L’intenzione originale che mi aveva sospinto dentro quella sorta di
sesquipedale scatola da calzature post-modernista chiamata Nuova Biblioteca
Dembech era abbozzare una fantasia letteraria schiettamente rock’n’roll
sul favoloso duo chitarristico degli Yardbirds Jimmy Page-Jeff Beck,
qualcosa sul genere: “Che cosa sarebbe successo se i tre membri originali
della band, cioè Keith Relf Chris Dreja e Jim McCarthy, non avessero
licenziato il loro innovativo e psicotico chitarrista solista coi capelli
tagliati a budino nell’ottobre del 1966 a Los Angeles, dandogli un’ultima
chance?”
Molto probabilmente il genio del raga-fuzztone avrebbe dato di testa
un’altra volta nel tempo di poche settimane, sicché i suoi esasperati
colleghi l’avrebbero definitivamente mandato a fare là dove non batte
il sole, ma nel mio cervello drogato di vino rosso spagnolo e ginseng
con molecole residue di Mdma (peccati di gioventù!) ancora rombanti
fra un neurone e l’altro come bestie metalliche a due ruote montate
da canuti Hell’s Angels californiani si andava plasmando una linea temporale
alternativa, nella quale Jimmy e Jeff incidevano insieme una serie di
formidabili platter straripanti gemiti chitarristici simili a sirene
che avrebbero inondato ogni mio antro vitale, partendo dalla pubertà
fino alla cosiddetta età matura che tanto disilluse Benjamin Disraeli-Gears,
di bizzarre dissonanze e dinamiche sonorità elettroniche.
In quel diverso piano di vibrazione molecolare, come si usava dire per
iscritto molti decenni fa nel continuum di Gernsback, i Led Zeppelin
non nascevano, o sarebbero nati più avanti, magari con Steve Marriott
al microfono in luogo di Robert Riccioli D’Oro Plant. Immaginatevi Whole
Lotta Love cantata con sguaiato accento cockney! Sì, le Harley Davidson
biochimiche dei dissoluti Angeli Neurali dell’Inferno correvano ancora
a tutto gas… Le immani nubi verdastre vorticanti nel cielo vespertino
di Nuova Augusta Tau sembravano preludere alla venuta dei Quattro Cavalieri
dell’Apocalisse. Io flettei la schiena resa agile da costanti e solitarie
sessioni di pallamuro ed estrassi dalla sezione Cinema lo spesso blocco
di memoria THE HAMMER OF GOD/Stephen Davis: ScaffHal non protestò. Poi
andai a sedermi a un banco stranamente vuoto nelle immediate vicinanze
di due giovani studentesse bionde platinate, entrambe in jeans pirata
stracciati e jersey nerofumo a collo di cigno. Col cavolo che stavano
studiando: sguazzavano nel pettegolezzo accademico!
Colei che mi dava le spalle, che erano larghe e sottili come quelle
di una nuotatrice provetta, ogni tanto interrompeva il suo bisbiglio
sarcastico per inferire una ditata proditoria alla tastiera di un notebook
Aspire; l’altra, fornita di un assai meno tecnologico portablocco, possedeva
un simpatico musetto da porcellina e un accattivante cobalt gaze.
Immagina te e lei in un trendissimo cocktail lounge del centro città…
Writer Wolfango: Conosci Jeff Beck?
Piggy (inarcando un sopracciglio): Cos’è, una birra danese?
Ehm.
Fuori, al centro esatto di una piastrella dello stretto marciapiede
in macadam che recingeva la biblioteca, un passerotto infliggeva guardinghe
beccate a un’ape grassoccia le cui zampette lucide vibravano ancora,
seppure debolmente; sicuro come il sole che l’industrioso insetto danzante
era precipitato a terra disorientato dall’incipiente inquinamento da
microonde e il volatile ne stava approfittando per sfamare una nidiata
di bocche pipianti spalancate a rombo da qualche parte lassù, sui pioppi
scorticati dai tossici in astinenza sparata. Con un sospiro imbevuto
di dolore universale, attivai il blocco di carta interattiva e richiamai
la pag. 26.
Nel 1966 James Patrick Page si esibiva con una Telecaster del 1958 (un
regalo della Birra Danese Coi Capelli a Budino di Malto) dipinta a spirali
psichedeliche fosforescenti ricoperte di perspex che, colpito dalle
luci della ribalta, rifletteva raggi a arcobaleno. Musicalmente gli
Yardbirds erano al loro massimo, ma purtroppo Jeff Beck era di salute
(fisica e psichica) piuttosto cagionevole; oltre a ciò, gradualmente
emerse la competizione fra le due primedonne. Quando gli effetti stereo
e le duplici armonie delle chitarre non funzionavano, gli altri incolpavano
l’instabile solista. “Tutto andava bene in teoria e durante le prove
ma sul palco Jeff spesso voleva spaziare in qualcos’altro”, dichiarerà
serafico Jimmy Page qualche anno dopo in un’intervista. Hai capito il
magrone? Lui cercava di far funzionare le cose!
Piggy: Ah, è un chitarrista! Ma di quanti secoli fa?
Writer (vorrebbe morire d’infarto lì, in quello stesso istante):
Era il musico personale di Enrico VIII.
Cristiddio.
Jeff Beck deflagrò al terzo giorno di tour statunitense con la Carovana
delle star di Dick Clark, una locura tipica degli anni Sessanta.
Sbatté giù la sua colonna di amplificatori, sfasciò la chitarra e se
ne scappò a Dead Loss Angeles dalla sua diletta Mary Hughes. Quando
gli altri Yardbirds lo raggiunsero, Beck fece ammenda, ma la troika
Relf-Dreja-McCarthy non volle sentir ragioni e lo licenziò. Beck si
alzò per andarsene e chiese a Page se era intenzionato a seguirlo, ma
Page gli rispose che sarebbe restato. In tal modo, seguendo un canovaccio
tipicamente dostoevskyano, gli Yardbirds divennero il gruppo di Jimmy
Page. Amen.
L’uccellino delpieresco si era finalmente portato al nido l’ape moribonda.
Piggy scoprì di nuovo il candore all’ossigeno attivo dei suoi denti:
non era propriamente bella, direi piuttosto stuzzicante, come una tartina
al paté d’olive sul bancone di una vineria per studenti universitari
tiratardi. Pictures of Piggy made me feel so wonderful. Grufola,
piccina mia, grufola.
Uno dei venerandi centauri neurali frenò arrestandosi sul ciglio dell’accidentato
e polveroso assone che conduceva alle Grandi Piane Pituitarie, tirò
fuori un pacchetto stropicciato e sudaticcio di Lucky Strike da una
tasca del suo giubbotto per la pelle, se ne accese una, sputò una nuvola
di puro cancro da vero figaccione vissuto e disse: “Be Here Now.”
“Oddio. Da quando in qua a voialtri piacciono gli Oasis?”, replicai
con una smorfia di scherno.
“Diamine, Wolfango, te la spacci da gran letterato ma sei più ignorante
di una capra con la demenza senile! Be Here Now è il titolo di
un libro di Richard Alpert, il partner lisergico di Timothy Leary. Significa…”
“So perfettamente che cosa significa, scampolo di ferraglia metastatica.
Il buon vecchio insegnamento vedico riciclato in salsa allucinogena.
Soffermarsi sul passato o sul futuro significa essere morti nel presente.
Non è roba un po’ troppo hippie per te? Che ne direbbe Sonny?” Il 16
ottobre 1965, gli Hell’s Angels di Sonny Barger attaccarono i diecimila
dimostranti che marciavano da Berkeley a Oakland contro la guerra del
Vietnam al grido di “traditori”, “beatnik”, e “comunisti”: c’era per
caso un cugino californiano di Silvio Berlusconi a smarmittare con loro?
La ciminiera propilaminica mi guardò torvo. “Lascia stare Sonny. Piuttosto,
gli Oasis non sono un po’ troppo lagna-lagna per un fanatico dei grandi
chitarristi beat inglesi come te?”
“‘I giornali dicono che siamo i più grandi, ma io me ne frego. Io vivo
adesso, now, e non importa se il prossimo anno non vendiamo un
disco.’ Noel Gallagher, Souhampton, 1994.” Sicché, minchione americano,
turn on, tune in, and please bugger off!
L’Uomo dell’Organetto di Barberia arrivò da Donovan County alle prime
gocce di pioggia. “Poiché Jeff Beck non poteva cantare e stentava così
tanto a adattarsi a un gruppo”, canterellò lo straccione scarmigliato
sulla punta del mio naso camuso “Mickey Most gli organizzò una seduta
di registrazione ancor prima della sua dipartita dagli Yardbirds. Ovviamente
si trattava di un solo brano, perché quel bel tomo di produttore notoriamente
riteneva che gli ellepì non avessero importanza, che fossero qualcosa
da buttar fuori dopo il singolo.”
Reso strabico dalla sua garrula presenza, crollai il capo. “Sì, l’idea
era di registrare una mutazione per chitarra psichedelica del Bolero
di Ravel. Ce l’avevo in una vecchia compilation su nastro della Fratelli
Fabbri Editori ma quel fottutissimo registratore giap me l’ha fagocitato
il mese scorso come un’ameba bulimica. Jimmy Page era l’arrangiatore
e suonava la chitarra ritmica a 12 corde, al pianoforte c’era Nicky
Hopkins, e la sezione ritmica fu composta da Keith Moon e John Paul
Jones dopo che John Entwistle si era tirato indietro all’ultimo momento.
Moon se la svignò dagli IBC studios travestito da cosacco beat perché
per contratto non poteva registrare con nessuno all’infuori degli Who.”
E Beck’s Bolero venne fuori talmente bene che Moon, Jones, Page
e Beck presero in seria considerazione l’idea di fondare un gruppo:
ciò nonostante, avevano bisogno di un cantante.
Il pene-sitar dell’Uomo emise una dolente onda sonora. “Già, già. Furono
contattati Steve Winwood e Steve Marriott degli Small Faces, ma il primo
scelse di fondare i Traffic e il manager del secondo addirittura minacciò
Jimmy Page di rompergli tutt’e dieci le dita. Ciò che avrebbe potuto
essere il prototipo dei Led Zeppelin non prese mai il volo.”
Soddisfatto di sé, l’Uomo dell’Organetto decollò dal mio aeroporto maxillo-facciale
e andò a scomparire nel fresco décolleté di Piggy con un effetto da
cinema di serie Z. Per un lungo istante lo invidiai. Ora pioveva della
grossa, un temporale tardo-primaverile coi controcazzi.
Oh Piggy, Piggy, Piggy!!! She’s a big teaser: è una vera scocciatrice.
She’s a prick teaser: è una stuzzicacazzi a tradimento. La parola
hippie non fu coniata prima del 1966. La consapevolezza di sé come entità
distinta si dissolve in ciò che Jung definì “coscienza oceanica”: il
senso che tutte le cose siano una cosa sola, e la coscienza consapevole
individuale sia un’illusione.
Se è così, perché accidenti sto perdendo tempo a trovare un incipit
incident per la mia futile storiella ucronica? Nel primo rincalzo
dei mondi possibili Page Beck Marriott Moon e Jones durerebbero al massimo
fino al festival pop di Monterey; una bella scazzottata fra Steven M
e Moon the Loon per qualche motivo britannico del kaiser (per esempio,
l’essere nati e cresciuti in zone opposte di Londra) e ciao ciao ai
New Yardbirds o Lead Zeppelin o come vuoi tu, bellezza. Oppure tirerebbero
avanti per tutto il 1967 e parte del 1968 proprio come in questo
mondo, ma smerciandoci lo stesso Little Games, magari nobilitato
in parte da qualche bell’intreccio chitarristico. O… bah, che montarozzo
di stronzate.
Il prototipo farraginoso del mio universo parallelo rockistico si dissolse
in una patetica nuvoletta di elettroni neurali. Forse era meglio mollare
tutto e andare a spararsi un’ipercinetica sessione di pelota, laggiù
in fondo contro il Murale di Einstein…
Pues no. Rimisi al suo posto Il Martello di Dio e liberai un
altro blocco adiacente: GUIDA RAGIONEVOLE AL FRASTUONO PIÙ ATROCE/Lester
Bangs. ScaffHal sempre muto come un merluzzo cibernetico in orbita intorno
a Giapeto. Piove, piove, grattati un coglione. Piggy mi omaggiò di una
lumata presagante pompini fattimi in ginocchio davanti a uno specchio
a tutta persona nella semioscurità del primo mattino augusto, ma era
troppo tardi ormai: Leslie Conway Bangs detto “Lester” (1948-1982),
il critico rock più pazzo e influente di tutti i tempi possibili, mi
aveva sequestrato premendomi sul volto uno strofinaccio imbevuto di
rockoformio. “Aiutoahmmm… Mmmnster Mmmgnet… mm…m.”
A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero
voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando
tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa,
tutto quanto sta diventando così, anche l’industria editoriale. Ieri
parlavo col mio agente e gli ho chiesto: “Pensi che di questo passo
l’unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?”,
e lui mi ha risposto: “Non lo so.” Capisci, io me ne sto qui e mi chiedo
se, come scrittore, non sarebbe meglio lasciar perdere tutta questa
roba. Non mi metto certo a fare sviolinate strappalacrime perché, come
ho detto prima, so che mi è andata bene, non devo alzarmi la mattina
e andare a lavorare in fabbrica dalle nove alle cinque o qualcosa del
genere. E ho delle entrature, e tante altre cose, quindi non dovrei
far pena a nessuno. Ma allo stesso tempo, tutti quelli che conosco sono
completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran
parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono
alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solamente perché
non gli viene offerto qualcos’altro. E, personalmente, mi chiedo quand’è
che la gente comincerà a dire: “No! Mi rifiuto, non ne voglio più!”
Lester Bangs, intervista a News Blimp, 1980… 2007? 2070?
Anche John Lennon è morto nel 1982…. O forse nel 2082… Hombre, no… nel
1980!
Va bene, ora ero completamente sveglio, neanche sgarrupato per la narcosi.
Stavo galleggiando sopra un quadro di navigazione che rassomigliava
a una pizza ai frutti di mare preparata da un pizzaiolo lituano strafatto
di mescalina. Il modulo di Lester Bangs, con la sua copertina-mandala
rosazzurrobianca, mi orbitava intorno indolentemente. Potevo essere
a 2000 anni luce lontano da casa come a duemila milioni, satellite di
un satellite o viscida bilharzia di un buco nero, alla fine ciò che
conta non è la scorta d’ossigeno o i tubetti di dieta mediterranea da
spremersi in bocca, bensì sentirsi a proprio agio con le proprie scoregge.
Sample da 2001: Odissea nello Spazio, il libro in edizione tascabile,
Longanesi & C. © 1972, Lire 450, pag. 241: “Ma questo è ridicolo, pensò
David Bowman. Mi sorvegliano quasi certamente, e devo sembrare un idiota
con questa tuta spaziale (per quanto mi concerne, con questi panni
sgualciti da quarantenne giovanilista). Se si tratta di una sorta
di test dell’intelligenza, probabilmente ho già fatto fiasco.”
Cristiddio, diamoci da fare, allora. Mimiamo il cavaliere errante quantico.
Leggiamo un po’ cosa Lester Gang Bang aveva da dire e stendiamo dei
paralleli fra lui e te su questa sostanza lievemente increspata e biancastra
che senza dubbio non è carta, anche se le somiglia moltissimo. Ma gli
alieni sognano pioppi elettrici? Chi si sbatte Rachel Rosen adesso?
Correte qui, nipotini biondissimi…
Lester e i Count Five. Manco a dirlo, si parte dagli Yardbirds,
vera Urmutter del rock metallico, e dall’incisione del loro singolo
I’m A Man, una maionese impazzita di Bo Diddley, feedback e corde
raschiate in maniera criminale. Il successo di questa canzone fu enorme.
E seminale. Negli Stati Uniti, centinaia di ragazzini si affrettarono
a plagiarne il sound trascinante con l’ausilio di quelle nuove scatolette
giapponesi al germanio che stravolgevano il suono della chitarra in
un frastuono motoristico. Lester guardava a quelle band di giovani sballati
dei college con un misto d’ironia e incanto, finendo per innamorarsi
perdutamente dei Count Five, “una combriccola di marmocchi che pestavano
sulle chitarre e venivano da una qualche insignificante provincia della
California”, e della loro personale rilettura di I’m A Man: Psychotic
Reaction.
Psychotic Reaction inizia con un fuzz riff amatoriale ancorché più appiccicaticcio
della resina che d’estate cola subdolamente dai pini giù sulla carrozzeria
della vostra utilitaria, lanciandosi poi in un testo la cui profondità
fa sembrare Eros Ramazzotti un epigono del miglior Lou Reed: “Mi sento
depresso, mi sento male / Perché tu sei la ragazza migliore che abbia
avuto / Non riesco ad avere il tuo amore, non riesco ad avere affetto
/ Oh, quella ragazzina è una reazione psicotica.” Dopodiché, i Five
partono in quarta con l’imitazione/clonazione di I’m A Man, con
l’unica variante di un effetto di phasing innestato sulle grattate
simil-beckiane. Woosh-sgratch-sgratch-sgratch-woosh.
Lester ammette che sulle prime odiò questa canzone, ma poi un giorno
la misero alla radio mentre lui scorrazzava in macchina, naturalmente
fuso come una mina anticarro, e cominciò a tirarsi sberle sulla testa:
“Ma che cazzo mi ero messo in testa? Quella canzone era fantastica!”
Scrive che il disco aveva una copertina galattica – la fotografia era
stata scattata sull’orlo di una tomba, e i membri del gruppo stavano
in piedi sull’orlo, guardando in basso con occhi sporgenti e maligni
verso gli acquirenti, che stavano idealmente nel sepolcro. Ci recensisce
le canzoni del loro primo e unico long playing, comprato nello stesso
giorno in cui acquistò Happy Jack degli Who: “Lo ascoltai spesso,
gongolando, per un anno circa, finché dei biker non me lo rubarono (accidenti
a te, leccapistoni di Sonny!), e quando finalmente lo ritrovai nel
1971 in un negozio di dischi usati, ragazzi, mi misi a ballare per la
gioia. Il tempo non aveva attenuato la grandezza del disco dei Count
Five. Anzi, non l’ha attenuata nemmeno oggi. Suona ancora sporco e sgangherato
come nel 1967.”
Me, me stesso e io. Considera tutti i critici d’arte come inutili
e dannosi… tranne la splendida eccezione che conferma la regola. Ho
comprato Nuggets Volume One: The Hits in un pomeriggio adolescenziale
di bassa marea serotoninica, essendo stato stimolato all’acquisto giustamente
dall’ascolto di Psychotic Reaction a un programma radiofonico
genuinamente rockettaro di Radio Torino Popolare, Provocazioni e
contaminazioni rock.
Per il colto e l’inclita la compilation comprende svariati altri brani
killer con lampanti ascendenze Yardbirds, quali Talk Talk dei
Music Machine (cantato nevrastenico, organo tragico e duplice brevissimo
assolo di distorsore che minaccia di frantumarsi in globuli di suono,
wow!) e l’ariosa Open My Eyes dei Nazz, nei quali militava un
giovanissimo Todd Rundgren; c’è altresì I Had Too Much To
Dream Last Night degli Electric Prunes, un safari psichedelico rinnovato
in epoca punk da Wayne County & The Electric Chairs; e A Question
Of Temperature dei Balloon Farm, un brano che più 1967 non si può
– gustosissima pozione druidica di fuzz, feedback, vocals trasognati,
theremin deliranti, organo e parti ritmiche da film psichedelico di
terz’ordine. Nel 1982 i Lords Of The New Church di Stiv Bators ne registrarono
una cover strabiliante per il loro album omonimo (che adoro), benché
con un sound apertamente anni Ottanta.
Nondimeno, c’è qualcosa che mi suona stonato. Gli annali del rock sostengono
che il primo brano con l’effetto phasing a entrare nella classifica
di Billboard fu Itchycoo Park degli Small Faces. Eppure, Psychotic
Reaction lo anticipa di una bella sporta di mesi! Come diavolo è
questo fatto? I garage rockers non sono ritenuti meritevoli di
essere menzionati nelle cronache elitarie della musica popolare? I Five
non furono sufficientemente ‘alti’? Andiamo!
Come dite? Devo esprimere una preferenza? Be’, Psychotic Reactions
è realmente micidiale, ma io preferisco A Question Of Temperature,
poiché meno epigonica. E comunque nessuna delle due vale un’oncia di
Happy Jack, anche se Lester Bangs la mise sul piatto del suo
giradischi non più di cinque volte. Gli Who sono gli Who, cari i miei
oscuri scrutatori.
Lester e gli Stooges. Qui il ragionamento si fa più complesso
e polemico. Lester stigmatizza la cecità ignorante del pubblico hippy,
che tratta la band di Iggy Stooge (al secolo, James Jewel Osterberg)
col disprezzo dovuto all’ennesimo gruppo di volume freaks la
cui trovata pubblicitaria, cioè un front-man rachitico che si scortica
il petto disgustosamente spalmato di burro d’arachidi sbattendosi il
microfono sulle mascelle e rantolando testi esplicitamente nichilisti
e antisociali, non basta a farli arrivare all’altezza di mostri sacri
superventas come i Grand Funk Railroad, loro sì un gruppo al
passo coi tempi selvaggi che corrono, capaci di riunire orde di giovani
sballati capelluti sotto il palco in un baccanale simil-politicizzato,
Tutti Insieme Appassionatamente Spaccando Tutto Fumando e Fottendo per
il Movimento, figli di madre ignota! Chi ha bisogno di un gruppo che
canta canzoni che parlano di occhi televisivi, del fatto che uno si
sente come mondezza e che non si diverte proprio per un cazzo a stare
da solo? Chi può idolatrare un adolescente mezzo irlandese mezzo svedese
arrapato e antisociale del Middle West?
Più gente di quanto pensi, cocco di mamma dei fiori.
“Perché c’è molta aria malsana in giro, e dobbiamo spazzare via le banali
tenebre dell’ignoranza e dell’incomprensione se vogliamo che le vere
tenebre degli Stooges risaltino splendenti con tutti i loro prismi caotici,
proprio come gli specchi delle case stregate che sono fatti apposta
per confonderti.”
Per Lester, Iggy Stooge è un idiota completo, sul palco e su vinile,
ed è proprio questo uno degli aspetti fondamentali del suo mirabile
genio. Iggy è l’antidoto all’epidemia di supermusicisti altezzosi che
sta infettando la purezza della fonte del rock. La musica volutamente
monotona e semplicistica degli Stooges, questo caos analfabeta che prende
forma per gradi e diventa uno stile totalmente personale, il giro di
chitarra sudicia di due accordi, ripetuto meccanicamente, per tutta
1969, con rime di incantevole demenza, “compio ventidue anni
tra poco / dico perbacco, buhu”, ci salveranno dal Nuovo Conformismo
dei Piedi Scalzi e Neri di Sudiciume.
Me, me stesso e io. Diversamente da Lester Bang Bang, non ho
mai considerato Starship degli MC5 un fiasco imbarazzante, anche
se mi ci è voluto un centinaio e passa di ascolti per apprezzarne appieno
le nervature interstellari. E la prima volta che ho ascoltato Fun
House degli Stooges, quand’ero ancora rospa o topo o missile che
dirsivoglia per merito di una testa acidissima dell’hinterland meneghino
che ascoltava anche i Joy Division i Bauhaus e le New York Dolls, sono
venuto nei pantaloni kaki. È uno stupefacente crescendo di intensità
che si apre con Down In The Street (“Per la strada, dove i visi
brillano… vedi una tipa carina / non c’è nessun muro!”), un riff circolare
al titanio straziato dalle urla lascive dell’Iguana. Neanche il tempo
di riprendersi e sei già invischiato nella partouze ringhiante
di Loose. Ron Asheton parte in distorto assolo suonando pressoché
la medesima scala del pezzo precedente ma va benissimo così, chiamasi
coerenza artistica. Poi arriva T.V. Eye, il capolavoro dell’album:
“Guarda quel vitello / Sdraiato / Guarda quella ragazza / Sdraiata /
Mi guarda con occhi da tv…” La musica è un bordone sferragliante che
ti prende subito alla base dell’uccello e continua a crescere fino a
che si raggiunge il vertice della tensione, ma non è ancora ora di eiaculare…
Lancinante schitarrata di chiusura di Ron Asheton, attimo di silenzio
vinilico, rullata indolente di tamburi del fratello Scott ed ecco a
voi Dirt, l’anticlimax.
La seconda facciata è un altro esercizio di eccitabilità, ma grazie
al sassofonista Steve Mackay il suono è più stratificato, lambendo il
free jazz di Coltrane pur col contrappunto di una chitarra
primitiva e assordante. 1970 è un brano influente in più di un
senso: Deniz Tek, un giovane medico militare amico di Ron Asheton, ne
prese a prestito una lirica per battezzare la sua band di scatenati
teppisti sonori australiani: Radio Birdman, up above. Fun
House è un sexy-loquio sincopato e ripetitivo, forse il pezzo dell’album
che mi acchiappa di meno, ma le liriche sono stupende: “Tutte le bambine
sanno / cosa voglio dire / Vivere sul confine, nelle / sabbie mobili
/ Vi chiamo dalla casa stregata…”
Finalmente, L.A. Blues. Orgasmo. Satori. Suonare la chitarra
come Jackson Pollock. Esperimento Concettuale alla Yoko Ono. Marciume
Sonoro. Feedback dei Feedback. Tutto ciò che volete. Una sera Lester
si strafece di fenciclidina, lo riascoltò e gli parve un’immensa rete
di carrucole dorate che si sollevavano nel cielo infinito. Per me potrebbe
essere la perfetta rappresentazione in musica (sic) di quel che
si prova quando si supera la velocità della luce. David Bowman proto-punk.
Se soltanto non mi aveste rockoformizzato…
Lester e i Led Zeppelin. “Verso il 1973, un gruppo di damerini
emaciati di nome Led Zeppelin tenne il suo ultimo concerto, durante
il quale il chitarrista solista fu assassinato con una pistola rudimentale
da un fan inferocito strafatto di stricnina, dopo soli cinquantotto
minuti del suo virtuosistico assolo di due ore e mezzo su un’unica nota
di basso. Dopodiché il pubblico prese il cantante (talmente fatto di
stramonio, comunque, che ormai riusciva solo a rigurgitare testi del
tipo “Glip glip gag jargaruna fizzolfuck”) e gli tagliò tutti i capelli
e gli calpestò l’armonica, gli diede un cambio d’abito per mettersi
in borghese (credo si trattasse di una versione per taglie forti dei
Bodyjeans Lifetime Chainmail) e lo cacciò via. L’ultima volta che abbiamo
sentito parlare di lui, pare che stesse cercando di cantare Whole
Lotta Love a un mucchio di vecchi cannati sentimentali in un paesino
dimenticato da Dio. Stucchevole da morire, direi.”
Me, me stesso e io. Datemi pure del qualunquista, ma quand’ero
un pivello potevo saltabeccare tra Led Zeppelin, Stranglers, Police,
Van Halen, Rolling Stones, Cheap Trick, Missing Persons, Adam Ant e
Def Leppard senza essere afflitto dal benché minimo rimorso di coscienza.
Del Dirigible Bombato io apprezzavo (e continuo ad apprezzare) soprattutto
Good Times Bad Times, Comunication Breakdown, Ramble
On, Living Loving Maid, Celebration Day, Tangerine,
The Rover, Houses Of The Holy. Tutti brani abbastanza
stringati, direi classicamente rock. I più lunghi e bombastici, tipo
per l’appunto Whole Lotta Love, How Many More Times, Kashmir
e In My Time Of Dying, mi mandavano in paranoia. Un giorno mi
feci registrare su due nastri comprati al supermercato il live-film
autocelebrativo The Song Remains The Same, ma non durò più di
quattro mesi: in pratica, ne ascoltavo a ripetizione solamente la title-track,
indubitabilmente una splendida cavalcata elettrica. Però i venticinque
minuti di Dazed & Confused, eh no, quello era davvero troppo;
ruotava pure il filmato in una tivù libera ma a un certo punto le sviolinate
megalomani di Jimmy Page venivano provvidenzialmente interrotte dallo
scenario interamente bianco e le pennate impertinenti di Smash It
Up dei Damned, una torrenziale boccata d’aria fresca. Eh sì, davvero
stucchevole il Dirigibile 1973. Gradirei sapere da Voi come sto andando.
E… vi siete esentati finalmente dalla tirannia della materia?
Lester, “Metal Machine Music” e “Kiss Alive!”. Punto 14 della
Disamina Lesteriana in 17 punti di Metal Machine Music, doppio
album rumoristico di Lou Reed: “Quando io e Lisa Robinson siamo stati
invitati in Uganda per intervistare il presidente Idi Amin Dada, per
futuri articoli in copertina su Creem e Hit Parader, gliel’ho
fatto ascoltare e a lui è piaciuto un sacco. Gliene ho regalata una
copia e ora lui, con un editto speciale, lo fa trasmettere dai diffusori
di musica di sotto fondo in tutti i supermercati (tutti e trentacinque)
e le sale d’aspetto dei medici (tutte e otto) del suo fantastico paese,
in modo che i cittadini possano ricevere ispirazione per spingersi a
vette di patriottismo ancora più alte nei riguardi del suo regime e
di tutto ciò che esso rappresenta.
Punto 15. MMM è l’anima di Lou. Se c’è qualcosa che vorrebbe
vedere sepolto in una capsula del tempo, è proprio quello.
Punto 16: “Quando sono fatto di Romilar è meglio di qualsiasi altro
disco io abbia mai ascoltato.
Punto 17: “È il disco più fantastico mai realizzato nella storia del
timpano umano. Al secondo posto: Kiss Alive!
Me, me stesso e io. Il Romilar, o destrometorfano bromidrato,
è un espettorante e sedativo broncopolmonare, prodotto in compresse
dalla Roche, non più in commercio. Negli anni Settanta veniva usato
e abusato come sostitutivo cheap della morfina. Richiedendo dosi
piuttosto massicce per raggiungere l’effetto sballo, solitamente percezioni
illusorie e frenesie sessuali, provoca enormi danni all’organismo, sicché
oggigiorno è caduto in disuso. Forse Lester ci è morto.
Ho ascoltato Metal Machine Music solo una volta, a casa di un
amico. Cinquanta minuti di puro suono iterativo; sinceramente, non mi
fece venire alcuna voglia di comprarlo, anzi ricordo che commentai sprezzante:
“Questa è merda sciolta per eroinomani allo stato puro!” Però qualche
anno dopo, già più avvezzo a frastuoni atonali e brutali retroazioni
sonore grazie a Starship, L.A. Blues, 30 Seconds Over
Tokyo dei Pere Ubu e Sister dei Sonic Youth, ascoltai Radio
Ethiopia/Abissinia del Patti Smith Group, dieci minuti di suono
marcio e conati di vomito, e ne fui rapito. “Oh, ti spedirò un telegramma,
oh ho delle notizie per te. Oh ti spedirò un telegramma, lo spedisco
direttamente giù nel tuo cuore. Nel profondo del tuo cervello c’è una
leva, giù nel profondo del tuo cervello c’è un interruttore, giù nel
profondo della tua carne. Tu sei in gamba, sei proprio come una puttana…”
Una zoccola trevigiana.
Kiss Alive!… Ostia, che cocente delusione provai quando venni
a sapere che quest’epocale doppio disco dal vivo, tonante colonna sonora
della mia adolescenza problematica e onanista, era stato largamente
ritoccato in studio!
È urgente delucidare questa scabrosa faccenda. 2001. Nella sua vendutissima
e acclamata autobiografia Kiss and Make-Up, Gene Simmons scrive:
“Sono sempre corse voci che Alive! sia stato abbondantemente
rimaneggiato in studio. Non è vero. Ritoccammo le parti vocali e sistemammo
qualche assolo di chitarra, ma non avevamo né il tempo né il denaro
per modificare completamente le incisioni. Ciò che volevamo, e che ottenemmo,
fu la testimonianza della forza grezza e della potenza della band.”
(Ouverture dello stesso libro, pag. 4: “In ogni caso, ecco la verità,
tutta la verità, nient’altro che la verità, e che Dio mi aiuti.”)
Secondo il libro di Dale Sherman Black Diamond e la rivista Goldmine,
nei primi anni Novanta Eddie Kramer rese noto che in Alive! egli
dovette ricorrere a un numero limitato di sovraincisioni (overdubs)
per correggere gli errori più ovvi, quali per esempio rotture di corde,
parti vocali mancanti e note fuori chiave, entrambi piuttosto frequenti
in un concerto ‘movimentato’ quale era quello dei Kiss, che oltre tutto
non erano propriamente dei mostri in fatto di tecnica musicale.
Tuttavia, in tempi più recenti, il celebre produttore/ingegnere del
suono sudafricano ha dichiarato che l’unica registrazione dal vivo originale
nell’album è la chitarra solista di Ace Frehley; successivamente, durante
un’intervista televisiva, ha ulteriormente rettificato il tiro affermando
che le uniche parti originali sono le percussioni di Peter Criss. Forse
la memoria comincia a fargli difetto, o magari pazzeggia, chissà; ho
letto che da giovane durante le sedute di registrazione hendrixiane
si dilettava a deridere Chas Chandler per il suo marcato accento cockney.
In ogni modo, la controversia ha coinvolto anche il secondo album dal
vivo della band newyorchese, Alive II, che risulterebbe quasi
totalmente ricreato alla consolle, perfino con due brani, Tomorrow
And Tonight e Hard Look Woman, suonati in studio e poi mixati
coi rumori della folla! Che pacchianata! Finalmente, nel recente DVD
celebrante la storia dei Kiss, perfino gli stessi membri del gruppo
ammettono l’uso estensivo di overdubs nei loro cosiddetti dischi
dal vivo. Bella forza, ormai si sono fatti i miliardi e hanno scopato
tutto lo scopabile… Dico, avessero almeno avuto la dignità di proporsi:
“Che importa se siamo una brigata di sacchi della spazzatura antropomorfi,
fissiamoci su vinile così come veniamo e vaffanculo al mondo intero!”
Ecco come ti crolla un mito. Che peraltro scricchiolava già da quando
avevo appreso che in Destroyer era stato Dick Wagner della Lou
Reed Band a suonare la maggior parte degli (egregi) assoli di chitarra,
poiché Ace Frehley non reggeva il perfezionismo e la disciplina di Bob
Ezrin a un tale livello che alle sessioni di registrazione preferiva
le partite a poker coi suoi amici ubriaconi. No more heroes anymore!
(Fortissimo nonché scontatissimo dubbio: ma a Lester MMM e Alive!
piacevano davvero, o ci voleva soltanto prendere tutti per i nostri
fondelli tumefatti? Me lo figuro lassù, acciambellato su una nuvoletta
di plasma con trentacinque nanocompresse di Proximax in corpo, sogghignando
sotto il caschetto biondo alla Brian Jones.)
Lester e “Station To Station” di David Bowie. “È difficile avere
degli eroi. È la cosa più difficile del mondo. È perfino più difficile
che essere un eroe. Di solito dagli eroi ci si aspetta che producano
un qualcosa per riconfermare la presa delle loro dita altolocate sulle
belle chiappe di quella stronza della Musa; e a volte arriva a un pelo
dal somigliare a delle unghiate che scendono lungo il bordo di un precipizio
d’argilla fino a cadere. Al tramonto, persino. E non c’è nessun banchetto
aziendale, giovanotto.”
David Bowie non era certamente l’eroe di Lester. Anzi, per dirla tutta
non lo poteva vedere neanche dipinto. Considerava la sua fase Ziggy
Stardust e i Ragni da Marte come una menata colossale, e più ad ampio
raggio la sua musica come un mélange furbastro da professionista dell’industria
dello spettacolo.
Poi però uscì Young Americans e Lester inarcò un sopracciglio,
ma fu Station To Station a fargli scrivere: “È uno dei più bei
dischi di chitarra dai tempi di Rock’n’Roll Animal, ha una disinibizione
e una pulsazione incessanti che calpestano completamente le parole.
E quindi, chi se ne fotte di cosa significa TVC 15: è un gran
pezzo rock. (…) È un disco rock talmente bello e con una tale potenzialità
di durare nel tempo, perfino più di Young Americans, che mi sbilancio
a dire: penso che Bowie abbia finalmente prodotto il suo (primo) capolavoro.”
Me, me stesso e io. L’uomo che cadde sulla Terra. Ho letto
il libro e visto il film: pregevole il primo, non completamente riuscito
ma lo stesso intrigante il secondo. Nel 1976 un critico cinematografico
scrisse su Robot che David Bowie non faceva molta fatica a recitare
se stesso: anche se avevo soltanto dodici anni, fui sostanzialmente
d’accordo con lui. Mi è rimasta impressa soprattutto questa scena: una
donna e un uomo a letto, nudi; lei è una brunaccia all-American opulenta
e sfrontata, di quelle che ti fotteresti tutti i giorni dal tramonto
all’alba, che dormono con la lingua fra le tue palle pelose e ingoiano
tutto quello che c’è da ingoiare; lui, un torace peloso alla Burt Reynolds
e i capelli pettinati come Antonello Cuccureddu trent’anni fa; parlano
parlano e parlano, finché lei bramosa di sesso non gli circonda i fianchi
con quelle sue cosce sode da cheerleader spronandolo: “Avanti,
fammi sentire quanto sei uomo!”
Young Americans mi serve come lassativo quando tralascio di assumere
fibre vegetali. Station To Station ce l’ho in CD. La fotografia
in copertina di Steve Shapiro è tratta da L’uomo che cadde sulla
Terra. Le foto all’interno, sempre di Steve Shapiro e Jayne Fincher,
dovrebbero essere schiaffate in faccia ai giovani d’oggi nell’ambito
di una campagna contro l’abuso di cocaina, soprattutto a Roma, laddove
recentemente il Cnr ha rintracciato la magica polvere colombiana perfino
nell’aria: ciò nonostante, dato che ormai se la pippano a tutto spiano
perfino i parlamentari, non è considerata una vera emergenza.
Personalmente, non ritengo Station To Station un capolavoro,
ma un buon album con picchi d’eccellenza, questo sì. La title-track
riprende brillantemente l’idea alquanto datata della suite, mentre TVC
15 è in effetti un gran pezzo, e sono ottimamente congegnate le
dinamiche funky-rock di Golden Years e Stay. Wild Is
The Wind e Word On A Wing eccedono forse un tantino in pathos
ducale, ma la seconda mi piace moltissimo, con quella vaporosa nota
di sintetizzatore all’inizio che richiama realmente l’immagine di una
parola in caduta libera dall’ala di un uccello libratosi in volo. Le
chitarre, e qui do pienamente ragione a Lester, sono grandiose: Carlos
Alomar, Earl Slick e Stacey Heydon, quest’ultimo presente nelle due
bonus track registrate dal vivo, fanno veramente i fuochi d’artificio.
Un’altra scena da un altro film, e un’altra bruna conturbante: Mathilda
May, alias Space Girl (chiamarla semplicemente “aliena” pareva troppo
ordinario?), percorre nudissima gli interminabili corridoi di un laboratorio
governativo col passo vellutato di una mannequin.
Space Vampires è uno di quei film talmente assurdi da divenire oggetto
di culto. Ritengo che in cuor suo il regista Tobe Hooper volesse realizzare
una sintesi modernista e sensuale dei vecchi film di fanta-horror: ma
il risultato, super-produzione effetti ultra-speciali e suntuosa campagna
pubblicitaria a parte, mi richiama alla memoria piuttosto certe boiate
girate nei primi anni Settanta da Jess Franco con Lina Romay e C. Le
quali se non altro avevano il pregio dell’artigianalità.
In ogni modo, Mathilda May era fantastica (lo è ancor più adesso, a
42 anni compiuti). Esistessero davvero delle creature extraterrestri
così voluttuose! Ehm, nel caso ne conosceste una, magari nella Nube
di Magellano dove si dice siano tutte ciorgne, me la mandereste qui
a bordo? Comincio a sentirmi un po’ solo…
Lester e i Clash. “E così, eccomi qui grazie alla cortesia aziendale
della CBS International per vedere i Clash, per sentire i gruppi new
wave alla radio (una festa per le orecchie di un americano) e trovare
l’Impero, finalmente, di nuovo in preda a fermenti.” Per Lester, il
cui pensiero era che il rock fosse sceso qualitativamente in picchiata
dopo il 1968 avendo raggiunto il suo apice nell’anno precedente (quando
Keith Richards ancora non si arrampicava sulle palme da cocco e se ne
andava a spasso per il Sistema Solare con gli occhiali da sole a occhio
di mosca), il punk-rock rappresentò un’ipodermica per cavalli di nuova
linfa esistenziale. Tant’è vero che la sua crepitante (al solito) recensione
critica del gruppo inglese è strutturata in ben tre lunghe parti, che
verranno pubblicate sul New Musical Express il 10, 17 e 24 dicembre
1977. Premettendo che, politicamente dissertando, non sa niente e non
gliene potrebbe fregare di meno della struttura sociale inglese, il
biondo scrive che il gruppo di Joe Strummer, Mick Jones e Paul Simonon
“è giusto perché sotto il loro paesaggio sonoro teso e aspro si cela
un persistente umanitarismo.” In più, gli piacciono come persone, più
di ogni altro gruppo che abbia mai incontrato. Presumibilmente perché
la sera che li conobbe, ubriaco manco a dirlo, rintuzzarono ogni sua
frase pungente con naturale arguzia britannica, senza mai tirarsela
da rocker arroganti e spocchiosi.
(“Be’, Lester”, disse Mick Jones, “non guardare me. Se ti dà fastidio
il genocidio culturale perché non fai tu qualcosa per cambiare le cose?”
“Sì”, disse una delle fan, una ragazzina punk di colore carinissima,
“ci stai facendo venire la depressione a tutti quanti!”)
Lester finisce per montare sul carrozzone itinerante della band. Ci
racconta di quando con nonchalance lasciò cadere che aveva la
cassetta del nuovo grande album dei Ramones, Rocket To Russia,
scatenando il genuino entusiasmo del gruppo. È molto felice di poter
dire che i Clash sono fan accaniti dei Muppets, nonché gente relativamente
sana (relativamente perché si fanno fior di cannoni, ma in dosi coscienziose
il fumo integra il pensiero): “Non c’è neanche un affumicatore di cucchiai
o un fricchettone malconcio. Oltre a ciò non divorano groupie
adolescenti come caramelle Zigulì, ammazzano il tempo sul bus leggendo
libri impegnati e s’intrattengono spesso a parlare coi loro fan.” Decanta
il sex appeal misto di “monellaccio adolescente e primate del Paleolitico”
di Paul Simonon. Trova “patetica e inadeguata” tutta la terminologia
critica utilizzabile per descrivere le loro torrenziali esibizioni.
Assiste a diatribe con titolari di locali pieni di mota e sguardi in
cagnesco fra punksters pieni di spille e spillette e teddy boys perdutamente
convinti della propria unicità. Non sente per nulla la nostalgia di
New York, che l’aveva attanagliato in altre precedenti esperienze in
Inghilterra. E di conseguenza riflette intensamente per la decimillesima
volta sul suo controverso paese natio (“In America non sei tenuto a
crescere. Sei tenuto a consumare.”)
Il suo incarico avrebbe dovuto durare tre giorni, ma Lester è talmente
preso bene che prosegue con i Clash fino a Coventry. Durante il concerto
attacca bottone con una punkette “molto vivace, sana, giovane col suo
giubbotto ricoperto di spallette coi nomi dei gruppi”, molto indispettita
perché i Clash avevano chiesto al pubblico di non sputargli addosso.
“Dopotutto, sono stati loro a cominciare”, dice.
“Però suonano meglio quando non lo fate”, le dice Lester.
“Non importa! Io voglio solo saltare! E anche i miei alunni!”
Lester rimane basito. “I tuoi alunni? Aspetta un attimo, quanti anni
hai?”
“Ventiquattro. Faccio l’insegnante.”
“Ma… allora… che ci fai qui? Cioè, perché ti piacciono i Clash?”
“Perché mi fanno saltare!” E si è allontanata pogando.
Me, me stesso e io. Nel 1983 le pareti della mia stanzetta erano
adornate da un assortimento quanto meno eterogeneo di poster; Iron Maiden,
Richard Gere (oh, avrei voluto essere bello come lui!) Torino Calcio
1982-83, Alice (!)… e i Clash. Il mio primo loro album era stato Combat
Rock, ma in seguito avevo fulmineamente percorso a ritroso tutta
la loro discografia fino a quello juggernaut di suoni e intenti
bellicosi che è The Clash, uno dei capolavori della storia del
rock. Noel Gallagher una volta si è chiesto che diavolo ci trovasse
la gente nello stile musicale del quartetto londinese. Io una miriade
di volte mi sono chiesto che acciderba ci trovo io, nonché qualche altro
milione di musicomani sparsi su questo macigno surriscaldato, negli
Oasis. Una spiegazione potrebbe essere la loro propinquità al Ritmo
Assoluto di Arthur C. Clarke: una volta che ti è entrato
nella capoccia vi resta per sempre, fagocitando ogni altro pensiero,
addirittura i bisogni primari. Piuttosto inquietante, non trovate?
I Clash, invece, sono il rock’n’roll ridotto alla propria pulsante ossatura
e rilanciato nella stratosfera in un razzo a propulsione Molotov Cocktail.
“Personalmente, non ricordo neanche di aver registrato il primo album,
tanto ero intontito dagli spini”, rivelò poco prima di andarsene Joe
Strummer a un rampante giornalista. Macché intontito, carissimo Joe:
eri in stato di grazia! Flirtavi con la Musa nella Bottega dell’Arte,
col Bob Marley in bocca e una mano fra le sue lunghissime gambe. E Il
Capitale di Marx sul bancone.
Julian Cope ha descritto efficacemente i concerti di questa pattuglia
di uomini veri: “I Clash facevano pensare a un’immensa guerra nucleare.
Avevi bisogno di movimenti che descrivessero le sparatorie sul delta
del Mekong o i bombardamenti al napalm contro i bambini senzatetto.”
He’s in love with rock and roll, woaahh!!! Non c’è una nota fuori
posto in The Clash. L’unità d’intenti musicali e sociali è straordinaria,
irripetibile quanto può esserlo Guernica di Picasso o Il Pensatore
di Rodin, e Fun House. Non ti stanca proprio mai, e quando lo
metti sul piatto o nel lettore laser o vattelappesca non è per enuclearne
una canzone o due, exempli gratia ora mi ascolto London’s
Burning e più tardi alla terza canna 48 Hours e nel frattempo
le Pipettes: te lo spari nelle orecchie ininterrottamente dal principio
alla fine.
Ho un buon amico che come me vi ha venerato e continua a venerarvi come
divinità che hanno preso forma umana, tuttavia è così
rockisticamente pignolo da rubattarmi frequentemente le scatole con
la storia che che l’assolo di Police & Thieves gli suona come
se fosse stato eseguito con una moneta da 100 lire anziché un plettro.
Sarà, ma proprio in ciò sta la sua attrattiva! Ascoltatelo a buon volume
al volante del vostro cigolante macinino italiano in un pomeriggio soleggiato
di mezza estate sulla strada per Lekeitio...
Strobe-cut. E mi ritrovai al bar Patxon di Karraspio, seduto
su uno sgabello davanti al banco. Neanche il tempo di sacramentare che
un’adorabile giovane bionda attraccò al mio molo e cantò: “Kaixo!
Ni Nerea naiz. Eta zu, nor zara zu?” Ciao! Io sono Nerea. E tu chi
sei?
Il Babbione Natale, mi veniva da risponderle. Invece rimasi silenzioso
a guardarla come un bue sedato con una vagonata di thorazina. Era Piggy
versione Lea-Artibai, forse più alta e slanciata e con quei lineamenti
peculiari dovuti alla progressiva secolare introduzione dell’orifizio
occipitale nel cranio con conseguente ritrazione del volto e ingrossamento
delle tempie. In qualunque modo un bel pezzo di legno vivo, coi suoi
pantaloncini di cotone bianco, la blusa rosa confetto e le ciabatte
infradito. L’esame successivo per ottenere il Patentino Intergalattico
di Bambino Rock delle Stelle?
“Nor zara zu?” ripeté sorridendo Nerea Piggistarain.
Io parlo il basco, o meglio ne mastico una trentina di frasi utili per
stupire il borghese locale, specialmente il tipico stronzone di buona
famiglia che pensa che gli italiani sono tutti imbecilli e cascamorti
e fascisti. “Ni Wolfango naiz, laztana. Arratsalde on!” L’ultima
locuzione significava “buon pomeriggio”, ma eravamo davvero in quella
parte del giorno? Mi voltai verso le lontane onde spumeggianti: surfisti
torciati, lettori solitari, fette di cocomero, cellulite navarra, perizomi
castigliani. Sì, dovevano essere le cinque o giù di lì.
Replica di Nerea: “Ottimo livello di euskera!” Anche lei usava parecchio
le strisce sbiancanti per i fanoni. Dopodiché mi aspettavo una domanda
del solito banale repertorio, tipo che ci fa un italiano a Lekeitio,
com’è che parli la nostra lingua, è nato prima l’uovo bilbaino
o la gallina donostiarra e avanti parei fino al Big Crunch.
Ma la neska mi spiazzò prendendomi delicatamente la mano e frusciando,
in perfetto italiano: “Vieni. Andiamo in spiaggia a parlare un
po’.”
Non avendo tra tutt’e due un asciugamano (men che mai io!), ci sedemmo
direttamente sulla sabbia, a metà cammino fra il bar e la battigia.
Nerea estrasse dalla sua pochette dorata uno spinello d’erba,
se lo accese con scioltezza e dopo tre o quattro boccate me lo passò.
Nessuno ci guardò di traverso; Karraspio era un contesto di dolce libertà
estiva.
L’erba era squisita e in breve mi stonò con piacevolezza. La sera s’inclinava
pigramente sui pescherecci alla fonda. Ora ci sarebbe stato a meraviglia
un bacio tenero come cioccolato bianco sulla guancia rosea della ragazza,
come quando avevo nove anni sul grado del portone con la mia fidanzatina
delle elementari, la capa delle femmine.
Ma mi aspettava ben altro.
Tutt’a un tratto Nerea interruppe la sua contemplazione di un surfista
particolarmente abile. “Hai portato indietro qualcosa dal Traforo, Wolfango?”
“Quale Traforo?” Poi capii. Era il nomignolo mediatico della Singolarità
di Gibson. “Che intendi per ‘qualcosa’?”
Le punte dei suoi piedini ben modellati, il più bel sogno per un feticista,
smossero nervosamente la rena. “Intendo qualcosa, Wolf. Qualsiasi
cosa.” Sono Wolf, e non risolvo problemi. Anzi, ne creo a palate.
Guardandola in tralice, roteai l’indice della mano destra. “Tutto questo
è vero, o è solo un dannato set della Nasa?”
“È vero, Wolf.” Un gemito di rassegnazione.
Cancellai la fantasia del bacio. Mi alzai, riducendole il sole a un
alone. “Reale una merda secca. Il cannone era per blandirmi, vero? Così
ti consegnerei la qualsiasi cosa senza fare troppo i capricci,
per il sommo gaudio dei capoccioni incravattati lassù o quaggiù
in sala controllo. Tuttavia, io non ho proprio niente da darvi. Nessun
ninnolo extraterrestre o sconvolgente verità cosmica scritta in esperanto
galattico su pergamena plasmatica. Nada. Ci facciamo un bagno?”
Lei mi chiese ancora, ma attraverso una lente gravitazionale: “Cos’è
successo dall’altra parte, Wolf?”
“Non voglio sapere cosa fanno i ricchi. Non voglio andare dove vanno
i ricchi. Si credono così furbi, si credono così giusti, ma la verità
la sanno soltanto i poveracci.”
“Zer da hori? Cos’è questo?”
E che accidenti avrei dovuto rispondere a quella megagnocca governativa
cannaiola? “Una razza benedetta mi ha fatto scoprire Lester Bangs, recensore
rock incommensurabile e figura chiave della controcultura americana.
Sono stato sottoposto a un confronto virtuale fra le sue esperienze
e le mie in materia di rock’n’roll che mi ha arricchito la mente.”
A Nerea e soprattutto ai suoi responsabili non avrebbe potuto fregagliene
di meno. Essi volevano, anzi pretendevano l’oggetto, il reperto
tangibile da analizzare, sezionare, fotografare, vezzeggiare, scopare;
non si spendono miliardi di soldi dei contribuenti per mandare un tizio
dall’altro lato di un wormhole a dissertare di beat, hard rock
e punk con gli ometti verdi, le piovre senzienti, i globi luminescenti
o qualunque aspetto abbiano i nostri interlocutori.
Fiato sprecato. E io avevo voglia di tuffarmi sotto quelle onde, vere
o artificiali che fossero. Allora abbandonai un’interdetta Nerea sul
suo piccolo colle di sabbia e mi diressi ad ampie falcate verso il bagnasciuga,
con indosso ancora i pantaloni e la camicia di tela. La sentii gridare
qualcosa dietro di me, ma mi strinsi nelle spalle. L’acqua era tiepida
e pulita, perfetta. Strobe-cut.
Aveva smesso di piovere. Non può piovere per l’eternità. Mi ero risintonizzato
con il mondo che gli uomini definiscono reale. Piggy Paradigmatica e
Notebook se n’erano andate.
In loro luogo, un’adolescente molto somigliante a Eva Green, la libertina
palliduccia e lentigginosa di The Dreamers – una pellicola che
io mi rifiuto sempre di vedere per la mera ragione che detesto Bernardo
Bertolucci, come regista e come persona.
Eva Succedanea era intenta nella lettura di La strada del Kama-Sutra
di Deepak Chopra. Di lì a qualche attimo fu raggiunta da un ragazzo
alto e sottile coi tratti somatici inconfondibilmente indiani: il suo
Bhagwan.
ScaffHal colse l’occasione per un maligno appunto a margine della scenetta
prima di mettersi in stand-by. “Nel 1967, finito il tour australiano
degli Yardbirds, Jimmy Page se ne andò in India, dove voleva ascoltare
musica carnatica. Diciassette anni dopo, fu ritrovato stordito e confuso
dalla polizia in una stazione ferroviaria di Londra. Quando lo perquisirono,
gli trovarono addosso una busta di cocaina e lo arrestarono.”
Sorridendo sotto i baffi, calai lo sguardo al blocco di memoria cartaceo.
Un altro cambiamento. Sul mio tavolo non c’era più la Guida Ragionevole
al Frastuono, ma I CLASH/Arcana Editrice. Lo attivai.
“Non stare alle regole / non fanno per te è roba da stupidi / E se non
lo sai lo stupido sei tu / Allora stateci voi alle regole pezzi di idioti.”
Sorrisi ancora e osservai il cielo aprirsi in un immenso lago azzurro.
“Grazie, Lester: sei un dio.”
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