Sabato
19 giugno 1993, h 08.15
p.m., Central European Time. Manca solo più un quarto
d’ora all’inizio di Roma-Torino, partita di ritorno
della
finalissima di Coppa Italia. Il match d’andata, disputato a
Torino il 12 giugno, è stato vinto dal Toro 3-0: autorete
dell’ex Benedetti, gol di Cois e Daniele Fortunato. In teoria
i
giochi parrebbero fatti, ma quando c’è il Toro in
ballo
mai dire mai, e per di più mai dire banzai. La ferita di
Amsterdam brucia ancora così come la collera per le cessioni
dei
gioielli – in primis il frivolo fedifrago Gigi Lentini
– e
il tracollo del giullare Borsano, sostituito dal suo fotogenico
prestanome Roberto Goveani, grande appassionato di chitarra, basket e
patacca.
Ciononostante, siamo in finale di Coppa Italia. Strana forte
la vita, neh? Grazie al mio rinnovato (in parte) benessere economico
determinato dalla riassunzione nei ranghi della fottuta azienda, ho
potuto permettermi di comprare due pintoni di Dolcetto di Schiavenza in
una rinomata vinicola del centro. Mentre avanzo per Via Nizza
destinazione Charisma Pub, essi cozzano gentilmente l’uno
contro
l’altro a ogni irregolarità del fondo stradale
incontrata
dal mio coche,
producendo un dlang
che s’integra
alla perfezione con gli incalzanti battiti elettronici di Stigma,
il nuovo brillante album degli EMF che sto ascoltando. Dlang
it’s you that leaves me dry.
Stanotte ho sognato che vincevamo il trofeo (!!!) ma
trovando lungo, anzi eterno; pletora di invettive e miasmi sprigionati
da ascelle nevrotiche. Ma alla fine, come no, alzavamo la Coppa Italia,
e vaffanculo a tutti gli iettatori giallorossi e bianconeri sparsi sul
territorio nazionale. Sarà stato l’appagamento di
un
desiderio o un vero e proprio sogno premonitore?
Bando alle pippe mentali! Parcheggio la voiture,
apro il vano portabagagli, ne scendo
il grosso sacchetto bianco
di plastica coi bottiglioni e faccio il mio ingresso trionfale al
Charisma Pub.
Il comitato di accoglienza è così composto:
Giacomo – il gestore –, Catozzo, Luca Surfer e suo
cugino
Francesco con la deliziosa mogliettina francese, Nicole.
“Cosa diavolo ci hai portato?” mi chiede
divertito Catozzo.
“Conforto spirituale liquido per il popolo
carismatico” mitraglio in risposta, posando i recipienti sul
bancone.
Catozzo sorride. È un pugliese piuttosto piccolo di
statura ma chiaro di complessione – non per niente il suo
paese
d’origine si chiama San Vito dei Normanni – con una
chioma
a metà fra Paul Cook dei Sex Pistols e Rod Stewart. Un
elemento
irruente e costantemente polemico in pieno stile: “Ma lei
è incontentabile? Sempre!”
Facciamo un lestissimo brindisi a base di cervogia scura e
poi tutti in saletta, che sono già le 20.30!
La partita è trasmessa da Italia 1 con il commento di
Bruno Longhi e… oh nerchiazza avvizzita… Roberto
Bettega.
Mio Dio, ragazzi, mettetevi immantinente una mano sugli zebedei e fate
le corna! E più di tutto, attenti alla giugulare!
La telecronaca si apre
con una splendida panoramica dello Stadio Olimpico gremito di gente:
80.000 spettatori, almeno a sentire il puntiglioso Longhi. Il settore
ospiti è pieno zeppo di fratelli granata; la telecamera
zooma su
Lele di Orbassano! Ma tu guarda. Bah, alla fin fine potevo anche
scomodarmi ad andare; tanto, treno più treno
meno…
Chiamala, se vuoi, scaramanzia.
Come perfino un gimnoto lobotomizzato poteva prevedere, la
Roma si spinge subito in avanti. Nel giro di dieci minuti Andrea
Carnevale fallisce due nitide opportunità per andare a
segno.
Certo che se facciamo le barricate già da adesso…
Catozzo sbuffa. “Almeno stasera quel catenacciaro di
Mondonico ha messo in campo due punte di ruolo.” Vale a dire,
Andrea Silenzi e Pato Aguilera.
11'. Il solito Carnevale, su preciso invito del serbo
Mihajlovic, incorna prepotentemente la sfera di cuoio: Marchegiani se
la ritrova fra le mani. Panic
in Turin.
Dieci minuti più tardi Giannini si presenta palla al
piede al limite della nostra area di rigore; cogliendo lo scatto in
profondità di Carnevale (!), lo lancia: l’ubiquo
attaccante romanista lotta strenuamente con Cois per il possesso del
pallone finendo per cadere a terra da solo. L’arbitro
Sguizzato
porta il fischietto alla bocca e indica risoluto il dischetto del
rigore.
“Ma no, si è buttato!” sbotto,
costernato. “Bastardo!” sbraita Francesco scattando
in
piedi. Nicole gli rivolge uno sguardo gravido d’apprensione.
“Ma tu guarda ’sto scimunito” ringhia
Catozzo.
I giocatori granata cercano di far ritornare l’arbitro
sulla sua decisione, ma il cornutazzo è irremovibile. E
così Er Principe Giannini si sistema la palla sul dischetto,
prende una discreta rincorsa… e segna, con un tiro secco e
preciso che s’insacca alla destra di Marchegiani. Veramente,
il
mio sogno iniziava proprio con il vantaggio della Roma!
Palla al centro. La Roma riprende senza indugio a macinare
gioco, sorretta dalla continuità d’azione di
Piacentini,
Giannini e Mihajlovic. Allora io stappo il primo bottiglione e mesco ai
convitati, perché il vino oltre che far cantare porta
fortuna: o
almeno, così mi piace credere.
Dopo un po’ l’impeto romanista s’attenua
e
il nostro centrocampo comincia a scrollarsi di dosso la paura atavica,
grazie soprattutto a quel genietto incompreso di Vincenzo Scifo.
“Galattico questo Dolcetto” apprezza Catozzo,
vuotando il bicchiere.
“È di Schiavenza” preciso, manco il dato
fosse d’importanza fondamentale. Pur di vincere stasera
berrei
metanolo puro, o etere etilico, o addirittura distillato di permafrost
marziano!
Minuto 44. Lungo l’out sinistro della metà
campo giallorosa, Vincenzino Scifo riceve palla, temporeggia, poi serve
Sordo in profondità con un morbido pallonetto. Lo schizoide
discotecario gli ritorna lestamente il pallone, quindi Vince punta
deciso verso l’area della Roma, finta e serve Silenzi; con
uno
slancio da fenicottero di Rodi, Pennellone pietrifica Benedetti e molla
un fendente che passa tra le gambe non drittissime di Garzja
– il
giocatore che è pienamente d’accordo a
metà col
mister – andando a gonfiare la rete dell’esordiente
Fignani
vanamente proteso in tuffo.
Nella mini-Maratona del Charisma succede il finimondo. Tutti
si abbracciano come dei forsennati scambiandosi fluidi corporali saturi
di luppolo e alcol etilico, mentre Nicole sorride e batte le mani. E
allora, e allora, e alloraaa!
Poi Sguizzato, chissà poi perché, fa giocare
fino al 52', ma il primo tempo si chiude comunque in parità
e a
questo punto una sigaretta all’aria aperta ce la meritiamo
proprio.
Al rientro in campo
delle squadre Bruno Longhi ha fatto subito notare ai telespettatori i
volti tesi per la concentrazione dei giocatori granata. Dalle prime
battute si arguirebbe invece che Aguilera & C. si siano fatti
una
siesta nello spogliatoio, perché la Roma è di
nuovo
lì a pressare con piglio garibaldino mentre il Toro
soggiace:
può darsi che non n’abbiano più!
Già al 46'
Rizzitelli è penetrato di forza nella nostra area, ciccando
però il pallone al momento del tiro.
Ma non sbaglia poco dopo, maledizione. L’ex Stella
Rossa Sinisa Mihajlovic, in grande spolvero, calcia dalla bandierina un
pallone col contagiri, la nostra retroguardia gioca a fare le belle
statuine – quel gioco infantile che mi è sempre
stato sui
coglioni – e Rizzitelli incorna di prepotenza alle spalle di
Marchegiani. Un silenzio sepolcrale cade su di noi.
Mondonico fa alzare Casagrande dalla panchina.
“Magnifico” commenta sarcastico Catozzo.
“Ci mancava
proprio. Casanarcos che va fare lo stopper. E poi qualcuno ancora si
domanda perché l’anno scorso abbiamo perso la
Coppa
UEFA.”
Passato qualche istante lo gnomo teutonico Thomas Hassler
– ex bianconero! – aggancia un pallone vagante
all’altezza della nostra trequarti e prova a penetrare in
area,
ma Roberto Mussi lo stende proprio sulla linea bianca.
Firulì
firulà Sguizzato indica ancora il dischetto del rigore.
Il commento di Nosferatu Bettega è da annali:
“Incredibilmente come il calcio sa essere, cioè
incredibile…” Ma stai un po’ zitto, e
fatti qualche
trasfusione ogni tanto. Dio buonissimo, una corona d’aglio
dovevo
portare qui al Charisma, altro che il vino!
Giannini batte una perfetta replica del rigore precedente.
3-1. È giunto il momento di stappare il secondo bottiglione.
52'. Garzja atterra Pato Aguilera poco oltre il cerchio del
centrocampo. Venturin e Scifo palleggiano un attimo fra loro, poi
Vincent alza la sua folta testolina sapiente e inventa un suggerimento
al bacio Perugina per l’arrembante Daniele Fortunato. Sponda
di
testa del Geometra a beneficio di Silenzi, Pennellone prende
l’ascensore e gol, gool, goool, gooool!
“Sì, sììì,
goduria,
gol!”
“Ma vieni!”
“Non ce n’è, romoletti!”
E la piccola Gioconda sorride ancora. Ma la gioia è
effimera… Difatti, come già è accaduto
nel primo
tempo, quel tamarro rompiscatole di Andrea Carnevale entra in area e
compie un tuffo degno di Klaus Di Biasi trascinandosi dietro Cois.
Indovina indovinello che fischierà lo
Sguizzatello…
penalty, obviously.
Catozzo è sbigottito. “Ma come… come
può essere così figlio di puttana
quest’infame di
fischietto? Qua i fatti sono soltanto due: o gli ex democristiani
capitolini lo hanno comprato a peso d’oro o il notaio
chitarrista
e qualche nostro giocatore ha servito loro la partita su un piatto
d’argento per quattro copechi e un plotone di
troioni!” Per
la posterità, questa è l’ultima partita
che
l’inetto Sguizzato dirigerà: bel commiato, non
c’è che dire! Una designazione ad hoc.
Er Principe cambia angolo e segna. 4-2. Boskov sorride. E
allora beviamo, compagni di sofferenza, che il vino fa sperar.
Quattro minuti dopo Pasquale Bruno, in palese affanno, mette
giù lo scatenato Rizzitelli a circa trenta metri dalla
nostra
porta. Mihajlovic si sistema per bene la sfera, prende la rincorsa e
spedisce un missile intercontinentale alle spalle di Marchegiani. 5-2.
Un altro gol, seppur segnato di spalla, canappia o nerchia,
e la coppa sarà loro. Merdaccia lurida piena
d’uova di
tenia.
Ormai siamo tutti
partiti per la tangente. Catozzo sacramenta a tutto vapore, io ingollo
un bicchiere di spirito dietro l’altro, Luca Surfer
è
sull’orlo di una crisi isterica e Giacomo si è
chiuso in
un angosciato mutismo. La Roma attacca con la forza della disperazione,
i nostri s’arrangiano come possono. Giannini colpisce il palo
alla sinistra di Marchegiani a conclusione di una travolgente azione
personale. Al termine di un riscaldamento durato un lustro entra
Casagrande al posto di Aguilera.
75'. Mettiamo in campo l’incantesimo o viceversa
amuleto fortunale. HAMAMHAMMAN! Per Amman e per Hamamhamman vade retro
tutti gli ingann. Ogni gesto avrà fortuna se non
baccierrò la luna. Luccido Luccido lustro lustrale acqua a
me
acqua a me. A te potente Geova Geova Geova, come tu hai trasformatto
l’odio in vero amore, così hai avuto la forza di
trasformare i diamanti a fogli di carta, falli arrivare puranche a me!
Tanti e tanti. Amen.
90'. Fischia, maledetto, fischia!
93'. Ma quanto diavolo sta recuperando ’sto
mentecatto?
95'. Rimessa laterale nella metà campo giallorossa.
Per somma grazia del Signore o delle Creature della Luce Purpurea,
Nemesi Sguizzato consulta finalmente il cronometro… e
fischia la
fine del match. Emiliano Mondonico versa lacrime miste di gioia e
sollievo. Nosferatu Bettega, piccato, blatera: “Il merito va
comunque alla Roma”, ma nessuno in saletta se lo fila ormai.
Siamo troppo impegnati a scambiarci vigorosi abbracci godendo come dei
delfini in calore, in magnifica sincronia coi nostri fratelli di
passione nel settore ospiti dello Stadio Olimpico. Sono troppo mago o
viceversa indovino!!! Il discepolo del pinotismo concepito sul prato
infernale!
Abbiamo vinto la Coppa Italia.
Cinquantamila granata invadono il centro mentre in
settemila vanno a occupare l’aeroporto di Caselle
attendendo
il ritorno dei giocatori. Che sborrata megagalattica, ragazzi!
Io e Vito Catozzo ci scateniamo per strada a festeggiare; in Via Roma
incontriamo Stefano Buz e quel fenomeno di Butcher, entrambi a torso
nudo a capeggiare un corteo di migliaia di anime ebbre di gioia.
Mi procuro una bandiera del Toro e la sventolo fin dentro
l’Ippopotamo, un locale all’aperto trendy in riva
al Po.
“E ora ditemi qualcosa” grido a tutte le facce da
gobbo
cabinotto che incrocio. Nessuno osa fiatare. Muti e rassegnati almeno
per questa notte, zebrati della malora! Quando
in ciel le bandiere
s’alzeranno, e i tamburi a rullar torneran, un sol grido
allor si
alzerà, Toro vinci per noi, per gli ultrà.
Passo l’intera
domenica a gozzovigliare come un centurione di ritorno da una campagna
vittoriosa. Colazione con tramezzini al tonno e carciofini e prosecco
al Bar Filadelfia, spanciata nelle Langhe con Stefano Buz e Catozzo e
bicchierata finale all’Aeiou con gli Ultras Granata.
Il giorno successivo, dimmi perché odio i
lunedì!, mi presento al lavoro con la barba di tre giorni e
le
occhiaie alla Flavio Bucci: tutto grasso che cola per quello sterpo
anorgasmico della Cassolini. ’Fanculo. Io sto già
pensando
alle vacanze estive; destinazione, Bilbao.
Mercoledì sera mia madre mi viene a portare una
lettera. Il mittente è Barbara Pedrotti.
“Perché
non le hai dato il tuo nuovo indirizzo? Sei proprio un cinghiale senza
cuore.” Già. Perchè lei è
Madre Teresa di
Calcutta...
Caro
Maurizio,
Come
ti va la vitaccia? Starai certamente festeggiando la vittoria in
Coppa Italia del tuo amatissimo Toro. Il mio fidanzato, che
è
juventino fino al midollo, dice che avete avuto un culo…
pardon,
un deretano da fare schifo. Non farci caso, è soltanto
invidia
per la vostra capacità di trasformare anche i piccoli
trionfi in
autentici baccanali. Sicché, anche se continuo a capire poco
o
nulla di calcio… forza Toro!
Per
quanto mi riguarda tutto bene, sto esercitando in un Centro di
Igiene Mentale – suona molto David Cronenberg, vero?
– con
concrete speranze di aprire a breve uno studio tutto mio; ricevo
soprattutto casalinghe disperate, un piccolo universo di frustrazioni
assortite, stress e scheletri nell’armadio. Prima o poi ci
scriverò su un libro.
E
tu, Izio mio bello, che cosa stai combinando nella vita? Lavori,
studi, vendi gadget granata di tua creazione allo stadio… In
verità ti penso spesso, e mi auguro che tu non sia ancora
arrabbiato con me per il modo in cui ti ho lasciato… o
meglio,
ho troncato ogni rapporto con te. Fosse così, vorrei
rimediare.
Davvero.
In
calce troverai il mio numero di telefono e l’indirizzo di
casa. Chiamami, dài, che andiamo a berci qualcosa insieme da
qualche parte, magari allo Yo-Yo. Mi farebbe un grandissimo piacere.
Un
abbraccio,
Barbara
Un abbraccio, Barbara. A volte ritornano...
“Sono
sempre
innamorato di lei, Barbarina.”
Le guardò gli occhi, e gli parve che si
riempissero d’un tratto di allegria e di compiacimento. Lei
era
bella nella vecchiaia come era stata bella nella giovinezza.
“Grazie, Izzy.”
Nel capitolo ‘Le
invocazioni e i legamenti’ del suo secondo farneticante libro A
sua volta gli uccelli volano, il
Mago Gabriel scrive: “Il
legamento si può fare in due modi: sia nel lato per
avvicinarsi,
per legarsi o per il matrimonio. E tutto quello che si fa è
sempre nel lato del bene. Lo scioglimento invece è
tutt’altra faccenda. Io, per l’esempio, non lo
faccio mai.
Né per rimproverarlo o tanto meno per metterlo fuori. Ma
c’è un sistema per cui questa determinata persona
farà sempre la sua valigia, il suo fagotto, e
partirà e
non tornerà mai più. Ecco: chiudete gli occhi e
pensate
fissamente a me, e io vi metterò in contatto tele-epatico
con me
e tutti insieme penseremo a colui o colei che a voi può da
interessare. Rendiamoci conto che questo è lo scioglimento
primo. Ma sì potrà fare in seguito il
riavvicinamento.
Ecco come: richiudete nuovamente gli occhi e ripensate fissamente a me,
e io vi rimetterò in contatto tele-epatico con me e tutti
insieme ripenseremo a colui o colei che a voi vi può da
reinteressare.”
Nessun dubbio che il buon Salvatore Gulisano sia un pazzoide
semianalfabeta. Però… non mi vergogno a
confessarvi che
qualora fossi entrato in possesso della formula del riavvicinamento
dopo che Barbara mi diede il benservito, l’avrei recitata
venti
volte al giorno per duecento e più giorni pur di farla
ritornare
da me. E che mi sbattessero pure in manicomio e
m’imbottissero di
psicofarmaci. Poche balle, ne ero innamorato.
Cio nonostante molta acqua è passata sotto i ponti da
allora. E io non ho più alcuna voglia di rivangare il
passato.
Appallottolo la lettera e la lancio nel cestino della carta
straccia con un tiro da tre punti. Senza rimpianti né
malinconie.
Avete ascoltato 99.9 F°,
l’ultimo album di
Suzanne Vega? Nella terza canzone, In
Liverpool, la deliziosa
poetessa newyorchese svela: “Il ragazzo sul campanile
è
pazzo.”
Sì. Il ragazzo sul campanile è fuori di zucca.
Ma il ragazzo della Maratona – io, me medesimo – lo
è ancor più. E sabato prossimo andrà
dal tabaccaio
all’angolo a giocarsi 50.000 lire in schedine Totip.
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Dio,
quanto sono belle quelle sierras
alte e scoscese laggiù
a levante. La Navarra è una terra fantastica.
L’aria umida
si posa come un impacco sull’erba verde tenero. Quale miglior
colonna sonora per questo viaggio che i Levellers… Blood
sweat and tears really don’t matter, just the things that you
do
in this garden.
Eccomi a Pamplona-Iruñea,
città preziosa dove il nucleo cittadino è al
medesimo
tempo centro urbano
e hirigunea.
Parcheggio la macchina
in Plaza del Castillo, segnante approssimativamente la divisione tra
parte vecchia e nuova del capoluogo navarro, e vado in cerca di un
albergo… non prima di aver trangugiato un crostone al
prosciutto
crudo con una sana pinta di cervogia chiara in un bar sotto i portici.
Prendo in affitto per una settimana una
camera all’Hotel La Perla: il rapporto
qualità-prezzo mi
pare più che accettabile. Nonostante abbia vinto parecchie
lirette con quella schedina precompilata (tanto che, non appena
incassato il gruzzolo, ho dato le dimissioni dal gulag aziendale) non
è proprio il caso di allargarsi. Ma neppure di fare le
formichine. In medio stat
virtus.
Sistemo le mie cose con rilassatezza, mi
faccio la doccia, schiaccio un pisolino. Al risveglio mi sorprendo a
pensare: “E il Toro? Hai pensato al Toro? Credi davvero di
poter
fare a meno del Toro?”
Non lo so. Vedremo. Per intanto la
squadra locale, l’Osasuna, ha la maglia rossa, il colore
simbolico della Nafarroa. Le automobili, le motociclette e le uniformi
della Policía Foral sono anch’esse rosse
fiammanti. Quando
i villaggi celebrano le fiestas
locali, metà degli
abitanti indossa i tradizionali calzoni e giubba, con le calze rosse. E
poi, soprattutto, c’è la Fiesta di San
Fermín, con
la tradizionale corsa dei tori… Insomma, ne avrò
abbastanza per lenire la nostalgia di casa. Per quanto riguarda i
risultati della mia compagna di vita, mi manterrò aggiornato
per
telefono o comprando i quotidiani italiani. E questo è
quanto.
Café
Niza, Calle del Duque de Ahumada. La clientela è
giovane e vivace, la musica eccellente, poco fa mi hanno messo perfino Shake
It Up dei Cars.
Chissà che fine avrà fatto quel
lungagnone di Pippo Ocasek. Magari è ancora lì
piantato
al bar a sputtanarsi lo stipendio e motteggiare la padrona…
che
non è più Lina. Certe cose cambiano. Altre
rimangono
pietra.
Chiedo e ottengo rapidamente una pinta
di San Miguel, siedo su uno sgabello e m’impossesso del Marca
prima che ci pensi qualcun altro. In fondo al bancone, un gruppetto di
belle figliole dai lineamenti eloquentemente baschi palpita di parole.
Prendo a sfogliare il giornale sportivo,
ma alla terza pagina avverto un formicolio alle tempie: la
più
longilinea e iperborea del gruppetto mi ha messo gli occhi addosso. Non
appena provo a ricambiare l’attenzione lei rivolge subito
altrove
due occhi così azzurri da nuotarci dentro in costume
adamitico.
La scenetta si ripete una, due, tre
volte, finché mi risolvo a mollare periodico e trespolo per
andare a conoscerla, anzi conoscerle in blocco. Essere stato
un
fan delle verticalizzazioni di Beppe Dossena servirà pur a
qualcosa…
1979 1983 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992
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Ce ne
sarebbero ancora di storie da raccontare. Toro-Aberdeen, gli spareggi
col Perugia, il fallimento, Toro-Mantova… ma per narrare
questi
ultimi due avvenimenti Maurizio Ferrini ha vestito nuovamente i panni
di Maurizio Ferrarotti: e ha scritto Davanti
Superga. Oltre a
questo, non mi sentirei di portare oltre il racconto, poiché
l’arco temporale 1979-1993 rappresenta la mia personalissima
“età dell’oro” quale tifoso di
questa squadra
straordinaria. Ciò che è venuto dopo…
uh, non ne
voglio parlare. Nonostante tutto, continuo ad amare questa splendida
idea granata come non ho mai amato nessuno, nemmeno una donna.
Soltanto, vorrei che tornassimo a essere grandi: a modo nostro,
naturalmente. Noi non abbiamo bisogno di ostentare i nostri trionfi ai
quattro venti, come quelli dell’altra squadra di Torino,
sempre
pronti a salire sul carro del vincitore come a scendervi
precipitosamente quando si scoprono gli altarini.
Recentemente, un tale mi ha scritto
rimproverandomi di scrivere cagate, di dare cattivo esempio esaltando
idoli di cartapesta, di essere disinformato: “Tu sei uno
scrittore e queste cose non le puoi sapere”.
L’ennesima
riprova di quanti danni abbiano arrecato a questo paesucolo gli
intellettuali presenzialisti, rendendo le masse diffidenti verso
chiunque si esprima mediante la parola scritta –
ammenoché
non racconti di quanti bocchini faceva nei cessi della scuola o quanta
coca si sniffava nei privé e robacce del genere. La cultura
fa
paura. Scrivo, ergo sono un rachitico contaballe. Peccato che io pesi
ottanta chili d’ossa e muscoli, giochi a pelota basca cinque
giorni la settimana e di balle in vita mia ne abbia raccontate ben
poche.
Mi
rendo ben conto che non tutti sono in grado di comprendere il concetto
di roman à clef: ossia
un romanzo che si occupa di
eventi realmente accaduti celandoli però dietro una facciata
di
finzione; nel caso di Ultimo
Stadio molto sottile, in pratica
una membrana osmotica. Perciò, a uso e consumo degli
scettici
blu e dei gossipari o semplicemente dei curiosi, vado a specificare
quanto segue:
Veridicità
degli avvenimenti attinenti lo stadio. Totale.
Non mi sono
inventato nulla. Ho assistito a tutte le partite raccontate, e anche ai
tafferugli. Non sarei credibile, altrimenti. Che poi per qualcuno non
lo sia comunque... sinceramente, non potrebbe importarmente di meno.
Personaggi. Per
quanto riguarda
l’ambiente stadio, reali come la vita stessa. In taluni casi
ho
cambiato i nomi in ossequio alla privacy, o semplicemente
perché
mi tirava così. Viceversa tutti i personaggi femminili
tranne
María Laura Spinzo, il mio fallimentare primo bacio
rioplatense
(chauuu, María! Spero che tu stia bene), sono frutto della
mia
immaginazione: più precisamente, assemblati sulla base delle
mie
esperienze. Barbara Pedrotti, per esempio, è un misto di: a)
Kathryna Van Hise, protagonista muliebre del libro L’anno
del
sole quieto; b) una mia ex
vicina di casa; c) tal Lorena dagli
occhi blu cui piacevano gli Iron Maiden – rivista un paio
d’anni fa, sempre carina, uno dei tanti fiori che non sono
riuscito a cogliere nel mio errare alla deriva della vita –;
d)
un’attrice di soap-opera italiana di cui non riesco proprio a
rammentare il nome. Sì, forse sono un po’ un
cacciaballe… ;-)
I
genitori del protagonista. Totalmente
fittizi. Sia ben chiaro, i
miei genitori sono persone stupende.
La partita con gli
irlandesi. Verità
sacrosanta. Che ghignate!
Epilogo. Non
mi sono trasferito
a vivere nei Paesi Baschi, ma qualcuno è convinto di
sì!
Forse perché vi sono andato trenta e passa volte in
vent’anni… Una volta a Bilbao ho incontrato un tal
Julen,
che non vedevo da un paio d’anni, sposato con una stupenda
creatura di nome Maite. L’omonimo del mitico fuoriclasse zuri
eta gorria per prima cosa mi ha
domandato: “Come va la
stazione di servizio?” Io, basito: “Quale
stazione?”.
“Non hai rilevato una stazione di servizio a
Lekeitio?” La
vita è strana, cantava Marc Bolan.
Ora devo lasciarvi. Vado in salotto. Fra
pochi minuti inizierà la partita. Indovinate
quale…
Roma-Torino! HAMAMHAMMAN! Per Amman e per Hamamhamman vade retro tutti
gli ingann!
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