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05/10/2007 h 10.50 a.m., CET. È davvero singolare come le sindromi
influenzali estenuino il sonno r.e.m. in assurdi droni di pensiero.
A questo riguardo, ho speso quasi tutta la notte fra martedì e mercoledì
ad aprire e chiudere finestre opalescenti di un Windows Svista versione
Supercazzola.0, senza che esse mi mostrassero alcunché: dico io, neanche
la mia lista della spesa in formato .txt!
Ciò nondimeno la notte scorsa è andata perfino peggio. Ero in
una specie di scenario Lagostina, con una manaccia invisibile disegnando
tratti biancastri da un non so ben che cosa fino a un’altra singolarità
non descrivibile a parole e da lì a un ma che accidenti è ’sta roba
e così via, e io a fiutare quella traccia come un cane da agility
rimbambito dal paracetamolo.
Stamani, per triprolidina cloridrato e pseudoefedrina ricevuti, riesco
finalmente a respirare. Ho fatto colazione guardando All Music. L’ennesima
big thing del pop-rock britannico si chiama(no) The Enemy: il loro
brano di punta è Had Enough, dall’album We’ll live and die
in these towns. Da amare alla follia o rifiutare al parossismo,
come volete. Io, attualmente in pieno trip Maximo Park-Art Brut, quasi
certamente finirò per comprarli, anche se vorrei evitare di rivivere
quel periodo in cui riempii i miei raccoglitori di menate brit-pop cui
poi non dedicai più di cinque-sei ascolti. Robe tipo i Mansun, gli Sleeper,
gli Stereophonics e i Candyskins. Riguardo a questi ultimi un recensore
particolarmente astioso ebbe a scrivere su Rumore: Quante
altre facce di cazzo con l’accento cockney e le orecchie a sventola
ci toccherà ancora sopportare?
Conosco quel personaggio e vi posso assicurare che, benché i Candyskins
facessero obiettivamente cagare (sound Oasis-Jam-Buzzcocks di terza
mano), certe cose lo-fi cui egli tributava lodi sperticate nelle
stesse pagine (metti gli Adventures in Stereo, che acquistai e dopo
neanche tre giorni gettai in un cassonetto dell’immondizia a modo di
frisbee), erano addirittura più imbarazzanti. Per cortesia, non venitemi
più a parlare di underground e integrità indie. Godetevi la vita e i
buoni riff di chitarra, finché se ne comporranno su questa terra.
Poco dopo i The Enemy è arrivata Rihanna con Shut Up & Drive.
L’attrazione quasi morbosa che provo verso questa donnina, oltre che
per la sua straordinaria bellezza, è giustificabile altresì per il mio
vivissimo interesse verso i fenomeni merceologici del terzo millennio.
In questo senso, Shut Up & Drive rappresenta una confezione perfetta
di citazioni e lusinghe lolitesco-suburbane. Musicalmente, è Blue
Monday dei New Order centrifugata con Money Love di Neneh
Cherry e Push It delle amabili nonché seminali Salt’n’Pepa; visualmente,
è un ibrido in salsa piccante fra Gioventù bruciata e The
fast and the furious. E a me me piace, che vi devo dire. Sono una
faccia di cazzo con l’accento torinese e la proboscide.
DOMANDA: Perché hai tolto tutta quella roba dalla directory Works?
RISPOSTA: Nessuna crisi mistica. Stagione nuova, vita nuova: più
di tutto, materiale nuovo. Ricomincio da Saint-Jean-de-Luz. Coloro che
per caso si fossero affezionati a qualche documento vecchio in particolare,
non esitino a contattarmi all’indirizzo elettronico sopraindicato.
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Ferrarotti.
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