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MONGOLOID
 
Si comincia a sospettare che il sole non sia quella lanterna affidabile e sicura che in passato si dava per scontata: immaginiamo che gli venga un piccolo singhiozzo, niente d’importante o di notevole dal punto di vista cosmico, ma sufficiente a produrre certi cambiamenti sulla Terra e a rovesciare il complesso sistema sociale dell’uomo. Isaac Asimov, Catastrofi!
 
La causa della sindrome di Down rimase ignota fino al 1959, quando alcuni ricercatori scoprirono che ognuna delle cellule dell’organismo degli individui affetti da questa sindrome ha un cromosoma in più, 47 invece dei normali 46. Poiché nella maggior parte dei casi il cromosoma in eccesso è il numero ventuno, questa sindrome viene chiamata anche trisomia 21.
All’alba degli anni Settanta, in un’insipida cittadina industriale dell’Ohio chiamata Akron, due arguti studenti universitari, Gerald Casale e Mark Mothersbaugh, con l’aiuto dell’amico Bob Lewis, svilupparono l’interessante teoria della de-evoluzione: l’idea che, invece di evolversi, la specie umana stia regredendo, com’è evidenziato dalla disfunzionale mentalità ottusa della società americana. Quest’ultima viene vista alla maniera di un rigido e ben congegnato strumento di repressione, il quale assicura che i suoi membri si comportino come dei cloni, marciando attraverso la vita con la precisione e la meccanicità degli elementi di una linea di montaggio, senza alcuna tolleranza per il pensiero libero.
L’intero concetto fu trattato come una burla particolarmente elaborata finché Casale non assistette con raccapriccio allo scempio di giovani vite operato dall’infame Guardia Nazionale all’Università di Kent – una delle pagine più fosche della recente storia americana.
Improvvisamente, la stigmatizzazione dell’imbarbarimento americano cessò di essere un passatempo per studenti annoiati, concretandosi nella prima incarnazione di un gruppo musicale che, col senno di poi, viene ricordato come tra i più innovativi degli anni Settanta: i Devo.
Il primo vero successo dei Devo, tuttavia, non fu un disco, bensì il loro manifesto programmatico in versione cinematografica: The Truth About De-Evolution, che vinse un premio nel 1976 all’Ann Arbor Film Festival. Quando il film fu visto da David Bowie e Iggy Pop, entrambi ne furono talmente impressionati da assicurare al gruppo un contratto discografico con la Warner Bros!
Registrato sotto gli ottimi auspici del geniale demiurgo new wave Brian Eno, Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! fu considerato da molti appassionati come l’equivalente di una chiamata alle armi e divenne un hit underground; altri, invece, tacciarono i Devo addirittura di neofascismo.
La cosa certa è che Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! è un album storico, straordinariamente profetico, considerando l’attuale demenzialità, la de-evoluzione ormai massificata all’intero pianeta. Non ci sono punti deboli in un’opera come questa, ogni canzone fa storia a sé. Nondimeno il vero capolavoro del disco è indiscutibilmente il quinto brano del lato A, Mongoloid…
“Mongoloide, lui era un mongoloide / più felice di te e me.”
Appunto.

In genere, il quoziente intellettivo di un bambino Down è compreso tra 30 e 80, ma Pier Francesco Fassone aveva mostrato fin da piccolo una sorprendente capacità d’apprendimento. Sorprendente per chi guardava con compassione mista a ripugnanza la sua facies mongolica.
Alle scuole medie l’insegnante di sostegno aveva faticato molto meno del consueto a stargli dietro. Alle superiori, era stata più dura, altresì per le frequenti prese in giro di cui era fatto oggetto per il suo cognome: “Ehi, Fassone, sei grasso come un maiale cinese!”
Peccato che il cosiddetto “fassone piemontese” sia una razza bovina molto pregiata. Pier Francesco replicava sempre a quelle spiritosaggini con un lieve sorriso. La cosa importante era non dare troppa corda a quei bellimbusti ignoranti drogati di spezie e polverine varie, reality-show e telefonino; altrimenti, si correva il rischio di finire un giorno o l’altro su Youtube, per il tripudio cocainico dei mass media, ormai attaccatisi come mignatte al fenomeno del bullismo, che non si facevano alcuno scrupolo a enfatizzare manco fosse qualcosa di nuovo nella storia dell’umanità.
Ipocriti.
Comunque, Pier Francesco si era diplomato senza eccessivi patemi d’animo. Dopodiché, grazie a una fondazione per le pari opportunità dei “diversamente abili” nel mondo del lavoro, aveva svolto un tirocinio presso un punto vendita di una celebre catena di negozi del settore librario occupandosi del controllo e della sistemazione dei volumi e del rapporto con la clientela. Terminato con esito positivo il periodo di apprendistato, Pier Francesco era stato assunto con contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato presso un altro punto vendita della stessa catena, con la qualifica di magazziniere.
Vi si trovava bene. Il lavoro era facile da svolgere e i colleghi erano per la maggior parte giovani sinistrorsi di mentalità aperta. Il tirocinio l’aveva già avvezzato alle svariate reazioni dei clienti al suo mongolismo: il sobbalzo, l’inarcata di sopracciglio, la pausa di simpatia imbarazzata, l’emanazione ultravioletta di sdegno: “Cristiddio, ma li prendono proprio tutti qui!”
Cercava di moderarsi nel mangiare. Andava da solo a vedere le partite di calcio, nonostante l’apprensione dei suoi genitori. Davanti a una pizza prosciutto e funghi, la sua preferita, sorrideva alle battute mordaci dei colleghi sui capi e sui clienti; qualche volta riusciva a infilarne pure lui una. Pensava spesso alla chirurgia plastica, ma ogni volta ne liquidava il pensiero con una spallucciata: neanche il bisturi più raffinato di Beverly Hills avrebbe potuto dargli la faccia di Matt Damon, il suo attore preferito. O forse sì, ma ci volevano molti soldi. Magari un giorno avrebbe scritto a Chi vuol essere milionario. Se l’avessero accettato in trasmissione e fosse riuscito a passare la scrematura, avrebbe provato a divenire il primo Down milionario d’Italia. The Fassone Supremacy.

Il nome della sindrome di Down deriva da John Langdon Down che descrisse la patologia nel 1862, usando il termine mongoloidismo (poi abbreviato in mongolismo) per il taglio d’occhi orientaleggiante e le pieghe epicantiche, caratteristiche somatiche che richiamano quelle delle popolazioni asiatiche orientali, quali i mongoli.
“Forse noi Down siamo i discendenti delle guerre atomiche combattute nell’antichità”, fantasticò Pier Francesco dopo aver letto questa voce. Nei tempi morti del magazzino e a casa, leggeva molta fantascienza. Asimov, Sterling, Dick, Turtledove. Ma il suo libro preferito era Il telepatico di John Brunner. Per ragioni fin troppo evidenti.
Il protagonista del romanzo, Gerald Howson, è nato con un handicap permanente, e per lui si prospetta un futuro di emarginazione dalla società: ma quando giunge alla maggiore età scopre di possedere straordinari poteri telepatici. Sotto la guida di altre persone dotate come lui, Howson impara a servirsi del suo dono per curare la mente delle persone: e alla fine, dopo aver trovato la stabilità mentale che cercava in un gruppo di giovani artisti iconoclasti, diverrà un uomo completo.
Il mondo che Brunner tratteggia intorno a Howson sta provando a risollevarsi da una gravissima crisi internazionale che lo ha portato a un passo dalla disgregazione. Il giovane storpio presta i propri paranormali servigi all’ospedale di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia.
Ulaanbaatar, sapeva Pier Francesco, era stata secoli fa un avamposto buddista con le strade ingombre di carovane provenienti dal Tibet. In tempi più recenti, la morsa staliniana l’aveva mutata in una città grigia e ostile; i buddisti perseguitati, il mito di Gengis Khan ridotto a un culto segreto cui solo riferirvisi per scherzo era un reato. Ora anch’essa, come il mondo di Howson, tentava di ridarsi un’identità. Pure, la strada percorsa era quella canonica dei paesi in via di sviluppo: occidentalizzazione a rullo compressore.
Perché, nel momento in cui Rudi aveva fatto la sua scelta, lui, Gerald Howson, era diventato un uomo completo. La prima volta, Pier Francesco aveva letto e riletto questa frase fino a sfinirsi gli occhi.
La sfuggì ora, richiudendo il libro con un gesto secco e poggiandolo sul comodino. Pigiò il pulsante dell’abat-jour e intrecciò le mani dietro la testa sul cuscino. Nell’oscurità calda e protettrice della sua stanza, rifletté: “Anch’io ho degli amici ribelli. Ma non ho poteri telepatici. E forse non li avrò mai.”
Trasse un profondo respiro di stanchezza. Chiuse gli occhi. “Forse non diverrò mai un uomo completo.” Fu il suo ultimo, triste pensiero prima di piombare in un sonno profondo.

Come ogni altra stella, il Sole è qualcosa di ben più complesso di una semplice sfera uniforme di gas straordinariamente caldo.
La sua sorgente di energia, di luce e di calore è costituita dalle reazioni di fusione nucleare, e in maniera particolare da quella che determina la conversione di idrogeno in elio. L’energia irradiata dalla superficie del Sole raggiunge la Terra dopo circa otto minuti di viaggio attraverso lo spazio: pure, il suo rilascio non avviene in modo uniforme.
Già nel 600 A.C., senza l’ausilio dei telescopi, gli osservatori cinesi notarono il fenomeno delle macchie solari. Le “macchie” sono in realtà regioni dove le possenti linee di forza del campo magnetico solare interno attraversano la fotosfera – lo strato visibile che emette luce – formando all’esterno degli anelli di campo magnetico locale particolarmente intenso. Esse appaiono e scompaiono seguendo un ciclo undecennale.
Nel corso dei secoli gli uomini hanno attribuito alla comparsa delle macchie solari i fenomeni più disparati, dalla difficoltà nelle trasmissioni radio allo scoppio delle rivoluzioni. Secondo l’opinione degli scienziati più autorevoli, le perturbazioni magnetiche dovute ai brillamenti associati alle macchie possono in qualche modo influenzare gli strati superiori della nostra atmosfera e, di conseguenza, il clima. Cioé, le macchie solari non istigherebbero direttamente la gente a scannarsi per un parcheggio o una cafonata automobilistica, né nocerebbero alla vitalità dei delfini tursiopi o al ciclo riproduttivo del paguro bernardo. Nondimeno, il condizionale è d’obbligo… soprattutto allorché si parla di fenomeni legati al magnetismo.
Mentre Pier Francesco Fassone dormiva un sonno senza sogni, a quasi centocinquanta milioni di chilometri dalla sua stanza, sulla superficie del Sole, una coppia di macchie dai parametri decisamente anomali comparve a +35 gradi di latitudine: ebbe così inizio un nuovo, memorabile ciclo.

Di buon mattino, Pier Francesco usciva per fare una lunga passeggiata intorno all’isolato dove abitava. Lo faceva sempre prima di andare al lavoro. Incedendo nella luce dorata del primo sole primaverile, ascoltava i rumori del traffico, i latrati dei cani trascinati al guinzaglio, le casalinghe che sfogavano le proprie frustrazioni sui tappeti coi battipanni.
E pensava. Pensava ancora a Gengis Khan, il più grande dei cavalieri che, per uno scherzo beffardo del destino, pareva fosse morto cadendo da cavallo. S’immaginava cavalcare per le immense praterie dove l’occhio si perde, verdi d’estate e bianche d’inverno, percorse da branchi di gazzelle, cammelli e cavalli selvatici. Gli pareva addirittura di sentire i muscoli guizzanti del destriero sotto di sé. Egli era il Sovrano Universale. Eccomi alle porte della Città della Tigre, accolto come un trionfatore…
Qualcuno gli appoggiò una mano sulla spalla. “Ciao, Pier Francesco.”
Il magazziniere riconobbe subito quella voce: era Cristina, una ragazza Down di diciannove anni che viveva nel palazzo dirimpetto al suo, non molto dotata mentalmente. Voltandosi a salutarla, si aspettava di vederla mano nella mano con sua madre, una donna segaligna con perenni cerchi verdi di spossatezza intorno agli occhi.
Rimase di stucco: Cristina era sola.
Che diamine! “Ciao… Cristina”, mormorò Pier Francesco, gettando poi una fugace occhiata oltre le spalle grosse e spioventi della ragazza.
Lei crollò il capo. “No, mamma non c’è. Dopo tutto, lei pensa che io stia con lei. In effetti, è così: almeno in senso corporeo. Bella spiegazione del cazzo, vero?” Ridacchiò, mostrando i denti giallastri.
Pier Francesco non si capacitava. “Tu… porca miseria, non hai mai parlato così bene!”
“E neanche ragionato così bene, e detto parolacce” disse Cristina, facendogli l’occhiolino. “Eh sì, ero piuttosto refrattaria alle stimolazioni educative ed ambientali. Una mongoloide che più mongoloide non si può, figlia della traslocazione cromosomica, condannata alla catena perpetua del compatimento. Almeno fino alla notte scorsa.”
“Cos’è successo?” Cristina distolse lo sguardo. “Chissà. Potrebbe riguardare anche te.”
“Me?”
“Ci vediamo nella steppa, re dei mongoli” Cristina sorrise ancora. E scomparve nel nulla.

Pier Francesco visse le ore seguenti quello strambo incontro separato da se stesso. Si osservava mentre spacchettava confezioni di libri e consultava il computer del magazzino, come stesse vivendo un’esperienza di pre-morte. Poiché faceva tutto bene come sempre, nessuno si accorse del suo turbamento: per una volta, fu grato alla limitata duttilità espressiva della sua facies mongolica. Nonché allo scazzo da precariato dei suoi stropicciati colleghi di lavoro.
Cristina era scomparsa come un effetto speciale d’antan. Oppure Pier Francesco se l’era immaginato? Non era cosa rara per lui sognare a occhi aperti, ma il tocco della sua mano, la sua voce, lei stessa, quelle frasi così insolite per lei, che appena sapeva pronunciare il proprio nome… tutto reale, cavolo!
“Possono i mongoloidi perdere la ragione?” si chiese, davanti a un panino alla frittata di spinaci che non aveva alcuna voglia di mangiare. “Noi siamo affettuosi, allegri, amichevoli, a volte abbastanza intelligenti, come me, più spesso minorati mentali, come Cristina. Almeno fino alla notte scorsa. Ma pazzi?”
Pier Francesco uscì dal negozio con le mani ficcate nelle tasche nel giubbotto di jeans, lo sguardo fisso dinanzi a sé, l’andatura pesante. Scese le scale normali anziché usare quelle mobili – le soffriva – e passò attraverso le porte scorrevoli del centro commerciale. Guardò in alto. La sera si stendeva sulla città, fresca e tersa. Trasse un profondo respiro e s’incamminò lungo uno dei viali del labirintico parcheggio.
Il magazziniere era a metà strada tra l’ipermercato e la fermata dei tre autobus che lo servivano, quando la perturbazione magnetica generata dalle nuove macchie solari fece scattare un interruttore biochimico sepolto nel profondo del suo cervello.
Pier Francesco percepì un formicolio diffuso dalla testa ai piedi. Poi perse la nozione della realtà.

Odore d’aria pura, incontaminata. Una sensazione di gravezza e nello stesso tempo di protezione, come se indossasse un’armatura.
Aprì gli occhi. Blu sopra di lui, verde davanti, tutt’intorno. “Steppa”, fu la parola che gli lampeggiò in testa. Abbassò lo sguardo al suo corpo, si toccò dappertutto con frenesia. Effettivamente, indossava un’armatura di ferro e cuoio. Portò la mano sull’elsa di una spada: “Ehi, sono armato! Accidenti, quando vorrei vedermi allo specchio!” E poi: “Ma dove sono? Che cosa mi sta succedendo?
Spalancò la bocca e respirò a fondo. “Non devo farmi prendere dal panico. Sei stato calmo per tutta la vita, no? E allora continua a esserlo!”
Quando fu più tranquillo, decise di riprendere a muoversi nella stessa direzione ipotetica della fermata d’autobus. Magari si sarebbe riavuto da quell’incubo da sveglio sotto la pensilina, vicino a qualche ragazzino coi capelli a cresta d’iguana troppo concentrato a mandare messaggini col proprio cellulare per fare caso alle sue fattezze Down.
Non fece più di due metri. Un ruggito gli raggelò il sangue nelle vene. Si volse di scatto. Vide un grosso felino dagli occhi verdi e dal pelo a strisce nere e arancioni, pronto a saltargli addosso, gli artigli sfoderati ed enormi.
“Una tigre!” mormorò. “Proprio come nel libro di Brunner.”
Il suo sangue fu scongelato da una fiumana d’ormoni. Fuga o lotta? E come diavolo sarebbe potuto scappare da lì, chiamando l’aquila-soccorso? Lotta, dunque: sguainò la spada, larga e scintillante, e digrignò i denti.
La tigre si ritrasse, ringhiò, si mosse a sinistra. Pier Francesco la seguì con lo sguardo e con la spada. Fissò i suoi occhi nei suoi. Vai via, brutta bastarda pelosa. Lasciami proseguire per la mia strada. Sciò!
L’animale si bloccò. Gli mostrò un’altra volta le zanne.
Vai via! Smamma! Non costringermi a ucciderti!
Passò qualche secondo. E accadde l’incredibile. Come avendo captato le sue intimazioni, la tigre emise un miagolio, indietreggiò per un breve tratto senza smettere di guardarlo e infine gli volse le spalle e trotterellò via. Pier Francesco seguì con lo sguardo la bestia che si allontanava.
Soltanto dopo che fu scomparsa alla vista, si permise di allentare la stretta sull’elsa della spada, poggiandone la punta a terra.
E di esultare: “Perbacco, l’ho fatta andar via! L’ho fatta scappare con la forza del pensiero!”
Poi sentì di nuovo quel formicolio…

Questa volta però non perse i sensi. Per un lunghissimo istante gli sembrò di essere trascinato sulla steppa alla velocità della luce da una forza invisibile. Gli si mozzò il fiato in gola.
Quella pazzesca accelerazione s’interruppe davanti a una costruzione.
“Fatemi ancora una di questi scherzi e mi verrà un infarto” mormorò Pier Francesco, rivolto ai suoi ignoti sequestratori. “Ma sì, presto o tardi dovrà capitare…In fin dei conti, non è ciò che mi riserva il destino per essere nato Down?”
Disseccò quell’inopportuno rivolo d’autocommiserazione e fissò lo sguardo su ciò che aveva di fronte: una tenda circolare di feltro grigiastro, chiusa da una porta di legno i cui pannelli erano ornati di complicate decalcomanie.
Ebbe un lampo. “Questa è una gher, l’abitazione tradizionale del popolo mongolo. La porta è sempre rivolta a sud. Dunque… sono davvero in Mongolia. Forse.”
Infondendosi coraggio, s’avvicinò, strinse nel pugno tozzo il pomello della porta e l’aprì; varcandone guardingo la soglia, calpestò un gradino di cui non si era accorto.
“Sei un uomo fortunato, Pier Francesco”, disse una voce maschile dall’interno della tenda. “Vieni avanti, su. Non avere timore.”
Pier Francesco richiuse adagio la porta dietro di sé. Batté le ciglia. Lì dentro era tutto bianco; come il programma d’addestramento di Matrix, un film che gli era piaciuto molto. Keanu Reeves era un grande: ma non come Matt Damon.
Le sorprese non erano finite. Secondo la tradizione, sul pavimento della gher vengono stesi tanti tappeti di feltro e un tappeto rosso per gli ospiti; quest’ultimo era lì davanti a lui, vuoto, in straniante contrasto col biancore sottostante.
Gli altri tappeti… non erano solo tanti: erano centinaia, disposti in un ventaglio che si estendeva a perdita d’occhio. Su ciascuno di essi, per ulteriore meraviglia di Pier Francesco, era seduto con le gambe intrecciate un individuo dai tratti somatici inequivocabilmente Down.
“Accomodati.” Chi parlava era un tipo completamente pelato, piuttosto corpulento, sorridente sul suo tappeto cenerino steso sul punto da cui si dipartivano le stecche di quel surreale ventaglio umano.
Il magazziniere accettò l’invito, stentando alquanto a intrecciare le gambe massicce. Scrutò con certa ansia dapprima il volto orientaleggiante dell’uomo che sembrava il perno dell’adunata, dopo il suo stravagante abbigliamento: una tuta di plastica gialla con una cintura nera stretta in vita e anfibi militari. Tutti gli altri erano vestiti nello stesso modo. Un esercito antiradiazioni.
D’un tratto Il Perno gli chiese: “Hai mai letto Anni senza fine?
Pier Francesco scosse la testa.
Dunque Il Perno spiegò con voce netta e pregnante: “Clifford Simak fu un grandissimo scrittore americano. Nacque nel 1904 in una fattoria del Wisconsin e trascorse lì i primi anni della sua vita. Gli inizi della sua carriera furono tutt’altro che straordinari; aveva esordito nel 1931 sulla rivista Wonder Stories come autore di super-scienza, così la chiamavano allora, ma nel 1935 aveva già smesso di scrivere. Poi un tale John W. Campbell lo ripescò e su Astounding Simak ricominciò a pubblicare, evolvendo mirabilmente il proprio stile su concetti quali l’avversione per tecnologia esasperata e il materialismo della civiltà moderna, la semplicità della vita rurale, l’opposizione all’arrivismo a ogni costo e all’ambizione sfrenata e, soprattutto, la comprensione reciproca fra razze diverse. Dal 1944 al 1952, Clifford Simak scrisse e pubblicò ciò che è unanimemente considerato il suo capolavoro: il Ciclo di City. È la storia della fine della civiltà umana come la conosciamo, e dell’evoluzione dei cani in creature dotate di parola e raziocinio, che arriveranno a figurare l’Uomo come un personaggio mitologico.”
“Affascinante” commentò Pier Francesco.
“Nondimeno, anche i Cani saranno costretti a trasmigrare in un mondo parallelo” proseguì Il Perno. “Dalle formiche. Una forma di vita che era esistita fin dalla preistoria. Anch’esse avevano spiccato un salto evolutivo. Eccole lì, a formicolare su tutto il pianeta.” Sorrise.
Pier Francesco lo imitò. “Una volta ho letto che i maschi e le regine compiono un volo nuziale prima di accoppiarsi. Poi i maschi muoiono e le femmine formano un nuovo nido deponendo migliaia di uova.” Rimase zitto per qualche attimo, poi si tolse il peso che gli gravava sul petto: “Che ci faccio qui? Cos’è tutto questo?”

Tutto questo, tutto questo, tutto questo.” Innumerevoli voci diverse ripeterono accavallandosi quella frase nella sua testa per alcuni secondi. Eppure nessuno, almeno tra quelli che erano più prossimi a lui, aveva mosso le labbra!
Similmente, Il Perno disse nella sua mente: “Come avrai capito, non abbiamo più necessità delle corde vocali per comunicare tra noi.” Una pausa. L’equivalente mentale di un respiro profondo. “Fino a ieri notte, Pier Francesco, io ero un povero cinquantenne Down cardiopatico con non più di un anno di vita davanti. Un giorno non mi sarei svegliato, e, come dicono gli spagnoli, aquí paz y después gloria. Com’è che adesso, invece, sto benissimo, parlo trentacinque lingue e sono telepatico? Che cosa mi è successo? Cos’è successo a tutti noi? A te?
“C’è stato donato qualcosa, Pier Francesco, Ancora devo appurare da chi e perché, ma non siamo più i patetici orsacchiotti di prima. Possiamo fare cose strabilianti. Mutatis mutandis; non so quanto questa espressione in latino sia appropriata al mio discorso, ma mi piace pronunciarla, ne sento il sapore sulla lingua, sinesteticamente.”
“Io che poteri ho?” chiese d’impulso Pier Francesco.
“Straordinari, seppure ancora da affinare. Puoi rivivere le esperienze di persone vissute nel passato, come se curvando lo spazio-tempo potessi sovrapporti a loro. Poco fa hai vissuto la tua prima traslazione: il giovane Gengis Khan e la tigre. Noi abbiamo potuto vederla.”
“Poi mi hai… mi avete portato qua dentro.”
“Non è esatto. Ognuno di noi è stato attratto in questa gher in seguito alla scoperta del proprio potere. In realtà, essa non esiste nel mondo reale: neppure nello spazio cibernetico. È la nostra tenda nella nostra Mongolia, semplicemente.”
Pier Francesco intuì finalmente. “Dunque io sono qui soltanto col mio pensiero.”
Il Perno annuì. “Sì. I nostri corpi sono ancora là dove li abbiamo lasciati. Non temere, ci serviranno ancora. Eccome se ci serviranno.”
“Siamo tutti i Down di questa terra. Tutti riuniti sotto questa tenda virtuale.” Pier Francesco era al colmo dell’incanto.
“E tutti mutanti.” Mutanti, mutanti, mutanti. “Io non so, non sappiamo ancora che faremo, né cosa diventeremo. Forse un giorno erediteremo il mondo, come i Cani di Simak. Però io non sono degno di prendere alcuna decisione. Tu sì.”
“Io?”
Il Perno sciolse l’intreccio delle gambe e si alzò in piedi, seguito da tutti i Down del mondo. “Sì, tu, Pier Francesco. Il nostro condottiero.” Poi il ventaglio urlò: “Mongoloid, we are mongoloid!” Una, due, dieci volte, sempre più forte, mostrando i pugni.
Pier Francesco chiuse gli occhi. Non poteva far altro che accettare, naturalmente, ma… no, non era necessario né importante pronunciare parole di ringraziamento. Perché, nel momento in cui Il Perno aveva detto quella parola, “condottiero”, lui, Pier Francesco Fassone, era diventato un uomo completo.
Mongoloid, we are mongoloid!!! C’era una ragazza in prima fila particolarmente infervorata. Pier Francesco la guardò con ammirazione: lei replicò con un sorriso smagliante. Somigliava molto a Cristina.
In effetti, era proprio lei. La donna invisibile.

© 2007 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.

Gengis Khan sapeva gestire il potere con abilità e fermezza. Arrivò dunque un’incredibile moltitudine di tartari e quando Gengis vide così tanta gente, subito decise di prepararsi per andare a conquistare altre terre. In poco tempo s’impadronì di altre province senza mai infierire contro la gente che sottoponeva al suo dominio e senza spogliarla dei beni, portandosela invece al seguito, alla conquista di nuove terre. E così riuscì a radunare molte genti e tutte obbedivano ai suoi ordini, perché lo amavano e lo rispettavano per la sua bontà. Marco Polo, Il Milione.


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