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07/11/2007 h 17.50 p.m., CET. Il 21 febbraio del 2007, in
un post intitolato Cahier de Doleance Part 1, scrissi: In
diversi momenti della mia vita mi sono chiesto se io non sia nato con
una nube nera crepitante di fulmini sospesa sulla testa. Continuo
a chiedermelo. Quella volta le mie lamentazioni riguardavano la mancata
recensione di Davanti Superga da parte di una giornalista svagata
e arruffona: oggi, la liquidazione delle royalties maturate nei primi
sei mesi di vendita del medesimo libro, richiesta alla casa editrice
la bellezza di quattro mesi fa.
Ciò che difetta a questo paese ingiusto, fra le innumerevoli cose, è
l’assunzione delle proprie responsabilità, in qualunque campo. Qui in
Piemonte c’è un detto fantastico al riguardo: scapa travaj, che mi
’rivu. Scappa lavoro, che arrivo io.
Venerdì mattina scorso mia madre era presa da mille faccende, sicché
usufruendo di un attimo libero mi sono incaricato di andare a prelevare
una certa quantità di denaro di cui lei aveva urgente bisogno allo sportello
automatico della sua banca.
Lì giunto, inserisco con cautela il bancomat nella fessura. Avendo notato
una certa difficoltà nel trascinamento, faccio risputare il tesserino
al marchingegno senza averne digitato il codice segreto: non si sa mai,
in questi tempi di skimmer e falsi numeri verdi.
Da buon samaritano, avverto il cliente successivo che c’è qualcosa d’anomalo;
costui introduce il proprio tesserino, confermandomi: Eh già,
è lento e trema proprio come un paralitico. Magari come un malato
di Parkinson, ma lasciamo perdere. Anzi...no.
Dunque entro in banca per avvertire qualcuno del malfunzionamento ma,
primo, la guardia giurata è assente; secondo, alla postazione d’attenzione
al cliente non c’è anima viva; terzo, davanti agli unici due sportelli
funzionanti –
su cinque! –c’è
una folla della madonna.
Siccome questa è l’unica filiale Intesa S.p.A. ancora operante nel quartiere
e mia madre è dubbiosa riguardo a che prelevando al San Paolo non si
paghino le commissioni –
in effetti, non si pagano per i prelievi sotto i 250 Euro –,
me ne torno a casa. E viva gli anacoluti.
Martedì mattina la mamma è andata all’Intesa e per grazia ricevuta ha
trovato la famigerata scrivania pro-clientela occupata da una consulente,
cosicché ha informato costei del problema riscontrato al bancomat. Quella
sardina le ha risposto gaia: Non si preoccupi, signora. Il fatto
che il tesserino vibrasse un po’ è sintomo di buon funzionamento dello
sportello: vale a dire, non è taroccato. Ma quando mai!
Insomma: là abbiamo un’impiegata (male) che pur di non scomodare il
suo tonico sederino t’indora una fola cui a stento crederebbe un malamut
(non perché sia un cane stupido, ma perché si fida ciecamente del suo
padrone), qua una casa editrice recalcitrante nei pagamenti.
Gisele Bündchen fa sapere che d’ora in poi si farà pagare solo in euro.
Io vorrei soltanto essere pagato. Ma la maggior parte degli editori,
notoriamente, ha il braccino corto (non per niente certi scrittori usano
chiedere un sostanzioso anticipo sui diritti d’autore, ma si parla di
vips da centinaia di migliaia di copie vendute). Con questo, tuoni e
saette sulla mia culla c’entrano poco o nulla. Trattasi di serietà umana
e correttezza professionale: concetti in via d’estinzione, purtroppo.
Come gli uomini veri. L’altro ieri ne è mancato un altro: Nils Liedholm.
Addio, caro Nils. Mi mancherai. Coi tuoi paragoni azzardati ci sono
cresciuto: Mandressi come Rensenbrink, Tosetto il Keegan della Brianza,
Strukely il futuro del calcio italiano. Ma anche coi tuoi successi,
come quando vincesti lo scudetto con la Roma bevendoti l’arroganza di
quei figuri con la maglia a strisce come un bicchiere di quel vino che
producevi nel Monferrato. Altro calcio, altri tempi, altra gente. R.I.P.
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Ferrarotti.
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