Riaffioro
dalle
profondità ambrate di un sonno al Macallan e sulle prime
neanche
mi rendo conto di dove sono. Sotto il lenzuolo sono nudo come un verme.
Ma tu guarda, penso, chi sarà la fortunata? Sempre che sia
riuscito a soddisfarne gli appetiti, combinato com’ero la
notte
scorsa.
Poi la nebbiolina scozzese si dirada e i miei bulbi oculari
martoriati dal troppo fumo di sigaretta notturno mettono a fuoco
l’ormai logoro manifesto della mostra fotografica di Dennis
Hopper Out Of The Sixties,
cosicché realizzo di essere
nell’alcova del mio spoglio appartamento da scapolo: solo, a
quanto sembra. In qualunque modo è mooolto meglio
così,
poiché in quelle condizioni avrei potuto rimorchiare perfino
un
facsimile fashion di Luciana Turina, e al trovarmela accanto al
risveglio in tutto il suo nudissimo quintale abbondante mi sarebbe
certamente venuto un coccolone. Magari dopo vengo a scoprire che
è stata la chiavata del secolo, come Michael Douglas e
Sharon
Stone in Basic Instinct.
Oddio, non proprio così
glamour, ma lo stesso memorabile. Ehi,
ci stai fikki fikki con me,
facciamo fikki fikki insieme!
Ma perché sono nudo? Non è mia abitudine
dormire così. Non è che...
Perbacco, caspiterina, perdinci, cazzarola, ma sono le due
del pomeriggio! Diciamo che per essere un martire della cosiddetta
‘ottimizzazione globale’ di Cesare Romiti (in
parole
semplici, la risorsa aziendale Maurizio Ferrini è in cassa
integrazione straordinaria a zero ore da più di un anno) me
la
spasso davvero alla grande. Ho persino composto un coro: Ma
quale
carrierismo, ma quale produzione, sesso, droga e cassa integrazione! E
trasferte in Europa con lo spumeggiante Toro di Gian Mauro Borsano, il
minuscolo presidente craxiano dalla lacrima facile.
Appunto. La squadra capeggiata da Mondonico, forte della
classe di Marchegiani, Cravero, Lentini, Scifo, Casagrande e
Martín Vazquez, dell’intelligenza tattica di
Venturin e
Fusi, della verve di Mussi e della dirompente carica agonistica di
Pasquale Bruno (caso più unico che raro di quaglia rigatina
divenuta feticcio indiscusso della Curva Maratona) Rambo Policano (un
autentico patito dei cavalli, andare all’Agenzia Ippica di
Via
Tolmino in un pomeriggio di grande trotto per credere) e Tarzan Annoni,
è in finale di Coppa Uefa con l’Ajax di Amsterdam,
dopo
aver liquidato in semifinale nientemeno che il Real Madrid di Michel,
Chendo e Butragueno! Incredibile ma vero. Il 15 aprile, quando
sconfiggemmo i merengues
per 2-0 (autorete di Rocha e gol di
Fusi), lo Stadio delle Alpi era una bolgia di settantamila tifosi
granata urlanti. Una notte fatata che non dimenticherò mai.
E
dopodomani, sempre alle Vallette, c’è la finale
d’andata contro i lancieri.
Rosicate, gobbi bastardi, rosicate! E lavorate un po’
anche per me.
Torino Telephone
Conversation…
“Ouh, Izio, ma ti sei fatto ibernare come in quel
fumetto che leggevamo da gagni? È da stamattina alle dieci
che
ti lascio messaggi su quella diavolo di segreteria!”
“Ti chiedo umilmente perdono, Derio. Devi sapere che
ieri sera, benché fosse domenica, ho fatto bisboccia alla
grande.”
Risatina beffarda. “E quando mai. Tu sei il figlio
torinese di Iggy Pop, te l’ho sempre detto.”
“E tu il Kaiser degli Iber. Come va, vecchia canaglia?
È un sacco di tempo che non ci si sente.”
“Mah, abbastanza bene, direi. Come dice il vecchio
adagio, si lavora e si fatica per il pane e per la fica. Ma veniamo al
sodo: mercoledì sera andrai allo stadio?”
“Lapalissiano, amico mio culturista, lapalissiano. Ho
comprato il biglietto giovedì scorso allo Sweet.”
“Pure io, anche se per interposta persona
perché ultimamente non ho neanche il tempo di nettarmi lo
sfintere. Non potevo mancare alla finale. La
finale. Diamine,
non ci credo ancora. È mescalina pura sparata nella
giugulare!”
“Davvero. Sicché, mitico Derio, andiamo alla
partita insieme? Dài, ti passo a prendere alle sei con la
mia
Torpedo blu... ehm, Fiat Uno rossa. Ho appena fatto mettere a posto lo
spinterogeno, pertanto non correremo il pericolo di ritrovarci a
spingerla sulla corsia d’emergenza dell’autostrada
come due
mesi fa in Germania, mentre ritornavo da Copenhaghen con Carlone, Ice e
Beppe. Anche perché non dobbiamo prendere nessuna autostrada
per
andare al Delle Alpi, eh eh.”
“Ice. Mamma mia.”
“Sì, hai detto bene. Per giunta ’sto
scentrato persino in quel frangente non la smetteva di fare domande
allucinanti del tipo ma perché il BK si chiama
così, ma
quant’è lunga la Danimarca, se nel prossimo disco
di
Amleto suonerà Dave Mustaine, quante canne al giorno si fa
Casagrande e così via. Cristo santo, che piattola! In
compenso
Beppe il netturbino è uno spettacolo d’essere
umano. Vuoi
ridere? Ascolta. Al termine della partita ce ne andiamo tutti e quattro
al City Rock Café per festeggiare la vittoria. Quando ormai
siamo belli ciucchi Beppe viene agganciato al bancone da una replicante
baltica di Nina Hartley, molto probabilmente una mignotta, visibilmente
strafatta o sbronza o ambo le cose. Si mettono a chiacchierare, se
così si può dire. Figurati: uno parlava in slang
parelliano e l’altra in inglese smozzicato, lei ogni cinque
secondi si scusava per la propria incapacità a farsi
capire… In ogni caso, al quarto o quinto giro della lancetta
dei
minuti dall’approccio, costei gli schiaffa la lingua in bocca
e
una mano sul pacco senza tante cerimonie. E Beppe tutto goduto e
turgido in stile italian
stallion, va da
sé.”
“Diocristo. E voialtri?”
“Slombati di risate, che domande fai. In ogni modo,
subito dopo il bacio e le palpate reciproche i nostri piccioncini
riattaccano la loro pseudo-conversazione. E al venticinquesimo sorry
o giù di lì, il netturbino di Borgata Parella si
rivolge
a me e sotto i baffi mi domanda: «Izio… che
minchia vuol
dire ’sto sorry?»”
Pure Derio, come già noi a Copenhagen, esplode in una
risata fragorosa. “Non ci posso credere! Che zamarro da
esposizione. Poi cos’è successo?”
“Beppe l’ha accompagnata a casa ma è
tornato al locale piuttosto presto e non c’è stato
verso
di cavargli alcunché.” Mi stringo nelle spalle.
“Forse ha avuto strizza di andarci a letto o magari si
è
fatto staccare un tortiglione nell’androne col preservativo e
buonanotte al secchio. Comunque, usciti di lì ci siamo
fumati un
megatrombone di hascisc che Beppe e Ice avevano comprato a Christiania
nel pomeriggio, e da quel momento in avanti non ti dico che
sghignazzamenti in giro per la città. Siamo addirittura
riusciti
a entrare in una discoteca house stracolma di gay e lesbiche, il
Montechristo, dopo aver rincorso due veneri scandinave in bicicletta
per farcene regalare l’invito; le animatrici erano due
venezuelane da urlo.”
“Te la stai proprio godendo questa cassa integrazione,
eh?, vecchio lupo…”
“Veramente mi alimento a tè nero coi
corn-flakes e pastasciutta in bianco, ma non importa, sai, è
tutta vita e Manic Street Preachers. Ciononostante vorrei proprio
evitare di ridurmi a chiedere un prestito ai miei per pagare le
bollette con tutto quel che ne consegue, quindi è meglio che
dopo questa finale mi rimetta in riga.”
“Quale riga, quella di bonza? Sto scherzando. Dunque,
rimaniamo per le sei di mercoledì pomeriggio?”
“Desde luego, amorcito.
E se per caso hai un
talismano, sia esso una zampa di cinghiale di Giaveno o un ciuffo di
pelo pubico della tua fidanzata, portatelo dietro. Ho la fortissima
sensazione che, come dice Salvatore Gulisano da Raffadali al secolo
Mago Gabriel, ce ne sarà giustamente di bisogno. Hasta
miercoles, Derio.”
Hanging On The
Telephone…
Buon vecchio Derio
Dirceu! Credevo fosse salito a bordo di un’astronave a
propulsione antimaterica per una lunghissima missione
d’esplorazione del Sistema di Sigma Draconis. Invece, eccolo
qui
caldo come un minestrone al plutonio per il momento topico della nostra
trionfale cavalcata europea. È peculiare quanto io sia
legato a
questa persona nonostante l’attuale sporadicità
dei nostri
incontri.
“La Baia di Tokio, tutti i giorni dell’anno,
getta di tutto a terra: a volte, presumo, gli oggetti trascinati via
possono essere rigettati sulla spiaggia da qualche corrente
capricciosa.” Roger Zelazny, Metamorfosi
Cosmica.
Qualcosa di simile succede col Toro. Nel corso di certe
stagioni infauste può verificarsi che anche il tifoso
più
affezionato sbotti: “Basta così, mi sono
definitivamente
rotto i coglioni, non verrò mai più allo
stadio.”
Ed effettivamente per due, tre, perfino quattro campionati di fila il
personaggio non si fa vedere in curva, trascinato al largo dalla
corrente del proprio avvilimento; ancorché i suoi amici
più intimi sappiano che egli passa tutte, ma proprio tutte
le
benedette/maledette domeniche con l’orecchio incollato alla
radiolina a transistor – o l’autoradio, se
è in giro
con la donna – a cristonare come uno scaricatore di porto
livornese, mettendo così a serio rischio le coronarie e il
fidanzamento.
Finalmente, una soleggiata domenica di settembre o
vattelappesca, la Baia Granata lo rigetta sulla Spiaggia Maratona in
sciarpa d’antan e sigaretta all’angolo della bocca,
un
po’ appesantito e fresco fresco di rottura con la squinzia.
Potete star certi che alla prima giocata elegante di un giocatore
granata tornerà a emozionarsi come prima!
Sarcastico, muscolare, carissimo Derio Zeverin: bentornato
nel club dei torofrenici!
Stadio delle Alpi, 29
aprile 1992, h 08.35 p.m. Central European Time. Settantamila
spettatori e chissà quanti miliardi di lire
d’incasso. Una
visione d’insieme indimenticabile.
Veniamo subito ai talismani: Derio Zeverin ha riesumato la
‘stupida’ da congedante con la visiera incurvata;
io, per
me, ho comprato un berretto granata con lo stemma dei Washington
Redskins. Siamo entrambi così tesi che non abbiamo bevuto
neppure un birrino ai chioschi. Ramazzotti e Caffè Sport
Borghetti, non se ne parla neanche. Ho perfino rifiutato una boccata
d’erba albanese. Granatamente ascetico.
Il posto: Tribuna Nord Maratona 2' livello, poco sopra i
Ragazzi della Maratona.
Il tifo stenta a decollare, la gente è come
soggiogata dall’avvenimento. In
finale di Coppa Uefa, noi? Ma
quando mai! Purtroppo non sono
da meno i giocatori granata in
campo; difatti, per usare un’espressione cara a Derio,
trotterellano come se avessero le gambe di sborra. Dal canto loro, gli
ajacidi imperversano in ogni parte del campo manco avessero il pepe al
sedere.
“Sveglia ragazzi, porca puttana troia!”
Sì, un cazzo e una lattina. Al 14' il jolly Jonk,
cognome da onomatopea cartonistica ma notevole sagacia tattica, avanza
incontrastato verso la nostra area e da oltre 30 metri lascia partire
una spingardata (imparabile?) che s’infila alle spalle di
Marchegiani. I tifosi ospiti esultano, quelli casalinghi vedono
così materializzarsi i loro peggiori fantasmi.
Derio storce la bocca. “Siamo troppo attendisti... Ma
sappiamo fin troppo bene che Mondonico non è un cuor di
leone:
sta facendo giocare Martín Vazquez da mediano
destro!”
“Certamente. E in quella posizione rende una beata
fava. Se ti chiudi in difesa con questi fustini di detersivo fiammingo
sei fatto e finito.”
Ciò nondimeno, lemme lemme, il Toro comincia a
ruminare gioco, imbastendo trame degne di tal nome: insomma, ragazzi
miei, state giocando in casa e dovrete pur vincere! Ma il primo tempo
si conclude con i biancorossi di Amsterdam ancora in vantaggio. Ora
sì che ci sta bene una cervogia.
Nel secondo tempo la
musica cambia. Così come il pubblico, i granata si scrollano
di
dosso il timore reverenziale: forza ragazzi, non vi lasceremo mai!
Così al 62' Casagrande il Casanarcos pareggia i conti. Boato
di
urlo liberatorio dello stupento Stadio Delle Alpi, o viceversa degli
Alpini e possibbilmente degli Alponi.
“E allora, Derio, e allora!”
“Ora andiamo a vincere per dispersione, porca
miseria!” Tale quale Rambo Policano, lo Zeverin è
un
fanatico di scommesse ippiche.
Tuttavia tredici minuti dopo l’Ajax si riporta in
vantaggio grazie a un calcio di rigore trasformato da Petterson: sulla
nostra trequarti Scifo e Annoni non s’intendono,
n’approfitta lo scatenato Bergkamp involandosi e non appena
è penetrato in area Silvano Benedetti lo manda per le terre. Sheeg!
Allora il Toro ingrana la quarta e assedia l’area dei
lancieri come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio. A sei
minuti
dal termine l’estroso benché incostante
Martín
Vazquez apre in profondità per Lentini, che smista
elegantemente
in area a Casagrande: il riccioluto brasiliano con una neanche tanto
segreta passione per la Maria Giovanna annichilisce Blind e infila
Menzo con un destro chirurgico. 2 a 2. E proprio allo scadere Giorgio
Bresciani si smarca brillantemente sulla sinistra dell’area
piccola olandese, ma piuttosto di tirare la tronata che ci manderebbe
in vantaggio prova a piazzare la palla di giustezza e il nerissimo
Menzo para a terra. La partita finisce lì.
“Risultato orrendo” commenta Derio, accendendosi
una paglia mentre il popolo granata inizia a sfollare. “Se
vogliamo alzare quella coppa al cielo dobbiamo andare a vincere in casa
dell’Ajax. Io, per me, la vedo cruda, molto cruda.”
“Allora ce ne andiamo ad Amsterdam.”
Diocristo, ma a casa
vostra le chiudete così le porte? Un po’
più di
grazia, porca miseriaccia zozza! Chissà perché
non sono
andato ad Amsterdam in aereo.
Mi stropiccio gli occhi, li spalanco e… ho un colpo
al cuore. Proprio davanti allo scompartimento, a gambe divaricate ed
espressione severa negli occhi nordici, si è piazzato una
specie
di Robocop precocemente incanutito inguainato in una tuta blu notte da
cui pende ogni varietà di ninnolo: manganello di nerbo,
bomboletta di gas urticante, lazo
della verità e fondina
con pistola.
Sul sedile davanti a me Andrea, un fusto dai lunghi capelli
biondi fanatico di hair-metal che lavora come buttafuori allo Studio 2,
si stiracchia sbadigliando luppolo mal assimilato: “Uah, dove
cazzo ci siamo fermati? E questo gladiatore brizzolato davanti alla
porta che accidenti mi rappresenta?”
“Muffa antisommossa fiamminga” replico di
malumore. “A quanto il mio torcicollo da trasferta mi
dà a
vedere, n’abbiamo vinto uno per ogni scomparto. Quanto a dove
siamo, si accettano scommesse.” Probabilmente ad Anversa.
“Che cazzo. Carlone e Stefano Buz?”
“Cualquiera sabe.
Saranno rimasti bloccati in
altre cabine.”
Mi scappa la pipì, papà. Passati diversi
minuti e varie sigarette Robocop Brizzolato, a compimento di un rapido
intraducibile consulto mediante auricolare con l’ape regina,
ci
fa cenno che si può riaprire la tana. Detto fatto,
l’affronto e gli chiedo in tono mellifluo: “May
I go to
the bathroom?”
“No.”
Secco e glaciale come le sue iridi.
“Not yet.”
’Fanculo a mammate, vorrei ribattere. Per contro
ripiombo sbuffando sul sedile e mi accendo un’altra
Chesterfield,
ponderando che se costui continua a fare il prepotente tiro fuori
l’uccello e gliela faccio davanti. E che poi mi spacchi pure
la
testa a manganellate.
Per grazia ricevuta, finita anche quella fumosa il tizio mi
permette di andare a svuotare la vescica e lavarmi i fanoni,
nonché ridare un minimo di compattezza a questa chioma
devitalizzata a fortissimo rischio diradamento. Mirror
in The
Bathroom.
Di nuovo in marcia! Nel
tempo in cui stavamo fermi è salito a bordo del convoglio
anche
un certo numero di funzionari delle ferrovie olandesi. Qualche
allegrone si rivolge loro chiedendo informazioni sui coffee
shop
in inglese maccheronico e questi replicano ridendo a crepapelle. Io,
per me, sono più interessato a sapere quando arriveremo a
destinazione perché ne ho proprio pieni i marroni di stare
qua
sopra. Comincio a non avere più l’età
per queste
stronzate.
“Intorno alle quattro del pomeriggio” mi
risponde cortesemente uno dei travet ferroviari, la copia carbone di
Frank De Boer. Sicché deduco che con ogni
probabilità ci
faranno arrivare allo stadio il più tardi possibile.
Finisco per conversare del più e del meno con quel
tizio. Lo lascio a bocca aperta sciorinando tutta la mia conoscenza di
cinema olandese: Amsterdamned, Il quarto uomo,
Maruschka Detmers, Amanda Ooms… Be’, meravigliare
il
borghese è il mio pane e companatico. Peccato che ogni tanto
qualcuno se la prenda a male, tipo quelle frustratissime teste di
minchia aziendali (per caso le stanno fischiando le orecchie,
dottoressa Cassolini?) che mi hanno spedito in Cigs. Che vadano a
cagare nella carbonella e si puliscano il deretano coi diagrammi di
Ishikawa.
Mulini a vento, tulipani, zoccoletti, zoccole, architetture
fantasmagoriche. Da qualche parte uno stereo suona Deeper
Shade of
Soul degli Urban Dance Squad.
Finalmente, Amstel Station.
“Siamo arrivati” annuncia il monumentale e
negroide Carlone, pure lui stimato segurata
nonché
feticcio delle discotecarie rampanti torinesi.
“Parola di Batonga” ridacchia Stefano Buz. Io
m’invento su due piedi un coro: “Non è
Tarzan, non
è King Konga, ma è Batonga, ma è
Batonga.”
Sono ispiratissimo ultimamente! L’interessato accetta lo
sfottò canoro di buon grado.
Circondati da un nutrito cordone di Robocop, noi duemila
scarpiniamo per un discreto periodo sotto un sole cocente fino
all’antistadio: quando vi arriviamo il mio orologio segna le
cinque meno un quarto. Manca ancora un’esistenza
all’inizio
di Ajax-Torino.
“Dio bun che caldo” si lamenta Carlone.
“Ma non faceva ancora freddo a maggio
quassù?”
“Carlun, qui siamo in Olanda, mica in
Groenlandia” chiosa Andrea il Capellone, ravviandosi la
zazzera.
“Grazie per la precisazione, Axl Rose” mugugna
la pertica, sbuffando. “Se non ci fossi tu che studi
archeologia
a spese di tuo padre… Ehi, Izio, come mai Derio non
è
venuto?”
“La motivazione ufficiale è il rusco, ma
secondo me non gli tirava di farsi il viaggio in treno. Magari ha avuto
un ritorno di fiamma con la fidanzata, chi lo sa. Fosse davvero
così lo rivedremo nel 2002.”
Un altoparlante montato sul tetto del botteghino latra per
venti minuti abbondanti pedantissime perorazioni italo-anglofone ai
tifosi granata, finché Margaro si risolve a ridurlo al
silenzio
strappandone i cavi d’alimentazione. I Robocop non fanno una
piega, anzi si rintanano sui tetti dei loro cellulari a rollare
spinelli d’erba… si, proprio zarse, incredibile ma
vero.
L’odore che si sparge per il piazzale è
inconfondibile.
Che invidia! Che gente avanzata!
Compaiono pure gli sbirri a cavallo. I tutori
dell’ordine che si mostrano più cordiali ricevono
in
regalo la sciarpa del Toro e se l’annodano al collo con
piacere.
Vincenzo Gallafrano sorbisce assorto il suo solito succo di frutta
– starà pensando a come si dice bucchina
in
olandese – e Giovanni Margaro, sempre in forma smagliante,
aggrotta la fronte.
Col passare dei minuti la massa d’anime davanti al
settore ospiti s’infoltisce. Chissà io riesca a
schiacciare un pisolino: mi stendo a terra col bomber granata a
mo’ di cuscino e chiudo gli occhi…
“Ueh, Izio, sveglia!”
“Che c’è?”
La smisurata figura di Carlone cancella il sole riducendolo
a un alone. “Alzati, poltrone. Hanno appena aperto i
cancelli.”
“Oh… finalmente. Aiutami, sghiavo
Batonga.”
Lo Stadio Olimpico di
Amsterdam gronderà pure la gloria di tutte le Coppe
possibili,
ma è ridotto così male da far sembrare perfino il
Dorico
di Ancona un impianto all’avanguardia.
Sono le sette di sera e i quattromila plebei granata cui le
Maestà Aiacidi hanno concesso di assistere alla finale
intonano
i primi canti propiziatori. Coloro che hanno potuto indugiare nei coffee
shop cominciano a far girare
cannoni d’erba in mezzo al
popolo, sicché in breve siamo tutti strafatti come meringhe
e
Stefano Buz, sfoggiante una bellissima coppola irlandese da leprecauno
e tatuaggi freschi di battitura, mi trascina in una danza sfrenata
sulle panche di legno marcescente.
Verso le sette e mezza un personaggio recisamente in carne
si materializza su una pedana munita di microfono ad asta montata in
mezzo al campo; costui, rivolto un inchino al rispettabile, si mette a
berciare terrificanti motivi in lingua barbarica cui la quasi
totalità dei fustini risponde battendo ritmicamente le mani.
Dopodiché, pensando di farci un piacere perché
tanto noi
italiani siamo tutti spaghetti pizza e mandolino nonché
baffi
neri e cazzo nerboruto, ci schiaffano quel gobbaccio con le adenoidi di
Eros Ramazzotti. Ma andate un po’ a strozzarvi di margarina!
Mondonico e Van Gaal
devono fare a meno di alcuni giocatori essenziali: Bruno e Annoni per
il Toro, mentre l’Ajax non può schierare
l’influenzato Bergkamp, un autentico pungolo nel fianco della
difesa granata all’andata. I granata scendono quindi in campo
con
la seguente formazione: Marchegiani, Mussi, Policano, Fusi, Benedetti,
Cravero, Scifo, Venturin, Casagrande, Martín Vazquez,
Lentini. I
lancieri rispondono con Menzo, Blind, Silooy, Jonk, De Boer, Alflen,
Van’t Schip, Kreek, Petterson, Winter, Roy. Arbitro
dell’incontro è lo jugoslavo Petrovic.
Il Toro parte all’attacco ma senza troppo mordente.
L’Ajax gestisce con distensione e talvolta manda quel furetto
di
Brian Roy in avanscoperta, comunque è presto evidente che
senza
Bergkamp il loro attacco è molto meno ficcante che alla
Continassa. Lentini comincia a pungere e tra il 9' e il 10' mette in
ambasce la disinvolta retroguardia olandese. Quattro minuti
più
tardi il Toro imbrocca finalmente un’azione corale che si
conclude con una mina di Martín Vazquez bloccata a terra da
Menzo. Vaffanculo.
I fustini, punti sul vivo, sfiorano il vantaggio al 24' con
Petterson e di seguito con Roy, ma la difesa granata si salva in calcio
d’angolo. A questo punto io ho già consumato due
Chesterfield e mi appresto ad accendere la terza… che in un
primo momento rischio di tranciare con gli incisivi, poi finisce
scagliata al suolo con stizza. 25': scatto di Lentini, cross, incornata
perentoria di Casanarcos, Menzo rimane immobile e…
Palo pieno.
Bestemmie e imprecazioni in curva. Poi un sensazionale Toro!
Toro! si alza
nell’aria calda della sera fiamminga.
26': Roberto Cravero s’incunea in area avversaria, De
Boer lo stende ma Petrovic fa cenno di proseguire. Diocristo, ma
è un rigore grosso come un grattacielo, come a Genova
quattro
anni fa! Mondonico, infuriato, solleva una sedia che stava vicino alla
panchina e la scuote più volte in alto, mi sa che se non va
qualcuno a rabbonirlo finirà per lanciarla in testa a quel
deficiente d’arbitro.
Ancora qualche schermaglia senza costrutto e si chiude il
primo tempo.
Prendiamo letteralmente d’assalto i chioschi. Io
rimedio con grande fatica una bottiglietta d’acqua e un
hot-dog
che sa di bakelite. I volti della gente esprimono perlopiù
disappunto. Non stiamo giocando bene, nondimeno abbiamo già
colpito un palo clamoroso sicché è inutile
illudersi,
amici miei: la sfiga aleggia su di noi anche stasera. La nostra
sempiterna sfiga granata.
Il Toro si butta in avanti. Escono Cravero per Sordo e Scifo
per Bresciani; non ci resta che sguainare la spada e assaltare il
fortino olandese.
Scocca il 73. Mussi avanza fino al limite dell’area
avversaria e spara: leggera deviazione del riccioluto Blind, Menzo
è battuto… ma la palla s’infrange
ancora sul palo.
“Ma non è possibile, porca
miseria…” trasecola Stefano Buz. Mentre noi
imprechiamo
contro la malasorte gli olandesi ci rivolgono gestacci e pernacchie,
agitando al vento bandiere con la stella di David. Una bomba carta
parte dalla nostra curva e scoppia nel bel mezzo della loro, causando
un fuggifuggi generale. Per tutta risposta gli aiacidi ci sparano un
razzo tracciante che per nostra buona sorte si spegne a pochi
centimetri dalla rete di recinzione. Morta lì.
L’Ajax è alle corde, il Toro non molla,
dài ragazzi ce la possiamo fare! All’84' Gigi
Lentini
spara alto da buona posizione. Toro,
Toro, Toro!
Mancano due minuti alla fine. Mussi, ancora lui, allunga di
testa per Sordo che in semirovesciata spara a dieci metri dalla porta,
è gol è gol è gol… ma la
palla si schianta
contro la traversa. E tre, porcodd..!
Giunge spietato il
fischio finale. I lancieri, giocatori staff tecnico e pubblico sugli
spalti, fanno festa alla grande mentre un silenzio tragico cade sul
nostro settore. Abbiamo perso la Coppa UEFA.
Faccio girare lo sguardo in tondo. Colgo occhi umidi di
pianto, guance paonazze di rabbia, denti conficcati nelle labbra.
Carlone crolla il capo e si accende la ventitreesima miccia dal fischio
d’inizio. “Porca troia, siamo la squadra
più sfigata
della storia.”
Mi monta dentro un furore cosmico. Merda, merda, merdaaa!
Come se già non fosse abbastanza, gli altoparlanti
dello stadio eruttano quella canzone dei Queen che ho sempre odiato, We
Are The Champions. Naturalmente
tutti i tifosi dell’Ajax la
cantano in coro, mentre Venturin seduto in mezzo al campo piange calde
lacrime.
Poi Aron Winter alza l’agognato trofeo seguito da un
boato crescente d’esultanza e io vorrei essere a bordo di un
bombardiere e sganciare una bomba nucleare da cinquanta megatoni su
questo pitale arrugginito. Al diavolo il Toro, l’Ajax e tutta
la
fottutissima Olanda. Abbiamo perso la nostra prima finale europea,
maledizione!
“Piazza
Montanari, per favore.” Il tassista grugnisce e mette in
moto.
Eccomi di nuovo in questa stupenta suppercittà di Torino,
ovviamente piemontese o viceversa paranormale.
Sono stanco, depresso, affamato. Chi offre di più?
Vorrei tanto fumarmi una paglia, ma so già che lo stressato
al
volante andrebbe in oca. Allora niente. Pazientiamo. Merdaccia
schifosa.
Il frigorifero piange come Stefano Buz ad Amsterdam, ma
riesco lo stesso a mettere qualcosa sotto i denti sbirciando la finale
di ritorno di Coppa Italia, Parma-Juventus. Finisce 2-0 per gli uomini
di Nevio Scala (gol di Melli e Marco Osio, ex gioiellino del
Filadelfia) che conquistano così il trofeo, ma la débâcle
bianconera non mi risolleva il morale, anzi per assurdo lo manda ancor
più sotto i tacchi.
Naturalmente ho dormito di peste. Ora guardo fisso la mia
doppia immagine entropizzata, un cristo che avrebbe un enorme bisogno
di una regolata ai capelli, cinque o sei chili in più e uno
stile di vita draconiano. E di pucciare il biscotto con più
frequenza, così per caso con una fidanzata regolare
piuttosto
che le solite svalvolate in cerca d’autore del sabato notte.
Tutt’a un tratto mi scende una lacrima, seguita da
un’altra e un singhiozzo. Diocristo, sto piangendo come un
bambino…
La mia vita è un disastro. Non ne combino una giusta.
Non per niente tifo per una squadra che nella finale più
importante della sua storia tribolata riesce a colpire due pali e una
traversa regalando il trofeo agli avversari senza esserne stata
sconfitta: sono un perdente, e basta. Un transfuga extraterrestre che
per scampare alla coscrizione per la Seconda Guerra Telepatica
è
andato a nascondersi nell’utero di una gestante terrestre
anaffettiva, sposata a un uomo totalmente privo di qualità.
Mi asciugo il volto con una salvietta, tiro su col naso e
scappo in cucina per prepararmi una tazza di tè. Ammesso che
non
abbia finito anche quello.
1979 1983 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1993 – Epilogo – Note finali
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