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Disposable!
Posted 29/06/2008 h 02.00 p.m., CET. Poiché la varietà è il condimento della vita, ho messo momentaneamente in disparte racchetta e pallina in favore della cyclette; mi sparo mezz’ora-tre quarti d’ora al dì di dirididi pedalate furiose (uno “step” artigianal-casalingo, ma tremendamente efficace: come si diceva una volta, sudo ma godo!), preferibilmente nel tardo pomeriggio, non necessariamente a ritmo di rock’n’roll duro e violento – l’altro ieri, per esempio, ho sudato copiosamente coi Sigur Rós, che per dirla molto nuda e cruda stanno al milieu delle palestre come il nostro attuale Presidente del Consiglio alla modestia.
Il giorno seguente sono passato ai Deviants di Mick Farren, un personaggio ben più che poliedrico: pluridimensionale, direi. Piacciano o no, i Deviants precorsero i tempi in più di un senso: limitati musicalmente ma dotati di un’inventiva “acida”, sediziosi nonché caustici nei confronti dell’utopico flower power, furono in definitiva il primo gruppo proto-punk d’Inghilterra, un selvaggio reichiano ibrido londinese fra gli Stooges e i Mothers of Invention (ma Farren cita anche gli Who, i Fugs, Bo Diddley, Charles Mingus e i Velvet Underground tra le influenze). Ptooff! è il loro iper-sinaptico esordio del 1967, e, accipicchia, nei momenti più rockeggianti è sorprendente l’assonanza coi Tirapiedi dell’Iguana, che peraltro in quel tempo oltre l’oceano e in riva ai grandi laghi americani stavano dando i loro primi tumultuosi concerti; ma è ancor più accentuata in Disposable, il secondo disco del 1968, un baccanale di proclami metedrinici e chitarre narc urlanti altresì comparabile concettualmente al contemporaneo The Who Sell Out – i Deviants sono prescindibili, gli Who si svendono. La splendida sincronicità delle arti terrestri! Ecco due siti per saperne di più su Mick Farren e le sue molteplici deviazioni: thanatosoft e chrisgoesrocks. In ogni modo, gli Stooges sono gli Stooges.


La maggioranza dei giornalisti italiani ha una relazione piuttosto problematica con le lingue straniere. Nella cattiva maestra televisione termini inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli sono biascicati nei modi più raccapriccianti, tanto che fra un boccone andato di traverso e l’altro viene da chiedersi se esista un qualche test attitudinale per il ruolo di mezzobusto o se anche lì si proceda a canonici calci nel sedere o per diritti acquisiti alla nascita, nel servizio pubblico come nel privato.
Che te lo chiedi a fare, Maurizio. Leggi certi cognomi: Geronzi, Berlinguer, Parodi…
E nella carta stampata? Anche lì, disastro metalinguistico. L’altro giorno prendo in mano il mio giornale-bersaglio preferito, La Stampa, e lo scorro fino a un articolo di Marco Belpoliti: Rinasco, rinasco con la borraccia e il biberon. Magheè, mi dico. In ogni modo, leggo: “Questa estate anche i bambini avranno la loro borraccia. Non più il classico biberon, ma una vera borraccia. In realtà, quella messa in commercio dalla Avent, una delle più diffuse, è una via di mezzo tra il biberon e la borraccia stessa.” Ah. Fondamentale. Salto al paragrafo successivo: “In origine la borraccia era una fiasca di cuoio (la parola proviene dallo spagnolo barracho, ubriaco, per via del colorito rosso di chi fa uso eccessivo di vino).”
Orrore. Barracho. Si scrive borracho, dottor Belpoliti! A meno che… a meno che cosa! Questa è la prima parola di spagnolo che ho imparato, la bellezza di ventiquattro anni fa! E da allora l’avrò pronunciata quarantamila volte! Ciononostante, improvvisamente pervaso da mancanza d’autostima-sudditanza psicologica nei confronti della celebrata penna, mi lancio sui più attendibili dizionari in rete; hai visto mai che barracho sia la forma disusata del vocabolo: castigliano antico, cioè.
Col cavolo. Barracho è uno strafalcione linguistico, e basta. L’ennesimo. Così, che ve lo dico a fare: quest’estate anche i bambini avranno la loro barraccia. E grazie che ho bevuto.


Codesta stupenta parola composita, iper-sinaptico, mi ha richiamato spiritualmente alla mente per assonanza celestiale Hiper, agronimo per High power laser energy research. Ma che cos’è stu benedetto Hiper? Si tratta per lo appunto di un progetto internazionale che cerca possibilmente di ottenere la fusione nucleare con la tecnologia laser: la centrale di cui ottenere l’energia sarà costruita nell’Oxfordshire, dove giustamente abitava quel gattaccio colorato che rideva sempre che era amico di Alice, la Ragazza delle Meraviglie a Banda Larga. Ora voialtri sapete che la fusione è il processo che alimenta il sole e le stelle, ottenendosi unendo a supper-temperature gli iso e topi dell’idrogeno (derio e patrizio) in un atomo più pesante, Elio degli Elettroni Tesi. Di cui poi noi su questo pianeta riceviamo la radioazione e se ne prendiamo troppa ci sentiamo veramente un pochetto fusi, non so se mi spiego. Comunque sia, in questa centrale il derio e il patrizio vengono per così dire riscaldati con il laser fino a 100 milioni di grati centigrati, provocando questa fusione di cui uno a sua volta si sente un po’ girare la testa, soprattutto se viene da quel posto laggiù sotto l’America, giustamente la Colombia. Quindi se tutto andrà per come dovrebbe andare nel prossimo futuro avremo energia pulita, cioè non puzzolente come stu petrolio che messo nelle macchine emette questo smoki di cui davvero non se ne può più. E così noialtri saremo tutti quanti un po’ più contenti e belli fusi o viceversa sballati. Grazie.


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