Ore 22 e 30 minuti
primi di un sabato primaverile
qualunque, un sabato italiano allo Sweet per me, Fausto, Stefano,
Pianetti e Enzo. Cosa si fa, cosa non si fa, boh. Improvvisamente
s’accende la lampadina: “Andiamo a Foggia a vedere
il
Toro?”
“FOGGIA? Voi siete bacati n’da crapa. Fra un
po’ è mezzanotte e io me ne vado alle
Vocali.”
“Guarda che non ci mettiamo più di otto-nove
ore ad andar giù.”
“Io c’ho la Uno Base. Se la spingi oltre i 140
trema tutta, ma se proprio non c’è
alternativa...”
“Io ho il Passat familiare e ci sto dentro. Allora, si
fa?”
“Ma come facciamo per i biglietti?”
“Nessun problema. Andiamo all’albergo del Toro e
ce li facciamo regalare. Vuoi che non ce li diano, dopo le migliaia di
chilometri che ci siamo sparati per loro?”
“È una pazzia... comunque dài, ci
sto.”
“Anch’io.”
“Pure io!”
“E ALLORA PARTIAMO!”
Un’ora dopo siamo già in autostrada. Una follia
da neurodeliri, ripeto. Ma se non fossimo un po’ tocchi non
saremmo tifosi del Toro. Scendere fin giù nello sperone
dello
stivale per vedere un match di serie B. Mah.
La notte vola via come un pipistrello a tachioni. Ormai
conosco a memoria ogni nota della “cassetta funky”
di Enzo,
che poi tanto funky non è. Quasi al levar del sole giusto
costui
se ne viene con questo: “Oh, ma perché non usciamo
a San
Severo? Ho tre cugine là che sono bone da far spavento. Ce
le
trombiamo e poi andiamo a vedere il Toro. Che ne dite?”
Nel mio cervello iper-caffeinato lampeggia una parola
straniera: inbreeding.
Unione fra congiunti. Per l’amor
di Dio, che siano cugine alla lontana, anzi alla lontanissima...
Fausto: “Non dire stronzate, gaggio. Se andiamo a
farci le tue cugine possiamo anche scordarci lo stadio.”
“E va be’... dài, Mauri, esci a San
Severo!”
Io: “Ma va’. E poi non sta bene fare certe cose
fra parenti.” Ghigliottinando la proposta da vero quacchero,
mentre dal Passat Stefano e Pianetti ci fanno le boccacce.
Man mano che scorrono i chilometri il paesaggio si fa
calcinato, africaneggiante. Déjà vu; ma questo
non
è il Treno della Speranza, è il Convoglio
dell’Allegria: Creature della Luce, tramutatemi Enzo in Ali
McGraw! Il Toro è tornato alla carica. Siamo ancora vivi,
figli
di puttana!
Facciamo colazione in un autogrill fra gli sbuffi risentiti
del tamarro funky. La radio sbraita: “E oggi a San Severo non
perdetevi la tradizionale corsa dei galli!” Poco ci manca che
mi
vada di traverso l’ennesimo espresso.
Eccoci a Foggia. Il meridione d’Italia è
veramente un altro mondo. La segnaletica stradale è come se
non
esistesse, i semafori ancor meno. I vigili urbani sono vigili tanto
quanto Mister Magoo ha dieci decimi di vista.
L’albergo del Toro è un po’ fuori mano.
Sulle prime nessuno ci dà retta, come fossimo trasparenti.
Poi
scende giù Ezio Rossi. Riconoscendo Fausto: “Ma
ciao!
Siete venuti fin qui da Torino?”
“Sì, e avremmo bisogno di qualche
biglietto.”
“Perché, gli altri non ve ne hanno
dati?”
“Veramente non ci hanno cagato.”
“Ma davvero? Allora aspettate qui un momento.”
Neanche cinque minuti dopo Ezio torna con una mazzetta da
dieci-quindici biglietti per la tribuna. “E quando finiamo di
pranzare noi pranzate voi, a spese della società.”
È un grande.
Mangiamo le canoniche orecchiette con cime di rapa, poi
arrosto di vitella e per dolce millefoglie, il tutto annaffiato da un
ottimo rosé. Poiché ci avanzano diversi
tagliandi, al
Pino Zaccheria ci improvvisiamo bagarini ostentando un improbabile
accento foggiano. Un ragazzino su tre scavalca il basso muro di cinta
del vecchio impianto comunale con balzi e arrampicate da canguro ninja.
Prendiamo posto in tribuna. Io mi guardo intorno pensando:
“Ma se puta caso segnamo un gol ed esultiamo, come reagiranno
tutti questi signori di mezz’età con le panze e le
catenazze d’oro?”
Cosicché si mantiene un profilo alquanto basso per
quasi tutta la partita. Quasi, per l’appunto,
perché al
63' il Primavera Riccardo Fimognari, gran fisico e bella corsa,
s’incunea in area rossonera e con un preciso diagonale batte
Mancini. Lì mi aspetto una gragnuola di improperi al nostro
indirizzo, se non peggio. Invece, accade l’impensabile: vuoi
per
la nostra esultanza piuttosto contenuta, vuoi perché i dauni
non
stanno giocando molto bene (anche per l’ottima opposizione
dei
granata, che Eugenio Fascetti ha plasmato devastanti in casa e
sparagnini in trasferta) i Sancho Panza ci prendono in simpatia e si
mettono perfino a insultare la loro squadra. “Codispoti
recchia
di gomma!”
Il risultato non cambierà e figurarsi la nostra
goduria, ma il ritorno a Torino è un’epopea:
pioggia
battente, traffico, lavori in corso, tossine del viaggio
d’andata
nei muscoli. Approdo stremato al mio letto quando mancano soltanto tre
ore alla sveglia: visioni di bollatrici naziste nella mia testa. Dimmi
perché non mi piacciono i lunedì.
Un magico sabato notte
a bordo della mia Fiat Uno rossa. Io non so dove sto andando, ma va
bene lo stesso. Nell’aria si avvertono i profumi inebrianti
dei
Campionati Mondiali di calcio, sport che gli imbrattacarte
intellettualoidi definiscono l’oppio dei popoli, ma proprio
voi
parlate che vi fate di pomate contro le ragadi sei volte al giorno e le
donne siete costretti a pagarle giacché siete mediamente
brutti
come facoceri… Voglio che sappiate che qui a Torino non si
fumano porcherie orientali e la caipirinha
scorre a fiumi ma
anche la Guinness non scherza, poi succede che noi buontemponi bussiamo
a quella porta intarsiata con la nostra cassa di Bonarda e allora
sì che può cominciare la festa!
Imbocco Via Cernaia; Sergio Gascoigne e Stefano Buz, i miei
entusiasti scudieri, cantano a squarciagola Jack’s
Heroes,
la briosa canzone che gli alcolici Pogues e gli istituzionali Dubliners
hanno composto insieme in onore del green
team irlandese di
football. Sono soltanto le tre ma non c’è
già
più anima viva in giro. I rotowash della nettezza urbana
hanno
appena svolto il loro chiassoso compito e rivoli d’acqua
sporca
s’incanalano pigramente verso i tombini.
La squadra della Repubblica d’Irlanda va a giocarsi
domani a Genova contro la Romania il match che per la prima volta nella
sua storia le regalerebbe i quarti di finale di un campionato
mondiale… in cui potrebbe affrontare la brillante Italia di
Azeglio Vicini. Suscitano gran simpatia popolare i green,
con
il gattesco Pat Bonner in porta e l’esperienza di McGrath,
Staunton, Quinn, Aldridge e Houghton negli altri reparti; certo il loro
calcio non è dei più spettacolari, ma essi
sopperiscono
alle proprie carenze tecniche con la grinta e l’abnegazione.
Posto che si giochi Italia-Irlanda farò senz’altro
il tifo
per loro: e poi mi diano pure del traditore, chissenefrega!
Toora loo, toora loo,
and we follow Jack’s Heroes
whatever they do.
Su questo nastro ho registrato anche i Thin Lizzy e gli
Stiff Little Fingers, ma Stefano vuole sentire e risentire solamente Jack’s
Heroes, sgolarsi sporgendo la
testa rasata dal finestrino
abbassato, è fatto così , animalesco. Sergio
Gascoigne,
seduto alla mia destra con la sigaretta incollata alla bocca,
ridacchia: “Mi sa davvero che andando avanti di questo passo
ci
fermeranno i carruba.”
“Minchia che menagramo!” sbotto, facendo girare
lo sguardo in tondo. Poi domando: “Qualche suggerimento per
la
destinazione? Io avrei leggermente sete.”
“Tu pensa solo a guidare e rimetti da capo la canzone,
napuli” mi ordina perentorio Stefano dal sedile posteriore.
Poi,
rivolto a Sergio: “E tu, gobbo bastardo servo di Giuanin
Lamiera,
smettila di blaterare: dovresti sentirti onorato di andare a zonzo con
due pezzi di nobiltà granata come noi!”
“Nobiltà decaduta e stracciona” ironizza
Gascoigne.
“Mo’ ti do uno schiaffone che ti cambio i
connotati” lo minaccia il Buz.
“Ehi ehi ehi, calma un attimo” intervengo,
alzando la mano destra dal volante. “Sbaglio o quel tizio che
vacilla sul marciapiede ha la maglia dell’Irlanda?”
Proprio così . Allora rallento, mi accosto al cordolo
ancora umido e… be’, il primo razionale proposito
sarebbe
di richiamare l’attenzione dell’individuo
avvalendomi del
mio buon inglese, ma quel grezzo di Stefano mi precede sbraitandogli:
“Free Ireland!”
L’uomo della torba si volta con certa indolenza
alcolica, ci squadra guardingo, sorride incerto; ha i capelli neri e
molto folti, gli occhi chiari, le spalle larghe, e quell’aria
giovane e al tempo vecchia di chi ha iniziato a farsi il mazzo fin da
bambino sotto un cielo quasi sempre bigio.
“Free Ireland!” ribadisce Stefano, come fosse
una parola d’ordine.
“Yes, of course,
freedom for my country”
approva l’irlandese. “Please,
gentlemen, could you tell
me where the hell is Porta Nuova’s station? We have to leave
for
Geneva and I haven’t even the slight idea of your railway
timetable. ”
Io vorrei confessargli che neppure noi torinesi abbiamo la
benché minima nozione dei nostri orari ferroviari; viceversa
annuisco, scendo dalla macchina e vado a comunicargli: “Amico
mio, sei ben lontano dalla stazione; nondimeno, ti ci possiamo
accompagnare. Sali pure a bordo.”
Strada facendo l’irlandese ci racconta un po’ di
cose. Si chiama Mark Kenny, proviene da Dublino (guarda
caso) e
di professione fa l’autotrasportatore per conto della
Guinness (classico);
il resto della sua comitiva sta smaltendo una colossale sbornia (molto
irish) in una piazzetta nello
spartitraffico di Corso Siccardi,
poiché già sul traghetto i bricconi hanno
iniziato a
ingollare alcolici in quantità industriali, sbarcando a Le
Havre
ciucchi persi. Eppure sono riusciti ad arrivare in Italia in buon
anticipo! Si vede che oltre allo spirito scorre copiosa nelle loro vene
la linfa di Fintan, il Salmone della Conoscenza.
A Porta Nuova Mark prende buona nota dei treni per Genova
(c’è un regionale che parte alle sette e un
quarto)
dopodiché lo riportiamo alla Compagnia dell’Anello
ebbro.
“C’mon
fellas, wake up!”
esclama Mark con uno sforzo d’ugola
degno del miglior Van Morrison.
Dopo qualche istante una figura scarmigliata e pingue emerge
da un cumulo di cartoni addossato al chiosco del giornalaio; di seguito
quella cosa raggomitolata sull’erba dell’aiuola si
rivela
essere un ragazzo e altri due personaggi prendono forma nella penombra
– entrambi sulla cinquantina, capelli sale e pepe, facce da
film
di Ken Loach.
Mark fa le presentazioni; al termine dei convenevoli Sean,
il più giovane della banda, corre a trafficare nella sua
borsa
sportiva estraendone alla fine ben due bottiglie di Southern Comfort:
“Let’s
toast!” ride la faccia
d’angelo.
Da lì in poi il Conforto del Sud irrora ripetutamente
le nostre gole, il brogue si mescola con l’inglesiano,
Stefano
continua imperterrito a inneggiare all’Irlanda libera
(Steven, lo
chiamano i leprecauni) e il viso pallido di Sergio Gascoigne si riempie
di chiazze rossastre. Esce spontanea la proposta di una sfida
calcistico-alcolica.
Mark s’incarica di fabbricare il
‘pallone’
comprimendo in un calzino maleodorante tutta la carta straccia che
riesce a recuperare dai cestini dei rifiuti: il risultato finale
somiglia piuttosto a un modellino in scala 1:10000 della Morte Nera di
Darth Vader, ma tant’è. L’importante
è che
non si sfaldi al primo calcio.
Poiché sarebbe improponibile giocare in cinque contro
tre, uno dei due minatori di Loach si accolla l’onere di
arbitrare la tenzone: vai così , che è una
figata.
C’mooon!
Mi è presto chiaro che giocare con questa sfera
è bel casino; nondimeno io cerco costantemente la giocata ad
effetto. Sean è un marcatore spietato, tipicamente
anglosassone,
per di più calza stivali da fontaniere che mi segnano gli
stinchi a ogni entrata. I suoi compagni di squadra non gli sono da meno
per irruenza, ma noi abbiamo dalla nostra i muscoli e
l’ardimento
di Steven, e Sergio Gazza è pratico ed elegante. Morale:
trascorsi soltanto cinque minuti dal fischio d’inizio il
punteggio è già di quattro a zero per
l’Italia
sabauda, tre gol miei e uno di Sergio.
Ci divertiamo una cifra… ma improvvisamente una luce
intermittente blu elettrico interrompe il gioco: ti pareva che non
arrivava la madama a rompere i marroni nel cesto!
Dalla volante smontano due pulotti in maniche corte
dall’aria recisamente scazzata. Il più
scarsocrinito fa
roteare i globi oculari alla Totò Schillaci e interroga:
“Che succede qui, figlioli?”
“Stiamo soltanto giocando a pallone, agente”
è la scontata replica di Sergio. “È una
sfida fra
Italia e Irlanda; ci sono i Mondiali, sa
com’è.”
“Già, i Mondiali. E la gente a casa?”
“La gente a casa non ha nulla da temere,”
interviene il prode Maurizio Ferrini “perché noi
siamo
brava gente.”
“Ah, davvero?”
“Parola di boy-scout, agente.”
Lo sbirro calvo mi guarda in tralice per un momento, poi si
arrende sorridendo: “Va bene, ragazzi: fateli neri.
Però
cercate di non fare troppo chiasso, d’accordo?” Ma
certo,
Cannavale: basta che te ne vai.
13 a 4. Ormai abbiamo spiccato il volo. Pure il tasso
alcolico dei contendenti è stratosferico perché a
ogni
interruzione di gioco Fergus the Referee rifornisce i giocatori di
bourbon; che elemento questo Fergus, continua a chiamarmi Bagiou
(sacrilegio!) ma io mi sento mezzo Lentini e mezzo Vanenburg.
Tutt’a un tratto ci fischia contro un calcio di rigore
inesistente e Steven fa per protestare nel suo esilarante gramelot
italo-britannico con titoli sparsi di canzoni Oi, ma
l’arbitro lo
zittisce offrendogli un’altra volta la bevanda degli dei del
trattore: “Steven,
don’t talk, drink!”
E
Stefano non si fa pregare vuotando la bottiglia in una sorsata e
sull’istante gettandosela alle spalle, razza di uligano
dell’Occitania… sennonché il recipiente
si frantuma
contro l’edicola proprio nel tempo in cui sopraggiunge una
pattuglia dei carabinieri.
Madonna santa! Chi cazzo deve venire ancora a romperci le
palle? La Guardia di Finanza, la Protezione Civile, la SWAT, i Navy
Seals… magari i Blobel con le loro superarmi neutroniche,
tanto
per gradire.
Questa volta i muffoni sono in tre, di cui uno perfino col
mitra spianato; hai visto mai che in questo spiazzo di cemento si stia
realizzando una pericolosa sinergia fra l’IRA e il Fronte di
Liberazione Piemontese! Ma andiamo.
L’appuntato, ammesso sia tale poiché invero coi
gradi degli sbirri non ci ho mai preso, interroga con veemenza:
“Ma che accidenti state combinando qui? Perché
quello
lì pelato ha rotto la bottiglia? Siete sbronzi o
cosa?”
Sergio dà la stura al proprio magma psichico:
“Ci scusi tanto, signor carabiniere, anzi appuntato, ma
noialtri
stiamo solamente giocando una partitella con questi nostri amici
irlandesi che fra poche ore se ne vanno a Genova per vedere
Eire-Romania, ci sono in palio i quarti di finale, lei
capirà,
poi è vero, abbiamo bevuto un poco ma le assicuro che fino a
questo momento nel circondario nessuno si è lamentato e per
giunta noi non vogliamo disturbare il sonno di chicchessia, si figuri,
siamo onesti cittadini e ci facciamo un mazzo a capanna tutti i giorni
e paghiamo le tasse e abbiamo il massimo rispetto per le forze
dell’ordine.”
Sul momento l’appuntato rimane stordito da quella
tirata, ma poi si ripiglia: “Sia quel che sia, basta
così.
Raccogliete armi e bagagli e smammate!” Fergus sgrana gli
occhi
nemmeno avesse visto in questo scocciatore la reincarnazione di
Guglielmo d’Orange. Sean digrigna i denti e serra i pugni.
Tocca a me, il Kissinger dell’oratorio:
“Signore, sia indulgente; ci faccia giocare soltanto per un
altro
quarto d’ora e poi ce ne andiamo.”
“Ho detto di no. Voi qua non ci dovete stare.”
Stefano fa per aprire bocca e a me viene la pelle
d’oca, ma la sua improvvida e potenzialmente catastrofica
incursione nel dibattito in corso è interrotta sul nascere
dalla
caduta a terra del caricatore di Mitraglia Spianata.
Mister Intransigenza sobbalza. Volta il capoccione verso il
suo sbadato sottoposto, gli occhi fiammeggianti. “Di Cuonzo,
ma
che cazzo combini? Quello non è mica un giocattolo per
bambini,
porca troia!”
Il pivello è talmente imbarazzato che non spiccica
parola né si muove, indi l’appuntato
s’infervora
ancor più: “E raccogli da per terra ’sto
dannato
caricatore, per la puttana! Chi diamine stai aspettando, la venuta di
Santa Rosalia?”
Lo sforzo che stiamo facendo noi e gli irlandesi e perfino
il terzo e finora silenzioso caramba per trattenere le risate
è
titanico. Quando si dice che la realtà supera la fantasia:
anzi,
la comica!
Non appena il benedetto caricatore è ritornato al
proprio posto l’appuntato ripete in tono meno autoritario che
dobbiamo sloggiare e io con infinita pazienza gli rispondo va bene,
certamente, pure per portare gli irlandesi alla stazione si renderanno
necessari due viaggi, sa com’è purtroppo il
teletrasporto
non è stato ancora inventato, ma le assicuro che faremo in
fretta, anzi in frettissima.
Oltre a ciò, per dimostrargli che sono perfettamente
in grado di condurre l’auto, eseguo di fronte a lui tutti i
movimenti usuali di verifica della stabilità e coordinazione
motoria, con esiti eccellenti benché io sia
tutt’altro che
sobrio. Forse dovrei iscrivermi a un corso di recitazione.
Tuttavia, quando lui e i suoi frombolieri dilettanti si sono
finalmente tolti dai coglioni, prendiamo la scriteriata decisione di
comprimerci tutti e otto nella mia Uno, stabilendo probabilmente un
primato. In ossequio al rigore storico la macchina si mette in moto con
un certo sforzo, ma in seguito mostra di sopportare con disinvoltura il
sovraccarico. Triplo urrà! Però se ai caramba e
anche ai
pulotti di prima gli gira di tornare a controllarci proprio adesso o se
incrociamo altre pattuglie durante il cammino sono cazzi acidissimi.
Il cielo va
schiarendosi sulla stazione di Porta Nuova. Mark Kenny scrive
rapidamente il suo indirizzo e numero di telefono su un foglietto di
carta; dopo, abbracci e calorose strette di mano fra tutti. Fergus si
dice sicuro che ci vedremo
a Roma per la semifinale; Liam, il
capellone grassoccio, dichiara che se domani i rumeni li sbattono fuori
gli fa un baffo, “fuck
everything we just want to drink and
drink again”; Sean
crolla il capo sghignazzando. Il mio
whiskey nella brocca… Arrivederci, fellas.
Mezz’ora dopo fermo la macchina davanti al vecchio
glorioso stadio Filadelfia, smonto e schizzo dall’altra parte
a
spalancare la portiera di Steven. All’istante lo skinhead si
lascia scivolare giù dal sedile del passeggero e sbocca
sull’asfalto tutto quel che c’è da
sboccare.
“Aiuto, Izio, muoio” rantola, sputando bava e bile.
“Ma no, che dici, è soltanto una
sbronza”
lo rassicuro, pulendogli la bocca con un fazzoletto di carta e
aiutandolo a ricomporsi.
Data la sua stazza notevole, è un’impresa
eroica fargli salire le due rampe di scale che portano al suo
appartamento (Steven vive da solo in una palazzina priva
d’ascensore) ma alla fine riesco addirittura a metterlo a
letto.
Credo proprio che il mio amico Crapa Pelata non tornerà a
bere
bourbon finché campa. E neanch’io.
Per la
posterità, l’Irlanda batte 5-4 la Romania dopo i
calci di
rigore (decisiva la splendida parata di Pat Bonner su tiro di Timofte)
e poiché anche l’Italia passa il turno battendo
l’Uruguay di Tabarez per 2-0 il vaticinio di Fergus si
realizza
in grande stile: Italia-Repubblica d’Irlanda allo Stadio
Olimpico
di Roma!
Nonostante il mio tifo indiavolato e il rutto libero, la
partita è vinta dagli azzurri per un gol a zero grazie a una
zampata rapinosa di Totò Schillaci – il nuovo
idolo dei
tamarri a strisce bianconere – al 38' del primo tempo.
L’Italia vola così in semifinale, dove
affronterà
l’Argentina di Diego Maradona e Claudio Caniggia. Bravi lo
stesso, leprecauni.
Un’alba fresca e colorata riaccende O’Connell
Street. In piedi davanti alla finestra con le braccia intrecciate sul
petto, nudissimo, me la godo come un pittore impressionista.
Il tocco leggero di due labbra sulla nuca. È
Caithleen. Si è alzata dal letto, nivea e vogliosa.
Lentamente,
riempiendole la bocca e il viso tempestato di lentiggini di baci e
accarezzandole i fianchi satinati, ce la riporto, e celebriamo
un’altra ancora la festa dell’estate.
Free Ireland...
È tetro il cielo
sulla rotta dei Vichingi, si fonde completamente con la foschia del
mare. Ancora qualche ora di navigazione e saremo a Le Havre, poi
taglieremo la Francia in diagonale a bordo della Lancia Delta di Daffy,
coi suoi prediletti Jam sparati al massimo. Salvo imprevisti, dovremmo
arrivare a Torino intorno alle nove di sera.
La prospettiva mi terrorizza. Se ripenso ai giorni passati a
bere birra scura nei pub, a vedere concerti, a fare l’amore
con
Caithleen, mi vengono le lacrime agli occhi. Torino implacabile
scolorirà queste memorie. ‘Basteranno’
dieci giorni
di traffico, coi dirigenti d’azienda coi loro barconi 164 e i
telefoni cellulari del cazzo, i rimbambiti che non mettono mai la
freccia e i Prost che ti tagliano la strada ai centoventi
all’ora. E poi i capufficio frustrati, le segretarie in
climaterio anticipato ancor più frustrate di loro, i
fighetti e
le fighette col birignao.
In ogni modo, sopravvivremo, grazie soprattutto alla nostra
funzione domenicale, sacra e inviolabile, che quest’anno si
trasferirà definitivamente allo Stadio delle Alpi: il
glorioso
Stadio Comunale va in pensione.
Quanta malinconia anche per questo… Apro il
portafoglio e guardo quest’oggetto strano,
“l’abbonamento”. Mai avuto prima. Prima
c’erano
i biglietti sottocosto al bar Sweet, i bagagliai delle macchine dei
Vecchi in cui ti nascondevi per entrare a sbafo, le maschere
compiacenti. C’era uno stadio a cinque minuti a piedi da casa
tua.
E ora? C’è questo blocchetto di fogli colorati.
Tribuna Nord Maratona, secondo anello.
Ma c’è anche una squadra d’ottime
potenzialità tecnico-atletiche, con la ciliegina sulla torta
rappresentata dall’acquisto di Rafael Martín
Vazquez,
considerato attualmente il più completo centrocampista
d’Europa. Questo qui col Real Madrid faceva cose sublimi; ha
due
piedi straordinari, dribbling da fermo e visione di gioco a tutto
tondo. Potrebbe finalmente riempire quel vuoto creatomisi dentro dalla
svendita di Beppe Dossena all’Udinese. Vedremo se il nostro
nuovo
tecnico, l’ex promessa granata Emiliano Mondonico,
saprà
regalarci nuovamente i brividi dell’alta classifica.
Richiudo il portafoglio. Ho voglia di una Guinness.
Caithleen… la mia bocca sui tuoi seni morbidi, le mie
mani sulla tua pelle di neve, i tuoi capelli color del rame sciolti
sulla mia spalla, il tuo flautato accento irlandese. Ti
rivedrò?
1979 1983 1984 1985 1986 1987 1989 1991 1992 1993 – Epilogo – Note finali
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