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ULTIMO STADIO DIARIO DI FEDE GRANATA
 
1983
 
Beppe Dossena da giovane. Lorenzo Truppi è una pertica di un metro e novanta per settanta chili scarsi e quarantacinque di piede. Con tali caratteristiche somatiche era pressoché inevitabile che qualcuno nell’isolato lo soprannominasse senza sforzo di fantasia ‘Pippo’. Ma a me ricorda terribilmente Ric Ocasek, il leader dei Cars. Un giorno o l’altro dovrò fargli vedere una fotografia di questo tizio. Io adoro quella band.
Pippo Ocasek preferisce i Leoni della Maratona agli Ultras Granata, “sono più tranquilli”, dice. Così, a poco a poco, quasi senza volerlo, mi sono ritrovato a vedere più partite in mezzo ai Leoni che agli Ultras: i fratelli Zeverin nicchiano, ma ogni tanto anche loro scendono laggiù.
In questa stagione ho iniziato anche ad andare in trasferta. Ho ricevuto il battesimo del fuoco il 7 novembre 1982, Fiorentina-Torino: del fuoco per dire qualcosa, poiché le due tifoserie sono gemellate. Un viaggio indimenticabile sul secondo pullman degli UG, perché sul primo io e i due fratelli ci siamo rifiutati di salire: c’erano troppi fusi gasati, avremmo trovato lungo.
Nondimeno Ciro, uno dei ‘vecchi’, si è presto impadronito del microfono e ci ha tenuto svegli per tutta la notte con le sue cazzate e Toto IV suonato e risuonato fino alla nausea – all’alba Blisa gli ha urlato dal fondo del pullman: “Ma piantala con ’sta merda, metti la mia cassetta di Frank Zappa, porco d..!” Niente da fare. Ancora Rosanna, Rosanna. Ma che minchia pretende dalla vita nostra questa Rosanna?
Poco dopo ci siamo fermati a un autogrill e lo abbiamo saccheggiato: roba da non credere, c’era gente che si portava via perfino dei prosciutti! Io mi sono limitato a una scatola di Togo. Nella mezz’ora successiva sul pullman è stato tutto uno spazzare. “Vuoi assaggiare questo?”. “Ma sì, grazie. Tu prendi pure un pezzo del mio.”
La partita è finita 0-0, ma va bene così; alla fine gli inservienti del Franchi hanno aperto le recinzioni e le due tifoserie si sono incontrate in mezzo al campo per far festa insieme. Ovviamente siamo entrati anche noi. Diocristo, quanto sono bone le ragazze viola! Tutte ricciolute col bomber i jeans a fior di culo e gli stivali a punta col tacco basso. E quell’accento, è afrodisiaco! Voglio andare a vivere a Firenze.
La mia seconda trasferta è stata Verona-Torino, coi Leoni della Maratona perché Pippo Ocasek mi ha fatto una capoccia tanta. Gli Zeverin non sono venuti. I Leoni non fanno razzie negli autogrill, sui loro autobus si respira un’atmosfera da vecchio Piemonte granata. Barbera e Grignolino, Loik Law e Meroni, Filadelfia. C’è una ragazza carina e farfallona, Gabriella, ma si fa chiamare da tutti Peter Gabriel poiché letteralmente ossessionata dall’ex cantante dei Genesis in versione solista nonché da Patricio ‘Pato’ Hernández, il nostro vice-Maradona; sicché per tutto il viaggio d’andata e gran parte del ritorno ci siamo sorbiti l’intera discografia di Peter (il terzo disco mi piace parecchio) ma anche svariate ripetizioni di Wot – Captain Sensible, lo preferivo quando stava coi Damned – per colpa di Ornella, l’amica del cuore di Gabriella. Mi piacerebbe farmi una storia con Peter Gabriel, ma purtroppo lei punta in alto – è stracotta di un amico di Margaro che sembra la reincarnazione di un centurione, ma a quanto ho capito non è ancora andata oltre il semplice lumaggio: valle a capire le femmine!
Comunque il Toro ha perso 1-0, gol di Sacchetti al 6'. Dirceu, quello vero, ha giocato una partita magistrale. Alla fine uno sballone di Mirafiori Sud che mi sta pesantemente sui coglioni stava quasi per ficcare l’asta di un bandierone in un occhio a una bella tifosa veronese colpevole soltanto di stare tre gradini sopra il nostro gruppone. Che testa di minchia.

Oggi si gioca Inter-Torino. Io e Pippo Ocasek siamo di nuovo in pista. Per l’occasione mi sono fatto prestare da lui un giaccone di panno dai connotati mitologici, poiché s’intravede in una celeberrima fotografia scattata a Bologna qualche anno fa, quando ancora non gli faceva senso fare le trasferte con gli UG. A dire la verità mi sta quasi come un paletot (sono decisamente più piccolo di Pippo), ma tutto sommato – capelli lunghi e arruffati, scarpe da basket All Stars, jeans a tubo scoloriti, maglione di lana ruvida, sciarpa granata – faccio la mia porca figura da sciattone alla moda.
La giornata è tetra e nebbiosa, classicamente milanese. Siamo una marea. Neanche il tempo di toccare i cancelli di San Siro che dal rettilineo tribune spuntano dieci-quindici straccioni ululanti brandenti coltelli. La polizia si mette fulmineamente in mezzo respingendo i Boys (per la verità blandamente, qualcuno forse un questurino locale li chiama addirittura per nome!) mentre sul versante granata si assiste a una scena pazzesca: manici da piccone, chiavi inglesi, sgorbie... perfino la gamba segata di un tavolo in teak, ve lo giuro sul mio onore, rimbalzano al suolo. Tac, thump, clang, sdeng. I poliziotti, stralunati, radunano tutta quella ferramenta in una scioccante catasta, dopodiché ci sospingono fin su in curva.
Poco prima del fischio d’inizio dell’arbitro Bergamo Vasco Rossi, allora magro come un chiodo nonché sempre strafatto come una meringa, si materializza sul palcoscenico della Scala del Calcio cantando Una splendida giornata: sì, ma solo per noi granata! Infatti, il Toro indovina una delle più belle partite della sua storia recente, stracciando l’Inter 3-1 (gol di Borghi Selvaggi e Torrisi, inutile rigore di Altobelli al 90') e prendendosi così una parziale rivincita per la Coppa Italia scippataci l’anno scorso al Comunale – dopo lo Stoccarda e il Grasshoppers e la finale sempre di coppa nazionale del 1981 con la Roma di Falcao, un’altra beffa cui mi è toccato assistere dal vivo. Oh Beruatto, la tua classe pura fa impazzire i Boys!

Quel gobbo brutto e spelacchiato che imperversa nei bar sport mediatici di seconda categoria ha scritto  una volta che noi tifosi granata viviamo di piccinerie: be', allora datemi dieci cento mille piccinerie come QUESTA!27 marzo 1983, Stadio Comunale. Il Toro di Eugenio Bersellini e Beppe Dossena contro la Juve dei 6 campioni del mondo. Sta accadendo qualcosa di incredibile. Al 70' perdevamo 2-0. Poi Galbiati ha lanciato quel pallone in area per Beppe che l’ha messa dentro di testa anticipando il vampiro coi capelli brizzolati. E un minuto dopo Bonesso ha pareggiato. La Maratona pulsa come un grande cuore impazzito. Io, in piedi sulla balconata dei Leoni, mi sento elettrizzato come una fascia di Van Allen. Dall’altra parte, Gobbolandia, mutismo di tomba.
Taluni prediligono il numero dieci, altri il nove, altri ancora l’undici. Io amo appassionatamente il sette, da quando gioco a pallone ho sempre cercato di giocare con quel numero sulla schiena, nelle squadrette del quartiere come nella mia fugace avventura negli Allievi Eccellenza del Beinasco, dribblando e crossando e tirando in porta con Claudio Sala, Odoacre Chierico (!) e Vincenzo D’Amico in testa – quest’ultimo lunatico come pochi, ma che prodezze balistiche contro il Molenbeek e il Magdeburgo!
Il numero sette del Toro di Bersellini è Fortunato Torrisi, ventisette anni, calabrese, gran fisico, buona tecnica individuale, rendimento altalenante. Ciò nondimeno nelle ultime cinque giornate ha stampato tre gol: quello all’Inter e una doppietta al Cagliari.
74'. Paolo Beruatto, ormai un mito vivente, impavido motociclista della fascia sinistra, serve lo smarcatissimo Van de Korput che dal fondo della fascia destra crossa in area bianconera un pallone perfetto proprio per Torrisi che si esibisce in una stupenda semirovesciata, la palla rimbalza per terra... e s’infila alle spalle di Zoff. 3-2! Madonna!
La Maratona esplode. Io precipito dalla balconata in un vortice umano di purissimo tripudio, miliardi d’impulsi sinaptici proiettati nello spazio alla velocità della luce. Godooo! Impazzisco per quel numero sette!

1979 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992 1993 Epilogo Note finali

© 1993, 2008 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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