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PICCOLE UNITÀ DISOCCUPATE
 
In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente. Schopenauer.

Mi sono già pentito di aver passato le selezioni per partecipare a questo corso di formazione finanziato dal Fondo Sociale europeo per “Addetti al commercio estero”.
Per me è un molesto déjà vu questo subisso di dispense cartacee colme di diagrammi, epigrammi, esagrammi e fottigrammi cui si viene sottoposti da creature zoomorfe con laurea magna cum laude in psicologia e master in (cattiva) gestione delle risorse umane. Mentre la quasi totalità dei miei speranzosi compagni d’avventura è ancora alla ricerca dell’Arca, pardon della prima occupazione, io ho perduto l’illibatezza lavorativa ben dodici anni fa. E da allora ho “fornicato” come un grillo.
Ciononostante al momento sono disoccupato, perché e percome non ve lo rivelerò neanche sotto scopolamina; sicché eccomi qua, ultratrentenne, a farmi di nuovo prendere per i fondelli con la propedeutica al lavoro. Giuro sulla mia testaccia di cavolo che è l’ultima volta.
Il formatore, anzi la formatrice del modulo Manager e Managerialità è una scrofa rubizza coi denti sporgenti e un fare inquisitorio nazistoide. “Frau Finotti!”, e i cavalli nitriscono laggiù nelle maleodoranti stalle del Centro Uffici Direzionali (ma direzzzionali de ghe?, se è lecito saperlo). Scomodando un altro eminente pensatore germanico, Martin Heidegger, affermerei che la Dottoressa Finotti è pagata per mostrarci la strada verso la Betriebliche Lichtung, l’eliminazione delle remore mentali per una fluente comunicazione nell’ambito aziendale. Ripensando alle mie scorse esperienze lavorative, in ambienti perlopiù caratterizzati da rapporti umani pressoché autistici e circostanze del genere “la mano destra non sa cosa fa la sinistra”, mi viene da sorridere ma anche voglia di scappare a fumarmi uno spinello da qualche parte, magari sotto il monumento a Vittorio Emanuele II del quale da questo stanzone frigido s’intravede la statua. Il primo Re d’Italia.

L’ASSERTIVITÀ

Riguarda la sicurezza di sé che significa:

· Avere un atteggiamento positivo verso se stessi e gli altri

· Essere leali con se stessi e con gli altri

· Rispettare se stessi e gli altri

Quando si è sicuri di sé e il proprio comportamento è assertivo si è aperti agli
altri e ai loro punti di vista anche quando possono essere diversi

Stupenda questa combinazione di testo centrato ed elenco puntato in carattere Times New Roman dimensione 20. Sa d’annullamento della personalità.
Grufolando la moquette bigia, la scrofa si dirige verso Rossana Valleri, senza confronti la ragazza più attraente dell’aula. Ho già sondato il terreno con costei, concludendo che più ne sto lontano, meglio è: appartiene alla specie delle Universitarie Brodoso-Labirintiche. Peccato, perché ha gli stessi occhi di Nicole Kidman e un culo da schianto.
“Lei è assertiva, signorina Valleri?”
“Assertiva?” Rossana trascolora divenendo uno splendido ectoplasma. Quel facocero siculo della Impellitteri, che l’odia visceralmente per il suo profilo di cammeo e la schiena mirabilmente inarcata sul paiolo, se la ride sotto i baffi alla Franco Causio. Reprimo a stento l’impulso di tirarle in un occhio il mio Tratto Clip.
“Sì, assertiva”, svasticheggia Frau Finotti. Iiiih!
Rossana: “Ehm, io penso, o meglio credo di avere un atteggiamento molto positivo nei confronti degli altri, meno verso me stessa.”
“Perché?” La é accelerata oltre il limite di Einstein, come certe note di Jimi Hendrix in Electric Ladyland. I nostri volti iperborei di piccole unità disoccupate s’illuminano fugacemente di un gelido azzurro cherenkov.
“Perché mi manca totalmente l’autostima” conclude Rossana da un punto a metà strada fra il Sistema Solare e Proxima Centauri.
“Ah” squittisce la Finotti. “Brutta cosa. Peeessima cosa. Come farai allora a proporti in un contesto aziendale se non ti senti sicura di te?” Si rivolge al resto della truppa. “Ricordati, anzi ricordatevi che non si ha due volte l’occasione di fare una buona impressione.”
Questo lo so già, cochinilla. Al mio primo colloquio di lavoro, per un lercio posto da impiegato tecnico, io mi presentai in dolcevita granata, giubbotto di pelle nera e stivaletti di finto pitone. Per di più, nel momento topico, ebbi la brillante pensata di snocciolare a quell’algida tagliatrice di teste in minigonna e tacchi a spillo le mie preferenze musicali e letterarie, apertamente antisistema. Poco ci mancava che le dicessi che di tanto in tanto facevo uso di droghe.
Mi assunsero giusto perché usufruivo di un bel calcio nel sedere; pure, una volta esauritosene l’effetto fecero di tutto e di più per sbattermi fuori. Ma alla fine fui io a dare le dimissioni. Eccezionalmente sicuro di me.

DIFESA DELL’EGO Risposte mirate a difendere se stessi, il proprio ego inteso come stima di se stessi (es. “Mi scusi, …).

DOMINANZA DELL’OSTACOLO Risposte in cui si cerca in un evento esterno la causa di ciò che è avvenuto (“Non ho potuto contattare quel fornitore perché la stampante si è rotta”).

PERMANENZA DEL BISOGNO Risposte che cercano di dare una risposta al problema.

Fuori fa un freddo becco, ho un’emicrania da cineteca e quella slide la metterei in un forno a microonde con la manopola sul grill. Il proposito di Frau Finotti (Iiiih!) di ottundere tutti gli spigoli della nostra ingombrante individualità per i nidi di vipere che ci attendono, sempre ammesso che dopo lo stage qualcuno ci faccia la carità di assumerci, è oggi fin troppo scoperta.
Ai tempi del mio primo contratto di formazione e lavoro ci rompevano sovente i marroni con la cosiddetta “ottica aziendale”, in cui essendo in pieno “edonismo reganiano” la direttiva primaria era l’aspetto formale. Al presente è di moda l’analisi transazionale dei comportamenti. E domani? “Avrei bisogno di un campione del suo Dna, signore. L’analizzeremo ed entro pochi giorni le faremo sapere.” E fra duecento anni? La risorsa sintetica. E…
Tocca di nuovo alla troia: “Orbene, Valleri.” È ormai la sua vittima designata. “Io faccio irruzione nel tuo ufficio e ti rampogno sonoramente per non aver trasmesso in tempo utile quel dato fax al nostro fornitore principale. Tu come mi ribatti?”
“Io? Ehm… le rispondo: Mi scusi…”
“Ah! Ah! Non così! Niente scuse!” No excuses: a mio parere, la canzone più bella degli Alice In Chains.
“Allora… senta, io…”
“O.K., fa niente. Mastrogiacomo, che cosa mi rispondi tu?”
Pino Mastrogiacomo da Matera, col suo bel faccione quadrato: “Sono davvero spiacente per questa mia negligenza, Dottoressa. Le assicuro che non si ripeterà più.”
La scrofa rimane ritta a capo chino in mezzo all’aula, stringendosi il naso tra il pollice e l’indice. Poi annuisce: “Non male, Mastrogiacomo. Non male.”
Stomacato e non solo per l’alcol ancora in raffinazione nelle vasche del mio metabolismo, faccio per chiedere il permesso di andare al cesso. Mal me ne incoglie. “Oh, ecco il tenebroso Faletti che si offre volontario per una simulazione di dialogo!”
Qualcuno ridacchia, i futuri leccapiedi. “In verità, Dottoressa, io le volevo chiedere gentilmente il permesso di andare in bagno.”
Lei me lo nega. “Prima la scenetta. La pipì può attendere un minuto.”
Riaccomodo il mio culetto stizzito sulla poltroncina. “Va bene.” Allora mettiti in ginocchio e spalanca la bocca che ti faccio una bella doccia di succhi gastrici, ringhio nel mio gorgogliante dominio interno. E quindi…
“Faletti!”, strepita quella tossica di grappa. “L’avevo avvertita che esigevo quel capitolato per richiesta d’offerta sulla mia scrivania entro le dieci di questa mattina!”
Tratto un profondo respiro, lancio la mia granata. “Non me lo sono scordato, Dottoressa. Purtroppo, stamani intorno alle otto e quaranta, una fazione terroristica d’area anarco-insurrezionalista ha inondato la nostra rete locale con un impulso elettromagnetico che ha mandato a quel paese tutto l’hardware dell’azienda. Il mio laptop ha addirittura preso fuoco.”
La prima a sganasciarsi è Rossana, la più vicina alla cattedra. Poi l’onda d’ilarità si propaga in modo diseguale lungo i tre lati della stanza occupati da noi monadi in cerca d’impiego. Gli aspiranti cortigiani, che prima se la ghignavano come dei deficienti di guerra, adesso sorridono appena. Giorgio Brondini di Brondini, una specie d’allampanato Rain Man della scienza giuridica, è l’unico a rimanere impassibile, con quella barba antracite il cipiglio da predicatore battista.
“Brutta idea, signor Faletti, non prendere sul serio queste pratiche”, miagola la Finotti, zittendo all’istante la classe. “Pessima idea.”
Figlia di puttana.

ANALISI TRANSAZIONALE

A = Adulto, il pensato


Informazione
Apprendimento, acquisizione di tecniche
Riflessione
Elaborazione
Deduzione
Previsione
Decisione

CARATTERISTICHE FISICHE

· Espressioni facciali attente, vigili e partecipative
· Posizioni ed espressioni spontanee e non studiate
· Mobilità fisica e gestuale
· Espressioni di rapporto con ambiente e persone
· Voce espressiva naturale

CARATTERISTICHE VERBALI

· Espressioni di ricerca (perché? cosa? dove? quando? chi? come?)
· Espressioni di misura (abbastanza, prevalentemente, in egual misura…)
· Espressioni relativizzanti (credo, secondo me, probabilmente…)
· Convinzioni
· Teorizzazioni di esperienze

Stravedo per Robert Fripp. Per me, è il miglior chitarrista di sempre. Ne scoprii i talenti grazie a un nastro su cui un fricchettone che poi purtroppo morì in un incidente di motocicletta mi registrò il debutto dei King Crimson, ma fu Exposure a farmene innamorare.
Gli assoli che il gentiluomo ha inciso per questo disco di David Bowie, Scary Monsters, che io e la flessuosa Rossana dalle virtù callipige stiamo ascoltando barricati nella mia auto sotto casa sua, sono semplicemente non umani.
Come in Teenage Wildlife. “Senti che scala galattica si spara adesso, è incredibile!”
“Sì, è proprio un portento” concorda Rossana, ripassandomi la canna. “Benché non sia la mia musica preferita.”
“Che sarebbe?”
“Cure, Tori Amos, P.J. Harvey. Cose così.” Ci avrei scommesso un dito.
Al termine di una giornata più che mai soporifera, poiché era ancora in corso uno sciopero dei mezzi pubblici, mi sono offerto di accompagnarla a casa, rimangiandomi i precedenti propositi di non accostamento. Strada facendo ci siamo fermati in un locale a prendere un aperitivo: due per ciascuno, a dire il vero. Se tiro altre due boccate di quest’erba finirò per provarci: dopo tutto, che l’ho portata qui a fare? A prendere un calco del suo strepitoso sedere per farne una scultura pop da mettermi in camera da letto?
Riecco Rossana: “Secondo te, la nasona è fidanzata?”
La “nasona” sarebbe la nostra tutor, Giovanna De Rossi. Rossana n’è letteralmente ossessionata: è il suo frippertronics.
Faccio una smorfia possibilista. “Perché no. Può darsi che qualcuno la consideri attraente.” Piccola, esile, nasuta, gambe arcuate, amabile come uno sciame di zanzare dopo un temporale: be’, fatemi conoscere quel qualcuno!
“Sarà una bomba del sesso.”
“Da venti megatoni. Attenzione alla ricaduta di estrogeni radioattivi.”
Rossana ride. Ha un incisivo verdastro. “Secondo me se la intende con quel formatore italo-olandese, Vandernoot, o come diamine si chiama.”
“Vanenburg. Gerald Vanenburg.” Spengo lo spinello nel portacenere.
“Gerald?”
Torino, Bar Filadelfia, 25 giugno 1988. Prendo un’acqua e menta e mi vado ad accomodare davanti al televisore; si sta giocando la finale degli Europei, Olanda-Urss. Al 32' Ruud Gullit porta in vantaggio i tulipani: stacco perentorio e pulsazione medusoide dei suoi dreadlocks. Al 54' Marco Van Basten inventa la silurata del decennio e dalla meraviglia quasi mi scappa dalla mano il terzo bicchiere consecutivo di additivo per acquari. Tra i due gol tante sapienti giocate di Gerald Vanenburg, esterno destro dal tocco soave con le cornee di uno squalo.
Gli oranje alzano la Coppa Europa al cielo e finalmente arrivano quegli impuniti di Steve e Gianni: “Allora, si va in montagna?”
E io: “Ma andate un po’ a cagare! Sono più di due ore che vi aspetto. Comunque alla faccia vostra mi sono goduto una partita da sballo.” E un’ala tornante fenomenale.
“Giuliano. Si chiama Giuliano.”
“Giuliano chi?” Il ricordo olandese scoppia come una bolla di sapone. “Ah, già. Quel biondino dinoccolato con le mani di fata. Li vedo bene a letto insieme.”
Rossana rimane zitta. Forse in lei scorre una vena lesbica e il pensiero di quei due abbracciati le ha scatenato dentro un tifone di gelosia. La chitarra acustica di Pete Townshend introduce Because You’re Young con un riff pregno di tensione emotiva, certamente più adatto a un film noir che alla commedia romantica che potrei scrivere con questa bella ragazza. Tutt’a un tratto Faletti estrasse dalla tasca del giubbotto una pezzuola imbevuta di cloroformio…
Rossana guarda l’ora. “Cazzarola, sono le otto passate. E sono bella fusa. Speriamo che Celestino non mi sgami.”
Mi cadono le palle sul tappetino sotto i miei piedi. “Ti vedi con lui stasera?” Con quello zerbinotto d’ingegnere dal nome ridicolo, il tuo fidanzato di cui dici sempre peste e corna?
“Sì. Sai, è un salutista, lui.”
E io il solito scalcinato ghostbuster di spettri femminili. “Be’, allora… ci vediamo domani.”
Lei apre la portiera con un gesto torpido. “Se mi sveglio…” Richiudi la portiera. Guardami con occhi pieni di desiderio. Mangiami la bocca.
“Ti stavo dicendo, se mi sveglio, ci vediamo alla macchinetta del caffè.” Smonta un po’ a fatica dalla macchina. “Ciao, e divertiti.” Slam. Rumore di tacchi in spostamento verso il rosso sull’asfalto.
Per un minuto buono rimango immobile come un insetto preistorico intrappolato nell’ambra. Secondo il buon vecchio punto di vista della volpe nei riguardi dell’uva acerba, ho scampato un pericolo. Ma è davvero così? Non pensi che per lei potresti essere tu lo scampato pericolo? Ovverosia: “Federico Faletti mi piace, ma è più suonato di me, sicché mi conviene rimanere con Tonno Celestino?”
Seghe mentali. Crollo il capo, giro la chiavetta dell’accensione e parto ad affrontare l’ennesima serata da uomo solo: in più, strafatto come un babà.
It’s no game.


STAKEHOLDER

Individuo o gruppo
che è portatore
di interessi obiettivi riferiti all’impresa,
ovvero nei confronti del quale
l’impresa nutre un interesse legittimo
In altri termini, individuo o gruppo
che è influenzato, o può influenzare,
il comportamento dell’organizzazione.

Più in dettaglio, gli stakeholder si dividono in:

1. Interni. Soggetti che agiscono all’interno del sistema impresa.
2. Esterni. Soggetti che esercitano dall’esterno un’influenza sulle vicende dell’impresa.
3. Primari. Soggetti che hanno con l’impresa una formale relazione contrattuale.
4. Secondari. Soggetti che in modo indiretto possono influenzare o essere influenzati dalle attività dell’impresa.

Frau Finotti (Iiiih!) ha ceduto la cattedra al Dottor Carlo Varapelli. Uno dei prototipi del nuovo fascino maschile che fanno la giocondità e le fortune degli esperti di marketing: non molto alto ma robusto, occhi verdi gatteschi, capelli ricci un po’ scompigliati, occhiali dalla montatura di corno, parlantina sciolta, viaggiatore. Tutte le marmocchie del corso se lo mangiano con gli occhi.
Nel coffee break delle dieci e trentacinque, al distributore automatico d’ulcera duodenale, Rossana ha dichiarato a un gruppetto di ciamporgne che “quello è proprio il mio tipo”, ricevendo una raffica di gravi assensi. Per un istante è stato come se qualcuno mi avesse de-energizzato. Poi però mi sono ripreso e ho sorriso, immaginando una probabile futura relazione fra l’accattivante educatore e quel tonico sederino problematico. Auguri e terapisti maschi!
In ogni modo, Varapelli è un sollievo dopo la Finotti. Chiunque fosse un minimo affabile lo sarebbe. Ma è solo una sospensione temporanea del bombardamento; il piacente dottorino sarà seguito certamente da un altro insopportabile simulacro dall’oratoria anfetaminica o mesmerizzante.
L’autentico dilemma è che il 90% di questo pastone di nozioni con cui c’imboccano giornalmente nemmeno fossimo dei bambini in fase di svezzamento non serve a una beata fava.
Entrerai in azienda e il primo basilare compito che ti appiopperanno sarà di fotocopiare le ricette di cucina della moglie del capufficio. Step two, imparerai a rispondere a due-tre telefonate nello stesso tempo. Step three, chi conta e chi no, per chi devi correre appena emette un sospiro e chi conta meno del due di picche. Passata qualche settimana qualcuno ti prenderà da parte e dopo un orribile caffè comincerà a spiegarti che cosa si fa lì e come, liquidando tutto questo popò di teoria come “un mucchio di stronzate che non servono a un cazzo”. Amen.


In altri termini, individuo o gruppo che è influenzato, o può influenzare, il comportamento dell’organizzazione. Dio, che razza d’italiano; avrebbe bisogno di un super risciacquo e centrifuga+antipiega, altro che Arno.
Rossana mi ha chiesto se uscivo a pranzare con lei e altri due sedani, ma io le ho risposto che non avevo fame. C’è rimasta maluccio. Pazienza, due bicchieri di vino e le passerà. Ho qui con me il lettore CD portatile e Here Come The Warm Jets di Brian Eno. In Baby’s On Fire Robert Fripp suona un assolo da paura.
Robert Fripp è stato uno stakeholder esterno al fenomeno new wave. Dopo aver impreziosito Heroes di David Bowie con stranianti pennellate post-umane, il chitarrista britannico volò a New York dove, parole sue: “Nessuno se la tirava da grande star del rock’n’roll. La gente m’incontrava per strada o al bar e mi chiedeva se fossi impegnato al momento e, se no, m’invitava a far musica con loro.” Fu così che Fripp si ritrovò a suonare coi Blondie sul palco dello storico CBGB’s per il Johnny Blitz Benefit (Johnny Blitz era il batterista dei Dead Boys: si era preso una sventagliata di coltellate al torace in una rissa per strada).
Evidentemente preso bene dalla band della sexy Deborah Harry, il genio compose dei terrificanti passaggi chitarristici per Fade Away And Radiate, fascinosissima sintesi di pulsazioni interstellari e inquietudini urbane, con un’inaspettata coda reggaeggiante. Coloro che accusavano i Blondie di essersi svenduti con Heart Of Glass furono serviti.
Mi è tornata voglia di suonare la chitarra. Stasera riscatterò Gli accordi a prima vista dall’immeritato oblio al salnitro e riprenderò a esercitarmi sui giri armonici. Giro di DO, Do-La m-Re m-Sol7. Giro di SOL, Sol, Mi m-La m-Re7. Lou Reed è dietro l’angolo, la sempiterna sigaretta in bocca: “I Velvet potevano essere estremamente dissonanti o graziosissimi. Ed erano sempre canzoni di due o tre accordi. Per una band alle prime armi che ha bisogno di farsi un repertorio il mio materiale è ottimo, perché è facile da suonare.”
Era stampato in una slide della porcella: Il tempo è una risorsa. Limitata. Incontrollabile. Irrecuperabile. Invariabile. Indivisibile.
Io vi aggiungo una citazione da un film: non c’è niente di peggio nella vita che il tempo sprecato. Appunto per questo, ora abbandonerò questo corso. E buona fortuna a tutti. Perfino all’irsuta e biliosa Impellitteri. Quanto a Rossana… mi farà piacere una sua telefonata.
Fuori c’è aria di neve. Nelle cuffiette, On Some Faraway Beach. Mi accendo una paglia e guardo in alto. Vittorio Emanuele II è sempre lassù, verdognolo e solenne. Chissà se amava la musica.


© 2007 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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