Posted 17/03/2008 h 02.00 p.m., CET. Lunedì. A metà mattinata,
col sangue agli occhi, mando questa e-mail al Foglio dei Pigiamini:
“La Stampa, anno 142 N. 69, lunedì 10 marzo 2008. Pagelle di Torino-Atalanta.
«Lazetic 6: buone iniziative alla ricerca del pareggio.» Eh, no, caro
Sig. Vergnano Fabio: il Toro stava vincendo 1-0! Sicché le «buone iniziative»
erano semmai volte alla ricerca del raddoppio. Francamente, sono molto
irritato dalla metodica noncuranza con cui trattate tutto ciò che riguarda
il mondo granata; viceversa, la Juventus (squadra molto cara alla proprietà
del vostro giornale, se n’accorgerebbero pure i sassi congelati su Titano)
riscuote lodi iperboliche perfino quando vince contro nessuno. Meno
piaggeria e più professionalità, per favore.”
Subito dopo pranzo mi fiondo al Decathlon di C.so Allamano. N’esco con
un paio di pantalonacci reclamizzati “da escursionista” (a me sembrano
più da paramilitare sudamericano: non a caso la marca si chiama Quechua!).
Prezzo, 7.90 €. Made in China.
Alle nove di sera monto in macchina e vado al centro. Alla Drogheria
di Piazza Vittorio incontro Elisa e Orietta, due simpatiche nottambule.
Chiedo loro un consulto su che film potrei andare a vedere. Orietta:
“Non è un paese per vecchi è bello, anche se sinceramente io
mi aspettavo di più.” Un quarto d’ora più tardi sono davanti all’ingresso
del Greenwich Village. Faccio il biglietto per la pluripremiata pellicola
dei fratelli Coen, mando a cagare un tossico con cane spelacchiato al
guinzaglio che ambiva ai miei 50 centesimi di resto ed entro.
Mezzanotte, scarpinando in Via Po. Sì, è un bel film, ma non da Oscar.
Mi spiace, ma quest’anno la statuetta la meritava Julian Schnabel per
Lo scafandro e la farfalla. Niente da obiettare invece sul premio
assegnato a Javier Bardem: è sempre più bravo. Ora che faccio, vado
a bermi una birra? Il Lab è semivuoto, il Bar Flora vuoto del tutto.
Vado a casa.
Martedì. Sicuramente sono tra quelli che non piangono l’uscita
dell’Inter dalla Cepsion Lig. Nel mio personale podio delle antipatie
calcistiche, il club meneghino occupa saldamente il terzo gradino, dietro
Juventus e Sampdoria. La mia avversione per i colori nerazzurri germinò
allo Stadio Comunale ventisei anni fa, quando ci scipparono la Coppa
Italia per un erroraccio di Copparoni che ricordo come fosse ora. Nondimeno,
ci prendemmo una parziale rivincita di lì a qualche mese...
Inter-Torino, 20 febbraio 1983. Io e il mio amico Pippo in trasferta
coi Leoni della Maratona. Per l’occasione mi sono fatto prestare da
lui un giaccone di panno dai connotati mitologici, poiché s’intravede
in una celeberrima fotografia scattata agli Ultras Granata in quel di
Bologna qualche anno prima; a dire la verità mi sta quasi come un paletot
(il mio compare è alto 1.90, io allora 1.73) ma tutto sommato – capelli
lunghi e arruffati, scarpe da basket All Stars, jeans a tubo, maglione
di lana ruvida, sciarpa granata – faccio la mia porca figura da sciattone
di tendenza.
La giornata è tetra e nebbiosa, classicamente milanese. Siamo una marea.
Neanche il tempo di toccare i cancelli di San Siro che dal rettilineo
tribune spuntano dieci-quindici straccioni ululanti brandenti coltelli.
La polizia si mette prontamente in mezzo respingendo gli interisti (per
la verità blandamente, qualcuno forse un questurino locale li chiama
addirittura per nome!) mentre sul versante granata si assiste a una
scena dadaista: manici da piccone, chiavi inglesi, sgorbie... perfino
la gamba segata di un tavolo in teak, giuro sul mio onore, rimbalzano
al suolo. Tac, thump, clang, sdeng. I poliziotti, stralunati,
radunano tutta quella ferramenta in una scioccante catasta, dopodiché
ci sospingono fin su in curva.
Poco prima del fischio d’inizio dell’arbitro Bergamo Vasco Rossi, allora
magro come un chiodo nonché sempre strafatto come una meringa, si materializza
sul palco della Scala del Calcio cantando Una splendida giornata:
sì, ma solo per noi granata! Infatti, il Toro indovina una delle più
belle partite della sua storia recente, stracciando l’Inter 3-1 (Borghi,
Selvaggi e Torrisi, inutile rigore di Altobelli al 90') e dando così
il via a una serie positiva di risultati che culminerà con lo stratosferico
derby del 27 marzo. Il Derby del 3-2.
Mercoledì. Da Adrian Belew del telecomando quale sono diventato,
riesco a seguire contemporaneamente C.S.I. ed Everton-Fiorentina.
Diamine, ma ’sto Mikel Arteta è proprio un fuoriclasse! Pur avendone
parlato qualche tempo fa in questo blog poiché basco di Donosti e amico
intimo di Xabi Alonso, non ne avevo visto che rarissimi sprazzi finora.
Com’è che certi talenti sfuggono sistematicamente all’attenzione dei
nostri illuminati osservatori nostrani? Molto probabilmente perché costoro
pensano che i Paesi Baschi producano soltanto bombaroli.
Giovedì. Ennesima retromarcia: rimetterò on line la galleria
Una
passeggiata per Beirut, pur se in una forma recisamente più disimpegnata
e colorita, coerentemente con l’indirizzo che intendo dare a questo
blog d’ora in avanti. Nel primo pomeriggio ricevo via e-mail una richiesta
di preventivo per una traduzione; alleluia, mi verrebbe da esclamare:
peccato sia un phishing, e dei più dilettanteschi, pure. Un giorno
scriverò una compilation delle richieste più strambe che mi è toccato
ricevere da quando ho aperto quest’attività: il cabinotto che voleva
farsi tradurre in spagnolo una lettera d’amore per la sua squinzia messicana,
la femme fatale che trafficava documenti falsi, la sedicente
modella estone che mi si offriva come traduttrice…
Venerdì. Mi scappa un dritto, scavalco il muro di cinta per andare
a recuperare la pallina, lo scavalco nuovamente con gagliardia per rientrare
al mio succedaneo di sferisterio e simultaneamente se ne stacca un pezzo
di grossezza sufficiente a sfondare il cranio di un cristiano. Cazzo.
Passo la serata al Sosta Caffè, dove il DJ mi presenta alcune neskak
– una in particolar modo mi fa un sesso della madonna, ha un che di
Katie Holmes ma zero giuggiolona, espansiva e con un sorriso che uccide,
sicché fantastico sublimi pose fra lenzuola odorose di lavanda. Che
volete, sono un modern lover alla Jonathan Jo Jo Richman, romantico
però smaliziato, tenero ma pragmatico. Soprattutto, ho tonnellate di
passione da dare. Approfittatene; anzi, approfittane, you killer
smile.
Sabato. Mi scateno alla chitarra con Iggy Pop e i Modern Lovers.
Appunto. Suono sempre bene con poche ore di sonno alle spalle. Probabilmente
vengono meno certi filtri inibitori. Feeling like Ivan Kral.
La sera, dopo essermi fatto un mazzo a capanna per togliere il calcare
dal box doccia, compio il fatale errore di uscire, dilatandomi in un
ultra-aperitivo al Fluido e il compleanno di uno dei gestori de I fratelli
Marx, dove m’incazzo pure con un tamarro ubriaco, d’altronde al sabato
notte chi vuoi trovare in giro… bisognerebbe limitarsi a una birra e
qualche stuzzichino, dopodiché a casa con un bel film e/o la tua neska-emaztegai.
Troppo esaurimenti nervosi vaganti, troppa cocaina.
Domenica. Com’era prevedibile, salta la ricerca del muro e l’allenamento
domenicale. Non si ripeterà più. Alle quattro meno venti accendo la
radiolina: il Toro le busca due a zero. Mormoro un’imprecazione, spengo
la reliquia a transistor e torno a sonnecchiare.
Più tardi però esco. Mi bevo una lemonsoda (!) ai F.lli Marx
e me la faccio a piedi fino all’omonimo cinema in Corso Belgio. Era
dai miei primi frustrati tentativi di prendere la patente che non passavo
da quelle parti. Complice anche la serata calda e ventosa, mi pervade
una strana sensazione di già visto (analoghe passeggiate basche domenicali
per smaltire la resaca). La pellicola, I padroni della notte,
è guardabile, ma il genere poliziottesco americano ci ha offerto senz’altro
opere migliori.
Ore 22.20. Oltrepasso il gazometro. Guarda questo parco giochi… e quel
muro! Ma è altissimo! Domenica prossima vengo a farci due palleggi.
Laster arte.
Ah, figuratevi se La Stampa pubblicava la mia lettera al curaro.
Due giorni dopo l’invio John Elkann ne è diventato il presidente…
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a Maurizio
Ferrarotti.
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