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ULTIMO STADIO DIARIO DI FEDE GRANATA
 
Il senso del calcio è che vinca il migliore in campo, indipendentemente dalla storia, dal prestigio e dal budget. Johan Cruyff, Mi piace il calcio (ma non quello di oggi).
 
1979
 
Oggi è una giornata veramente speciale: ho comprato il mio primo disco, Highway to Hell degli AC/DC! Mi piace il rock duro sparato ad alto volume. Peccato non avere a disposizione più soldi, così mi comprerei un vinile o una cassetta al giorno, anche quelli di genere punk, ’sti gruppi conciati strani che fanno vedere su Videogruppo a tutte le ore: Damned, Stranglers, Sex Pistols, Siouxsie & The Banshees…
È settembre e fa caldo. Niente male, seppure fra pochi giorni mi toccherà affrontare l’impatto con queste benedette/maledette scuole superiori: ho scelto di fare il perito elettrotecnico, ma comincio a dubitare che sia stata la scelta giusta. La mia profia di mate delle medie, l’ultimo giorno d’esame, mi ha detto sicura che io sono in grado di frequentare qualsiasi corso di studi. Se lo dice lei… vorrei che avesse visto quante volte ho aperto i libri in tre anni: allora non l’avrebbe sparata così grossa. Io praticamente non studio, vado avanti memorizzando ciò che blaterano gli insegnanti a scuola: sarò un genio?
Forse. Intanto giochiamo a pallone nella nostra via privata finché c’è questo bel sole! Ieri sera tardi ho visto su Grp due cose molto ganze: la prima è stata una di quelle partite di calcio brasiliano commentate da Mario Mattioli, un tizio che scimmiottando i telecronisti brasiliani ulula un interminabile “gol!” a ogni marcatura (Zico è davvero un figaccione e ora in questo match a porticine non faccio altro che sciorinare tacchetti e colpi d’esterno in suo onore); la seconda, un film sporco francese, e lì è andato tutto perfetto perché l’orologio segnava mezzanotte e trentacinque ma i miei erano già a dormire. La sozzeria s’intitolava La calda bestia. L’attrice protagonista era Lina Romay, una brunaccia dal corpo stupendo e la faccia da zoccola. Faceva male, guardarla. Ad un certo punto sul palco di un teatrino per bavosi si è inginocchiata davanti a una statua di marmo raffigurante un uomo nudo e ha preso a leccarlo proprio lì. A me è venuto più duro della statua, ma non ho avuto il coraggio di farmi una sega in salotto: sarebbe stata la seconda in assoluto, però la prima me la sono fatta chiuso a chiave nel cesso a doppia mandata, e che esperienza, wow! Tutto rimandato alla prossima proiezione, allora.
Pure i fratelli Zeverin hanno visto la puttanella all’opera. Ne parliamo fra un dribbling e l’altro, sperando segretamente che alla fine qualche coetanea ci calcoli piuttosto che correre dietro a quelli che hanno tre anni più di noi, i fatti duri con la Vespa e il chiodo.
Comunque questa giornata è speciale anche per qualcos’altro. Infatti, Derio ‘Dirceu’ Zeverin mi ha convinto ad andare a vedere una partita del Toro in Curva Maratona; stasera si gioca la Coppa Italia e la squadra granata affronterà il Catanzaro. Io il Torino l’ho già visto giocare varie volte, però in curva non ci ho mai messo piede; a dire la verità vado a vedere più spesso la Juventus o la Nazionale, le rare volte che viene qua a Torino. Insomma, calcisticamente parlando sono una vera troia. E questo sembra che non vada bene.
Partiamo dal nostro ritrovo giornaliero alle sette e mezzo di sera; a piedi, poiché abitando vicino allo Stadio Comunale il tragitto non è esagerato. Mentre scarpiniamo Derio fantastica sulla balconata ultrà della Curva Maratona, dicendosi sicuro che la mia fede si orienterà definitivamente verso il granata. Torno a ripetere, non è che io sia particolarmente tifoso di una squadra piuttosto che l’altra, diciamo che mi piace il calcio in generale e sono un lettore assiduo del Guerin Sportivo, comunque per Dirceu io sono una puttana che va redenta. “Non esistono mezze misure, Izio: o sei della Juve o sei del Toro, cazzo!”
Arriviamo ai poco affollati botteghini, compriamo il biglietto ed entriamo. L’anticurva è pieno di gente che srotola striscioni e bandiere, che vende sciarpe e adesivi, che fa colletta per il proprio gruppo e s’incazza di brutto se non gli sganci qualcosa. Io lancio duecento lire nel primo berretto che mi viene sporto senza neanche avere il coraggio di guardare in faccia il proprietario: ricevo in cambio un grugnito di riconoscenza. È bello questo andirivieni colorato di granata.
Un tratto della balconata degli Ultras Granata, primi anni Ottanta.Saliamo due gradini per volta l’ampia scalinata che porta giusto sotto la cosiddetta balconata. Derio mi prende per il braccio e me la indica. “Guarda che meraviglia: gli Ultras Granata!”
Su questo vetusto parapetto ci saranno una ventina di soggetti, quasi tutti coi capelli lunghi, i jeans a tubo, la T-shirt degli Ultras e le scarpe da ginnastica dell’Adidas, alcuni con uno spinello in mano – non ne ho mai fumato uno finora. Tutti ridacchiano, saranno fusi persi, si pigliano reciprocamente per i fondelli con pizzicotti e buffetti sul collo, talvolta qualcuno vacilla rischiando di cadere ma è trattenuto in tempo da mani amiche.
Sono fantastici.
Saliamo le gradinate andandoci a situare nel cuore del settore ‘riservato’ agli Ultras Granata, proprio in asse con il centro della balconata occupata dagli sballoni. Da quel momento in avanti seguiamo ogni coro urlando a squarciagola senza bisogno di farci esortare da nessuno, perché qui se non canti sono schiaffoni sulla cotenna. Derio mi ‘presenta’ i capi del tifo organizzato, dal florido Joao Pinto all’immenso Margaro senza trascurare Gagnosporco, Strega, Piana e il mefistofelico Carmelo, uno che se ti si parasse davanti gli consegneresti automaticamente portafoglio stivali cinturone pacchetto di sigarette e accendino senza neppure aspettare che te lo intimi lui. Toro, Toro, Toro!

A fine partita sono talmente rapito che non mi rendo neanche conto se abbiamo vinto, pareggiato o perso – per la cronaca, la partita è finita 1-0 per il Toro con gol di Ciccio Graziani al 15', nota dell’Osservatore Galattico. Deliro di felicità per aver scoperto che questa è davvero una magica curva. Orbene, signore e signori, ho deciso: d’ora in avanti sarò sempre e solo tifoso del Toro. La mignotta Izio di Via Privata è morta e sepolta.

È fine ottobre e fa freddo. All’inizio del mese il Toro è stato eliminato al primo turno di Coppa UEFA dallo Stoccarda: una delusione cocente. Ribaltato lo 0-1 dell’andata con Claudio Sala nel primo tempo e Graziani nei supplementari, i miei freschi beniamini hanno fallito agli sgoccioli il gol della sicurezza in contropiede con ‘Corsaro’ Greco, che anziché servire il liberissimo Poeta ha sparato addosso al portiere. Sul successivo capovolgimento di fronte la palla è giunta a un certo Ohlicher (sembra una marca di wafers) che da fuori area ha fatto partire un tiro sega che passando attraverso una selva di gambe è terminato in rete. Toro eliminato e rabbia ultrà. E io ero al Comunale, porca mattina: al triplice fischio dell’arbitro mi è venuto da piangere.
Il vegliardo pelato dietro la cattedra parla d’equazioni di qualche accidente di grado e io non me lo filo, poiché continuo a lumare la nostra nuova compagna di classe. Si chiama María Laura ed è argentina; sarà scappata dalla dittatura dei generali, che secondo quanto scrivono i giornali sta facendo sparire nel nulla centinaia di persone laggiù? Mi piacciono anche i calciatori argentini, in particolar modo Mario Kempes, René Houseman e Osvaldo Ardiles. E l’ultimo numero del Guerin mostrava la foto di un ragazzo piccolo e riccioluto con la faccia da scugnizzo napoletano che promette meraviglie, tale Diego Armando Maradona. María Laura Spinzo ha un adorabile caschetto di capelli bruni, gli occhi blu e un bel paio di tettine. Assomiglia vagamente a quell’attrice inglese, come diavolo si chiama… ah, Charlotte Rampling. Il fatto è che anche lei mi punta, porca miseria.
Finalmente termina la lezione di Telly Savalas, adesso c’è inglese ma quella ciospa coi denti di zafferano della profia subentra sempre in ritardo di cinque minuti abbondanti, quindi si può bighellonare. Ecco Luisa Patané: è una squinzia in gamba, la prima ragazza ‘amica’ della mia vita. Voglio dire, dacché lei non mi piace (ha il naso troppo lungo e gli incisivi alla fratel coniglietto) e io non piaccio a lei (troppo rockettaro) e parliamo parecchio, credo di poterla considerare come tale. Ma che starà venendo a dirmi? Collego varie cose: lei è la compagna di banco di María Laura, la medesima mi sta facendo capire a chiare lettere che io le piaccio, quindi…
Luisa poggia il suo bel fondoschiena sul mio banco, accavalla le gambe, mi guarda e spiattella: “Perché non ti metti assieme a María Laura?”
“Mettermi insieme con quella lì, io?
“Mi fai lo schizzinoso, adesso?” Quasi scandalizzata. “Guarda che le piaci da morire. Sono due giorni che mi fa una testa così su quanto sei carino, con quel suo accento lagnoso, gne gne gne!” Ride.
“Così sarei carino.” Sono lusingato, per quanto sinceramente non credo di essere ’sto gran che. Troppo magro e angoloso.
“Sì che lo sei, scemotto. E dài, baccagliatela!”
“Grazie, Luisa. Sei grande.” Lei mi strizza l’occhio e scivola via. La ciospa è arrivata.
Non appena suona la campanella dell’intervallo schizzo subito da María Laura de La Pampa come mi ha consigliato Luisa; lei ricambia la mia azione con un sorriso a trentaduemila denti che trasmette “finalmente ti sei deciso!” Ma poi io m’impappino: “Ehm, sai, comunque…” Risolvo l’impaccio dandole un bacio frettoloso sulla guancia e scappando verso il bar, perché altrimenti ’ste termiti si fregano tutti gli snack. Ma a casa loro mangiano o passano solo la lingua sui piatti?

Mezzogiorno, uscita. Mi trattengo un attimo sulle scale a parlare del Toro con un gaggio (neanche due mesi di Curva Maratona e già mi sparo la posa da ultrà granata vissuto!) e per questo perdo di vista María Laura: la ritrovo ad aspettarmi oltre la cancellata. Appena le sono vicino la mia ‘fidanzata’ sorride inarcando un sopracciglio: è evidente come il sole lassù in cielo che si aspetta un bacio profondo. Anche qui, mai avuto il piacere. E allora facciamo anche questa! Ma la vita di un adolescente è tutta una fottuta prova?
Mi armo di coraggio e l’attiro a me manco fossi John Travolta in La febbre del sabato sera. Mollando lo zainetto a terra con un gesto da melodramma (a beneficio della troupe di Proxima Centauri che mi sta filmando dalla stratosfera), incollo la mia bocca tremante alla sua.
Un attimo che si dilata all’infinito come in certi libri di fantascienza. Le sue labbra si ammorbidiscono, schiudendosi. Ora che devo fare, metterle la lingua in bocca? Lo faccio. M’imbatto in una gomma da masticare, presumibilmente Big Babol; bleah, ma sapendo che l’avrei baciata non poteva sputare quella merda piena di coloranti cancerogeni?
Ritraggo lestamente l’organo del gusto, un po’ nauseato, rigido come un baccalà. Lei si stacca e mi rivolge un’occhiata perplessa, poi bisbiglia un ciao che a momenti neppure Superman capterebbe col suo leggendario super-udito, mi volta le spalle e se ne va.
Ciò nonostante, non appena realizzo che per la prima volta in vita mia ho baciato una ragazza sulla bocca, mi si gonfia il petto d’orgoglio. Sono talmente esaltato che potrei andare su Marte, salutare le carcasse congelate delle sonde Viking e tornare a Torino in meno di un minuto.

Un paio d’ore dopo, a casa mia, squilla il telefono. Anticipando mia madre di un soffio, alzo la cornetta e chiedo: “Chi è?”
“Maurisio?” Pieno di visio, per servirti. Faccio cenno alla mia genitrice di allontanarsi; lei, impicciona nata, acconsente a malincuore. “Si, ciao, María, sono io.”
Diamine, sente già la mia mancanza…
“Senti, Izio, mmm, mi dispiace non avertelo detto prima, he hecho… scusa, ho fatto male, ma io ho già un ragazzo e oggi, a pranzo, pensavo che gli voglio ancora bene, non posso lasciarlo. Scusami se ti ho preso in giro, spero che saremo almeno amici… Hasta mañana.”
Clic.
Lei pensava. A pranzo. Ma tu guarda. Io a pranzo penso solo a strafocare, così almeno i miei non si preoccupano pure della mia salute, visto che già friggono per come vado a scuola.
Cristo santo. Sono così provola che una ragazza mi pianta neanche quattro ore dopo esserci messi insieme? Che stronza. Ha fatto tutto lei, ha fatto. Non mi vuole? Bacio da schifo? Be’, che se ne torni dal suo gaucho e non rompa più i coglioni!
Rimugino la storia ancora per qualche minuto; poi, tutto d’un tratto, scoppio a ridere. Non può essere, è un’assurdità patentata. Non vedo l’ora di raccontare l’accaduto a Derio.
Forse è meglio andare a vedere il Toro che correre dietro alle sottane.

17/6/1981, Stadio Comunale di Torino, finale di ritorno di Coppa Italia. Torino-Roma 3-5 dopo i calci di rigore. Falcao esulta, noi bestemmiamo. Tre anni dopo toccherà a loro discendere agli inferi, contro il Liverpool.Carles Rexach scende sulla fascia destra, si ferma, dà uno sguardo al difensore che lo sta per affrontare e un altro all’area di rigore avversaria, quindi si sposta il pallone sul sinistro e calcia un lungo traversone. L’azione parrebbe destinata a perdersi sul fondo alla destra del portiere, ma all’improvviso un acrobata smilzo in blaugrana si materializza dal nulla esibendosi in una torsione degna di Nureyev, di modo che il Nou Camp si trasfigura momentaneamente in un teatro Bolshoi culé, irradiando ammirazione nell’ultravioletto. Il tacco destro del giocatore colpisce la palla che va a insaccarsi alle spalle dello sbalordito estremo difensore avversario con mirabolante semplicità. Signore e signori miei, ecco a voi Johan Cruyff, il profeta del gol!
L’urlo dirompente della folla catalana prende sfumature anglosassoni, ora siamo nella Swinging London degli anni Sessanta e bellissime ragazze in minigonna ballano i Rolling Stones in Carnaby Street con movenze sciolte e sensuali. Sul prato verde del leggendario stadio di Wembley Hurst prende la mira e spara una micidiale cannonata in direzione della porta tedesca, Beckenbauer assiste impotente all’infrangersi del pallone contro la traversa. La sfera rimbalza sulla linea, oltre la linea… dove?
L’arbitro indica il centro del campo. È gol. Che cosa? Nein, no, referee!
Stavolta il tempo guizza in avanti come un cobra quantico, si restringono i pantaloni e si accorciano le acconciature, Johnny Rotten urla I’m an anarchist come una bestia idrofoba, la polizia a cavallo carica gli hooligans del West Ham e uno zoccolo mi colpisce alla testa, facendomi precipitare in un abisso nero come la pece…
Mi sveglio di soprassalto. Col cuore in tumulto rivolgo lo sguardo alla sveglia sul comodino. Cazzarola, sono già le sette e un quarto! Se non mi do una mossa arriverò tardi a scuola. Bobbies del cazzo.

1983 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992 1993 Epilogo Note finali

© 1993, 2008 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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