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CRONOTOSSICO
 
Ho preso una decisione importante: proverò ad annullare la mia vita.
LOU REED. Heroin.
 
Sto aspettando il mio uomo con 26 dollari in mano all’altezza dell’1-2-5 di Lexington, New York, fingendo di stare a rota poiché non sono un autentico eroinomane bensì un artistoide del terzo millennio sballotraslato a pagamento in un afoso pomeriggio di luglio dell’A.D. 1967. Wow.
Ventisei dollari. Un capitale, per l’epoca. Alcuni anni fa il mio bisnonno, un epigono di William Burroughs privo di vero talento letterario ma junkie di razza, mi raccontò che ai suoi tempi si andava alla ricerca degli alcaloidi come dei topi in una chiavica. Proprio così. Poi ficcarsi un ago in vena e tirare di naso divenne di moda e l’andazzo cambiò radicalmente. Figuratevi, ai giorni nostri esiste perfino la cocaina spray! E se la sparano tutti: brokers di Wall Street, uomini politici, campioni di football, badanti ucraine…
Emerge dalla folla un brutto ceffo con le spalle fatte ad armadio, nero come il carbone e abbigliato da rivoluzionario. Mi apostrofa: “Che cazzo ci fai qui, ometto bianco? Sei per caso venuto a far la posta alle nostre donne?”
Giacché non è lui il mio uomo, non lo cago neanche di striscio, benché segretamente vorrei chiedergli una presa di ciò che deve essersi appena iniettato – amfetamina o speed. Un desiderio, il mio, destinato a rimanere tale, dato che questo viaggio è classificato heroin oriented: vale a dire, non sono ammesse modifiche al canovaccio, pena la cessazione immediata della traslazione.
Tale rigida classificazione/ordinamento delle sballotraslazioni spazio-temp serve a scongiurare le sempre pericolose sinergie di sostanze, poiché nessun TimeJunk Shop vuole ritrovarsi sul groppone un decesso per speedball o cose del genere – anche per non rovinarsi la reputazione. Voglio dire, finché sei in America Latina è relativamente facile sbarazzarsi di un cadavere, ma in Olanda e Danimarca manco per il cacchio, e nella nostra amata Amorika, dove le sballotraslazioni sono assolutamente vietate, ti ritroveresti sul piatto pure un’accusa di omicidio oltre che trapicheo de drogas e associazione per delinquere di stampo tecnologico. Significa ergastolo in tutte le lingue, Yoruba incluso.
Finalmente il negro… pardon, l’afroamericano, palesemente irritato dal mio ostinato mutismo ma altresì molto, molto perplesso, se ne va fuori dai piedi. Probabilmente ha sentito puzza d’infiltrato antinarc. Bah. Come attore valgo quanto una sardina disseccata.
Ma ecco che il bell boy srotola il tappeto rosso e lui, Mr Pusher, fa il suo trionfale ingresso in scena. Anch’egli scuro di pelle, è semplicemente ridicolo a vedersi: completo a righe bianche e blu, scarpe a punta, occhiali scuri avvolgenti e un appariscente cappello di paglia in testa. Gli faccio il segnale convenuto e lui, vibrante come un diapason, dapprima si guarda intorno con circospezione, poi con un lieve cenno del capo m’invita a seguirlo in un caseggiato talmente dimesso che sembra essere uscito da una vecchia foto di Hiroshima dopo il bombardamento atomico. Hiroshima mon amour.
In questa topaia si blatera prevalentemente spagnolo, per giunta talmente accentato e pieno di neologismi da suonare quasi come una lingua morta marziana. Tutti ti puntano ma a nessuno importa. Diamine, a quest’ora nel Gallinero – l’incubo d’acciaio e spazzatura dove sono nato e cresciuto – mi avrebbero già fatto fuori, fosse soltanto per sfilarmi la cintura dei pantaloni. Neanche i blindati dell’Esercito vi si avventurano più. Sicché magari sarebbe opportuno cambiarne il soprannome in Asador, girarrosto: chi osa entrare finisce allo spiedo, eh eh eh.
C’inerpichiamo come stambecchi su per ben quattordici rampe di scale; dagli usci socchiusi filtrano ritmi latino-americani e afrori assortiti. Giunti entrambi col fiatone all’ultimo piano, c’infiliamo in una stamberga puzzolente di calzini sporchi e scoregge sedimentate e mondezza varia, laddove il tizio si ficca una mano nelle mutande e dopo varie contorsioni ne tira fuori un sacchetto di cellofan pieno zeppo di bustine di carta stagnola.
Ci tengo a puntualizzare che il pusher è stato preventivamente monitorato dai timejunk operators tramite un aggeggio denominato cronosynther e poi contattato da un emissario ovviamente in incognito per tastare la qualità della merce e di conseguenza stabilire un rapporto di clientela sul tipo “questa merda è davvero portentosa, che ne diresti se ti mandassi i miei amici?” Ergo, la roba che sto per acquistare con una perfetta imitazione delle banconote d’epoca è di primissima qualità.
Compro la dose, poi con la faccia come il didietro gli chiedo se mi può fare la pera. E lui…
Roy Liechtenstein renderebbe alla perfezione la sua smorfia di disprezzo, intitolando poi il quadro Shitty Little Whitey: cioè, piccolo merdosetto bianco. Sicché ti chiedo umilmente perdono, Otis o come diavolo ti chiami. Adesso però prepara l’armamentario e ficcami l’ago nel braccio. Per favore.
Otis o Martin Luther o Fulano Lopez, laureato a pieni voti in perologia, finisce per acconsentire ed esegue in un baleno il riscaldamento della roba nel cucchiaio e il riempimento della siringa con essa; poi mi lega la sua cravatta blu elettrico intorno al braccio, mira alla vena che io ho fatto uscire pompando col pugno e mi buca.
Flash! Un orgasmo con esponente dieci.
E il mio sistema nervoso si scioglie in una colata di rame. Mi sento bene. Ah, meravigliosamente. Perché un condotto nella vena porta a un punto centrale nella mia testa. Mi fa sentire un uomo infilarmi un ago nelle vene. Bello bello bello.
Sorridendo a occhi chiusi, traggo un sospiro. “Dio ti benedica, fratello. Questa mota è davvero uno schianto. Muchas gracias.”
“Non c’è di che” replica lo spacciatore scrollando le spalle. “Torna pure quando vuoi.”
“Magari…”
“Perché dici così, latticino? Mammina ti fa uscire poco la sera?”
“Lascia andare. Non capiresti.” Faccio una breve pausa per grattarmi lo shnoz. “Piuttosto, c’è un negozio di dischi qui vicino? Vorrei comprarmi il secondo LP dei Velvet Underground.”
“E chi cazzo sarebbero? Mai sentiti nominare.”

Nel variegato demimonde degli strafattoni si narra che il primo sballonauta dell’umanità sia stato tal David Allefson, un hacker ghiotto di metamfetamina originario di Akron, Ohio. La sua intossicata struttura molecolare fu scomposta e spedita su un treno di tachiofasoni giù nel 1965 per essere ricompattata in mezzo a una festicciola lisergica organizzata dai Merry Pranksters di quel pazzoide di Ken Kesey a esclusivo beneficio degli Hell’s Angels. Sulle prime il buon David, rintronato dalla traslazione spazio-temporale e perciò incapace di spiegarsi in modo intelligibile, fu guardato con grande sospetto dai bikers e perfino da qualche Allegro Burlone, ma poi Kesey rassicurò tutti quanti proclamandosi convinto della sua affiliazione ai Nuovi Esseni – una setta di fusi del deserto dedita al peyote e praticante l’automortificazione e il digiuno.
Così il pirata informatico poté partecipare al party a tutti gli effetti, trangugiando il canonico bicchiere di Kool Aid affatturato che lo precipitò in un maelström di visioni in technicolor e sesso sfrenato – finché la stralunata equipe dell’esperimento temporale, formata da ex risorse umane della Nasa e craccatori incalliti di software tutti appassionatamente stipati in uno scantinato alla periferia sud di Columbus, si decise a farlo ritornare.
Allorché lo scarmigliato e ancora drogatissimo David Allefson ricomparve ruzzolando dal passaggio intertemporale (un riquadro nebuloso sospeso a mezz’aria denominato piuttosto banalmente ‘La Soglia’) sul pavimento del laboratorio, furono in molti a non poter trattenere le lacrime: l’alba di una nuova era!
Ma il più teatrale fu senz’altro Jeffrey Stone, coordinatore di quella combriccola di encefali febbricitanti. Costui, infatti, scattò in piedi dichiarando solennemente: “Signore e signori, il viaggio nel tempo è una realtà, ma soltanto noi emarginati ne godremo i benefici! Politicanti, militari, squali dell’imprenditoria, intellettuali da salotto, burocrati da strapazzo… potete andare tutti quanti a farvi fottere! Perché non vi impadronirete mai della nostra stupenda invenzione. Noi useremo La Soglia come ci pare e piace, e a noi piace il surf, lo sballo continuo e la passera. Non ce ne potrebbe fregare di meno di assistere alla fine dei dinosauri, alla battaglie della Somme o all’assassinio di JFK. Noi ci divertiremo alla faccia vostra, razza di babbei!”
“Sì, sì!” approvarono quei dannati sociopatici all’unisono. “Alla faccia vostra!” Dopodiché scorsero fiumi di champagne e nettare colombiano.
Quindici mesi più tardi, a Puerto Escondido, fu inaugurato il primo TimeJunk Shop.

Ancora brutte notizie. L’altro giorno quei rompicoglioni convinti della DEA hanno fatto irruzione in una casa occupata prossima alla Bay Area di San Francisco, in cui a suo tempo mi feci trasportare nella Londra vittoriana per farmi di tintura d’oppio, altrimenti detto laudano, insieme a degli spassosi morfinomani d’antan – i quali, dopo aver fatto evaporare il preparato e averne filtrato il residuo con acqua per bucarsi e bucare me, presero a rimbeccarsi sulla guerra contro i Boeri e le migliori battute del best-seller Tre uomini in barca!
E con il negozio della mia pera sixties fanno due blitz in meno di un mese. A ogni buon conto, chicos, non mi preoccupo; Tijuana è a tre ore di treno da casa mia, per di più la vendita di quelle tee-shirt endopunk mi ha fruttato abbastanza granoturco da potermi permettere un altro viaggio qualora ne abbia voglia. E inoltre…
La notte scorsa al Warhol’s Inn il chitarrista degli Organic Microchips mi ha raccontato che proprio nella città frontaliera uno dei garitos più frequentati dagli sballonauti locali e forestieri ha da poco inserito nel proprio catalogo una traslazione da goduria cosmica, assolutamente rivoluzionaria. “Sai, pare che quegli sballoni abbiano aperto un condotto che porta fino a un pianeta di un altro sistema solare!”
“Davvero ganzo” ho commentato io, colpito in fronte. E chi se la perde una botta così? Vale mille volte il fine settimana a base di Nerkion che avevo programmato per me e la mia nuova squinzia, Arabella. Oh, lei è rovente come la superficie di Venere e Nerkion te lo fa drizzare più della buonanima di John Holmes, ma dinanzi alla prospettiva di essere spedito a duemila anni luce lontano da questo mortorio repubblicano anche la più bella ficcata della costa occidentale impallidisce di brutto.
Ci pensate? “Kirk a Enterprise, non fateci risalire: qui ce la stiamo spassando da veri bastardi!”
I radicali da salotto sostengono da decenni che i potenti della terra si servono della merdosa droga per imbrigliare le smanie sovversive delle masse. Per me sono tutte scemenze. La vera trituracervelli dell’epoca moderna è la televisione, e io non mi sento legato a un palo né in fuga dalla mia coscienza o pretenzioso di allargarne l’area. Sono un gioioso ramingo della fattanza universale!

Allora, eccomi immerso in questo fremente organismo urbano che è Tijuana. Smonto dal treno giusto in tempo per assistere alla graduale scomparsa della popolazione diurna, coi suoi chiassosi venditori ambulanti e i taxi rombanti senza tassametro, in favore di quella notturna, un cafarnao d’umanità febbricitante. L’aria caldissima sa di sudore, benzopirene e miele.
Non ci metto molto a trovare il rinomato negozio temporale: è una botteguccia con azotea in un quartiere dove le case non superano il primo piano d’altezza. Sia l’entrata sia il tetto a terrazza sono presidiati da energumeni meticci in canottiera armati di pistole laser, hai visto mai che un bel giorno il governo messicano o la mafia russa o chicchessia si svegli con un certo prurito al culo…
Comunque, sorrido come una zucca di Halloween. Sto per entrare nella Bodega de la Felicidad.

La Bottega della Felicità è molto più estesa di quanto l’entrata dia a intendere; sfida quasi una descrizione dimensionale, come un’incisione di Escher.
Mi dirigo verso il banco, dietro cui c’è una bellissima slandra latino-americana dalla pelle fluorescente: mod-gen ceppo Aequorea Victoria, credo. Inquietante nonché arrapante da bestia. Si chiama Jenifer.
Hola, señorita Jenifer. Vorrei fare un viaje.”
La ragazza scrolla il capo. “Muy bien, señor. Prima però dovrebbe consegnarmi la sua Olovisa.” Masticando una gomma americana.
“Lo so. Eccola.” Gliela porgo.
Muchas gracias, señor.” Jenifer inserisce la mia carta di credito in un facsimile di bancomat che l’inghiotte con un grob poco rassicurante. Il susseguente responso dello schermo la soddisfa: “Tutto bene, señor. Mi segua pure nel retrobottega. Lei è il primo cliente della serata, sa?”
Me alegro.” Ma chi se ne sbatte!
Entriamo nella stanza dei bottoni, ferrigna e odorosa d’ozono. Il personale, come di norma, è formato di tre cristi strafatti di spintine fino al midollo il cui look sta a metà fra l’appassionato di neuropop alternativo e il fanatico paramilitare. Senza indugio rifilo loro dei nomignoli: d’ora in avanti per me saranno Quattrocchi, Verderame e Rapaport.
La strumentazione mi pare completa e nuova di zecca: consolle di comando, cronosynther, box di decontaminazione, scanner a keiteltroni, miniacceleratore di tachiofasoni. La Soglia, il magico Sesamo bramato da tutti gli sballoni del globo terrestre, è al momento inattiva.
Jenifer saluta la compagnia e se torna alla ricezione. Rapaport, rosso di capelli e corpulento come l’attore che mi ha ispirato il soprannome, mi invita ad avvicinarmi. Passo seguente, togliersi ogni indumento: detto fatto. Così, nudo come un lombrico, vengo solleticato dallo scanner, una specie di lampadario dadaista che serve ad accertare l’eventuale presenza di sostanze stupefacenti e/o agenti patogeni nell’organismo. Una volta verificata sul suo schermo la mia (assolutamente circostanziale) purezza, Rap mi lancia un accappatoio di spugna blu. Lo indosso e ne stringo il cordone in vita.
Verderame, uno gnomo dalla pelle butterata, gracida: “Dunque, signor…”
“Brian.”
“Ci esprima il suo desiderio, signor Brian.”
Immantinente, ranocchio. “Ho sentito dire che voi avete appena aperto un passaggio per un pianeta lontanissimo. Orbene, ci vorrei andare a far bisboccia. Salvo che non mi abbiamo raccontato una bufala, è chiaro.”
“Il passaparola fra i droogs è più veloce del vento” commenta sarcastico Verderame. “Comunque, è vero: abbiamo visto un altro orizzonte. Per la precisione, il secondo pianeta orbitante intorno a Vega. Formicola letteralmente di vita. Vita umana.” Si bea palesemente della mia espressione meravigliata. Prosegue: “Il nostro emissario, ovviamente in incognito, si è imbucato in una metropoli chiamata Leixani, capitale dello stato di Veirela, e ha provato il freixal.”
“Che cos’è?”
“La madre di tutte le droghe, amico.”
“Oh. Cazzarola.”
All’istante sento in bocca un sapore amarognolo. Perplessità, sospetto… paura?

Dalla Piccola Enciclopedia Psichedelica di Hunter Leary, pubblicata in appendice al suo romanzo D.S.I. – Dope Scene Investigation, © 2019 Straight Shooter Publishers, Inc.

Sballotraslazione. Trasferimento spazio-temporale nel passato per provare una sostanza stupefacente non più reperibile sulla piazza o la cui qualità è andata irrimediabilmente deteriorandosi col passare del tempo. Viene commercializzato nei cosiddetti TimeJunk Shops, illegali negli Stati Uniti e nel Canada, in Giappone e nella Comunità Europea fatta eccezione per l’Olanda e la Danimarca.
La quasi totalità dei timejunk operators svolge la propria attività con estrema attenzione e competenza. Il cliente viene purificato, immunizzato, mascherato e rimpinzato di nozioni sostanziali sul target temporale, lingua compresa. Ogni traslazione è scrupolosamente registrata in un archivio elettronico condiviso da tutti i negozi sparsi per il globo. Se uno sballone richiedesse di tornare in una sequenza spazio-temp già visitata in precedenza, gli operatori potrebbero rispondergli picche putacaso sussistesse una seppur remota possibilità di alterare il corso della storia… (continua)

D’accordo, amico. Però qui stiamo parlando di un viaggio interstellare. E di una droga il cui solo pronunciarne il nome mi fa sbellicare dalle risa. Freixal. Cristo santo.
Domande, domande, domande si accavallano nella mia cocuzza. La durata del trasferimento è esattamente zero o Albertino Einstein ci metterà lo zampino? Finirò nel presente soggettivo del pianeta, nel suo passato prossimo o in quello remoto? Perché non vi cambiate il nome in SpaceJunk Shop, miei cari cervelletti fritti e impanati?
E ancora: com’è che arrivate sempre prima dei padroni del vapore? Insomma, prima inventate il viaggio nel tempo e poi il balzo da una stella all’altra manco foste i discendenti svalvolati di Isaac Asimov (il cronosynther!), ma le cosiddette Autorità si limitano a qualche irruzione sporadica nei vostri antri lussuriosi, intensificando i ritmi solamente quando un tornado di promozioni si profila all’orizzonte… come ora…
Ma è lampante, volpino d’un Brian! La parola chiave è: collusione. La solita vecchia canzone, il solito vecchio ballo, come quella veneranda canzone degli Aerosmith che ti piaceva quando eri un moccioso. Evviva la coerenza, Mr Stone… Bah, in qualsiasi modo, anche ammettendo che i dropouts di Columbus non si fossero venduti al miglior offerente, sarebbe inverosimile che i rispettabili legislatori della nazione, grazie alle confische effettuate, non avessero già tutti la loro sfavillante porticina temporale in soggiorno!
Ciò nonostante ciascun componente dell’armamentario sia, per così dire, insaporito con una manciata di nanodisgregatori che, in seguito a una prolungata e soprattutto ingiustificata disconnessione dal tuttora latitante nodo cruciale, lo riducono in men che non si dica a un mucchietto di polvere.
Nondimeno, il granoturco frusciante e la pillola della verità fanno più miracoli di Santa Rita; pertanto, la repressione dello sballo temporale potrebbe essere la classica merdona messinscena governativa data in pasto all’opinione pubblica. Ti posso vedere come un dio greco, Mr William Masterson Governatore della California, mentre ti spupazzi Caterina di Russia. O una femmina insettoide denebiana…
“Qualcosa non va, signor Brian?” È Quattrocchi. Fottutissimo telepatico.
“Assolutamente no.” Mentira y gorda! “Però fornitemi qualche altra informazione.”
E il mellifluo Verderame: “Ma certo, Brian. È nel suo pieno diritto. Dunque, la composizione dell’atmosfera di Vega II è affatto identica a quella della buona vecchia Terra, soltanto lievemente più rarefatta, e i vegani sono umani in tutto e per tutto. Diamine, le femmine sono uno schianto.”
Sorrido grattandomi la testa. “Ok, assai lieto di sapere che esista un armonium universale della fica. Mi spedirete nel presente o nel passato?”
Risponde Rapaport: “Nel presente: il viaggio è pressoché istantaneo. Fino a questo momento il cronosynther non è ancora riuscito a mettere a fuoco i flussi veteronici di Vega II: ossia, funziona correttamente solo sul tempo corrente, con uno scarto di qualche nanosecondo. Lei capirà, è già un risultato straordinario essere arrivati fin laggiù.”
“In effetti. Che mi dite della loro lingua?”
“L’idioma di Veirela è ostico quanto può esserlo per noi americani il basco o il giapponese. In ogni modo, nessun problema: le abbiamo preparato un innesto di memoria coi controcazzi.”
“Ottima cosa. E per quanto riguarda il freixal?
Verderame fa schioccare la lingua. “Oh, è un’esperienza unica. La droga delle droghe, torno a ripeterle. Al confronto l’LSD è una bibita analcolica. Allora, che ne dice, signor Brian?”
Sì. No. Ni. Al diavolo! Solo se vive una vez. “Mi avete convinto, signori. Vada per Barnard II.”
“Fantastico! Fanno 4000 dollari americani. Jenifer è già pronta di là per il pagamento.”
Porca Eva.

Verderame mi punge il sedere con una siringa, poi mi aiuta a indossare un completo di pelle nera che mi fa sembrare la caricatura di un chitarrista heavy metal del ventesimo secolo – diamine, ci sono perfino i guanti! Quindi mando giù con un bicchiere d’acqua un confetto giallastro e una compressa color cobalto. “L’innesto di memoria e il tocco fondamentale della sua mimetizzazione”, chiosa il ranocchio. Infine mi viene consegnata una mazzetta di rettangoli di carta dalla trama astratta alla Jackson Pollock: le banconote in corso nello stato di Veirela. Sono pronto per il più grande trip di tutti i tempi.
“Cronosynther go” segnala Quattrocchi.
“Molto bene” approva Verderame. “Calibratura Soglia?”
Go” replica il nerboruto Rapaport.
Verderame mi si rivolge facendo spallucce. “È tutto a posto, signor Brian. Vada pure, e buon viaggio. In tutti i sensi.”
Mi porto lentamente alla scala d’acciaio il cui ultimo gradino svanisce nella nebulosità vorticante del varco spazio-temp. Prima di salire prendo un respiro profondo. Avverto distintamente le pulsazioni del cuore. Diocristo, quanto casino fanno ’sti pantaloni di cuoio.
Varco la Soglia a occhi chiusi. Turn on, tune in, and please take over.

Che cosa si prova nel momento della traslazione? Be’, sforzatevi di immaginare che la vostra individualità si frantumi in mille pezzi e che ciascuno di essi si metta a ballare una giga per conto proprio. Vi farete una pallida idea.

Mi ricompongo in vicolo oscuro e puzzolente d’urina. La mia testa gira come un pallone. Mi devo appoggiare a un muro incrostato di salnitro per non cadere. Sono su un altro pianeta, cazzo… a ventisette anni luce lontano da casa. Ora ci vorrebbe il mellotron galattico di Brian Jones e la chitarra neutrinica del buon vecchio rugoso Keith Richards. E poi, Mick…
Poco dopo entra in funzione l’innesto di memoria. In un lampo mnemonico apprendo che Vega II è grande quasi quanto la Terra ma non ha satelliti, consiste in tre oceani e cinque masse continentali distinte, il suo giorno dura venticinque ore… Tecnologicamente parlando, i Vegani sono più o meno al livello dei terrestri negli anni ottanta del secolo scorso. Magari ascoltano i Cars o gli Spandau Ballet o addirittura i Missing Persons, e leggono Carver e Susan Minot sgranocchiando Mars!
Poi un impulso mi sospinge fuori di lì. E un’istruzione lampeggia lancinante nel mio cranio: gira a sinistra e prosegui dritto per circa un chilometro.
Se il freixal non va da Maometto, sarà Maometto ad andare dal freixal…

Procedo a passo spedito lungo un’arteria molto trafficata. Non fosse per la grafia aliena delle insegne e dei cartelloni pubblicitari ti sembrerebbe di stare in una qualsiasi metropoli americana: del Midwest, to’. Leixani City, Illinois. I mezzi di locomozione sono pressoché uguali a quelli terrestri, soltanto un po’ più esotici nel design. E i Vegani hanno la faccia da newyorchesi cianotici e vanno in giro conciati come i personaggi più bislacchi di Twin Peaks. Boh. Sta a vedere che ’sti impediti mi hanno spedito in una Terra parallela!
Sarà pomeriggio inoltrato. Il cielo è un fulgore uniforme, azzurrastro e opaco, l’aria è frizzante come in montagna. Il mio virtuale uccellino sulla spalla mi avverte che manca poco al punto caldo, vale a dire il luogo prefissato per l’appuntamento col pusher. Già. Che assurdità. Sono venuto fin qui per imbottirmi di droga, non certo per fare il turista: ciò nonostante, me ne frega sempre meno. La vera sciambola è pestare il suolo di questo pianeta straniero! Accendi il fuzz e parti col riff, vecchio satanasso di un Keith.
Mi arresto davanti a un bar dalla vetrina scura: l’Angolo di Meixa, dice l’insegna. Ganzissimo. Ora riesco pure a leggere la loro lingua. Inghiotto saliva ed entro. È una bisca odorosa di caffè e marijuana, tale quale un coffee shop olandese. Liquori e narghilè, poster scoloriti e distributori di cartine. Gli unici clienti al momento sono due pischelli dall’aria imbambolata che si palleggiano un tizzone.
Il bancone è controllato da una tizia magra dall’aria vissuta, vestita di un paio di jeans sdruciti e una felpa grigiastra anonima. A parte il colorito bluastro dell’epidermide, rassomiglia in modo impressionante a una famosissima cantante della nostra epoca hippie: ma non ne rammento il nome.
In ogni modo, è venuto il momento di mettere alla prova l’interfaccia linguistica vocale. Di modo che mi porto alla barra, fisso l’attenzione sull’etichetta di una bottiglia piena di un liquido ambrato, e…
Eu blinkezi liasci, barketu” mi scaturisce dalla bocca senza sforzo. Traduzione libera: dammi un bicchiere di quel cavolo d’intruglio che chiamate blinkez. Diocristo, che razza di lingua!
Noskia” replica la donna senza battere ciglio. Movenze sicure, da barista consumata, e in un baleno eccomi servito. Sorseggio il liquido con cautela: sa di whisky di malto e scende giù per la gola che è un piacere. Ma la barista rischia di farmelo andare di traverso…
“Tu non sei di qui” mi spara, ravviandosi i capelli tagliati a carciofo.
“In effetti, no: vengo dalla Costa Occidentale” le butto lì.
“Ah. E che ci fai da queste parti?”
Punto caldo! “Diciamo che sono in cerca di emozioni.” È la parola d’ordine.
Lei scopre i denti, grandi e forti ma giallastri, in un sorriso complice. “Grandioso” commenta; poi, accennando a una porta socchiusa sul retro del locale, mi bisbiglia: “Staremo più tranquilli di là.”
Ok, Grace Slick: ecco a chi assomigli.

Entriamo in un bugigattolo stipato di scatoloni nel quale una ragazza slanciata e formosa è intenta a compilare un foglio prestampato, presumibilmente una fattura. Grace le intima di sostituirla al banco e lei molla subito la scartoffia senza fiatare, lasciandoci soli.
La barista psichedelica mi guarda da capo a piedi come si fa con uno stallone a ore, dopodiché incrocia le braccia sul petto e poggiando la schiena contro una pila di casse articola, in perfetto inglese: “Così saresti in cerca d’emozioni.”
Poco ci manca che io svenga dallo shock. Per la miseria, ho attraversato un condotto spazio-temp con un corso accelerato di vegano piantato nella crapa, e questa mi parla come un marinaio britannico!
“Ma che diavolo succede?” farfuglio nella mia lingua.
“Non ti agitare, ragazzo” mi blandisce Grace. “Qua dentro nessuno ci vedrà o sentirà, men che mai i tuoi compari dell’agenzia viaggi interstellare.” Sorride. “Le pareti di questo ripostiglio sono a prova di tachiofasoni; per di più, io sono laureata in morphing quantistico. Non s’accorgeranno di nulla. Sai, ho capito chi eri fin dal momento in cui hai varcato la soglia del locale. Mi sono detta: ecco qua l’ennesima vittima di quegli spacciatori temporali da strapazzo del terzo pianeta di Solix, pateticamente camuffato da vegano.”
Per istinto, mi tolgo i guanti di pelle. Le mie mani sono azzurrognole come l’epidermide della barista, sicuramente per effetto di quella pillola che mi ha propinato il maledetto Verderame. Soltanto ora me ne accorgo. Prima allo specchio del bar neanche mi sono guardato.
“Comunque, nessuna sorpresa” prosegue Grace. “Alla fin fine tutti vengono in questo posto, e continueranno a venire anche dopo che io me ne sarò andata in pensione, poiché un’altra prenderà il mio posto. Non manca molto, ormai.”
“Devo arguire che non sono la prima vittima… ehm, il primo cliente terrestre che ricevi.” Oh come sei perspicace, Brian Lawless.
Grace annuisce. “Infatti, sei il quarto. Il primo era un perfetto imbecille, come dite voi sul vostro pianeta. Gli somministrai della roba di pessima qualità, ma lui si semiprostrò lo stesso ai miei piedi, neanche fossi una specie di sciamana universale. E neppure i seguenti si sono rivelati delle cime. Vedi, i tuoi amichetti del negozio sono degli inverecondi cacciaballe e oltre a ciò si credono furbi, oh, molto furbi. Ma in realtà non sanno niente di niente. Sono come dei lattanti alle prese con una navetta spaziale. Ingannarli per me è facile come bere un bicchiere d’acqua.”
“Allora il freixal non esiste” azzardo.
Le fattezze della donna si alterano in una risata beffarda. “Oh Santo Spazio Profondo! Non mi deludere anche tu. Certo che esiste, sciocco! Ciononostante, la qualità sopraffina, l’autentica madre di tutte le droghe – eh eh eh – la faccio provare soltanto a chi ritengo se lo meriti. Tu, pensi di meritartela?” mi chiede dura come il granito.
“Certo che sì” sbotto, stizzito. “Ho vaporizzato quasi tutto il mio conto in banca per venire su questo pianeta. Forse a te sembrerà una motivazione alquanto meschina, ma per me è più che valida.”
Gli occhi dorati di Grace si riducono a due fessure serpentine. Mi corre un brivido lungo la schiena. Magari adesso questa estrae un laser e mi fa arrosto…
“Mi piaci, sai, viaggiatore” dichiara bensì la barista. “Hai del fegato. Vuoi il freixal? Bene, io te lo darò. Ma prima mi devi dare qualcosa di tuo.”
“Come sarebbe?”
“Calmati. Soltanto un po’ d’adrenalina. Devi sapere che la chimica interna vegana è leggermente diversa da quella terrestre. Alcuni vostri ormoni sortiscono in noi effetti straordinari. Tu dammi soltanto qualche goccia di quella robetta che or ora ti scorre copiosa nelle vene e io ti prometto un’esperienza memorabile. Hala, no te asustes: non c’è alcun rischio.”
Ma bene. Ora scimmiotta pure il mio slang californiano. Porca miseria dannata. Che diamine faccio, Mr Verdigris? Alzo i tacchi, o rimango e lascio che questa figlia dei fiori decaduta mi tiri fuori un po’ di linfa? Com’è già il segnale d’emergenza… toccarsi tre volte di seguito il petto con la mano destra, no? Ah, già, dimenticavo che Grace ha taroccato il segnale del cronosynther. Chissà cosa cazzo starete vedendo laggiù sulla Terra; magari noi due che scopiamo come ricci su una nuvola rosa con i Grateful Dead in sottofondo. E poi faremo tanti bei bambini con le facce blu.
Vale, ci sto” mi sento dire in tono da obitorio. “Prenditi pure tutta l’adrenalina che vuoi. Però solo quella, è chiaro?”
“Come l’acqua di Scalos. Fidati di me, ragazzo.”
È proprio quello che non mi riesce.
Grace estrae da una tasca una piccola ampolla piena per tre quarti di un liquido incolore (“Un agente ossidante.”) il cui beccuccio termina in una sorta di spinotto. Me la porge dicendo: “Fallo tu stesso. Ti basterà applicare il gluckmer sul collo.”
Così faccio. Percepisco subito una sensazione di fastidio, come la puntura di una zanzara, poi null’altro. Qualche istante dopo la vecchia drogona fende l’aria con un gesto eloquente, quindi mi stacco il dispositivo e glielo restituisco. Il liquido contenuto all’interno si è considerevolmente intorbidato. Presumo che l’ossidante abbia convertito la mia adrenalina in adrenocromo, o qualcosa del genere. In medicina si somministra per via endovenosa a soggetti epilettici. In soggetti normali gli effetti psichici sono molto simili a quelli dell’acido lisergico e della mescalina. E in un vegano? Vai tu a sapere. Magari fa vedere loro il Big Bang dal punto di vista del Creatore…
In ogni caso, Grace ringrazia e si preme senza indugio il vasetto di vetro sulla giugulare.
E dopo… “Oh, oh” e qualcos’altro nella sua lingua da pazzi furiosi quando la roba le arriva dritta in cima. Finalmente, in inglese: “Per il Grande Centro della Galassia, che botta.”
Tutto l’universo drogato è paese. “Già già. Ora tocca a me, me stesso e Brian, no?”
Grace si ripiglia fulminea come un ghepardo delle nevi. “Certamente, bamboccio. E poiché sei stato così… cooperativo, ti darò un extra.”
Drizzo le orecchie. “Spiegati.”
“Vedi, Brian, il freixal abbatte tutte le barriere. Puoi muoverti ovunque nel tempo e nello spazio, visitare ogni alternativa possibile, passata presente e futura. Ma io andrò oltre, ragazzo. Ti farò vedere cosa c’è dietro.”
Rimango zitto.
“Potrebbero annichilirmi per questo, sai? Ma non m’importa. Ho già vissuto la mia vita, e alla grande.” Mi prende per mano. “Vieni con me, Brian. Sarà fichissimo.”

Una parete del ripostiglio si dissolve come per magia. Ci compare davanti uno stanzone spoglio dalle pareti plumbee illuminato da una vecchia lampada al neon. Al centro del pavimento è dipinta una grande spirale biancastra.
“Simboleggia l’energia dell’universo” mi spiega Grace. Lo sapevo già. Arabella è un’appassionata di libri esoterici, profezie apocalittiche e futilità del genere; logico quindi che qualcosa mi rimanga, fra una scopata e l’altra.
“Adesso togliti tutti i vestiti, Brian.”
Questa poi…
“Per favore, ragazzo… è necessario. Lo devo fare anch’io.”
E per dimostrarmelo scalcia via i sandali e inizia a sfilarsi di dosso i pantaloni. Non mi resta che imitarla.
Et voilà, nudi bruchi! Devo ammettere che Grace, qualunque sia la sua età, si mantiene piuttosto bene. È sottile e armoniosa come una ginnasta. Si sarà accorta che il mio ding-dong è in fase ascendente?
“Andiamo fino al centro della spirale.” Ai tuoi ordini, druida. “Ora mettiti di fronte a me e prendimi le mani.”
Io eseguo, poi le chiedo: “Non prendiamo niente?”
Grace scuote la testa. “No, non occorre. Il freixal è prodotto da una ghiandola situata alla base del mio encefalo. Posso secernerlo a comando, poi passerà dal mio sangue al tuo per emotropismo.”
“Eh?”
“Chiamiamola osmosi, allora.” Ho afferrato. Lei è un fascinoso Mugwump. “Sia quel che sia, la droga servirà solamente a darci la spinta necessaria per oltrepassare il Limite di Exarulf.” A ciascuno la sua terminologia! “Ora chiudi gli occhi e rilassati.”
Sí, mujer. Desde luego.
Passano alcuni attimi. Le nostre dita sono saldamente intrecciate. All’improvviso avverto uno strattone in avanti. È una sensazione indotta dalla droga, o ci stiamo davvero movendo?
Poi, un lampo, seguito da un altro e da un altro ancora.
Stiamo accelerando.
Lo sfarfallare mitragliato aumenta fino a un lampo quasi costante. Sempre più veloce. Calmati, Brian. Non urlare. Sopportalo.
Sempre più forte. Luce accecante. Una pillola ti fa più largo e una ti rende più piccolo. Incenso e menta piperita. Eravamo dalle parti di Barstow al limite del deserto quando le droghe cominciarono a fare effetto…
Velocissimo! Luce bianca, calor bianco!
“Diocristo!”
Il buio come un’accettata sul collo.

I miei piedi nudi poggiano nuovamente su una superficie solida, fredda al tatto.
La voce di Grace. “Puoi guardare, adesso.” Le sue mani mollano la presa. Esitante, levo i miei sipari gemelli.
Una lattiginosità morbidamente diffusa, tale da dare l’impressione di dimensioni infinite. Davanti a noi, una sterminata processione di macchinari prismatici perfettamente allineati l’uno con l’altro, ronzanti come insetti meccanici.
“Dove siamo? Che luogo è questo?”
“Il Centro Elaborazione Dati del Creatore, Brian.”
“Come?”
“Vieni.”
Ci avviciniamo alla prima fila di meccanismi. E a un metro o poco più di distanza mi accorgo che sono… unità nastro.
Sbalordito, mormoro: “Che mi venga un colpo. Credevo fossero state definitivamente accantonate.”
“In effetti, è così” mi conferma condiscendente la barista. ”Ciò che vedi ora è una figurazione simbolica per facilitarti la comprensione.”
“La comprensione di che cosa?”
“Dell’universo, caro Brian. Fissa l’attenzione sulla targhetta d’identificazione dell’unità proprio di fronte a te.”
E io, aguzzando la vista, vi leggo: Terra.
Cristo santo.

Dunque è così. La nostra storia, la fottuta storia dell’umanità, altro non è che un nastro preregistrato nell’immenso, infinito mainframe universale.
Oh, Kurt Vonnegut e le sue Sirene di Titano si staranno certamente sbellicando dalle risa. “Gli innocenti pagano per tutti, e non è una grande consolazione avere un biglietto per Tralfamadore, dove il tempo non esiste e la storia dell’uomo è stata già scritta nei minuti dettagli, come in una sorta di romanzo gigantesco.” E i sei mondi rappresentati nel Mandala dalla Ruota del Tempo sono in formato JPEG.
Profondamente scombussolato, appiccico il volto e le palme delle mani allo sportello di cristallo, appannandolo. C’è ancora parecchio nastro da leggere nella bobina madre per il computer transfinito. Indi il pianeta Terra come corpo celeste ha ancora milioni d’anni di vita dinanzi a sé: salvo diverse disposizioni della Dirigenza celeste, è ovvio.
Ma la razza umana? Il cosiddetto fine ultimo della creazione? Quando e come finirà la sua traccia? Fra uno, dieci, mille, diecimila anni? Sarà un olocausto nucleare o l’impatto con una sudicia cometa errabonda a darci fine? Oppure ci de-evolveremo in tuberi dementi assoggettati ai cani e alle formiche?
E io, Brian Lawless, in che modo me ne andrò da questo mondo disumano? D’overdose, ictus cerebrale, infarto del miocardio, sindrome da immunodeficienza acquisita, influenza aviaria, incidente stradale… o meramente di vecchiaia, sbavante e rimbambito, con un catetere infilato nell’uccello?
Cazzo, cazzo, cazzo!!!
Mi volto di scatto verso Grace, strillandole: “Che ne sarà di me, eh?”
Ma lei non c’è più. Mi ha lasciato solo, la troia.
“Grace, Grace, Grace” piagnucolo, ridotto a uno straccio bagnato d’ego. “Grace la Levigata. Dove cazzo te ne sei andata? Io ti mortifico, bastarda. Cibo per cani. Sei come acqua marcia! È tutto merda allo stato puro!”
Improvvisamente il Centro Elaborazione Dati del Creatore avvampa in un’accecante esplosione silenziosa. E Brian Lawless, l’incauto drogatello col cognome preso a prestito da una vecchia rockstar col pube fatto a sega elettrica, precipita con un grido strozzato in gola in un oceano di tenebra limacciosa.

“È soddisfatto?”
“C… come?”
“Le ho chiesto se è soddisfatto.”
Cos’è, un pessimo remake olovisivo del film Il Maratoneta? È soddisfatto invece che è sicuro? Allora datemi una tonnellata di chiodi di garofano… cloroformio… protossido d’azoto… qualsiasi cosa.
Eppure non è la poltroncina del dentista, questa. Le mie povere chiappe poggiano su uno sgabello da bar. Sono in un bar, porca eva. E ho un bicchiere vuoto in mano.
“Soddisfatto di che?” riesco finalmente a mugolare. Di seguito, alzo lo sguardo. Dandomi di naso con Grace.
Ignorando la mia subitanea faccia da allocco impagliato, la barista hippy replica placidamente: “Del blinkez che le ho dato da bere. Lo produce una mia cugina di Axonerria, sa? E ci mette davvero tutto l’amore dell’universo.”
Già. Il fottuto Centro de Cálculos.
Ormai totalmente tornato in me, mi guardo intorno. La coppietta è ancora lì a ciancicare il cannone. L’aiutante ben dotata non si vede, sarà nel retro a farsi i cavoli suoi. Grace attende a braccia conserte il mio commento sul liquore.
Dannazione! È come se qualche buontempone avesse riavvolto il tempo fino al momento seguente la mia trincata.
Corrugando la fronte, rivedo in rapida successione l’ampolla piena di adrenocromo, la spirale lattescente, il corpicino nudo della barista, i lampi stroboscopici, l’accelerazione ultrarelativistica, il biancore diffuso, le unità nastro irreggimentate… la targhetta con su scritto ‘Terra’.
Il nostro destino in formato Ibm Divino.
Ci sono! Dopotutto, non sono un novellino in materia di droghe psicotrope: il freixal era sciolto nel blinkez! L’hai bevuto e sei partito per un viaggio col controfiocco che è durato oggettivamente meno di un secondo. Così reale e tangibile… Ora comprendo perché il ributtante Mr Verdigris lo chiama ‘la madre di tutte le droghe’. Non ce n’è per nessun’altra sostanza allucinogena… Però che angoscia, figli dell’olio abbronzante. Da dove mi escono ’ste paranoie metafisiche? È tutta farina del mio sacco, o piuttosto le visioni erano indotte…
Segreto professionale, no?

Posando di nuovo il bicchiere sul banco, rispondo infine a Grace: “Sì, sono proprio soddisfatto. Faccia pure i miei più sinceri complimenti a sua cugina.” E infilando una mano in tasca: “Quanto le devo?”
Mi becco uno sguardo accigliato. “Ma come, signore, non si ricorda? Mi ha già pagato.”
E io boccheggio come un pesce rosso in un acquario domestico. “Davvero? Ma allora…”
Il vocione di Rapaport mi squassa la testa. “Tempo scaduto, signor Brian. Saluti la signora, esca di lì e si ficchi nel primo vicolo non frequentato che adocchia. In fretta!”
Bastardo figlio di puttana.

Ai Three Stooges ho rivolto soltanto vaghi monosillabi mentre mi decontaminavano; dopodiché, in un attimo, mi sono rivestito, ho preso commiato e sono tornato alla cassa per ritirare la carta di credito olografica e firmare la relativa ricevuta senza neanche guardare in faccia Jenifer Aequorea. Avevo urgente bisogno di una boccata d’aria terrestre, per quanto calda e sciropposa come quella di Tijuana.
Il sole è tramontato ormai. Diocristo, ho una fame da lupo dei monti Appalachi. Entro in una bettola qualsiasi, mi siedo a un tavolino malfermo e ordino chili con carne e una caraffa di birraccia chiara a una ragazzina mezzosangue con la permanente e un grosso porro sullo zigomo destro. Mi gioco dieci dollari cartacei che si chiama Carmencita. O Guadalupe.
Lo sgangherato apparecchio televisivo della trattoria è sintonizzato su un serial fantascientifico inglese d’annata. C’è un tizio di taglia media coi capelli tinti di un platino osceno che impartisce ordini in un sottoscala tecnologizzato. Il doppiaggio in spagnolo è spassoso. Tra i suoi sottoposti spicca una bruna flessuosa dai lineamenti indù intenta a inserire dati nel cervello elettronico della base tramite un’unità nastro. Guarda caso.
Sbalordito, mormoro: “Che mi venga un colpo. Credevo fossero state definitivamente accantonate.”
“In effetti, è così” mi conferma condiscendente la barista. “Ciò che vedi ora è una figurazione simbolica per facilitarti la comprensione.”
“La comprensione di che cosa?”

Appunto. E io, tirando le somme, che cosa mai avrò compreso da questo viaggio? Che la vita è un sogno o viceversa il sogno è la vita? Che Dio-God-Dog è un fanatico di cibernetica vintage? Che non siamo soli nell’universo? Che Philip K. Dick era un visionario tra i ciarlatani? E…
E se la sballotraslazione non fosse altro che un’illusione truffaldina perfettamente congegnata a uso e consumo dei gonzi impasticcati come me, poiché il viaggio nel tempo è virtualmente impossibile? The Great Space ’n’ Time Swindle!
Inghiotto a fatica l’ultimo boccone di chili. Nello stesso tempo il baffuto gestore del locale ghermisce il telecomando e cambia canale, quagliando con perfetto tempismo l’inizio del video tratto dall’ultimo singolo dell’ultima big thing messicana, Los Conejos Blancos: Todo es mentira en este mundo. Tutto è bugia in questo mondo.

Factum infectum fieri non potest.
Espressione giuridica.

© 2005 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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