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STOP ALLO STRESS!
 
93’ di Torino-Piacenza. Il punteggio, 2-1 per il Toro, gol di Rosina e Muzzi. Una staffilata di Margiotta si è appena infranta contro la traversa. Il mio amico Riccardo gongola: “È merito del nostro pinotismo!” Un esorcismo semiserio mutuato dallo spassoso repertorio del Mago Gabriel, con la sola imposizione delle mani a seconda che il Toro attacchi o si difenda.
Il sottoscritto boccheggia: “Macché pinotismo e ipnotismo… Io ci morirò su questi spalti, credimi!”
“Comunque, ragazzo mio, siamo sempre il Toro” si sente in dovere di ricordarmi una platinata virago di mezz’età al mio fianco. Ovverosia: Talmone Torino, Torino Calcio 1906 o Torino F.C. che questa squadra si chiami, il motivo non cambia. Più in particolare, la zona Cesarini ci fa sempre soffrire da pazzi, perfino giocando contro una squadra ridotta in dieci e letteralmente surclassata per quasi tutta la partita.
Alla fine si vince, ma fuori dello stadio io mi sento ancora teso come una corda della chitarra di Eddie Van Halen. Neanche una bottiglietta d’acqua minerale gasata, che svuoto in tre convulse sorsate benché abbia un sapore pessimo, riesce a calmarmi. Saluto in fretta gli amici e vado a rintanarmi in macchina. Il cuore mi batte all’impazzata e mi manca il fiato. Temo di essere sull’orlo di un attacco di panico, cosa non nuova per me. Ne soffrivo di frequente quando lavoravo in fabbrica. In quella fabbrica a cinque lettere.
Calma e gesso. Tratto un profondo respiro, porto le mani dietro la testa e appoggio gli indici e i medi di entrambe le mani alla base della nuca, esattamente al centro del solco che divide il collo a metà: le punte delle dita di una mano devono toccare le punte delle dita dell’altra. Sì, proprio così. Premo con forza moderata per tre secondi, quindi faccio una pausa di tempo equivalente e ripeto la pressione. Guarda quant’è carina quella ragazza. Ripeto l’operazione cinque volte, alternando pausa e pressione.
Finalmente, il cuore rallenta i suoi battiti e quella morsa tenebrosa sul cranio si allenta. Fiuuu! Rinfrancato, giro la chiavetta dell’accensione e accendo lo stereo. La mia morte allo stadio è rimandata al prossimo match in casa.

Non sono un fanatico di Moby, ma quella canzone, We Are All Made Of Stars, è davvero figa. Mi piacerebbe registrarne una cover variandone il titolo: We Are All Made Of Hormones. Siamo tutti fatti di ormoni. A fronte di un qualsiasi evento stressante, il nostro organismo n’è letteralmente inondato. ACTH, TSH, gonadotropine, prolattina, adrenalina, norepinefrina, dopamina (questi ultimi tre noti collettivamente come “catecolamine”), cortisolo e le arcinote endorfine. Queste sostanze influenzano la reazione nervosa, il battito cardiaco, la resistenza al dolore e allo sforzo fisico prolungato, la risposta sessuale e altri aspetti fisiologici della reazione di fuga o lotta. Gli attacchi di panico sono provocati dal rilascio sovrabbondante di adrenalina, norepinefrina e cortisolo nel circolo sanguigno, altresì da un deficit di sintesi di un’altra superstar biochimica, la serotonina, in alcune aree del cervello.
Che cosa può avermi provocato quell’attacco di panico davanti alla Tribuna Nord Maratona?

1. Quei due terribili caffè che ho bevuto al bar del terzo anello prima del fischio d’inizio.
2. La mancata uscita di Taibi che ha permesso ai piacentini di accorciare le distanze.
3. Lo sventato retropassaggio di Longo che a momenti li manda in porta.
4. Il pressing finale del Piacenza che ha portato alla già citata punizione di Margiotta stampatasi sulla traversa prima e sulla linea di porta poi.
5. L’azione sinergica di tutti questi “stressor” (così vengono genericamente chiamate tutte le situazioni di stress).

O.K. E se la smettessi di andare a vedere il Toro?

Stop allo stress. Ho rinvenuto questo libercolo nel bidone cartesiano per la raccolta di carta e cartone del nostro cortile. In origine era allegato a un numero della rivista Viversani & belli. Quest’ultima è uno di quei mensili salutisti in cui per recuperare la linea dopo i bagordi natalizi ti consigliano una dieta a base di melone spagnolo e acqua minerale naturale per dieci giorni, e prima di partire per le vacanze estive frullati di guaranà e scolopendra indiana, la quale inoltre si dice possieda virtù anti-ictus.
In ogni modo, Stop allo stress si è rivelato tutt’altro che una boiata. Scritto con la consulenza della dottoressa Angela Raimo, psicoterapeuta e specialista in neuropsichiatria a Bergamo, è prodigo di suggerimenti su come affrontare gli stressor. Io, per me, ho scelto l’auto-shiatsu.
Lo shiatsu (parola composta di shi = dito e atsu = pressione), è una tecnica giapponese risalente al VI secolo, quando i monaci buddisti importarono nel paese del sol levante i principi della medicina tradizionale cinese che ne costituiscono il fondamento teorico. Consiste nell’esercitare con le dita una moderata pressione in alcuni punti strategici del corpo, risvegliandone la forza di autoguarigione. Benché ora in Italia sia molto in voga (recentemente ho visto affisso alla pensilina di una fermata d’autobus un manifesto reclamizzante un “salone rumeno di massaggi shiatsu e Tai Chi”!), nessuna istituzione universitaria si è ancora impegnata a studiarne gli effettivi benefici. Whisky coca e agopuntura, direbbe un barista di mia conoscenza. (Dove agopuntura sta per angostura, se non l’avevate capito.)
Il massaggio che mi sono praticato davanti allo Stadio delle Alpi è il secondo di una sequenza di dieci stimolazioni che andrebbe eseguita tutti i giorni. Nel massaggio numero otto bisogna portare i pollici al centro della linea immaginaria che divide il piede a metà e premere profondamente per altri tre secondi, fare una pausa, quindi esercitare la pressione di nuovo, per un totale di tre volte. Nessun problema: se andremo ai play-off verrò allo stadio scalzo. Magari pure rasato a zero: il monaco granata.

Le fialette di plastica si incastrarono perfettamente nell’unità flebo saldata nella coscia. Contenevano CRF in soluzione. La molecola CRF rilascia l’ormone ACTH (adrenocorticotropo), che induce una reazione aggressiva o di fuga, ma quel CRF era tagliato con amfetamine e testosterone per essere sicuri che la reazione fosse aggressiva, e non di fuga. John Shirley, Parrocchetto.

Siamo fatti di ormoni. Per disgrazia, se ne sono accorti anche i militari statunitensi. Continuous Assisted Performance. No, non è in titolo di una canzone dei Grandaddy: è l’obiettivo di un programma della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA).
La “performance continua assistita”, ovverosia mettere i soldati americani nelle condizioni di fornire prestazioni irreprensibili finanche in assenza di riposo, grazie all’utilizzo d’impianti biotecnologici o mediante manipolazione metabolica. L’elisir di lunga concentrazione a prossima disposizione dei combattenti si chiama Ampachine. In alternativa, si sta cercando l’interruttore biochimico che permette a certi animali, come gli uccelli migratori, di compiere lunghissimi sforzi senza mai cedere alla fatica.
Parrocchetto è un aspirante comico ebreo che si ritrova a combattere in una terza guerra mondiale convenzionale. Poiché si rifiuta di iniettarsi gli stimolanti da combattimento, è ritenuto un pusillanime dai suoi strafatti commilitoni. Pure, è il più coraggioso del plotone e per dimostrarlo ci rimetterà la pelle.
Come saranno i reduci delle guerre prossime venture? Zombie senza sonno? Cervelli sfrigolanti d’iperattività? Tossici d’endorfine?
È possibile anche per gli occidentali mettere in atto la pratica mantrica tibetana di rilassamento, in un modo molto semplice ma di grande effetto. Si tratta solo di cercare nella propria cultura una protezione mentale: cioè, il verso di una poesia, oppure una frase che ci ha particolarmente colpito per il suo suono, o il concetto espresso.
Questo è il mio mantra attuale: “Non credo ci siano russi, e non ci sono yankees, solo corporazioni criminali che giocano con i carri armati.” (The Call).

Eccomi giunto al termine di un’altra giornata del menga. Indosso il pigiama e mi siedo sul bordo del letto. Fra un attimo proverò a potenziare i benefici del massaggio shiatsu con la visualizzazione: immaginerò di scrivere una recensione di Radio Ethiopia, uno dei miei dischi preferiti.
Appoggiare gli indici di entrambe le mani sulla sommità del capo, esattamente al centro della testa. Nel cruciale 1976 Patti Smith cambia produttore discografico, preferendo al colto e raffinato John Cale il più spregiudicato Jack Douglas, l’abile artigiano del suono Aerosmith. Il prodotto di questa collaborazione sarà Radio Ethiopia, uscito alla fine di quell’anno. Le punte dei due indici devono toccarsi. I critici più intransigenti scriveranno che “il Patti Smith Group ha venduto la propria anima ribelle al rock duro da classifica”, ma in verità il disco scotta come la superficie del sole, rappresentando la naturale evoluzione del suono spontaneo e complesso di Horses. Sovrapporre il dito medio al rispettivo dito indice, poi premere con una certa forza, mantenendo la pressione per due-tre secondi. Nei brani Ask The Angels e Pumping My Heart la band newyorchese prende in prestito i riff taglienti dei Blue Öyster Cult e li spara in faccia ai new wavers, laddove Distant Fingers è invece sensuale come una bella giornata estiva a Cape Cod… solcata dalle scie biancastre dei dischi volanti. Allentare la pressione (dita distanti!) per altri tre secondi, poi premere nuovamente per due-tre secondi. Ma l’acme del disco è senza alcun dubbio la title-track Radio Ethiopia/Abyssinia: dieci minuti di dissonanze spinte alla velocità della luce, una tregenda allucinata che ha come precedente più significativo nel rock un disco doppio di Lou Reed, Metal Machine Music. Solo gli angeli sanno; a loro bisogna chiedere. Ripetere quattro volte e spalmarsi sul lettuccio come burro d’arachidi.

© 2007 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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