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30/04/2008 h 10.00 a.m., CET. Al minuto 3.10 di S & M, terza
canzone del lato A di Black Rose dei Thin Lizzy, mixato a volume
molto basso rispetto al ritmatissimo tessuto strumentale, si ode un
orgasmo femminile che Alex Drastico descriverebbe così: “lunghissimo
e incisivo, di quelli che tu non le hai mai dato neanche sotto anfetamina”.
Non me n’ero mai accorto prima; ulteriore sintomo che sto ritrovando
la forma mentis. Questa volta mi sono lanciato a nord-est, transitando
con la mia pallottola verde sul nuovo tratto di passante ferroviario
in costruzione – una “grande opera” torinese che molto probabilmente
verrà ultimata quando l’uomo scenderà su Marte, cioè tra il 2050 e l’eternità.
Nello Spazio 211 c’è un muro molto interessante ricoperto di graffiti,
ma logicamente essendo mattina il locale era chiuso: magari una sera
chiederò ai gestori del locale se posso peloteggiare mentre tutto il
resto del mondo trinca e sfumacchia!
Lì vicino c’è il Parco Sempione: vi ho fatto un giro zainetto in spalla
ma purtroppo l’esito è stato negativo. Presso la pista di pattinaggio
a rotelle un signore anziano raccomandava ai suoi nipoti: “Giocate anghe
a balloune, basta che non vi facete male.” Ho abbozzato un sorriso,
pensando che certi giornalisti parlano e scrivono perfino peggio: ogni
allusione a un certo quotidiano torinese è puramente voluta.
Sabato pomeriggio mi si è spalancato davanti un nuovo mondo: il tamburello.
Sono andato a vedere al Parco Ruffini il match fra il Calianetto Fiat
Torino e i veronesi del Fumane con mio nipote, novello tamburellista,
e mia madre. Caspita, che spettacolo! Che legnate! I leader indiscussi
del Calianetto sono Manuel Beltrami (foto in basso) e il mezzovolo
Riccardo Dellavalle. L’ambiente è sano, molto vej Piemont. Il
commento è affidato a un John Wayne del Monferrato in camicia rossa
e Stetson bianco: “Bella partita! Grande tamburello! Un applauso!” In
effetti il livello del gioco è ottimo, a tratti spettacolare. Mio nipote
non si perde uno scambio che è uno: fra qualche settimana sarà lui a
cimentarsi in questo sferisterio. Finirà 13-5 per il Calianetto, obiettivamente
più forte.
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Per molte mitologie, l’aquila rappresenta l’emblema della forza e il
sole. Il volo intrepido che caratterizza questo volatile è stato associato
in tutte le epoche agli dei del potere e della guerra: essa è, nei cieli,
l’equivalente del leone sulla terra.
Ciò nonostante, il cristianesimo la ratifica nella parte del messaggero
celestiale, simboleggiante l’ascesa delle orazioni verso Dio e la discesa
della grazia sui mortali. Il potere di volare e fulminare – la sua connessione
con il fulmine – di elevarsi per dominare e distruggere, è l’essenza
di tutto il suo simbolismo.
Tra i greci e i persiani era consacrata al sole, tra i romani a Giove,
e nel Medioevo era rappresentazione di gloria e maestà. Nell’alchimia
è il simbolo della volatilizzazione. Per la massoneria rappresenta l’audacia,
l’amicizia e l’ingegno.
L’aquila nera (in basco, arranobeltza), fu l’emblema del regno
di Sancho il Forte di Navarra (1194-1234), colui che nella battaglia
delle Navas de Tolosa (1212) sconfisse il sovrano almohade Miramamolín,
segnando un momento cruciale della Reconquista.
Il simbolo dell’aquila non era qualcosa di limitato alla curia reale
per essere usato in sigilli e contrassegni; al contrario, fu conosciuto
e identificato popolarmente, come succedeva per i simboli degli altri
regni. Lo dimostrano le Cansós de la crozada contra’ls erejes d’Albegés,
dove Guillem de Tudela designa il regno di Navarra per il suo emblema:
l’ala (l’aquila) poco dopo il 1214.
Magnifica,
maestosa e impenetrabile, la arranobeltza ha continuato a volteggiare
nei cieli fino ai giorni nostri, proiettandosi finalmente sulla pelle
madreperlacea di Scarlett Johansson.
Avete mai sentito la frase: “Io sono ogni donna?” Scarlett potrebbe
dir ciò e star dicendo la verità. Clone affamato di vita e d’amore,
dark lady, giornalista imbranata, ragazzina difficile, tata pragmatica,
Scarlett vola da un ruolo all’altro con la disinvoltura delle star predestinate.
Ora, sul mio personale set digitale, sta recitando uno splendido sincretismo:
Scarlett Arranobeltson. La
Regina ebreo-basca della Nueva Nafarroa. Aupa Gurpegi! Urte askotarako!
Beti zurekin, txapeldun!
P.S. Vorrei segnalare al Dott. Gregory House l’insorgenza di una nuova
malattia, che ho provvisoriamente denominato Sindrome da Disaffezione
Professionale (SDP).
I sintomi sono: scazzo e approssimazione nello svolgere le proprie mansioni
lavorative, indifferenza sgarbataggine e mendacità nel trattare il cliente.
Esempi: tra ieri e oggi sono andato in banca due volte, per fare un
estratto conto e disporre un bonifico tramite sportello automatico.
Nel primo caso ho dovuto richiedere l’estratto a uno sportellista (“Karta
bankvomat nein abilitaten, Herr Ferrarotten!”) poiché dieci giorni or
sono un suo sbadatissimo collega consegnandomi il bancomat nuovo si
era dimenticato di ritirarmi quello vecchio e di avvertirmi che ciò
ne supponeva l’estinzione pressoché immediata, quantunque sulla lettera
inviatami dalla banca fosse scritto a chiare lettere che esso sarebbe
rimasto valido fino alla fine del corrente mese, viceversa non vi era
alcuna menzione circa il suo annullamento, d’altronde prima dell’avvento
dei clonatori rumeni il bancomat nuovo te lo mandavano a mezzo posta
e per quanto concerneva quello vecchio s’invitava caldamente il correntista
a sforbiciarlo e buttarlo nella spazzatura alla scadenza e buonanotte
ai suonatori di zampogna; nel secondo un altro falabracco da corsa,
ricontrollando la ricevuta del mio bonifico, ovviamente eseguito con
la tessera nuova, ha dimostrato di non conoscere ancora la differenza
fra semplici coordinate bancarie e codice IBAN.
Sperando nella sua cortese ancorché scorbutica attenzione, le
porgo distinti saluti. E… come la capisco. Come si fa a non innamorarsi
di Mira Sorvino, anche se in wireless?
Grazie ai suoi spassosi sketch a Mai dire Tv, il Mago Gabriel
ebbe una temporanea notorietà che lo portò addirittura a colorare magicamente
l’acqua di rosso stritolando avverbi e congiuntivi sul palco del Maurizio
Costanzo Show. Ciononostante, il buon Salvatore Gulisano da Raffadali
non smise di lavorare per TF9, l’emittente privata che l’aveva scoperto
e pubblicizzato quando ancora si faceva chiamare “Gabriel, il mago delle
Vallette” e questuava un contributo di diecimila vecchie lire (che faccia
di bronzo!) per svolgere la sua attività di cartomante. I titoli dei
suoi programmi, scusate il bisticcio di parole, erano tutto un programma:
A tutto Gabriel, Il New New Gabriel Show (new [nju:]
= nju nju = gnugnu, che in lingua piemontese significa scemotto, ingenuo)
e Archimede Pitagorico, il Tiggì Scientifico. Quest’ultimo format
avrebbe potuto essere una bomba se soltanto gli autori dell’emittente
fossero stati meno pedestri, ma è altresì vero che il Mago Gabriel non
era un comico di professione. Peccato veramente, perché io mi contorcerei
dalle risate a sentire cosa ne penserebbe oggi il Maestro Gulisano delle
nano e giustamente tecnologie infernaaaali. Qualcosa come: “Ecco noialtri
nell’antamento parascientifico abbiamo questi nani o viceversa gnomi
tecnologgici di cui a sua volta potete vedere l’opera maggica nell’infinitamente
piccolo ma anche più grande.” I miei amici mi considerano ormai un caso
senza speranza, ma io me ne sbatto altamente: Stanley
Unwin aveva il suo unwinese, Maurizio Ferrarotti il gabrielese.
Punto e a capo.
Tra non molto avremo vetri e muri che si autopuliscono da polvere e
smog, camicie sempre coi baffi, spiacevoli olezzi e scarichi d’auto
neutralizzati, computer ultrapotenti, capsule molecolari per introdurre
farmaci chemioterapici solo nelle cellule malate e non in quelle sane,
nanogeneratori d’energia, nanorobot chirurgici, materiali ultrasottili
ma centinaia di volte più resistenti dell’acciaio, filtri d’amore con
nano-amoretti che arriveranno davvero al cuore di costui o costei che
si ha da conquistare. Tutto grazie alla manipolazione di molecole la
cui unità di misura è il nanometro, cioè un miliardesimo di metro. Macchinari
stupentemente meravigliosi e portentosi quali il microscopio a effetto
tunnel e il microscopio a forza atomica permettono ai nanotecnologi
di mettere insieme gli aggregati d’atomi e usarli come se fossero minuscole
macchine o viceversa marchingegni.
Nel caso delle camicie sempre immacolate alla Maurizio Costanzo (che
a me comunque fa un po’ senso, così come suo marito, quella specie di
battipanni al perossido che ricorda vagamente Phil Collen quando suonava
nei Girl) la sostanza veramente propprio maggica è il biossido di titanio.
Il bi possibbilmente ossido di titano è una polvere molecolare finissima,
formata da un atomo di titanio legato a due atomi di ossigeno: una nanostruttura
semplice, del diametro di 8 milionesimi di millimetro. Sotto l’azione
dei raggi ultravioletti, gli elettroni nell’orbita esterna del biossido
di titanio si liberano, permettendo così all’ossigeno di reagire con
sostanze organiche mutandole in molecole innocue, giustamente acqua
e anidride carbonica: questa reazione chimica si chiama fotocatalisi,
ed è già sfruttata dall’industria tessile per produrre stoffe per magliette,
abbigliamento intimo e sportivo, camici da ospedale, lenzuola e materassi
totalmente a prova di cattivi odori. Non è improbabile un suo utilizzo
anche nelle generazioni a venire di veicoli a motore, ma il Suplime
Mago Gulisano non ce n’avrà propiamente di bisogno: intorno alla marmitta
della sua Alfa 164 orbita un pinotismo d’avanguardia Euro 25 che abbatte
tutte le polveri sottili.
In tempi recenti la Regione Piemonte ha varato una ricerca sulla percezione
delle nanotecnologie da parte dei cittadini. L’obiettivo è un’informazione
limpida e oggettiva, per evitare che dopo No-Ogm e No-Tav salti fuori
anche un movimento No-Nano, magari simboleggiato da Brontolo. Per intanto
a Torino, per geniale idea della mia amica Lella DJ, è nato un movimento
No-Tar. Vale a dire, niente tarri nella mia serata. Sarà dura la nostra
battaglia…
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Ferrarotti.
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