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Pala profesionalPosted 01/03/2008 h 02.00 p.m., CET. Che settimana: derby, tre sessioni pomeridiane di pelota, compleanno dei Soulful allo Spazio 211 (fin troppa gente!) e concertone degli Art Brut all’Hiroshima Mon Amour: Eddie Argos è attualmente il miglior performer rock in circolazione, non ce n’è per nessuno. Ma fra i tamarrissimi sound-system dei gobbi allo stadio – per non parlare degli sms sentimental-rigatini mandati in diretta sugli schermi così come le roboanti pubblicità fiateur, ma dove minchiazza vi credete di essere, o elkanni, alle primarie in America, al Super Bowl, a La Gare? – e le chitarre sferraglianti della giovane band britannica mi ritrovo coi timpani infiammati. Me li curerò con Suzanne Vega e tanta cioccolata. (“Eh eh eh, finocchietto!”)
Esami di coscienza. C’è chi nel corso della propria vita non se ne fa mai, tipo i politici nostrani. C’è chi si fa il primo a quarant’anni suonati e subito dopo si spara un colpo alla tempia. C’è chi se ne fa uno ogni due-tre anni uscendone a pezzi ma nello stesso tempo con tanta voglia di spiccare il volo verso nuovi lidi della vita. Io appartengo a quest’ultima categoria.
L'ultima auto-disamina mi ha portato a eliminare la recentissima galleria fotodenunciografica Una passeggiata per Beirut dal sito. Basta negatività, deiezioni, brecce sui marciapiedi e vicini disfunzionali. Il mio site manager e il Windows Mail mostrano impietosamente che ero recisamente più letto (e apprezzato) quando scrivevo di Toro: mi sembra ovvio, era un argomento! Poi potevo divagare sull’occhio baricio di Thom Yorke o il sesso dei delfini tursiopi o l’ultima coltellata vista al cinema, ma il filo conduttore era quello, la mia esistenza vissuta in granata all’ultimo respiro contro le (bianco) nere armate delle tenebre. Ora pazzeggio qua e là senza mettere a fuoco alcunché, annoiando sicuramente: mi manca un motif che catturi l’attenzione dei naviganti intrattenendoli. Mi manca il blog, insomma.
Sicché ho preso la solenne decisione che d’ora in avanti scriverò prevalentemente di pala pelota-goma, dei cani che adorano le mie palline colorate comprate al Decathlon e della mia ormai ossessiva ricerca del muro (fronton) ideale in una città dall’inarcamento di sopracciglio facile: io e la mia racchetta basca contro il mondo. Bang bang rock ’n’ roll!

Il giorno dopo… Domenica radiosa domenica. Di buon mattino percorro in macchina Strada del Portone e varie sue ramificazioni ascoltando Soldier a volume spaccatimpani: niente da fare, muri troppo bassi e/o troppo privati. Frustrato, rinuncio perfino ad andare al Parco Rignon laddove ad attendermi troverei il caneceo meridional-festivo al gran completo, figuriamoci, con la giornata che fa… Tre domeniche or sono un dobermann mi ha rubato la bubbalina e la padrona, una replica malriuscita di Linda Cardellini (fosse stato altrimenti me la sarei baccagliata…) in stivaloni e giubbotto trapuntato con cappuccio bordato di pelo calato fin sugli occhi non riusciva a riconsegnarmela perché il cane le saltava giocherellone tutt’intorno. Sicché, schiumante, ho dovuto avvicinarmi io: “Semplicemente me la sporga.” Omettendo un cazzo per buona creanza. Dopodiché Linda Succedaneo si è ulteriormente complicata la vitaccia nella titanica impresa di rimettere il guinzaglio alla sua incontenibile simpatica creatura (la quale ora puntava ansimante la mia mano sinistra che si era riappropriata della pallina giallo canarino da squash, 1.50 € al Decathlon) con gli occhi annebbiati da uno zampirone mezzo americano e mezzo turco che evidentemente voleva fumarsi fino all’ultima dannatissima nota. E la mia irritazione si è lestamente raddolcita in compassione.
Cassanate, Cioccolatò, Trattoria Toscana, Casa. Stanco e lievemente alticcio, faccio zapping pre-sonno. Cosa mi riserva il destino catodico? The Dreamers! Si vede che mi tocca. Stoicamente, lo vedo fino alla fine. Mamma mia, che boiata. Possibilmente è ancor peggio di Io ballo da sola. Domanda: ma passare una mano di cera Emulsio sul set ogni tanto pareva così reazionario? Eva Green (molto bella, non c’è che dire, ma raccomandata da far ribrezzo) deflorata sul pavimento della cucina con le piante dei piedi luride non è propriamente un bel vedere, tranne che per i feticisti dell’untume e i voyeur ad ampio spettro. Ma era il maggio parigino, mon chéri, eravamo tutti così primordiali, così révolutionnaires… anche se i tre protagonisti paiono nettamente più interessati ai propri tessuti erettili piuttosto che al sovvertimento del tessuto sociale. In definitiva, un’altra pellicola sciapa di Bernardo Bertolucci.
Dinah Shore domandò una volta a Iggy che contributo egli pensava di aver dato al mondo attraverso la sua musica. In un flash d’ispirazione, e sommando gran parte della sua carriera Mr. Osterberg disse: “Principalmente, ho aiutato ad annientare gli anni Sessanta.” Il ’68, soprattutto. Che Dio ti benedica, Jimmy.

Ma, insomma, che cosa sarà mai questa pelota basca? Andiamo finalmente a mimare il pelotari errante!

Pelota a mano. Si gioca a mano nuda (esku huska in euskera) con tre tipi di palle: soffici (gotxua), medie e dure.
Cesta punta o jai alai (“festa felice”). Si gioca con una cesta, o txistera, sorta di canestro dal manico lungo misurante approssimativamente dai 63 ai 70 centimetri.
Joko garbi. Variante basco-francese del jai alai che implica l’uso di un canestro più piccolo.
Frontenis. Si gioca con una racchetta dall’accordatura rinforzata.
Pala-paleta. Si gioca con una racchetta di legno dalla lunghezza standard di 50 cm (la mia!) ma dal peso variabile secondo la versione, con palla di gomma o di cuoio.
Xare. Variante argentina, si gioca con una racchetta speciale consistente in un cestino e una rete che permette di ricevere e tirare la palla senza colpirla.

La pelota si gioca in una cancha, o frontón (in basco, frontoi o pilotaleku) con muri alti su tre lati, essendo il quarto occupato dagli spalti: ma alcune varianti si giocano altresì in un campo con un unico muro frontale. Può essere giocata singolarmente, oppure in coppia (due per squadra) o in trio (tre per squadra). Il giocatore al servizio lancia la palla contro il muro e il suo antagonista deve prenderla o colpirla prima che essa colpisca il duro pavimento, o al primo rimbalzo, per poi rilanciarla contro il muro, e il servente deve prenderla o colpirla di nuovo. Se l’antagonista manca la presa o il colpo il punto va al servente, e viceversa. Per ulteriori dettagli consultate Wikipedia. Io intanto vado a farmi due palleggi contro il vento. Laster arte!


P.S. In certi registri del XIX secolo custoditi nell’archivio storico comunale di Torino, risulta la presenza di uno “Sferisterio spagnolo” che era chiamato trinquete anche dai torinesi. Mi sto forse riconciliando coi miei impulsi junghiani?

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Il Pelotari del Parco Rignon I Don't Wanna Be Your Dog

 

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