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ULTIMO STADIO DIARIO DI FEDE GRANATA
 
1984
 
Occhiata di polpo alla sveglia: 7.45. Di già? Porca troia zozza.
Sguscio a fatica fuori dal letto. “Ma che minchia,” impreco dentro di me “così giovane e già da buttar via? Diamine, fra poco più di un mese compio vent’anni, dovrei volare come un aquilotto… e invece mi lascio frullare da qualche Ceres.”
Scrollando la testa e strofinandomi vigorosamente le braccia mi avvio a piedi nudi verso il bagno. Ma’ e Pa’ sono ancora rinchiusi nei loro rispettivi hibernacula.
Il grosso specchio appeso sopra il lavandino mi restituisce una fedele replica disastrata di me stesso: capelli troppo lunghi e aggrovigliati, faccia da epatite virale, corpo da iguana a stecchetto. Ho proprio bisogno di una bella rassettata. Acqua a volontà per il commando ultrà. Già, perché oggi si va a Bergamo per vedere Atalanta-Torino, cari i miei amici drogatelli.
Mentre un potente getto d’acqua calda lava via i postumi della sbronza ripenso a quest’ultima settimana passata ogni santa sera al bar Sweet a imparare tattiche di guerriglia nonché bersi avidamente i racconti tragicomici dei Vecchi sulle scorse edizioni di questa ‘classica’ del casino da stadio, una pietra miliare nel lungo e glorioso cammino del tifo organizzato della Curva Maratona.
Raccontava Joao Pinto: “Ad un certo punto ci siamo dovuti rifugiare in un condominio: io, Peppo, Aria e Tempesta. Peppo bussa alla prima porta che vede, sai, con quella faccia da culo che si ritrova… Dopo qualche attimo apre una zitellona coi bigodini e l’aspirapolvere in mano. Allora il fesso di Peppo inizia a frignare che siamo di Torino e abbiamo i teppisti alle calcagna e se torniamo in strada ci beccano e ci spaccano la faccia, insomma tanto fa che alla fine la tizia s’impietosisce e ci fa entrare, anche se ‘solo per cinque minuti’, precisa. Allora andiamo a sederci tutti e quattro sul sofà nel soggiorno, una scena tutta da ridere, lei ci chiede se per caso desideriamo qualcosa da bere e Tempesta risponde gaio: ‘No, grazie, signora, ma gradirei tanto potermi rollare una canna.’” E giù risate. Nessuno sa raccontare le antiche gesta degli Ultras Granata meglio di Joao: è il nostro cuore cantastorie.
Sei sere su sette spese ad attendere al freddo il 17 che passa una volta ogni morte di papa, poi due ore di bar, un’ora di giardinetti a spararsi tromboni e birrozze tra lazzi e frizzi, ritorno a casa sempre sullo stesso dannato autobus, una presa di televisione e via a letto, sballato come una mina. Sei mattine di risvegli apocalittici – be’, sette, considerando anche questa –, colazioni per pensiero, perorazioni parentali, un altro pullman sbuffante per andare all’istituto tecnico, la mattinata passata a sforzarsi di tenere gli occhi aperti con una mano sui coglioni affinché gli insegnanti non ti chiamino alla lavagna a far spanciare dalle risate tutta la classe – quando non sei tu a ridere per l’impreparazione di qualcun altro, poiché, è ovvio, mors tua vita mea. Nessuna pietà per il compagno di scuola.
E oggi è giunto finalmente il giorno dell’appuntamento tanto atteso. Urge recuperare subito un po’ di tono muscolare, cosicché mentre l’acqua per il tè si scalda sul fornello io toltomi l’accappatoio e indossata biancheria intima fresca di bucato mi lancio in una serie di ben cinquanta flessioni sul pavimento della mia cameretta, al termine della quale torno in cucina a mettere la bustina nel bricco; indi passo celermente in rassegna il mio guardaroba, Richard Ferrini Gere in American Pipparolò, cernendo a colpi d’anca funkeggiante i capi abbigliamento più adatti alla guerriglia urbana che potrebbe scatenarsi in quel di Bergamo. Sbatto tutto sul letto alla rinfusa e di nuovo nel tempio delle massaie, dove ingurgito due fette biscottate spalmate di Nutella bevendoci sopra il tè bollente.
Come mi vesto? Maglione bianco a girocollo, pantaloni di velluto grigio, Adidas Tampico e un giaccone di renna imbottito che ho comprato l’inverno scorso da Cavallo Pazzo, il tempio degli sballoni torinesi. In una delle due capaci tasche interne infilo il walkman con la cassetta di Radio Ethiopia di Patti Smith: Ask The Angels in particolare mi fa impazzire, ma tutto il disco è davvero ganzo. Le chitarre sono galattiche.
Scapodaca’ giusto nel momento in cui mia madre esce tutta anchilosata dall’ibernazione, riuscendo lo stesso a captare con nitidezza la fatidica domanda, “almeno sei coperto a sufficienza?”, che lei è in grado di emettere in qualunque condizione psicofisica, nel dormiveglia allo stesso modo che precipitando in caduta libera attraverso una stella collassata come le astronavi che combattono la Guerra eterna, un libro bellissimo che ho finito di leggere l’altro ieri.
Fuori sembra di essere su Caronte talmente si gela; ciò nonostante il cielo promette una giornata serena. Mi dirigo ad andatura spedita verso il bar Lina, dove ho il gancio con gli altri. Sfreccio davanti al fottuto mobilificio Drovetti dove a suo tempo ho lavorato, quantunque per un solo giorno… il padrone è uno spilorcio di prima categoria! Pensa che aveva mandato Lina in giro per l’isolato a strillare ai quattro venti la propria impellente necessità di manodopera per traslochi e minchiate del genere, e sai quant’è truzza quella lì: “quel tizio paga bbene, zapete, è proprio bbravo, ma bbravo come il pane”.
Già. E io sono sempre senza soldi, la paghetta settimanale dei parents evapora dal mio portafoglio in un amen, quindi mi ero presentato senza indugio da questo decantato mobiliere (uno scimunito coi baffoni e la faccia da cercopiteco, l’anello mancante fra lo zappatore e la scimmia) ma quello mi aveva fatto passare una mattinata da incubo e un pomeriggio da trip andato male su e giù per tre palazzoni di Corso Mediterraneo a smontare e rimontare armadi in noce alti come il monolite di 2001: Odissea nello Spazio, per quattromila lire sbrindellate consegnatemi in una busta bianca a chiusura negozio da sua moglie, che è pure un bel fighino, porca miseria... sempre coi jeans attillati... certamente gli metterà una foresta amazzonica di corna. Un pomeriggio sul tardi mentre cazzeggiavo per la zona ho quagliato con lo sguardo una tipa che le assomigliava un po’ troppo per non essere lei farsi mettere una mano in mezzo alle cosce da un bellimbusto in una macchina parcheggiata neanche troppo lontano dal mobilificio. Che spudorata. Comunque sia, non mi acchiappano più; piuttosto, mi metto a spacciare fumo. O a ricattare quella cornificatrice. Sono bravino a prendere foto.
Finalmente giungo davanti al bar. Derio e Dario (a volte è un’impresa pronunciare il nome giusto per il fratello giusto) sono già là ad aspettarmi: Pippo no. La puntualità non è propriamente il suo forte.
Come al solito Derio mi accoglie con esuberanza mentre il fratello, la perenne Camel all’angolo della bocca, non fa quasi una piega: “Uehilà, Izio, tutto bene? Che dici, andiamo a prenderci un fracco di mazzate o gli mettiamo un po’ di peperoncino nel culo a questi bergamaschi?”
“Vedremo, compare. Hai portato la bottiglia di Ballantine’s?”
“Ma certo, pezzo di malfidato!” replica vivacemente Derio, additando freneticamente il tascapane che porta a tracolla, poi prosegue: “Cazzo, stamattina ho in testa come un trapano. Ehi, guarda, sta arrivando Pippo.”
Cocs - Fotografia tratta da "Ragazzi di stadio".“Pezzi di babbi!” urla l’anima lunga a mo’ di saluto: la frase che va di moda attualmente in Curva Maratona, © Cosimo Palmieri detto ‘Cocs’, tutti i diritti riservati.
“È arrivato Pippo Speed” commenta Derio in tono sarcastico. “Oh, ma a te ci vuole la clava di Fred Flintstone per buttarti giù da letto? Come sei messo male, uagliò. Dio buono, questo qui beve un millilitro di birra e va in catalessi peggio di una mummia egiziana. Ah, Renzus in fallibus...”
“Va bene, va bene, in ogni caso siete babbi.” Stamattina Pippo Ocasek non brilla per varietà. Neanche nell’abbigliamento: indosso, ha il solito vecchio giaccone di panno verde.
Io propongo: “Facciamoci un caffè con un bel grappino a complemento, tanto per iniziare bene la giornata!” E allora andiamo con un bel coretto: “A noi Ultras del Toro, nessuno ci può fermare, per questo tutti in coro, canteremo così…
Immantinente Lina fa capolino dall’uscio del bar ragliando: “Oh, giovini, ma fate un po’ meno casino, che è mattina presto!”
“Ma non romperci i marroni e facci ’sti quattro caffè, pezzo di gaggiona” ribatte Pippo con una sgarbataggine da cineteca che peraltro Lina incassa quasi senza batter ciglio, giacché il Truppi è uno dei maggiori sponsor del suo locale, capirai, vi lascia una media di ottomila lire giornaliere, quindi a quel roito meridionale da riviste porno per carcerati conviene senz’altro far buon viso a cattivo gioco.
Consumato il rituale della tazzurella ’e caffè seguita dal bicchierino di grappa bevuto tutto d’un fiato, ci congediamo dalla bernufia dirigendoci tutti giulivi verso la fermata del 58. L’attesa dell’autobus per la stazione vale bene uno spino di Libano Rosso, e Derio Dirceu s’incarica di rollarlo con tutti i crismi. Oh oh oh, forza magico Toro!

L’atrio di Porta Nuova è una bolgia incredibile: stendardi e sciarpe e cappellini granata dappertutto. Spettacolo puro, gente mia.
Derio è estasiato, batte le mani: “Ma ti rendi conto di che corteo faremo a Bergamo? Metteremo la città sottosopra!”
“Mi rendo conto pure che fra cuore del distillato e fumo sono già di nuovo sverso come una carogna.” Derio sogghigna e mi dà una sonora pacca sulla schiena.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza, perciò io e la mia combriccola ci mettiamo a vagare qua e là salutando tutti quelli che conosciamo, tutti fusi come e peggio di noi, corre voce che qualcuno abbia perfino buttato giù una micropunta, però che esagerati, non stiamo mica andando a Monterey per vedere Jimi Hendrix! Nondimeno questa trasferta si prospetta realmente una Wild Thing.
Tutti in carrozza!

Jack Douglas sta imbottendo di stracci gli spazi al di sotto della porta. Ogni fessura, ogni incrinatura. Sulle risaie di Vercelli la luna sta crescendo piena e grave. Contemplazione universale. Antigravità. Pisciando in un fiume zebrato con assoluto disprezzo. L’elisir dell’assenza con nome di donna. Granelli stupefacenti per mantenere l’illusione di potere. La chitarra si sente meravigliosamente a suo agio nelle mani di Lenny Kaye. Ivan Kral beve un sorso di Budweiser e si fa una striscia di polvere interstellare. Lorena vuole mangiare una pizza con me ma io non ho una lira. Mi piace la fonduta. Lo sguardo perspicace di Filippo Dick. I libri sono cose fisse a senso unico ma quando prendo in mano un libro io mi sento nuovo, mi dà nuove idee. Formare i sogni. Una Fender Duosonic per il commando ultrà. Una nebbia rabbiosa cala sull’Ethiopia piemontese. Verlaine, Rimbaud, Hendrix, Richard Sohl, Claudio Sala, Pupigol, Beppe Dossena, Render il Formatore di Sogni tutti lì… noi tutti lì.
“Ascolta, Izio, se ti va di scendere un attimino da Marte, io starei per aprire la buta di whiskey.”
Sorridendo e togliendomi le cuffiette dalle orecchie reubico il mio sguardo dal paesaggio scorrente a Derio Dirceu, al momento impegnato nel sacro cerimoniale sull’uscio del nostro scompartimento. Grazie alla sua manaccia nodosa il tappo del Ballantine’s viene via in un plis plas.
“A te l’onore della prima sorsata” pronuncia solennemente il mio amico, allungandomi la bottiglia.
Chi si astiene dalla lotta è un gran figlio di mignotta. E allora vai con questa bella golata di malto che mi scende giù per l’esofago come un serpente di fuoco. Ricevo un applauso a scena aperta da parte di tutto il vagone, e già che siamo in pista mi tiro una bella nota di chilum a integrazione!
Bene bene, adesso sì che possiamo farci un bel giretto pastorale per il treno per vedere com’è messa la fauna. Ce n’è per tutti i gusti e le salse. I paninari del Burghi con sfitinzie del Nucleo Mengele (ma che roba è?) al seguito e i Duran Duran nei walkman si danno di gomito con gli sballoni di Via Rattazzi, magari fino all’altro ieri queste due etnie si prendevano a legnate per il centro città ma la passione per il Toro produce le più improbabili alchimie, quindi fumiamo tutti insieme il calumet della pace: bello carico di marijuana calabrese, s’intende.
Più in là, l’eterogenea combriccola dei Desperados si sta ingozzando di panini al prosciutto e salame con l’accompagnamento di un buon Barbera, tutta roba gentilmente offerta da Filippo il Macellaio, un fenomeno di simpatica follia; io porto in tasca un pezzetto di Libano e una cartina che Derio mi ha lasciato per il minitour e tanto per essere originale faccio su una canna, mai presentarsi nello scomparto d’altri a mani vuote, però costoro vogliono a tutti i costi farmi assaggiare il vino sicché qualche tempo dopo siamo tutti lì a intonare canti senza capo né coda, tipo: “trentadue litrozzi, nessun lamento, linea di condotta, sul pavimento!”. E puntualmente sopraggiunge Margaro a rampognarci:
“Bravi, bravi, fumate come dei turchi, che dopo quando è ora di dar mazzate non vi reggete in piedi.”
“Vuoi tirare una nota, Giovanni?”
“Ma suonatela sul tuo piffero moscio la nota, Butcher.”
Margaro ha oggi ventisette anni e la sua parola è liturgia per noi pischelli da stadio, incute timore reverenziale, però quando ci si mette fa più ridere lui di Diego Abatantuono. Margaro è gli Ultras Granata. Viuuulenza!

A un tratto un’onda sismica si propaga lungo tutto il treno: siamo arrivati a Milano Centrale! A noi Ultras del Toro, nessuno ci può fermare… Per l’appunto, nessuno osa fermarci quando scavalchiamo i tornelli della metropolitana: lì mi rendo realmente conto che siamo una marea, quattrocento e forse più.
Montiamo sul treno locale Milano Porta Garibaldi-Bergamo intorno a mezzogiorno, arrivando a destinazione in poco più di un’ora.
L’approdo in territorio nemico provoca sempre una bella scarica di adrenalina nel circolo sanguigno, perché da quel momento in avanti può succedere davvero di tutto. Nondimeno, in questa stazione ci sono ‘soltanto’ quei marcantoni della Celere di Padova, pronti a impacchettarci come si deve.
Darei sei paghette di fila per riprendere la scena dall’alto: il gruppone con gli sbirri tutt’attorno e i cellulari in testa e in coda per le strade di Bergamo. La gente ci lancia insulti dai balconi – il più ricorrente è terun – e noi rispondiamo con gesti dell’ombrello e pernacchie. Io danzo dalla prima fila alle retrovie, scambiando battute con questo e con quello: ora è il turno di Lele di Orbassano.
“Manu Dibango!” grida costui appena mi vede. Lele zingareggia per i luoghi di culto settentrionali della musica funky-afro, facendo man bassa di cassette e di squinzie tardo-freak coi capelli riccioluti e gli stivali di cuoio fino al ginocchio.
“Cumalé?” replico io, nel mio improbabile piemontese.
“Ma come cazzo parli, pezzo di meridionale?! Allora hanno ragione questi montagnini a gridarti terrone!” Sarà pur vero che sono mezzo lucano, ma neppure lui è piemontese al cento per cento: sua madre è di Ferrara. Scoppio a ridere: “Ha parlato Macario! Ma guardati, sempre in giro con quelle Superga arancioni con cui fai giocare il tuo cane. Se vuoi per il tuo compleanno te ne regalo uno stock.”
“Risparmiati la fatica, napuli. Queste scarpe dureranno ancora cinque anni.”
“Oh già. Ma tu oggi non dovevi andarti a trombare quella sballona di Ivrea che fa i pompini meglio di Vanessa Del Rio?”
“Ci sono andato ieri sera, Izio. Credevi forse che mi sarei perso questa trasferta? La domenica deve essere consacrata sempre e soltanto al Toro.” Certo, lui può parlare così perché le ragazze gli cadono letteralmente ai piedi giacché è proprio un bel tipo, bruno, prestante, occhi azzurri e una parlantina più viscosa della resina; io invece puntualmente svacco tutto nei momenti decisivi, come con questa Lorena che a quest’ora si starà facendo sbattere come un’ossessa da qualcuno più furbo di me, e come se non bastasse alla fine manderà giù con voluttà ogni goccia del suo latte condensato, la porcella...
Basta con le stronzate: siamo arrivati allo Stadio Atleti Azzurri d’Italia!
Sono le due e venti e non c’è una sola nuvola in cielo, ma neanche l’ombra dei Wild Kaos; si vede che la madama ha bonificato preventivamente l’area intorno all’impianto sportivo. Pure, i celerini ci trattengono fuori fino alle tre meno cinque: è bellissimo irrompere all’improvviso tutti e quattrocento nel settore ospiti urlando bombe e sangue saluto degli ultras, ricevendo ovviamente per risposta una bordata assordante di fischi dai bergamaschi. Calcio d’inizio, ragazzuoli.

Il match termina sul punteggio di zero a zero, ma a dire il vero io e la mia congrega la partita l’abbiamo seguita pochissimo: troppo stralunati, oggi, per apprezzare appieno le piroette dei nostri eroi.
Tuttavia a un certo punto accade qualcosa che risveglia prepotentemente la nostra attenzione: mentre le squadre si dirigono verso gli spogliatoi, i Wild Kaos srotolano uno striscione con su scritto: 23/12/1984: MASSACRO GRANATA.
Casino matematico!
I Vecchi ricompattano il gruppone in lungo e in largo raccomandando la massima attenzione, al tempo che la Celere di Padova ci sospinge all’uscita. Quando sbuchiamo sul piazzale tra noi e i pulotti sembriamo una specie di falange greca.
Ecco i Wild Kaos, laggiù all’angolo del settore ospiti coi distinti centrali; sono pressappoco un centinaio, quasi tutti coi capelli lunghi, molti faccioni paonazzi e bicipiti gonfi come forme di prosciutto.
Si muovono verso di noi, ma non fanno molta strada… perché una bomba carta esplode loro davanti, agghiacciandoli. Poi un Vecchio ordina: “Caricaaa!” E noi partiamo, ma all’istante il cordone di madama si scinde in due nutrite squadre manganellando indiscriminatamente sia noi sia loro, che battono veloci in ritirata. Anch’io ricevo la mia buona dose di nerbate, che incasso senza batter ciglio per spararmi la posa da duro in seguito.
In capo a una decina di minuti le forze dell’ordine ristabiliscono una sottospecie d’ordine, incanalandoci nel medesimo viale rettilineo percorso all’andata; ma la guerriglia è tutt’altro che finita, gruppetti di bergamaschi spuntano qua e là a provocarci e qualcuno si sgancia sempre per inseguirli, sicché piovono manganellate anche gratuite da parte dei celerini. Ci mettiamo un eone a ritornare alla stazione ferroviaria.

Da sinistra: Piero Maccarino, Sergio Greco, Robertone, Sergino O Maistro. Purtroppo Piero, Sergio e Sergino non ci sono più. R.I.P.Sul treno Lele fuma una sigaretta dietro l’altra. “Credi che sia finita qui, bel fusacchio?” mi domanda sbuffando un fungo atomico di fumo azzurrino.
“Affatto. Ti pare che quei pezzi di montanari se ne tornino mogi mogi ai loro greggi senza provare un ultimo assalto?” Poi me la spaccio da precog: “Prevedo che fra dieci minuti succederà qualcosa.”
“Ma datti meno arie, Nostradamus di terza categoria! In ogni caso, ’sta trasferta è stata una figata.”
“È stata? Ma allora sei sordo come una campana; ti ho appena detto che il bello deve ancora venire!” Ne sono davvero convinto.
Finalmente il trabiccolo di nuova generazione si muove. Qualche scossone e transitiamo per la stazione di Verdello Dalmine. Lancio un’occhiata circolare: siamo tutti stracotti.
All’improvviso un baccano di vetri infranti risuona dal fondo del vagone. Sergino dei Mercati Generali strabuzza gli occhi e grida: “Ci stanno tirando le pietre addosso, porca troia!” Le sentiamo rimbalzare sul tetto metallico.
Dopodiché qualcuno tira il freno d’emergenza. Più d’uno fra i passeggeri, ultrà o gitante domenicale che sia, finisce gambe all’aria. Esclamazioni di disappunto e bestemmie assortite.
Le porte scorrevoli si aprono e un’orda di giovani bufali granata si riversa sulla banchina, successivamente in stazione e finalmente all’esterno, devastando qualsiasi cosa sul proprio cammino, quadri elettrici, veicoli parcheggiati, cabine telefoniche, vetrine di bar e chi più ne ha più ne metta, spacchiamo tutto! I bergamaschi autori della sassaiola si dileguano come ratti spauriti per le vie del paesucolo.
Naturalmente i madamoni di scorta non possono farcela passare liscia: hanno visto tutto, chi come cosa e quando. In breve alcuni tra i responsabili della devastazione barbarica vengono identificati e denunciati a piede libero; io, Lele e altri colleghi la sfanghiamo per un pelo. Restiamo bloccati in quel buco di paese per un’ora e fischia.

Finalmente a Torino! Nell’atrio di Porta Nuova io e Lele ci salutiamo dandoci appuntamento per la domenica successiva: i fratelli Zeverin e Pippo, vattelappesca, i tafferugli di Verdello Dalmine ci hanno sparpagliato. Noi rischiando l’osso del collo abbiamo preso al volo il regionale perché voglia di fare le cozze a Milano Centrale, meno di zero. Loro saranno rimasti abbioccati sui sedili come marmotte umanizzate. Pazienza, tanto ci vedremo al bar domani pomeriggio.
Sono così stanco che non riesco a crederci. Compro dal tabaccaio un biglietto per l’autobus coi pochi spiccioli che mi rimangono e poi via come un razzo verso la fermata del 58. Il freddo è pungente, ma una volta tanto il pullman non tarda ad arrivare, per giunta è totalmente spopolato.
Mi stravacco sui sedili in fondo, metto su le cuffiette ed ecco che puntuale come ogni fottuta domenica sera mi ripiomba addosso quel senso d’insoddisfazione cosmica, vuoto spinto, depressione, insomma chiamalo come accidenti ti pare.
Chiudo gli occhi, ma non se ne vuole andare. Chiedilo agli angeli...

1979 1983 1985 1986 1987 1989 1990 1991 1992 1993 Epilogo Note finali

© 1993, 2008 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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