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15/12/2007 h 01.20 p.m., CET. Sono passati ormai undici mesi dal
giorno in cui m’immersi in apnea nel ripostiglio riemergendone con le
palas. Ora conosco tutti i cani del parco e con alcuni di essi
ho perfino instaurato un tenero legame; riformulando il noto aforisma
di Madame de Sévigné, quanto più conosco i cani, tanto più disprezzo
gli uomini. Il mio daimon è quasi certamente un pastore dei Pirenei.
Sempre a proposito di royalties, in un’intervista del 1989 Ron Asheton
raccontava che giusto pochi mesi prima aveva ricevuto mechanical
royalties for sales of records dall’Elektra, l’etichetta che
aveva registrato e pubblicato i violentissimi e atrabiliari The
Stooges e Fun House, rispettivamente nel 1969 e nel 1970!
Io non voglio puntare il dito o accusare qualcuno, ma, porca miseria,
ce n’è voluto di tempo! Quelli della Elektra dissero che dovevamo loro
un mucchio di soldi per aver sciolto il contratto, ma sappiamo tutti
come sono le case discografiche. Per non parlare delle case editrici,
carissimo Ron.
Lunedì scorso, cinema! preceduto da un aperitivo lungo e
solitario al Bar Flora, già ritrovo storico dei ragazzi bene torinesi
e recentemente convertito in coctelería con tanto di pedana sopraelevata
per il pinchadiscos e video freestyle. I giovani barman ci sanno
fare coi cocktail e il buffet è eccellente. Tre ragazze piuttosto piacevoli,
curate in ogni dettaglio, di sicuro habitué del giovedì sera a The Beach
con Samuel dei Subsonica e Pisti alla consolle (sono codeste le cunze
di cui farnetica Torino is burning?), chiacchierano concitatamente
intorno a un tavolino quadrato accosto a una vetrata attraverso cui
s’intravede il Po. Prendo un gin tonic, scrivo e mando un messaggio
a una giovanissima e deliziosa cameriera iscritta al Dams, batto il
piedino a ritmo di musica nonsoché, lumo la più attraente delle Krakatoa
Girl (che c’ha la frangetta, eh diamine, l’ha detto Studio Aperto che
quest’inverno è in), insomma mi trastullo fino all’ora limite
– 22.10. Me la farò a piedi fino al Cinema Romano, ma è tutta salute.
Il titolo originale del nuovo film di Denys Arcand è L’âge des ténèbres,
ma quei marpioni inveterati dei distributori nostrani lo hanno tradotto
in L’età barbarica, volendo ovviamente cavalcare il lunghissimo
left di successo della pellicola precedente, Le invasioni
barbariche; chiaramente, pur riproponendo in toto le tematiche care
al talentuoso autore franco-canadese (l’inarrestabile avanzata del deserto
culturale, la disintegrazione delle relazioni umane, la burocrazia incancrenita,
il teratocapitalismo ecc.) L’âge des ténèbres è tutto un altro
film. Un bel film; non perfetto, ma dopotutto la perfezione non è prerogativa
del demonio?
C’è una scena verso la fine, no non datemi dello spoiler per favore…
il protagonista guarda meditabondo l’oceano, o il lago Ontario, sorseggiando
un drink. Tutt’a un tratto la mia mente ha creato uno split-screen e
nell’altra inquadratura sono apparso io seduto a un tavolo della Confraternita
del Tonno di Lekeitio, bevendo Txacolí e scrutando attraverso una finestra
aperta il Mar Cantabrico poco mosso e grigiastro come il cielo sovrastante.
Solo come Jean-Marc Leblanc, ma finalmente in pace con me stesso.
Quanto a Diane Kruger, è molto seducente e si disimpegna egregiamente.
Certuni la considerano totalmente inetta alla recitazione, ma in confronto
alla Bellucci, The Great Acting Swindle degli ultimi vent’anni, sembra
Faye Dunaway*. E poi, mi attizza il suo cognome: mi ricorda Klaus Kruger,
ex batterista dei tardi Tangerine Dream che suonò (alla grande) perfino
in due dischi solisti di Iggy Pop, New Values e Soldier.
Guarda caso i miei preferiti. Ascoltatelo in I’m Bored.
Ready-made, o del tramutare le stronzate in cose gradevoli. Ho
ricavato questo tema per il desktop dall’ennesima e-mail indesiderata
reclamizzante l’ennesimo sex-enhancer: l’immagine era troppo
stuzzicante per non utilizzarla. Bando alle ciance metrosessuali, chi
non vorrebbe passare il Natale con due slandre così! Sicché, buone feste!
Zorionak!
* = ciononostante, la signora Cassel sembra usufruire di una vera e
propria immunità mediatica. Vietato anche solo lasciar intendere che
è espressiva quanto una scorzonera: le cosiddette icone, anche se di
cartapesta, non si toccano. Anni fa mia madre, istigata dalla moglie
del faccendiere di cui ho accennato nel post del 1 dicembre, si sottopose
a un provino per fare la comparsa, non ricordo bene in quale contesto.
In codeste selezioni una delle domande (cretine) di prammatica è: Qual
è il personaggio televisivo che le sta più antipatico?. Mia madre
non ci pensò su più di un secondo: Mike Buongiorno. Quelli
trasecolarono: Ma…ma è la televisione in persona, signora! Non
può starle sulle scatole! Come anzidetto, le icone, benché
di cartapesta, non si toccano. Soprattutto se fanno guadagnare soldi
a palate.
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Ferrarotti.
Il Pelotari del Parco Rignon
(video)
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