Lorenzo Truppi è una pertica di un metro e novanta per settanta chili
scarsi e quarantacinque di piede. Con tali caratteristiche somatiche
era pressoché inevitabile che qualcuno nell’isolato lo soprannominasse
senza sforzo di fantasia ‘Pippo’. Ma a me ricorda terribilmente Ric
Ocasek, il leader dei Cars. Un giorno o l’altro dovrò fargli vedere
una fotografia di questo tizio. Io adoro quella band.
Pippo Ocasek preferisce i Leoni della Maratona agli Ultras Granata,
“sono più tranquilli”, dice. Così, a poco a poco, quasi senza volerlo,
mi sono ritrovato a vedere più partite in mezzo ai Leoni che agli Ultras:
i fratelli Zeverin nicchiano, ma ogni tanto anche loro scendono laggiù.
In questa stagione ho iniziato anche ad andare in trasferta. Ho ricevuto
il battesimo del fuoco il 7 novembre 1982, Fiorentina-Torino: del fuoco
per dire qualcosa, poiché le due tifoserie sono gemellate. Un viaggio
indimenticabile sul secondo pullman degli UG, perché sul primo io e
i due fratelli ci siamo rifiutati di salire: c’erano troppi fusi gasati,
avremmo trovato lungo.
Nondimeno Ciro, uno dei ‘vecchi’, si è presto impadronito del microfono
e ci ha tenuto svegli per tutta la notte con le sue cazzate e Toto
IV suonato e risuonato fino alla nausea – all’alba Blisa gli ha
urlato dal fondo del pullman: “Ma piantala con ’sta merda, metti la
mia cassetta di Frank Zappa, porco d..!” Niente da fare. Ancora Rosanna,
Rosanna. Ma che minchia pretende dalla vita nostra questa Rosanna?
Poco dopo ci siamo fermati a un autogrill e lo abbiamo saccheggiato:
roba da non credere, c’era gente che si portava via perfino dei prosciutti!
Io mi sono limitato a una scatola di Togo. Nella mezz’ora successiva
sul pullman è stato tutto uno spazzare. “Vuoi assaggiare questo?”. “Ma
sì, grazie. Tu prendi pure un pezzo del mio.”
La partita è finita 0-0, ma va bene così; alla fine gli inservienti
del Franchi hanno aperto le recinzioni e le due tifoserie si sono incontrate
in mezzo al campo per far festa insieme. Ovviamente siamo entrati anche
noi. Diocristo, quanto sono bone le ragazze viola! Tutte ricciolute
col bomber i jeans a fior di culo e gli stivali a punta col tacco basso.
E quell’accento, è afrodisiaco! Voglio andare a vivere a Firenze.
La mia seconda trasferta è stata Verona-Torino, coi Leoni della Maratona
perché Pippo Ocasek mi ha fatto una capoccia tanta. Gli Zeverin non
sono venuti. I Leoni non fanno razzie negli autogrill, sui loro autobus
si respira un’atmosfera da vecchio Piemonte granata. Barbera e Grignolino,
Loik Law e Meroni, Filadelfia. C’è una ragazza carina e farfallona,
Gabriella, ma si fa chiamare da tutti Peter Gabriel poiché letteralmente
ossessionata dall’ex cantante dei Genesis in versione solista nonché
da Patricio ‘Pato’ Hernández, il nostro vice-Maradona; sicché per tutto
il viaggio d’andata e gran parte del ritorno ci siamo sorbiti l’intera
discografia di Peter (il terzo disco mi piace parecchio) ma anche svariate
ripetizioni di Wot – Captain Sensible, lo preferivo quando stava
coi Damned – per colpa di Ornella, l’amica del cuore di Gabriella. Mi
piacerebbe farmi una storia con Peter Gabriel, ma purtroppo lei punta
in alto – è stracotta di un amico di Margaro che sembra la reincarnazione
di un centurione, ma a quanto ho capito non è ancora andata oltre il
semplice lumaggio: valle a capire le femmine!
Comunque il Toro ha perso 1-0, gol di Sacchetti al 6'. Dirceu, quello
vero, ha giocato una partita magistrale. Alla fine uno sballone di Mirafiori
Sud che mi sta pesantemente sui coglioni stava quasi per ficcare l’asta
di un bandierone in un occhio a una bella tifosa veronese colpevole
soltanto di stare tre gradini sopra il nostro gruppone. Che testa di
minchia.
Oggi si gioca Inter-Torino. Io e Pippo Ocasek siamo di nuovo in pista.
Per l’occasione mi sono fatto prestare da lui un giaccone di panno dai
connotati mitologici, poiché s’intravede in una celeberrima fotografia
scattata a Bologna qualche anno fa, quando ancora non gli faceva senso
fare le trasferte con gli UG. A dire la verità mi sta quasi come un
paletot (sono decisamente più piccolo di Pippo), ma tutto sommato
– capelli lunghi e arruffati, scarpe da basket All Stars, jeans a tubo
scoloriti, maglione di lana ruvida, sciarpa granata – faccio la mia
porca figura da sciattone alla moda.
La giornata è tetra e nebbiosa, classicamente milanese. Siamo una marea.
Neanche il tempo di toccare i cancelli di San Siro che dal rettilineo
tribune spuntano dieci-quindici straccioni ululanti brandenti coltelli.
La polizia si mette fulmineamente in mezzo respingendo i Boys (per la
verità blandamente, qualcuno forse un questurino locale li chiama addirittura
per nome!) mentre sul versante granata si assiste a una scena pazzesca:
manici da piccone, chiavi inglesi, sgorbie... perfino la gamba segata
di un tavolo in teak, ve lo giuro sul mio onore, rimbalzano al suolo.
Tac, thump, clang, sdeng. I poliziotti, stralunati, radunano
tutta quella ferramenta in una scioccante catasta, dopodiché ci sospingono
fin su in curva.
Poco prima del fischio d’inizio dell’arbitro Bergamo Vasco Rossi, allora
magro come un chiodo nonché sempre strafatto come una meringa, si materializza
sul palcoscenico della Scala del Calcio cantando Una splendida giornata:
sì, ma solo per noi granata! Infatti, il Toro indovina una delle più
belle partite della sua storia recente, stracciando l’Inter 3-1 (gol
di Borghi Selvaggi e Torrisi, inutile rigore di Altobelli al 90') e
prendendosi così una parziale rivincita per la Coppa Italia scippataci
l’anno scorso al Comunale – dopo lo Stoccarda e il Grasshoppers e la
finale sempre di coppa nazionale del 1981 con la Roma di Falcao, un’altra
beffa cui mi è toccato assistere dal vivo. Oh Beruatto, la tua classe
pura fa impazzire i Boys!
27
marzo 1983, Stadio Comunale. Il Toro di Eugenio Bersellini e Beppe Dossena
contro la Juve dei 6 campioni del mondo. Sta accadendo qualcosa di incredibile.
Al 70' perdevamo 2-0. Poi Galbiati ha lanciato quel pallone in area
per Beppe che l’ha messa dentro di testa anticipando il vampiro coi
capelli brizzolati. E un minuto dopo Bonesso ha pareggiato. La
Maratona pulsa come un grande cuore impazzito. Io, in piedi sulla balconata
dei Leoni, mi sento elettrizzato come una fascia di Van Allen. Dall’altra
parte, Gobbolandia, mutismo di tomba.
Taluni prediligono il numero dieci, altri il nove, altri ancora l’undici.
Io amo appassionatamente il sette, da quando gioco a pallone ho sempre
cercato di giocare con quel numero sulla schiena, nelle squadrette del
quartiere come nella mia fugace avventura negli Allievi Eccellenza del
Beinasco, dribblando e crossando e tirando in porta con Claudio Sala,
Odoacre Chierico (!) e Vincenzo D’Amico in testa – quest’ultimo lunatico
come pochi, ma che prodezze balistiche contro il Molenbeek e il Magdeburgo!
Il numero sette del Toro di Bersellini è Fortunato Torrisi, ventisette
anni, calabrese, gran fisico, buona tecnica individuale, rendimento
altalenante. Ciò nondimeno nelle ultime cinque giornate ha stampato
tre gol: quello all’Inter e una doppietta al Cagliari.
74'. Paolo Beruatto, ormai un mito vivente, impavido motociclista della
fascia sinistra, serve lo smarcatissimo Van de Korput che dal fondo
della fascia destra crossa in area bianconera un pallone perfetto proprio
per Torrisi che si esibisce in una stupenda semirovesciata, la palla
rimbalza per terra... e s’infila alle spalle di Zoff. 3-2! Madonna!
La Maratona esplode. Io precipito dalla balconata in un vortice umano
di purissimo tripudio, miliardi d’impulsi sinaptici proiettati nello
spazio alla velocità della luce. Godooo! Impazzisco per quel numero
sette!
1979
1984
1985
1986
1987
1989
1990
1991
1992
1993
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Epilogo –
Note finali
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