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Posted 01/12/2007 h 10.20 a.m., CET. Il pornitorinco. Titolo mirabile per un libro: oltre a farmi scassare dalle ghignate sulla poltroncina girevole per mezz’ora, mi ha fatto venire una voglia matta di comprarlo. Ma soprattutto anch’io, come il suo Autore ha già fatto in un sito dedicato alle traversie degli scrittori esordienti o aspiranti a esordire, voglio raccontarvi una volta per tutte la mia scoraggiante carriera di grafomane, essendo vitale che chiunque non abbia il culo baciato da vero cristallino talento e/o dalla fortuna e/o nobili natali e/o agganci e, conato di vomito, quant’altro (odio questo modo di dire!) si tolga immantinente dal cervellino infestato di cisticerchi l’idea di darsi alla letteratura per acquisire fama, gloria, palanche e bambole in deliquio a ogni angolo. Provate a diventare un chitarrista provetto, un pittore post-postmoderno o a svuotare un bancomat senza far saltare in aria voi, la banca e tutto l’isolato, tutto quello che volete… ma non uno scrittore! Luzaroan! *
1990. Metto su carta riciclata una storia d’amore fra uno scienziato e un’entità aliena femminile in una cupola pressurizzata su Titano, inframmezzandoci assolutamente alla c.d.c. dei flash descriventi un biker torinese facente ritorno in Italia da un Capodanno trascorso a Bilbao in un clima surriscaldato per l’effetto serra. Mi viene la malsana idea di partecipare con ’sta vaccata a un concorso letterario indetto dall’AICS; in ogni modo, ottengo una menzione e pertanto mi spetta un bel libro sulla storia della chitarra elettrica. Il vincitore assoluto è un sessantenne mingherlino con uno stopposo posticcio fulvo alla Steve Marriott degli Small Faces, A.D. 1966. All or Nothing.
1993/1995. Preso finalmente dal fuoco sacro, scrivo di getto non uno ma ben due libri: Ultimo Stadio e Jai Alai. Non avendo ancora comprato il personal computer ed essendo una schiappa da annali con la macchina da scrivere (per la cronaca, una Olivetti Italia ’90), utilizzo un terminale del mainframe aziendale, coi relativi rischi del caso. Con Ultimo Stadio partecipo al Premio Letterario Città di Torino 1993, piazzandomi terzo nella sezione Narrativa. Bella cosa; tuttavia gli organizzatori, raro caso di vite dedicate alla cultura per la cultura e niente più, non dispongono di capitali per pubblicare le opere, dunque mando il dattiloscritto a un altro premio, il famigerato L’Autore indetto dalla Firenze Libri, reclamizzato tuttora sulla prima pagina del quotidiano La Stampa. Dopo qualche tempo costoro mi comunicano che, ovviamente, la mia novella non ha ottenuto alcun riconoscimento, ma siccome è stata trovata “adatta al nostro programma editoriale” potrebbero pubblicarla previo esborso di una discreta cifretta. Durante il tempo in cui io sto lì a meditare trascendentalmente se farmi inculare o meno, Jai Alai si completa da solo. Un figuro che abita nella mia scala, le cui edificanti attività spaziano dal portare le borse agli avvocati della famiglia Agnelli al traffico d’armi per Gladio, si offre di porgere il mio dattiloscritto fantabaschifico alla cortese attenzione di un pezzo grossissimo di Einaudi. Nientemeno. E volete che io non accetti? Il responso di costui, invero celere, è: “Occorre lavorare molto per affinare la sintassi e la sintesi del periodo, ma se son rose...” Se son rose, penso profondamente toccato nel mio ego, prova un po’ a mettertele dove dico io. Simultaneamente al ricevimento della consulenza editoriale sfiga vuole che il mio dirimpettaio, uno scapolone sordastro e dedito all’aglio, mi regali alcune copie dei suoi obbrobri poetici, i quali gli sono stati pubblicati da una casa editrice di Milano, la Nuovi Autori. “Perché non spedire una copia di Jai Alai a questi tizi”, mi domando io. Detto, fatto. In meno di un mese i meneghini mi fanno pervenire la loro risposta: “Egregio signor Ferrarotti, siamo favorevolmente impressionati. In questo romanzo c’è tutta la sua vita, il linguaggio è frizzante e spregiudicato, la trama avvincente, grande grande grande, la manderemo da Maurizio Costanzo, faremo un ufficio stampa da schianto, però fanno … lire, prego!”
Come finisce? Il piciu entusiasta del sottoscritto, abbastanza in lira in quel periodo, apre il rubinetto del proprio conto in banca per ambo le copisterie travestite da editori.
1996-2005. Scottato dalle conseguenze della mia ingenuità (copie dei volumi che non hanno mai visto gli scaffali oppure sono state inviate in conto promozione nei posti più assurdi, tipo librerie specializzate in pubblicazioni religiose, pur con tutte le smadonnate e gli usi e abusi di droghe e alcol e sesso e rock’n’roll in essi descritti!, innumerevoli fax e lettere raccomandate e telefonate rimaste senza risposta, sterili battibecchi, riacquisto della propria fetida cartaccia a prezzo di macero ecc.), nel periodo che va dal 1996 al 2001 scrivo e pubblico solamente tre racconti su riviste per adolescenti brufolosi ed egosintonici fanatici di metallo industriale. Il 28 febbraio 2000 inauguro il mio sito personale; da lì in avanti recupero pian piano il gusto di scrivere: racconti e romanzi, diari a tema para e possibbbilmente calcistico, ricette di cucina basca, didascalie per fotografie, sincretismi, vaniloqui in genere. Naturalmente finisce tutto nel mio web, e dove se no. Nella torrida estate del 2005 vivo in prima persona il dramma sportivo del Toro: inevitabilmente ne scaturisce un libro, scritto in presa diretta durante quelle giornate allucinanti. Lo faccio girare a destra e a manca e nello spazio. Mi rispondono: Armenia Editrice: “Il suo libro è interessante, ma non glielo possiamo editare perché, sa, trattandosi di un diario, nei mesi che impiegheremmo a svilupparne il progetto editoriale diverrebbe già obsoleto, perché, sa, noi pubblichiamo i libri di Aldo Agroppi…” (eh sì, perché, sai, le storie di cui scrive Agroppi sono fresche come uova di giornata!); Limina Editrice, che si mostra recisamente interessata alla pubblicazione del testo purché io lo “ripulisca” un po’. D’accordissimo! Effettivamente, il libro uscirà per loro con il titolo Davanti Superga: raccapricciante anzichenò, ma impostomi dal direttore editoriale per “motivi d’impatto commerciale”. Il titolo che avevo proposto io era Il simbolo del cuore: meglio, no?
2007. Com’è andata? Meglio se sto zitto.

Lezione 313 del Corso sulla Vita: Liquidazione di Sacrosante Spettanze. “Orbene, miei carissimi allievi, quando viene il momento di cacciare i soldi (l’insegnante si gratta le palle come l’ex giocatore del Bari Maiellaro in quell’intervista mostrata anni fa dalla Gialappa’s Band) gli uomini diventano ciechi, sordi, muti e monchi…”

Viviamo una brutta era. L’equazione dello zeitgeist attuale è: fama = infamia². Finire all’ospedale per un’overdose dopo un festino a base di cocaina e transgender orripilanti ti rende un’icona glamour. Investire e uccidere quattro cristiani t’impregna di carisma merceologico. Tradire in un reality show ti tramuta in un’icona del sesso. Narrare i tuoi pompini con l’ingoio nei cessi della scuola ti fa vendere milioni di copie. Il tutto concertato da veri e propri cartelli della droga mediatica.
Ora so cosa devo fare: scriverò anch’io una sporcacciata, ma così scurrile e degradante che il solo leggerne un paragrafo farà generare spontaneamente un viluppo di anisakis nell’intestino. Poi mi comprerò un ornitorinco, lo porterò in piazza Castello insieme con una copia accuratamente rilegata della laidezza, mi calerò i pantaloni e lo sodomizzerò davanti a tutti. Vedrete che anticipo mi sgancerà Mondadori! Stay tuned.


* = in euskera, “Alla larga!”.


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