La causa della sindrome di Down rimase ignota fino al 1959, quando alcuni
ricercatori scoprirono che ognuna delle cellule dell’organismo degli
individui affetti da questa sindrome ha un cromosoma in più, 47 invece
dei normali 46. Poiché nella maggior parte dei casi il cromosoma in
eccesso è il numero ventuno, questa sindrome viene chiamata anche trisomia
21.
All’alba degli anni Settanta, in un’insipida cittadina industriale dell’Ohio
chiamata Akron, due arguti studenti universitari, Gerald Casale e Mark
Mothersbaugh, con l’aiuto dell’amico Bob Lewis, svilupparono l’interessante
teoria della de-evoluzione: l’idea che, invece di evolversi, la specie
umana stia regredendo, com’è evidenziato dalla disfunzionale mentalità
ottusa della società americana. Quest’ultima viene vista alla maniera
di un rigido e ben congegnato strumento di repressione, il quale assicura
che i suoi membri si comportino come dei cloni, marciando attraverso
la vita con la precisione e la meccanicità degli elementi di una linea
di montaggio, senza alcuna tolleranza per il pensiero libero.
L’intero concetto fu trattato come una burla particolarmente elaborata
finché Casale non assistette con raccapriccio allo scempio di giovani
vite operato dall’infame Guardia Nazionale all’Università di Kent –
una delle pagine più fosche della recente storia americana.
Improvvisamente, la stigmatizzazione dell’imbarbarimento americano cessò
di essere un passatempo per studenti annoiati, concretandosi nella prima
incarnazione di un gruppo musicale che, col senno di poi, viene ricordato
come tra i più innovativi degli anni Settanta: i Devo.
Il primo vero successo dei Devo, tuttavia, non fu un disco, bensì il
loro manifesto programmatico in versione cinematografica: The Truth
About De-Evolution, che vinse un premio nel 1976 all’Ann Arbor Film
Festival. Quando il film fu visto da David Bowie e Iggy Pop, entrambi
ne furono talmente impressionati da assicurare al gruppo un contratto
discografico con la Warner Bros!
Registrato sotto gli ottimi auspici del geniale demiurgo new wave Brian
Eno, Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! fu considerato da molti
appassionati come l’equivalente di una chiamata alle armi e divenne
un hit underground; altri, invece, tacciarono i Devo addirittura di
neofascismo.
La cosa certa è che Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! è un album
storico, straordinariamente profetico, considerando l’attuale demenzialità,
la de-evoluzione ormai massificata all’intero pianeta. Non ci sono punti
deboli in un’opera come questa, ogni canzone fa storia a sé. Nondimeno
il vero capolavoro del disco è indiscutibilmente il quinto brano del
lato A, Mongoloid…
“Mongoloide, lui era un mongoloide / più felice di te e me.”
Appunto.
In genere, il quoziente intellettivo di un bambino Down è compreso tra
30 e 80, ma Pier Francesco Fassone aveva mostrato fin da piccolo una
sorprendente capacità d’apprendimento. Sorprendente per chi guardava
con compassione mista a ripugnanza la sua facies mongolica.
Alle scuole medie l’insegnante di sostegno aveva faticato molto meno
del consueto a stargli dietro. Alle superiori, era stata più dura, altresì
per le frequenti prese in giro di cui era fatto oggetto per il suo cognome:
“Ehi, Fassone, sei grasso come un maiale cinese!”
Peccato che il cosiddetto “fassone piemontese” sia una razza bovina
molto pregiata. Pier Francesco replicava sempre a quelle spiritosaggini
con un lieve sorriso. La cosa importante era non dare troppa corda a
quei bellimbusti ignoranti drogati di spezie e polverine varie, reality-show
e telefonino; altrimenti, si correva il rischio di finire un giorno
o l’altro su Youtube, per il tripudio cocainico dei mass media, ormai
attaccatisi come mignatte al fenomeno del bullismo, che non si facevano
alcuno scrupolo a enfatizzare manco fosse qualcosa di nuovo nella storia
dell’umanità.
Ipocriti.
Comunque, Pier Francesco si era diplomato senza eccessivi patemi d’animo.
Dopodiché, grazie a una fondazione per le pari opportunità dei “diversamente
abili” nel mondo del lavoro, aveva svolto un tirocinio presso un punto
vendita di una celebre catena di negozi del settore librario occupandosi
del controllo e della sistemazione dei volumi e del rapporto con la
clientela. Terminato con esito positivo il periodo di apprendistato,
Pier Francesco era stato assunto con contratto di lavoro part-time a
tempo indeterminato presso un altro punto vendita della stessa catena,
con la qualifica di magazziniere.
Vi si trovava bene. Il lavoro era facile da svolgere e i colleghi erano
per la maggior parte giovani sinistrorsi di mentalità aperta. Il tirocinio
l’aveva già avvezzato alle svariate reazioni dei clienti al suo mongolismo:
il sobbalzo, l’inarcata di sopracciglio, la pausa di simpatia imbarazzata,
l’emanazione ultravioletta di sdegno: “Cristiddio, ma li prendono proprio
tutti qui!”
Cercava di moderarsi nel mangiare. Andava da solo a vedere le partite
di calcio, nonostante l’apprensione dei suoi genitori. Davanti a una
pizza prosciutto e funghi, la sua preferita, sorrideva alle battute
mordaci dei colleghi sui capi e sui clienti; qualche volta riusciva
a infilarne pure lui una. Pensava spesso alla chirurgia plastica, ma
ogni volta ne liquidava il pensiero con una spallucciata: neanche il
bisturi più raffinato di Beverly Hills avrebbe potuto dargli la faccia
di Matt Damon, il suo attore preferito. O forse sì, ma ci volevano molti
soldi. Magari un giorno avrebbe scritto a Chi vuol essere milionario.
Se l’avessero accettato in trasmissione e fosse riuscito a passare la
scrematura, avrebbe provato a divenire il primo Down milionario d’Italia.
The Fassone Supremacy.
Il nome della sindrome di Down deriva da John Langdon Down che descrisse
la patologia nel 1862, usando il termine mongoloidismo (poi abbreviato
in mongolismo) per il taglio d’occhi orientaleggiante e le pieghe epicantiche,
caratteristiche somatiche che richiamano quelle delle popolazioni asiatiche
orientali, quali i mongoli.
“Forse noi Down siamo i discendenti delle guerre atomiche combattute
nell’antichità”, fantasticò Pier Francesco dopo aver letto questa voce.
Nei tempi morti del magazzino e a casa, leggeva molta fantascienza.
Asimov, Sterling, Dick, Turtledove. Ma il suo libro preferito era Il
telepatico di John Brunner. Per ragioni fin troppo evidenti.
Il protagonista del romanzo, Gerald Howson, è nato con un handicap permanente,
e per lui si prospetta un futuro di emarginazione dalla società: ma
quando giunge alla maggiore età scopre di possedere straordinari poteri
telepatici. Sotto la guida di altre persone dotate come lui, Howson
impara a servirsi del suo dono per curare la mente delle persone: e
alla fine, dopo aver trovato la stabilità mentale che cercava in un
gruppo di giovani artisti iconoclasti, diverrà un uomo completo.
Il mondo che Brunner tratteggia intorno a Howson sta provando a risollevarsi
da una gravissima crisi internazionale che lo ha portato a un passo
dalla disgregazione. Il giovane storpio presta i propri paranormali
servigi all’ospedale di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia.
Ulaanbaatar, sapeva Pier Francesco, era stata secoli fa un avamposto
buddista con le strade ingombre di carovane provenienti dal Tibet. In
tempi più recenti, la morsa staliniana l’aveva mutata in una città grigia
e ostile; i buddisti perseguitati, il mito di Gengis Khan ridotto a
un culto segreto cui solo riferirvisi per scherzo era un reato. Ora
anch’essa, come il mondo di Howson, tentava di ridarsi un’identità.
Pure, la strada percorsa era quella canonica dei paesi in via di sviluppo:
occidentalizzazione a rullo compressore.
Perché, nel momento in cui Rudi aveva fatto la sua scelta, lui, Gerald
Howson, era diventato un uomo completo. La prima volta, Pier Francesco
aveva letto e riletto questa frase fino a sfinirsi gli occhi.
La sfuggì ora, richiudendo il libro con un gesto secco e poggiandolo
sul comodino. Pigiò il pulsante dell’abat-jour e intrecciò le mani dietro
la testa sul cuscino. Nell’oscurità calda e protettrice della sua stanza,
rifletté: “Anch’io ho degli amici ribelli. Ma non ho poteri telepatici.
E forse non li avrò mai.”
Trasse un profondo respiro di stanchezza. Chiuse gli occhi. “Forse non
diverrò mai un uomo completo.” Fu il suo ultimo, triste pensiero prima
di piombare in un sonno profondo.
Come ogni altra stella, il Sole è qualcosa di ben più complesso di una
semplice sfera uniforme di gas straordinariamente caldo.
La sua sorgente di energia, di luce e di calore è costituita dalle reazioni
di fusione nucleare, e in maniera particolare da quella che determina
la conversione di idrogeno in elio. L’energia irradiata dalla superficie
del Sole raggiunge la Terra dopo circa otto minuti di viaggio attraverso
lo spazio: pure, il suo rilascio non avviene in modo uniforme.
Già nel 600 A.C., senza l’ausilio dei telescopi, gli osservatori cinesi
notarono il fenomeno delle macchie solari. Le “macchie” sono in realtà
regioni dove le possenti linee di forza del campo magnetico solare interno
attraversano la fotosfera – lo strato visibile che emette luce – formando
all’esterno degli anelli di campo magnetico locale particolarmente intenso.
Esse appaiono e scompaiono seguendo un ciclo undecennale.
Nel corso dei secoli gli uomini hanno attribuito alla comparsa delle
macchie solari i fenomeni più disparati, dalla difficoltà nelle trasmissioni
radio allo scoppio delle rivoluzioni. Secondo l’opinione degli scienziati
più autorevoli, le perturbazioni magnetiche dovute ai brillamenti associati
alle macchie possono in qualche modo influenzare gli strati superiori
della nostra atmosfera e, di conseguenza, il clima. Cioé, le macchie
solari non istigherebbero direttamente la gente a scannarsi per un parcheggio
o una cafonata automobilistica, né nocerebbero alla vitalità dei delfini
tursiopi o al ciclo riproduttivo del paguro bernardo. Nondimeno, il
condizionale è d’obbligo… soprattutto allorché si parla di fenomeni
legati al magnetismo.
Mentre Pier Francesco Fassone dormiva un sonno senza sogni, a quasi
centocinquanta milioni di chilometri dalla sua stanza, sulla superficie
del Sole, una coppia di macchie dai parametri decisamente anomali comparve
a +35 gradi di latitudine: ebbe così inizio un nuovo, memorabile ciclo.
Di buon mattino, Pier Francesco usciva per fare una lunga passeggiata
intorno all’isolato dove abitava. Lo faceva sempre prima di andare al
lavoro. Incedendo nella luce dorata del primo sole primaverile, ascoltava
i rumori del traffico, i latrati dei cani trascinati al guinzaglio,
le casalinghe che sfogavano le proprie frustrazioni sui tappeti coi
battipanni.
E pensava. Pensava ancora a Gengis Khan, il più grande dei cavalieri
che, per uno scherzo beffardo del destino, pareva fosse morto cadendo
da cavallo. S’immaginava cavalcare per le immense praterie dove l’occhio
si perde, verdi d’estate e bianche d’inverno, percorse da branchi di
gazzelle, cammelli e cavalli selvatici. Gli pareva addirittura di sentire
i muscoli guizzanti del destriero sotto di sé. Egli era il Sovrano
Universale. Eccomi alle porte della Città della Tigre, accolto come
un trionfatore…
Qualcuno gli appoggiò una mano sulla spalla. “Ciao, Pier Francesco.”
Il magazziniere riconobbe subito quella voce: era Cristina, una ragazza
Down di diciannove anni che viveva nel palazzo dirimpetto al suo, non
molto dotata mentalmente. Voltandosi a salutarla, si aspettava di vederla
mano nella mano con sua madre, una donna segaligna con perenni cerchi
verdi di spossatezza intorno agli occhi.
Rimase di stucco: Cristina era sola.
Che diamine! “Ciao… Cristina”, mormorò Pier Francesco, gettando poi
una fugace occhiata oltre le spalle grosse e spioventi della ragazza.
Lei crollò il capo. “No, mamma non c’è. Dopo tutto, lei pensa che io
stia con lei. In effetti, è così: almeno in senso corporeo. Bella spiegazione
del cazzo, vero?” Ridacchiò, mostrando i denti giallastri.
Pier Francesco non si capacitava. “Tu… porca miseria, non hai mai parlato
così bene!”
“E neanche ragionato così bene, e detto parolacce” disse Cristina, facendogli
l’occhiolino. “Eh sì, ero piuttosto refrattaria alle stimolazioni educative
ed ambientali. Una mongoloide che più mongoloide non si può, figlia
della traslocazione cromosomica, condannata alla catena perpetua del
compatimento. Almeno fino alla notte scorsa.”
“Cos’è successo?” Cristina distolse lo sguardo. “Chissà. Potrebbe riguardare
anche te.”
“Me?”
“Ci vediamo nella steppa, re dei mongoli” Cristina sorrise ancora. E
scomparve nel nulla.
Pier Francesco visse le ore seguenti quello strambo incontro separato
da se stesso. Si osservava mentre spacchettava confezioni di libri e
consultava il computer del magazzino, come stesse vivendo un’esperienza
di pre-morte. Poiché faceva tutto bene come sempre, nessuno si accorse
del suo turbamento: per una volta, fu grato alla limitata duttilità
espressiva della sua facies mongolica. Nonché allo scazzo da
precariato dei suoi stropicciati colleghi di lavoro.
Cristina era scomparsa come un effetto speciale d’antan. Oppure Pier
Francesco se l’era immaginato? Non era cosa rara per lui sognare a occhi
aperti, ma il tocco della sua mano, la sua voce, lei stessa, quelle
frasi così insolite per lei, che appena sapeva pronunciare il proprio
nome… tutto reale, cavolo!
“Possono i mongoloidi perdere la ragione?” si chiese, davanti a un panino
alla frittata di spinaci che non aveva alcuna voglia di mangiare. “Noi
siamo affettuosi, allegri, amichevoli, a volte abbastanza intelligenti,
come me, più spesso minorati mentali, come Cristina. Almeno fino alla
notte scorsa. Ma pazzi?”
Pier Francesco uscì dal negozio con le mani ficcate nelle tasche nel
giubbotto di jeans, lo sguardo fisso dinanzi a sé, l’andatura pesante.
Scese le scale normali anziché usare quelle mobili – le soffriva – e
passò attraverso le porte scorrevoli del centro commerciale. Guardò
in alto. La sera si stendeva sulla città, fresca e tersa. Trasse un
profondo respiro e s’incamminò lungo uno dei viali del labirintico parcheggio.
Il magazziniere era a metà strada tra l’ipermercato e la fermata dei
tre autobus che lo servivano, quando la perturbazione magnetica generata
dalle nuove macchie solari fece scattare un interruttore biochimico
sepolto nel profondo del suo cervello.
Pier Francesco percepì un formicolio diffuso dalla testa ai piedi. Poi
perse la nozione della realtà.
Odore d’aria pura, incontaminata. Una sensazione di gravezza e nello
stesso tempo di protezione, come se indossasse un’armatura.
Aprì gli occhi. Blu sopra di lui, verde davanti, tutt’intorno. “Steppa”,
fu la parola che gli lampeggiò in testa. Abbassò lo sguardo al suo corpo,
si toccò dappertutto con frenesia. Effettivamente, indossava un’armatura
di ferro e cuoio. Portò la mano sull’elsa di una spada: “Ehi, sono
armato! Accidenti, quando vorrei vedermi allo specchio!” E poi:
“Ma dove sono? Che cosa mi sta succedendo?”
Spalancò la bocca e respirò a fondo. “Non devo farmi prendere dal panico.
Sei stato calmo per tutta la vita, no? E allora continua a esserlo!”
Quando fu più tranquillo, decise di riprendere a muoversi nella stessa
direzione ipotetica della fermata d’autobus. Magari si sarebbe riavuto
da quell’incubo da sveglio sotto la pensilina, vicino a qualche ragazzino
coi capelli a cresta d’iguana troppo concentrato a mandare messaggini
col proprio cellulare per fare caso alle sue fattezze Down.
Non fece più di due metri. Un ruggito gli raggelò il sangue nelle vene.
Si volse di scatto. Vide un grosso felino dagli occhi verdi e dal pelo
a strisce nere e arancioni, pronto a saltargli addosso, gli artigli
sfoderati ed enormi.
“Una tigre!” mormorò. “Proprio come nel libro di Brunner.”
Il suo sangue fu scongelato da una fiumana d’ormoni. Fuga o lotta? E
come diavolo sarebbe potuto scappare da lì, chiamando l’aquila-soccorso?
Lotta, dunque: sguainò la spada, larga e scintillante, e digrignò i
denti.
La tigre si ritrasse, ringhiò, si mosse a sinistra. Pier Francesco la
seguì con lo sguardo e con la spada. Fissò i suoi occhi nei suoi. Vai
via, brutta bastarda pelosa. Lasciami proseguire per la mia strada.
Sciò!
L’animale si bloccò. Gli mostrò un’altra volta le zanne.
Vai via! Smamma! Non costringermi a ucciderti!
Passò qualche secondo. E accadde l’incredibile. Come avendo captato
le sue intimazioni, la tigre emise un miagolio, indietreggiò per un
breve tratto senza smettere di guardarlo e infine gli volse le spalle
e trotterellò via. Pier Francesco seguì con lo sguardo la bestia che
si allontanava.
Soltanto dopo che fu scomparsa alla vista, si permise di allentare la
stretta sull’elsa della spada, poggiandone la punta a terra.
E di esultare: “Perbacco, l’ho fatta andar via! L’ho fatta scappare
con la forza del pensiero!”
Poi sentì di nuovo quel formicolio…
Questa volta però non perse i sensi. Per un lunghissimo istante gli
sembrò di essere trascinato sulla steppa alla velocità della luce da
una forza invisibile. Gli si mozzò il fiato in gola.
Quella pazzesca accelerazione s’interruppe davanti a una costruzione.
“Fatemi ancora una di questi scherzi e mi verrà un infarto” mormorò
Pier Francesco, rivolto ai suoi ignoti sequestratori. “Ma sì, presto
o tardi dovrà capitare…In fin dei conti, non è ciò che mi riserva il
destino per essere nato Down?”
Disseccò quell’inopportuno rivolo d’autocommiserazione e fissò lo sguardo
su ciò che aveva di fronte: una tenda circolare di feltro grigiastro,
chiusa da una porta di legno i cui pannelli erano ornati di complicate
decalcomanie.
Ebbe un lampo. “Questa è una gher, l’abitazione tradizionale
del popolo mongolo. La porta è sempre rivolta a sud. Dunque… sono davvero
in Mongolia. Forse.”
Infondendosi coraggio, s’avvicinò, strinse nel pugno tozzo il pomello
della porta e l’aprì; varcandone guardingo la soglia, calpestò un gradino
di cui non si era accorto.
“Sei un uomo fortunato, Pier Francesco”, disse una voce maschile dall’interno
della tenda. “Vieni avanti, su. Non avere timore.”
Pier Francesco richiuse adagio la porta dietro di sé. Batté le ciglia.
Lì dentro era tutto bianco; come il programma d’addestramento di Matrix,
un film che gli era piaciuto molto. Keanu Reeves era un grande: ma non
come Matt Damon.
Le sorprese non erano finite. Secondo la tradizione, sul pavimento della
gher vengono stesi tanti tappeti di feltro e un tappeto rosso
per gli ospiti; quest’ultimo era lì davanti a lui, vuoto, in straniante
contrasto col biancore sottostante.
Gli altri tappeti… non erano solo tanti: erano centinaia,
disposti in un ventaglio che si estendeva a perdita d’occhio. Su ciascuno
di essi, per ulteriore meraviglia di Pier Francesco, era seduto con
le gambe intrecciate un individuo dai tratti somatici inequivocabilmente
Down.
“Accomodati.” Chi parlava era un tipo completamente pelato, piuttosto
corpulento, sorridente sul suo tappeto cenerino steso sul punto da cui
si dipartivano le stecche di quel surreale ventaglio umano.
Il magazziniere accettò l’invito, stentando alquanto a intrecciare le
gambe massicce. Scrutò con certa ansia dapprima il volto orientaleggiante
dell’uomo che sembrava il perno dell’adunata, dopo il suo stravagante
abbigliamento: una tuta di plastica gialla con una cintura nera stretta
in vita e anfibi militari. Tutti gli altri erano vestiti nello stesso
modo. Un esercito antiradiazioni.
D’un tratto Il Perno gli chiese: “Hai mai letto Anni senza fine?”
Pier Francesco scosse la testa.
Dunque Il Perno spiegò con voce netta e pregnante: “Clifford Simak fu
un grandissimo scrittore americano. Nacque nel 1904 in una fattoria
del Wisconsin e trascorse lì i primi anni della sua vita. Gli inizi
della sua carriera furono tutt’altro che straordinari; aveva esordito
nel 1931 sulla rivista Wonder Stories come autore di super-scienza,
così la chiamavano allora, ma nel 1935 aveva già smesso di scrivere.
Poi un tale John W. Campbell lo ripescò e su Astounding Simak
ricominciò a pubblicare, evolvendo mirabilmente il proprio stile su
concetti quali l’avversione per tecnologia esasperata e il materialismo
della civiltà moderna, la semplicità della vita rurale, l’opposizione
all’arrivismo a ogni costo e all’ambizione sfrenata e, soprattutto,
la comprensione reciproca fra razze diverse. Dal 1944 al 1952, Clifford
Simak scrisse e pubblicò ciò che è unanimemente considerato il suo capolavoro:
il Ciclo di City. È la storia della fine della civiltà umana come la
conosciamo, e dell’evoluzione dei cani in creature dotate di parola
e raziocinio, che arriveranno a figurare l’Uomo come un personaggio
mitologico.”
“Affascinante” commentò Pier Francesco.
“Nondimeno, anche i Cani saranno costretti a trasmigrare in un mondo
parallelo” proseguì Il Perno. “Dalle formiche. Una forma di vita che
era esistita fin dalla preistoria. Anch’esse avevano spiccato un salto
evolutivo. Eccole lì, a formicolare su tutto il pianeta.” Sorrise.
Pier Francesco lo imitò. “Una volta ho letto che i maschi e le regine
compiono un volo nuziale prima di accoppiarsi. Poi i maschi muoiono
e le femmine formano un nuovo nido deponendo migliaia di uova.” Rimase
zitto per qualche attimo, poi si tolse il peso che gli gravava sul petto:
“Che ci faccio qui? Cos’è tutto questo?”
“Tutto questo, tutto questo, tutto questo.” Innumerevoli voci
diverse ripeterono accavallandosi quella frase nella sua testa per alcuni
secondi. Eppure nessuno, almeno tra quelli che erano più prossimi a
lui, aveva mosso le labbra!
Similmente, Il Perno disse nella sua mente: “Come avrai capito, non
abbiamo più necessità delle corde vocali per comunicare tra noi.”
Una pausa. L’equivalente mentale di un respiro profondo. “Fino a ieri
notte, Pier Francesco, io ero un povero cinquantenne Down cardiopatico
con non più di un anno di vita davanti. Un giorno non mi sarei svegliato,
e, come dicono gli spagnoli, aquí paz y después gloria. Com’è
che adesso, invece, sto benissimo, parlo trentacinque lingue e sono
telepatico? Che cosa mi è successo? Cos’è successo a tutti noi?
A te?”
“C’è stato donato qualcosa, Pier Francesco, Ancora devo appurare da
chi e perché, ma non siamo più i patetici orsacchiotti di prima. Possiamo
fare cose strabilianti. Mutatis mutandis; non so quanto questa
espressione in latino sia appropriata al mio discorso, ma mi piace pronunciarla,
ne sento il sapore sulla lingua, sinesteticamente.”
“Io che poteri ho?” chiese d’impulso Pier Francesco.
“Straordinari, seppure ancora da affinare. Puoi rivivere le esperienze
di persone vissute nel passato, come se curvando lo spazio-tempo potessi
sovrapporti a loro. Poco fa hai vissuto la tua prima traslazione: il
giovane Gengis Khan e la tigre. Noi abbiamo potuto vederla.”
“Poi mi hai… mi avete portato qua dentro.”
“Non è esatto. Ognuno di noi è stato attratto in questa gher
in seguito alla scoperta del proprio potere. In realtà, essa non esiste
nel mondo reale: neppure nello spazio cibernetico. È la nostra
tenda nella nostra Mongolia, semplicemente.”
Pier Francesco intuì finalmente. “Dunque io sono qui soltanto col mio
pensiero.”
Il Perno annuì. “Sì. I nostri corpi sono ancora là dove li abbiamo lasciati.
Non temere, ci serviranno ancora. Eccome se ci serviranno.”
“Siamo tutti i Down di questa terra. Tutti riuniti sotto questa tenda
virtuale.” Pier Francesco era al colmo dell’incanto.
“E tutti mutanti.” Mutanti, mutanti, mutanti. “Io non so, non
sappiamo ancora che faremo, né cosa diventeremo. Forse un giorno erediteremo
il mondo, come i Cani di Simak. Però io non sono degno di prendere alcuna
decisione. Tu sì.”
“Io?”
Il Perno sciolse l’intreccio delle gambe e si alzò in piedi, seguito
da tutti i Down del mondo. “Sì, tu, Pier Francesco. Il nostro condottiero.”
Poi il ventaglio urlò: “Mongoloid, we are mongoloid!” Una, due,
dieci volte, sempre più forte, mostrando i pugni.
Pier Francesco chiuse gli occhi. Non poteva far altro che accettare,
naturalmente, ma… no, non era necessario né importante pronunciare parole
di ringraziamento. Perché, nel momento in cui Il Perno aveva detto quella
parola, “condottiero”, lui, Pier Francesco Fassone, era diventato un
uomo completo.
Mongoloid, we are mongoloid!!! C’era una ragazza in prima fila
particolarmente infervorata. Pier Francesco la guardò con ammirazione:
lei replicò con un sorriso smagliante. Somigliava molto a Cristina.
In effetti, era proprio lei. La donna invisibile.
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