato da Casarin:
lì si è scatenata la guerriglia sugli spalti. Io,
per
motivi di lavoro (sì, proprio così…
come suona
raro) non c’ero. Ma c’ero eccome al ritorno. Il
Toro ha
tirato fuori i suoi magnifici attributi rimontando lo svantaggio sotto
un acquazzone da memorie storiche della meteorologia e abbrancando i
tempi supplementari, ma quasi allo scadere quel nanerottolo panchinaro
di Salsano ha indovinato il tiro della sua vita, Lorieri si
è
fatto uccellare, forse pensava ai pantaloncini da ciclista indossati
dalla sua splendida moglie, e addio Coppa Italia, di nuovo…
Per
aggiungere l’insulto all’ingiuria, quattro giorni
dopo ci
siamo fottuti la UEFA nello spareggio coi gobbi ai calci di
rigore… a fine partita è scoppiato un bel casino,
a cui
questa volta ho partecipato prendendomi un fracco di manganellate dai
pulotti nel delirante tentativo di strappare Monnezza dalle loro
grinfie. È un autentico miracolo che non abbiano ingabbiato
pure
me.
Purtroppo quando piove sterco piove sterco e non
c’è niente da fare se non aprire
l’ombrello. La
stagione 1988-89 è cominciata male, proseguita da coliche
renali
con le bizze invernali di Luis Muller e le dimissioni di De Finis e
ora, ultima giornata di campionato, per salvarsi dalla retrocessione in
serie B bisogna andare a vincere sul campo del Lecce, cui serve solo un
pareggio. Ecco perché i tifosi granata hanno organizzato il
“treno della speranza”. Anche se
quest’anno, schifato
dalla dirigenza Gerbi-De Finis ma anche smanioso di allargare i miei
orizzonti oltre lo stadio, sono mancato a parecchie partite, non potevo
proprio mancare a questa.
Sweet Child
O’ Mine riempie
l’abitacolo
con la sua fantasmagorica intro di Gibson; peccato, è ora di
parcheggiare e non mi sono portato dietro il walkman. Riverberi
sinestesici mi danzano nella mente mentre chiudo gli sportelli della
vettura.
Bello scompartimento. Permettetemi di presentarvi la
combriccola a uno a uno…
Vincenzo Gallafrano. Calabrese
di Tre Bisacce.
Più lungo che alto, magrissimo, arti inferiori conformati a
diapason, occhi grigio pietra, naso aquilino, capigliatura alla
Geronimo Barbadillo, età indefinibile – diciamo
tra i
trentotto e i sessantacinque anni. Fosse inverno indosserebbe un
giaccone di panno marrone imbottito che deve risalire
all’epoca
dei Bay City Rollers a dir poco; oggi invece è in jeans
semi-scampanati e maglietta pollockiana, provvisto come sempre della
sua peculiare razione alimentare racchiusa in uno shopper azzurro:
panino al salame, banana e un Billy all’albicocca.
Solitamente
fino all’arrivo in territorio ostile il buon Vincenzo non
emette
che vaghi monosillabi, casomai sporadici richiami all’ordine
per
i pivellini (“E smettetela di fondervi, pezzi di
finucchi!”) ma allorché si profila una femmina con
la
sciarpa della squadra avversaria avvolta intorno al collo come
d’incanto lo vedi scuotersi dal torpore e sporgersi dal
finestrino gridando all’indirizzo della malcapitata:
“Bucchina, fammi una pompa, puttana!”
Il Conte di Vallo. Membro
fondatore dei Desperados,
faccia piemontese da Banda Cavallero, fanatico dei Rockets e dei Lords
Of The New Church, gran divoratore di cornetti alla crema e bevitore
smodato di Coca-Cola, ha un modo tutto personale di descrivere o
commentare qualsiasi cosa. Il tal personaggio dichiara che una certa
ragazza è una bella ciorgna? Ebbene, lui postilla:
“Protallo!” oppure “Potage!” o
ancora
“Ober alle!”. Analogamente, le storie con le
ragazze sono
“roba di nervel”, dormire è
“fare gadda”
o “gaddare”, uno schiaffetto sulla cocuzza
è un
molto onomatopeico “stampong”, la sua bevanda
preferita
è la ”kokiña”: e via di
questo passo. Strano
che la CIA non l’abbia ancora reclutato tra le proprie fila,
perché un gergo così sarebbe indecifrabile per
qualunque
servizio segreto mediorientale o sovietico.
Manigoldo. E
tanto basti. Non è un gigante
ma mena come un trivello. A dodici anni era punk, a quindici era
skinhead, a diciotto era in gattabuia per aver rapinato un gestore di
macelleria e, non pago, averlo appeso a un gancio per la carne prima di
darsi alla fuga. Ora fa il decoratore e frequenta i centri sociali, i
capelli gli si vanno diradando sulle tempie e il ventre è
sempre
più rotondo, ma le mani fanno ancora male, eccome. Non molto
tempo fa, una notte che eravamo tutti fusi e ubriachi a far baldoria in
un localaccio dei Murazzi e quel parruccone rufido del gestore ci aveva
inopportunamente rotto le scatole per qualcosa riguardante il rinnovo
delle nostre tessere d’affiliazione, Manigoldo gli ha
ribaltato
tutti i tavoli e le sedie e vuotato un estintore addosso. Capito il
tipo?
Buon ultimo, Soweto,
detto anche Niger. Mezzo
torinese d’importazion e mezzo sudafricano, o forse
totalmente
nisseno, vai tu a sapere… Fatto sta che nel corso di una
cena
dei Desperados all’Osteria della Gaia Scienza, cui partecipai
anch’io in veste di socio onorario della congrega, di punto
in
bianco questo affabile individuo si mise a balbettare quattro parole in
swahili
con il cameriere di colore. Non ho mai
approfondito la questione, anche perché è quasi
impossibile discernere il confine fra il serio e il faceto nelle
asserzioni di questi mattacchioni dei Mercati Generali. Niger
è
il re del kitsch meridionale; talune volte si presenta allo stadio
conciato come un mercenario senz’armi, altre pare un pappone
portoricano in un telefilm poliziesco americano degli anni Settanta. Mi
sta ancor più simpatico da quando ho scoperto che gli
piacciono
i Kiss e i Blue Öyster Cult: io ritenevo che ascoltasse King
Sunny
Ade pure al cesso. La vita riserva sempre delle sorprese.
Fuochista, fai partire questo macinino!
Sono passate a malapena tre ore e sul Treno della Speranza
già si sragiona. Pure Gallafrano ha tirato qualche nota di
spinello e ora il nasuto e schivo calabrese glorifica perfino i Savoia.
E quindi nasce spontanea una canzone:
“Dalle cime dell’Aspvomonte…”
intona Manigoldo, e giù risate per la sua erre moscia.
“…È venuto su in
Piemonte…”
proseguo io.
“…Il suo nome è Gallafrano cazzinculo e
pallinmano, dammela a me biondina, dammela a me biondaaa!”
completa Soweto. Una jam-session fantastica!
A notte inoltrata, in pieno down anche per gli spropositi
della nottata precedente, decido di concedermi qualche ora di sonno,
sicché salutata la truppa m’inerpico su per
l’erta
alle mie spalle pervenendo alla reticella portabagagli su cui riesco ad
assumere una posizione quasi consona al riposo, la facciazza dalla
parte del finestrino e le fette a spargere il loro effluvio nel
corridoio. Mi addormento di schianto, come raramente mi succede di
questi ultimi tempi anfetaminici.
Come spesso mi capita sogno Barbara Pedrotti, la mia ex
amante psicologa che due anni fa, mentre io ero in Friuli a fare il
Beetle Bailey – in licenza una volta ogni tre mesi e guardie
come
se piovesse – si è trasferita in un appartamento
del
centro mandandomi nel contempo il “benservito”
sotto forma
di breve missiva, nient’altro che una formalità
giacché la nostra pseudo-relazione, già
traballante per
via di quel fighetto d’un ingegnere aerospaziale che nel
luglio
del 1986 si era convertito nel suo fidanzato ufficiale, era in sostanza
entrata in stato vegetativo in concomitanza con la mia partenza per il
servizio militare. Logica di calze nere e archetipi
psicobiologici…
“Lei sta
eludendo le mie domande, Maurizio.”
“Le ho detto tutto quello che posso dirle,
Katrina… Barbara.”
Le dita intrecciate di Barbarina tamburellano
nervosamente sul piano del tavolo.
“Avverto la presenza di certe riserve
mentali.”
“Ragazza acuta. Nonché alquanto
zoccola…”
“Iammo a vincere!”
Chi? Cosa? Come? Che cazzo…
Dischiudo gli occhi. Li richiudo all’istante
bisbigliando un’oscenità, abbagliato da una
vampata di
colore assoluto. Per caso è scoppiata la Terza Guerra
Mondiale?
Mio Dio, almeno prima fateci vincere questa partita…
“Iammo a vincere!”
A occhi chiusi, sempre imprecando a bassa voce, sbottono la
tasca destra della mia camicia militare da reduce del Vietnam e ne
estraggo i miei occhiali scuri avvolgenti che inforco con un movimento
convulso; dirimpetto Manigoldo, rannicchiato in posizione fetale,
sbadiglia e borbotta qualcosa d’inintelligibile. Al
pianterreno
il Conte di Vallo farfuglia “Osterman” (a me viene
spontaneo associarvi “Weekend”) e Gallafrano butta
fuori un
rutto dodecafonico. Il Niger, non pervenuto.
“Iammo a vincere!” Ho capito, porca troia! Ma
chi diavolo sei? Vediamo un po’.
Un essere antropomorfo si staglia contro l’implacabile
radiazione solare sulla soglia dello scompartimento, non molto alto e a
torso nudo coi pettorali e i muscoli delle braccia in
bell’evidenza, l’abbronzatura da ponteggio edile,
pantaloni
arancioni e scarpe antinfortunistiche amaranto della Doc Martens o un
tarocco equivalente, l’ormai diffusissimo cerchietto fashion
da
uomo a trattenergli i capelli normanni tagliati carrè. Da
tutto
ciò evinco finalmente che siamo arrivati alla stazione di
Bari,
dov’è previsto l’imbarco di un manipolo
di
ultrà biancorossi gemellati con noi.
“Iammo a vincere!”
Ouh, compare, ma ti si è incantato il disco? Ora
anche Soweto è sveglio, cosicché cinque paia
d’occhi arrossati e cisposi si fissano su questo spettacolare
tamarro che seguita pertinace a reiterare la stessa locuzione nel suo
dialetto meticcio, finché in un lampo neurale costui decide
finalmente di rendersi più comprensibile:
“Andiamo a vincere a Lecce” ripete compitando le
parole, nemmeno noi fossimo degli alieni scesi da una nave spaziale
sfolgorante come i suoi pantaloni.
“Ma sì , cumpave, iammo a vinceve contro
’sti bastavdi leccisi!” lo scimmiotta ridacchiando
Manigoldo, scivolando giù dalla reticella.
“Proprio così ” approva Cerchietto
Tamarro con un sorriso ebefrenico. Poi saluta e toglie il disturbo. Che
sollievo! Contemporaneamente tutto il convoglio deflagra in un oceanico
“Brasil, lalalalalalalala!”. Al che Joao Pinto
balza
giù dal suo vagone improvvisando una samba sulla banchina.
Dateci le ballerine dell’Oba Oba, per favore!
Di nuovo in marcia. Più ci approssimiamo alla meta
più il clima diventa incandescente, in tutti i sensi.
Riceviamo
gestacci anatemi fatture e ingiurie da parte di chicchessia, ma il
premio Ionesco lo vince a mani basse un panzone barbuto in canottiera
che affacciatosi al suo sudicio balcone prospiciente i binari ci urla:
“Meridionali!”. In Puglia, porca mattina! Ma vi
rendete
conto?
Il Treno della Speranza giunge a Lecce alle due meno venti
di un torrido pomeriggio adriatico. Nel piazzale antistante la stazione
ferroviaria ci attende una scorta invero esigua di sbirri; una ventina
di metri a sinistra dell’ingresso, seminascosta fra le
automobili
parcheggiate lungo l’usuale stradone,
c’è una
patetica avanguardia di ultrà leccesi che chissà
cosa
minchia vogliono dalla nostra vita.
Non si può far altro che caricarli.
I “poppiti”, così li chiamano i baresi
in
spregio (qualsiasi cosa significhi, suona maledettamente divertente) se
la danno subito a gambe. Mi ritrovo a correre fianco a fianco con Lele
di Orbassano!
Io, tutto d’un fiato: “Ouh! Ma tu oggi non
dovevi andare a una cresima? Quando cazzo sei salito sul
treno?”
Lele: “Poi ti spiego, Izio. Ora acchiappiamoli a
questi conigli!”
Non percorriamo molta strada. Per pochi che siano, i pulotti
leccesi riescono a intromettersi acchiappando Avigliana, uno dei
Vecchi, con tutta l’intenzione di scaraventarlo in una
volante;
ma noi reagiamo prontamente e a forza di strattoni riusciamo a liberare
il nostro esperto rappresentante. Come inizio non
c’è
male.
Ritornata la calma se così si può dire, un
prototipo di commissario di polizia da film pecoreccio afflitto da
calvizie incipiente ed eccesso di traspirazione ci fa sapere che saremo
scortati fino allo stadio, al che Joao Pinto affrontandolo col suo
inimitabile stile beffardo controbatte: “Mi scusi tanto,
signor
commissario, ma data la nostra notevole prevalenza numerica saremo noi
ad accompagnarvi allo stadio, e non viceversa.” Lasciandolo a
bocca aperta.
Poco dopo ci fanno salire a gruppi di cinquanta-sessanta su
alcuni autobus messi chissà quanto volentieri a disposizione
dalla locale azienda dei trasporti; a ogni veicolo è
assegnata
una micro-scorta di due marionette cui durante il tragitto tocca subire
ogni sorta di motteggio. Di rado ho visto una forza d’ordine
così poco preparata all’arrivo di una tifoseria
ospite.
Finalmente arriviamo in vista dello stadio… passando
giusto di fronte alla curva dei leccesi. Diamine, gli Afrika Sballata
non aspettavano altro!
Lanci di pietre e bottiglie. Vetri infranti. Smarrimento.
Collera. Botte sul casco dei due fantocci in divisa. Frena, bastardo
d’un autista, facci scendere!
Ovviamente lo chauffeur
non ci dà retta, ma
con un energico colpo d’acceleratore ci porta fuori tiro.
Porca
miseria, questi mangiapane a ufo sono così inetti che non
hanno
neanche studiato un percorso precauzionale per portarci nel nostro
settore! La disoccupazione vi ha dato un bel mestiere che non sapete
svolgere a dovere, verrebbe da cantare.
Fuori da queste gabbie di metallo! E facciamoci un po’
di sani cazzi nostri sotto questo sole da Ferragosto nella Valle della
Morte.
Monetine e accendini
saettano dal settore adiacente alla ricerca delle nostre teste, ma i
guerrieri granata restituiscono colpo su colpo. Un film già
visto in innumerevoli trasferte. A maggior ragione in questa.
Lele sorseggia una birra calda come piscio e commenta agro:
“Bastardi terroni… sono arrivati l’altro
ieri in
serie A e fanno già i duri.”
“E noi dovevamo finire fin quaggiù a giocarci
la permanenza.” Espiro una cometa di fumo, mi detergo la
fronte
con la manica arrotolata della camicia. “Bella merda di
campionato abbiamo giocato. Lele, mi spieghi una buona volta che hai
combinato?”
“Be’, ieri pomeriggio ero lì davanti
allo
specchio a provarmi l’abito per la cresima di mio nipote
Francesco quando all’improvviso ho sentito più
prepotente
che mai il richiamo del granatismo, sicché ho mollato giacca
cravatta e pantaloni sul letto, scarabocchiato un messaggio per i miei
e sono scappato da casa per venire a prendere il treno: e a momenti lo
perdo, cazzarola! Poi una volta salito a bordo stavo per venirti a
cercare ma ho subito incontrato certi sconvolti di Beinasco che conosco
da una vita e allora niente, mi sono imbullonato nel loro
scompartimento fino all’arrivo qui a Lecce.”
“Sei completamente strallato, Lele.”
“Hai proprio ragione, Izio: questa è la volta
buona che i miei genitori mi scomunicano! Per non parlare del
parentado, poi. In ogni modo, non mi hai ancora fatto notare che porto
le solite Superga arancioni ai piedi.”
“Perché ormai è routine.
Però se
ci salviamo le butti via, dài.”
“Neanche per idea! Tutt’al più le
laverò…”
“Tutti giù al primo anello, i leccesi ci stanno
indurendo uno striscione!” urla un pivello dalla balconata.
Oh cavolo.
Lele e io e vari altri ultrà schizziamo
all’unisono scapicollandoci per le gradinate e la scalinata
che
porta al luogo del misfatto: Margaro guida la muta. Uno sbirro imberbe
cerca di sbarrargli la strada ma il nerboruto capocurva lo travolge
come una sagoma di cartone.
Lì giunti ci si presenta una scena tragicomica:
Vincenzo Gallafrano (cos’ha, un propulsore a fotoni piantato
nel
sedere o era sceso quaggiù per fare l’antisociale
come suo
solito?) si contende a strattoni con due cinquantenni sovrappeso lo
striscione di un gruppo minore, chissà quelli non vogliano
propriamente portarselo via ma semplicemente
impedire che
rimanga esposto. In ogni modo vaffanculo a loro, che si becchino la
gragnola di schiaffoni che meritano! In questo senso nessuno si fa
pregare, tanto che in pochi istanti i due Sancho Panza del Salento si
vedono costretti a battere in ritirata. Sopraggiunge la madama in forze
e tutto ritorna tranquillo…. per così dire.
Mi sono già scese le palle a terra. I fantasmi di
Haris Skoro e Luis Muller, le nostre eterne incompiute, vagano per il
campo senza costrutto, Diego Fuser è troppo giovane per
caricarsi la squadra sulle spalle e il gran cuore di Ezio Rossi non
basta da solo a vivificare la manovra.
La verità nuda e cruda è che in serie B ci
siamo già andati virtualmente nella partita giocata contro
l’Ascoli al Comunale tre domeniche fa, quando Muller il
brasiliano depresso (e pensare che l’appariscente moglie
Jussara
scorrazza ridanciana per le discoteche torinesi, ma pure lui
benché col broncio lo becchi spesso in girula, tutto
alliccato...) ha sprecato banalmente dal dischetto
l’occasione
del rilancio in classifica ciabattando il pallone contro Pazzagli.
Successivamente le due vittorie consecutive sul Como e
l’Inter
parevano aver ridato ossigeno alle nostre speranze di salvezza, ma
invero la sensazione preponderante nelle menti del fatalista popolo
granata alla mezz’ora di gioco è che il paziente
stia
ormai tirando le cuoia…
E difatti al 32' becchiamo un gol: lo segna di testa il
biondo e riccioluto Benedetti. Il pubblico di fede giallorossa
festeggia alla grande mentre un silenzio di tomba cala sulla Maratona
Itinerante. Miseria porca dannata.
La calura è sahariana, ti fa sragionare. Lele mormora
tra sé e sé: “Li uccido tutti, sgancio
una bomba da
40 megatoni su questa città di merda…”
“Lele, che ci vuoi fare: abbiamo una squadra di
inermi.”
“Ma non si può, porca puttana sifilitica. Non
si può retrocedere senza neanche provare a gettare il cuore
oltre l’ostacolo.”
“A questi qua non farebbe effetto neppure una cisterna
di epinefrina, collega.”
Altre monetine, altri accendini. Particelle alfa ci piovono
sulla pelle. Moriero sembra Garrincha. Noi, una brigata di formichine
ubriache all’assalto del colosso di Rodi.
“Ma non senti caldo con questa camicia da Rambo di
pevifevia?” mi domanda Manigoldo con una canna
d’erba in
mano.
“Sono sempre stato atermico.”
“Si nota.”
“Già. Fammi fare una nota.”
Seconda frazione di gioco. La musica non cambia. Il Lecce
imperversa in ogni zona del campo, il Toro arranca. Tra i giallorossi
di Puglia gioca un certo Juan Alberto Barbas, amico fraterno di Diego
Armando Maradona ed eccellente centrocampista con una gran visione di
gioco: è proprio lui a raddoppiare al 61', grazie a un
magistrale calcio di punizione.
A questo punto i giochi sembrano fatti, ma il Toro
agonizzante ha un sussulto e cinque minuti dopo, sempre su punizione,
Diego Fuser accorcia le distanze. I tifosi granata riprendono un
po’ d’animo, Toro,
Toro, Toro…
Ma arriva la mazzata finale. Al 74' la difesa granata perde
definitivamente la brocca, l’attaccante giallorosso Paciocco,
uno
che è noto solamente per avere una circonferenza cosce di
sessanta centimetri, ne approfitta e con un pallonetto beffa
Marchegiani in improvvida uscita. Buonanotte ai suonatori.
CARO
GRANATA TI
ASPETTA LICATA.
Ora ci tocca sorbire anche gli sfottò di questi
semianalfabeti che tifano per una squadraccia che non ha mai vinto
nulla nella sua storia, nemmeno coi punti della Mira Lanza.
Purtroppo anche questo fa parte del gioco: siamo in serie B
e dobbiamo sorbirne l’amaro calice. Nel settore ospiti lo
sconforto è totale, Lele è addirittura in
lacrime, il
Conte di Vallo commenta laconicamente:
“üba”,
Gallafrano si gratta perplesso il naso prominente, Manigoldo guarda
fisso nel vuoto, Soweto sacramenta in afrikaans,
gli stendardi
vengono mestamente ripiegati, le sciarpe riannodate al collo,
è
una Caporetto granata. E domani chi li sopporta i gobbi in
ufficio…
Già, perché fra uno sballo e l’altro ho
trovato pure il modo di farmi assumere in un’azienda del
gruppo
FIAT. Vale a dire, come guadagnarsi la zuppa nella tana del lupo.
’Fanculo, domani mattina appena arrivato a Torino mi metto in
mutua! E che quella racchiona menopausica della dottoressa Cassolini
scriva quel che le pare sul mio fascicolo: non me ne potrebbe importare
di meno.
Il Toro è in B, porca eva. Tutto il resto è
rumore di fondo.
Sono tornato
dall’Istria abbronzato e scazzato. Decisamente le vacanze da
italiano medio al mare non fanno per me: stessa spiaggia, stessa
trattoria, stessa discoteca tutti i santi giorni. O.K., Pola
straboccava di belle patonze nordeuropee, ma dopo una settimana mi ero
già rotto i marroni, dopo due non facevo altro che
ubriacarmi e
ascoltare gli Scream e i Fugazi e pensare ai Paesi Baschi, dove sono
andato per la prima volta l’estate scorsa passandomela da
dio.
Così neanche terminata la terza settimana mi sono sganciato
da
solo, sparandomi un viaggio in corriera degno di un racconto di John
Steinbeck e un Intercity Intercooler Eurosity chissenesbatte come si
chiama. A Natale un trip a Donostia-San Sebastián non me lo
toglie neanche il Padreterno.
Venerdì sera. Sono solo a casuccia, i miei sono
ancora in Toscana. Sto cocendo una bistecca sulla piastra sentendomi
Carlos Arguiñano.
Trilla il telefono.
Abbasso la fiamma del fornello e vado a rispondere.
“Ciao, vecchia biffa!” È Lele.
“Ciao! Com’è?”
“Io, una favola! Sono appena tornato da Panarea, dove
mi sono scialato come pochi. Ho beccato una romana che è la
fine
del mondo… mai in vita mia ho fatto del sesso
così
intenso, così bello!”
“Beato te. Io invece ho sprecato una vacanza, e fra
cinque giorni riattacco a ruscare. Che si fa?”
Risata dall’altro capo del cavo. “Mo proprio per
questo ti telefonavo. Potremmo spararci un week-end tattico a Riccione.
Spanciata, Pascià e poi prima partita di serie B del nostro
Torello.”
“Reggiana-Torino?”
“Precisamente.”
“Oh, mi va una cifra!”
“Allora io e Mario passiamo a prenderti domani mattina
tardi.”
“Mi farò trovare cazzuto e operativo. A
domani!”
“Ciao ciao ciao.”
Mario guida il suo
Volvo 480 come se corresse la Formula Uno. C’impieghiamo
neanche
quattro ore ad arrivare in Riviera. Lele ci porta a un albergo di sua
conoscenza dai prezzi stracciati. Appena entrati in camera molliamo le
nostre borse a terra e ci facciamo uno spinello sesquipedale.
Dopodiché Mario, un tipo piuttosto massiccio dai lineamenti
piemu-caucasici e la barba rossiccia, si butta sul letto e in attimo
è già lì che russa come una sega da
falegname: ha
fatto nottata al Popsi. Lele sorride e va a chiudersi in bagno per
farsi bello. Possiamo prendercela splendidamente comoda.
Sarà
una lunga notte.
Io vado sul balcone a farmi una cicca. Non c’è
niente di più bello al mondo che un tramonto arancione e
violetto su una città di mare: be’, una bella
chiavata e
una vittoria del Toro! Sposto lo sguardo a sinistra in basso. Incontro
un balcone la cui portafinestra è spalancata. Un uomo nudo
è seduto sul bordo di un letto matrimoniale, le braccia
lungo i
fianchi con le palme rivolte verso il materasso, le gambe allargate, la
minchia in tiro. Qualche attimo dopo è raggiunto da una
donna,
anch’essa nuda, capelli bagnati, natiche strepitose.
Lentamente,
la donna gli s’inginocchia davanti, si piega e comincia a
leccarglielo. Viva l’estate che scende la china!
Viale Ceccarini. Decappottabili guidate da marcantoni
abbronzati col camiciotto sbottonato e la catenazza d’oro al
collo, capelloni in cerca perenne di fumo ed eroina, punk olandesi,
famiglie pugliesi, prostitute austriache, giovani bulli inglesi
pettinati alla Rick Astley. Non mi ha mai fatto impazzire questo posto,
ma se davvero l’unica cosa che hai in testa è il
divertimento, be’, non ce ne sono molti al mondo
così.
Ci concediamo una mangiata pantagruelica di pesce: gamberi,
branzini, trote salmonate. E vino bianco a fiumi. Usciamo dal
ristorante strisciando. Torniamo in albergo per lavarci i denti e farci
un paio di cannoni, è ancora relativamente presto. Usciamo
verso
l’una e mezza, per goderci la mitica nightlife
rivierasca.
La voce suadente di Suzanne Vega ci accompagna verso il
Pascià. Dio solo sa quanto stasera mi piacerebbe accarezzare
la
pelle rosea di una ragazza che le assomigli soltanto un po’,
baciarne i capelli fiammanti: adoro le rosse. Imbocchiamo la salita che
porta alla rinomata discoteca. Il parcheggio antistante è
pieno
di macchine provenienti da tutto il paese: Milano, Roma, Pescara,
Treviso, Foggia. Per fortuna all’ingresso non
c’è
coda, ma si pagano pur sempre trentamila lire. Superato lo sbarramento
dei buttafuori e cacciati i soldi, entriamo.
Il locale, un anfiteatro all’ecstasy, è
stracolmo di donnine, quasi tutte belle e decisamente svestite. Mario
incontra quasi subito una sua amica di Modena e si dilegua con lei,
Lele si baccaglia una biondina tutta trasparente. O.K., vado a
prendermi qualcosa da bere. Verifico una volta di più la mia
inettitudine a calarmi nella parte del falco predatore da balera
moderna; alla fin fine, rimango un rockettaro ombroso. Comunque il cuba
libre è ottimo e
abbondante. Mi appoggio a una colonna di
marmo bianco e mi lascio saturare orecchie, corpo e cervello dai ritmi
house.
“Sai che hai veramente un bel tatuaggio?”
“Eh?”
“Ho detto che hai un bel tatuaggio.”
“Ah. Me lo sono fatto fare a Genova.” Un
serpente con la lingua stilizzata a modo di forcone degli Ultras
Granata. Finora ha fatto cagare a tutti…
“Proprio bello. Io sono Anita.”
“Maurizio.”
È minuta ma ben fatta, rossa
naturale,
carina, nude-look, e poi c’è
quell’inflessione
romagnola che è fregna sonora, clitoride liquido…
Di
certo deve avere il gusto dell’orrido, perché
è
venuta a baccagliarsi l’unico cristo in tutto il
Pascià
che ha l’aria di rompersi esosfericamente i coglioni.
In ogni modo dopo un paio di drink o forse più e
molte risate iniziamo ad amoreggiare. Wow, domani nevica verde!
“Andiamo in macchina da me”, propone lei con la
lingua nel
mio orecchio. Non desidero altro. Ci facciamo fare il timbro sul polso
e usciamo.
Lei è piccola e squisita come il miele…
Suzanne. Anita.
Sono stravaccato sul
sedile posteriore della Volvo, completamente disfatto. Dai finestrini
aperti filtra odore di piadine dozzinali e salsiccia di tirannosauro.
Il caldo è nucleare. Una legione di facce abbronzate bardate
di
granata comincia ad affollare i dintorni dello stadio di Reggio Emilia.
Il richiamo della foresta granata è irresistibile anche
nella
serie cadetta: 18.000 abbonamenti, ragazzi!
Lele e Mario tardano a tornare dalla loro ricerca
pro-biglietti. Quasi quasi mi faccio una pennica…
“Izio!” È Monnezza.
Scendo dalla macchina e lo abbraccio. Come va, come non va.
Va che è fatto di roba come una biscia. Ha le pupille come
due
spilli. Con un cinismo eccezionale mi ritrovo a pensare: “Ma
come
fa a farsi di roba con questo caldo atroce?”
“Izio, hai qualche spicciolo da darmi?”
“No, Tomas. Mi sono rimasti a malapena i soldi per il
biglietto.” Anche se lo conosco da una vita, non vedo
l’ora
che si levi dalle scatole.
Lui, evidentemente percependo la mia insofferenza:
“Vabbé. Ciao.” E se ne va a continuare
la sua
colletta da tossico.
Ritornano Mario e Lele. Quest’ultimo commenta:
“Che deficiente.”
“Davvero.” E non c’è altro da
aggiungere.
Madre mia santissima, che stadio. È da serie C, altro
che B. D’accordo, sopportiamo! Tanto l’anno
prossimo saremo
di nuovo in Paradiso.
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1990 1991 1992 1993 – Epilogo – Note finali
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