In quel principio d’estate Elio stentava a prendere sonno.
Inoltre, era spesso coinvolto in singolari visioni che lo facevano svegliare
mandando gemiti. Non erano incubi canonici, piuttosto improvvise mutazioni
di sogni essenzialmente tranquilli, perfino scipiti. La notte prima,
per esempio, stava disegnando ghirigori pollackiani al computer in una
pepiera sobriamente arredata quando tutt’a un tratto si era ritrovato
in orbita intorno a una pulsar, senza astronave né tuta spaziale, con
una voce che suonava come filtrata attraverso un vocoder inquisendolo
in una lingua assolutamente incomprensibile. “Auhag, ororrò, iuantu.”
Dopodiché, era andato in onda il consueto corollario di lamenti in stile
orche assassine nella stagione degli amori echeggianti nel suo televisore
cranico fra visione onirica e realtà, l’ultimo aaaah! lanciato in una
stanza semioscura dall’aria viziata poiché con la recrudescenza di furti
balcanici con bomboletta spray narcotizzante in atto nel quartiere egli
non riteneva opportuno tenere la finestra aperta di notte. Anche se
abitava al terzo piano.
Si era coricato a mezzanotte meno venti minuti. Ora erano le tre e dieci
ed era ancora lì a rigirarsi sotto il lenzuolo come un pollo in un girarrosto.
Considerò per qualche sudato istante la possibilità di riprendere in
mano il manuale di conversazione e studiare. Sia per motivi di lavoro
sia per utilità personale stava cercando di imparare il francese, ma
gli entrava a stento. Forse perché i transalpini gli erano sempre stati
parecchio sulle scatole, con la loro protervia e il sussiego inveterato:
“Ah, les italiens!” O non si applicava a dovere. O entrambe le
cose.
Eh no, nessuna voglia di vocali semplici e composte. Allora si alzò
e, a piedi nudi, andò in cucina. Si versò un bicchiere d’acqua dalla
bottiglia posata sul tavolo e lo mandò giù in un’avida sorsata; benché
fosse fuori frigo da più di tre ore, era ancora abbastanza fresca.
Poi ritornò al suo giaciglio disfatto in compagnia del notebook, si
connesse a una rete wireless non protetta e planò impaziente su un portale
di video sample pornografici a download gratuito.
Un pomeriggio di sette anni fa.
Entri nel negozio di dischi senza un’idea precisa su che cosa comprare.
Classic rock, Brit-pop, trip hop? Mumble mumble mumble. Fai scorrere
lo sguardo da un ciddì all’altro. È quasi come ritornare bambino, quando
barattavi figurine col moccio al naso e le ginocchia sbucciate. Questo,
celo. Questo, mi manca (ma non m’interessa, è un gruppo di merda).
Stereolab. Emperor Tomato Ketchup.
Bah, che razza di titolo. Però t’acchiappa un casino il nome del gruppo.
Lo stereolaboratorio. Un colpo di genio! Combinazione, in tempi
recenti hai letto su una rivista musicale che i gruppi preferiti di
Rivers Cuomo, l’occhialuto leader dei Weezer, sono i Sebadoh e gli Stereolab.
I primi, già li conosci, sono olimpicamente prescindibili; ma i secondi…
vuoto totale. Love In A Void.
Ah, ma alcuni pezzi sono in francese! Bleah… Però se a Rivers
piacciono, sarà per qualche buona motivazione. Non scordarti che i parigini
sono molto affezionati a Iggy Pop. Certamente, ma Parigi è Parigi, cheri.
Finalmente, dopo varie centrifughe mentali, decidi di comprarli. Attracchi
alla cassa e porgi il dischetto a Ramona, la carinissima gestrice del
negozio, con cui hai un buon feeling.
Lei sorride. “Oggi mi stavo giusto domandando se qualcuno avrebbe mai
comprato quest’album, che è una piccola opera d’arte. Ed ecco che arrivi
tu…”
“Ormai mi conosci, Ramona. Sono un aspirapolvere di croste.”
“Ma Emperor Tomato Ketchup non è una crosta, Elio. Vedrai che
dopo pochi ascolti non ne potrai più fare a meno.”
“Sarà. Quant’è?”
Paghi, baci la manina alla bella bottegaia e innesti il turbo per tornare
al tugurio, impregnato di quella meravigliosa trepidanza che precede
il primo ascolto di ogni disco. E con questo fanno trecento.
Parlez-vous français? Un peu, replicava Elio ai gendarmi le prime
volte che lo fermavano ai caselli delle autostrade galliche di ritorno
dalla penisola iberica: il che per costoro significava no, non
ci capisco una beata mazza. Allora, esprimendosi talvolta in un
avvilente gramelot anglo-italiano, passavano a rovistargli le borse
da viaggio e il vano portabagagli o a smembrargli la vettura come seguendone
la distinta base secondo la disposizione d’animo del momento, di solito
negativa perché, è naturale, les italiens son tout dopé.
In seguito egli aveva imparato a dire je comprends quelques mots
mais je ne le parle pas, lo capisco un po’ ma non lo parlo, oltre
a qualche altra tiritera da biascicare negli autogrill o nella sfortunata
eventualità che fosse finito in panne. Ciò nonostante il risultato era
sempre il medesimo: facce da Clouseau e bocchettoni dell’aria divelti
da mani grossolane. E pensare che aveva smesso di farsi le canne a vent’anni.
Ora ne ha trentadue.
Intorno al ventesimo posto di blocco non travalicato, ormai al colmo
dell’esasperazione, si era giocato addirittura l’untuosa carta dell’adulazione:
je voudrais apprendre votre splendide langue. E quelli, con un
ghigno ironico sulle labbra rinsecchite dalla mostarda di Digione, gli
avevano smontato perfino il serbatoio della benzina. Bâtards.
Molto presto si stancò di fellatio a pistone, inarcate e orgasmi simulati.
C’è un momento giusto per ogni cosa, finanche per farsi una sega. Quello
non era il momento. Cosicché si connetté a un portale di recensioni
musicali e file audio scaricabili.
Nel 1996 Emperor Tomato Ketchup aveva riscosso un ottimo successo
presso le radio dei college americani e nel Regno Unito, divenendo l’album
più venduto nella prolifica nonché inconsueta carriera degli Stereolab.
Chtulhu, un utente del sito, aveva postato il suo personale punto di
vista: “Passai l’intera estate del 1997 vivendo sul divano a casa di
un mio caro amico a Manhattan Beach, surfando tutto il giorno, mangiando
cheese-burgher tutta la notte, e ascoltando Emperor Tomato Ketchup senza
posa. Fu una bell’estate di disoccupazione, e quei carezzevoli cantati
in francese descrivevano alla perfezione l’indolente e ‘giusto’ umore
dell’epoca. Soltanto sole, sabbia, e Stereolab.”
E lui, Elio?
La tua prima reazione è di forte perplessità. Sarà mica tutto come Metronomic
Underground ’sto disco? Minimalismo rileyano per alternativi
del giovedì sera? Domani pomeriggio lo riporto indietro!
Poi arriva Cybele’s Reverie e, cacchio, che bell’atmosfera! Giù
in strada compaiono Jeanne Moreau e Oskar Werner rincorrendosi ridenti
in bicicletta. Percolator, Les-Yper Sound, Spark Plug
sono altri succosi frutti sonori spuntati sui rami di un albero
fertilizzato a musica leggera francese anni Sessanta, new wave anglosassone
e Velvet Underground. OLV 26 aggiorna i Kraftwerk all’era del
bosone di Higgs. The Noise Of Carpet è punk-rock suonato su Plutone.
Tomorrow Is Already Here resuscita addirittura il battito terzomondista
di Peter Gabriel. Emperor Tomato Ketchup è We’re Gonna Have
A Real Good Time Together cantata da un’epigona intellettuale di
Lio. Mostre Sacre… oh, ti fa provare sensazioni sinestetiche
– accordi dipinti di neve immacolata sotto un cielo grigio d’archi.
E Anonymous Collective chiude le danze moderniste con
una garbata presa in giro delle teorie di Jung.
Ora ti senti allegro, scoppiettante di vita. Che musica sublime! Ne
sei totalmente innamorato. Anche se hai afferrato soltanto dieci parole
su duecento: d’altronde, neanche in inglese sei un fenomeno.
U, si pronuncia ü, come nel dialetto milanese (cfr. stupid).
A posto siamo, pensò Elio. Se è già scolpito nella pietra che disprezzo
i francesi, figuriamoci i milanesi. Scontro di Titani della Simpatia.
Prima di essere trasferito all’ente Strategy & Development, ex Advertising
& Promotion ex Pubblicità & Immagine, Elio aveva prestato servizio per
un biennio alle Nuove Tecnologie, sotto un ‘settimo quadro’ di origini
meridionali che, pur pagato lautamente, guidava una tossicchiante Bianchina
e mangiava nel baracchino. Pressoché negato per le lingue straniere,
per tacere sull’italiano. Una volta, indimenticabile, aveva risposto
così alla nazistoide segretaria di un fornitore tedesco: “No, ehm…,
Mr. Mayer is not in ufficio. Is andato end a riunion.” Ed Elio a
ridere sotto la scrivania come un matto felice.
Ma allo S & D le cose non andavano poi così meglio. C’era chi comunicava
in anglo-piemontese (“We arrive a London a un bot e mes”) e chi
in italo-spagnolo (“Mucho bene, ci vedemos manana al aeropuorto”).
Chiamasi meticciato aziendale.
Il nuovo capufficio di Elio era una trottola dinoccolata con la faccia
da lontra marina. Il suo telefono suonava quaranta volte al giorno ma
quasi mai lui stava in ufficio, pertanto la stragrande maggioranza delle
volte toccava giusto al malcapitato musicomane sollevare la dannatissima
cornetta: in pratica, fungeva pure da segretario. E buona parte delle
chiamate proveniva dalla Francia e dal Quebec, la belle province:
uguale, anglofobia a go go.
Di conseguenza, a casa sua come nei tempi morti aziendali, Elio cercava
di imparare quanto più francese possibile. “Pour le lancement de
ce produit sur notre marché il faudra une intense campagne pubblicitarie.
Dans ce but pourriez-vous me procurer du matériel de propagande?”
Inarcò un sopracciglio. “E tu puoi procurarmi un appuntamento con Laetitia
Sadier, grand-père? Fiche-moi la paix!”
Drin-drin. Decimo squillo della mattinata. E sono soltanto le dieci
e trentacinque!
“Elio Fuser.”
“Je suis Nicholas Ercoreca. Est-ce je peux parler à monsieur Rama?”
Santa Madonna del Pilone! “Ehm, oh, uhm... Monsieur Rama il n’est
pa en bureau.” “D’accorj’appeleraiplustardtartufonjesuicathrindenevue.”
“Sì, okkey, au revoir.” Le palle di fra Giulio che mi trovi qui
quando richiamerai.
Infatti, pochi minuti dopo il termine della pausa per il pranzo, avendo
saputo dalle stressatarie di direzione che più o meno tutti i quadri
dell’ente sarebbero rimasti in riunione dall’amministratore delegato
fino alle quattro del pomeriggio come minimo, si fece scarabocchiare
un permesso d’uscita anticipata dall’unico ravanello che contando quanto
una caccola di naso non era stato convocato su nella stratosfera dirigenziale
(non senza qualche brontolio da parte del fantozzi) e se la diede a
gambe. Adieu, maricons.
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Stereolab, Sound-Dust, 2001. Da Emperor Tomato Ketchup
è trascorso un mini-album, un’antologia piuttosto corposa di rarità
e un paio d’album ortodossi, e si sente. Quasi ogni brano di Sound-Dust
è strutturato in forma di piéce minimalista, con cambi di
tempo e d’atmosfera. I più esemplificativi di questo ‘nuovo corso’ sono
Spacemoth, Les Bons Bons Des Raisons, Double Rocker,
Captain Easychord; quest’ultima, par exemple, comincia
come una mutazione cocktail-lounge del più prevedibile country e termina
in un loop cibernetico con riecheggiamenti di krautrock. I ‘vecchi’
Stereolab si sentono ancora in Allucinex e The Black Arts.
Per quanto ti sforzi di ascoltarlo ogni volta con attenzione e obiettività,
Sound-Dust non riesce proprio a scaldarti l’anima. Sarà pur squisito
dal punto di vista musicale, ma è frigido da quello emozionale. E i
ripetuti sfoggi di cantillazione della Sadier alla lunga ti fanno venire
la pecola.
Così riponi gli S.Lab nel loro vano, laddove presumibilmente rimarranno
a prendere polvere per un bel po’, ed estrai i Garbage, pur sapendo
che Tim Gane li osteggia a morte. Dopo tutto, de gustibus…
Elio richiuse il notebook spento e lo mise giù ai piedi del letto. Si
rispalmò sul lenzuolo, trasse un profondo respiro e chiuse gli occhi.
Forse ora sarebbe riuscito a dormire. Bisogna dormire prima o poi. Anche
se gli inestinguibili proseliti del luogo comune sono sempre lì a romperti
la minchia con questa cosa trita e ritrita del chi dorme non piglia
pesci.
Ha un look alla Françoise Hardy, due gambe chilometriche e gli occhi
color verde acquamarina. Siete davanti a La cala, il locale più
trendy di St. Jean-de-Luz. Ci sono tre lune in cielo ma ce n’est
rien, anzi quella più grande e gibbosa sta proprio una favola appesa
laggiù sopra l’orizzonte, col suo immenso riflesso ondeggiante sul mare.
“Comment tu t’appelles?” le chiedi con scioltezza.
La sua bella bocca si schiude in un sorriso fantastico. “Laetitia. Laetitia
Aguilera.” Lo pronuncia Aguilerà, alla francese. “Et tu?”
“Elio. Elio Fuser.”
“Enchauté.”
Entrate, bevete, parlate. Cioè, lei parla e tu ascolti. A loro piace
che tu le ascolti. Anche se capisci soltanto cinque parole su dieci.
Nell’estate del 1967 Skip Alan, per allora batterista dei Pretty Things,
decise di svignarsela a Biarritz. Quando ritornò a Londra era con una
giovane e adorante ragazza aquitana a rimorchio, la quale non spiccicava
una parola d’inglese, così come Skip non comprendeva un’acca di francese.
Eppure erano totalmente persi l’uno dell’altra. Così Skip lasciò la
band “per provare a vivere una vita normale” e fu sostituito da Twink.
Morale? Smettila di rimuginare e baciala, pezzo di babbo!
Lo fai. Poi c’è come un flash e ti ritrovi a pomparle dolcemente i fianchi
sulla rena, sotto quelle lune da telefilm di fantascienza.
Ti svegli, non di soprassalto ma con una stilettata di rimpianto. Sta
albeggiando. Qualcosa ti preme sugli slip-boxer. Ti tocchi laggiù e,
sì, ti scappa da ridere: hai un’erezione che neanche il Viagra… |