Scendo
dal 71 in Piazza Statuto e mi indirizzo placidamente verso l’Istituto
Tecnico Industriale Internazionale di Via Bonzanigo 8. Ieri pomeriggio
quel Fantozzi del nostro delegato mi ha fatto tirare più di un sospiro
di sollievo, poiché pare certo che il mio tema sulla violenza nel mondo
moderno abbia spaccato di brutto, 7 (splendido numero!), sicché
posso sfangare questa fottuta matura con un buon orale d’italiano e
una prestazione decente in misure elettriche. Meno male, perché l’esame
scritto di elettrotecnica è stato un disastro totale! Avete presente
quella scena sempre di 2001 dove il flemmatico subdolo bastardo
computer Hal 9000 spedisce Frank Poole in attività extraveicolare per
riparare l’elemento AE-35 e poi lo uccide aizzandogli contro la capsula
Betty che con le sue pinze gli recide il tubo dell’ossigeno? Orbene,
appena fuori dell’aula mi sono sentito proprio come se stessi morendo
di decompressione istantanea. Due sono le ipotesi: o quel circuito era
davvero l’AE-35 o apparteneva al disco volante caduto a Roswell.
Fosse come fosse, solo quell’androide barotto di Torelli è riuscito
a risolverlo. Sia maledetto lui e tutto il silicio di quest’universo!
Davanti all’Istituto Internazionale c’è un marasma degno del mercato
ortofrutticolo di Porta Palazzo il sabato mattina, innumerevoli crocchi
di discussione, bell’assortimento delle subculture giovanili che vanno
per la maggiore in questo primo scorcio degli anni Ottanta:
Paninari: ormai profondamente radicati nel tessuto urbano torinese.
Nonostante la calura indossano quasi tutti il piumino Moncler, quantunque
senza maniche: dico quasi perché i più ‘galli di Dio’ esibiscono bensì
il gilet Schott nuovo di zecca, l’ultimo grido. Le loro madri ben tenute
hanno speso l’intero anno scolastico ad allisciarsi i professori: mio
figlio di qua di là lassù e laggiù, è bravissimo, guardi, un Murray
Gell-Mann in erba, magari un pochino scavezzacollo ma sa, è così giovane!,
tenga presente che la nostra è una famiglia importante (velata minaccia!),
le sue attenzioni saranno da noi molto apprezzate (pompino in
vista!) e così via. Dal canto loro, i pargoli puntano allo Zundapp nuovo
fiammante come regalo per il diploma plus una vacanza-premio a New York
preferibilmente a luglio perché ad agosto si va a Portofino, inoltre,
ma è lapalissiano!, al rinnovo della tessera annuale per il solarium.
Già s’intende che i bastardi spocchiosi non prenderanno meno di 48/60.
Così funziona il dannatissimo mondo. Nucleo Mengele...
Nerds: tutti rigorosamente in giacca e cravatta, capelli corti
con la riga da una parte, mocassini neri o marroni comprati da Colombino,
(taluni) occhiali con la montatura di corno alla Henry Kissinger, pannicolo
adiposo inesistente, pallore cadaverico, pingone rattrappito, gusti
musicali orientati verso il rock progressivo e i cantautori. Le future
colonne portanti della nazione. Non è escluso che alcuni, per ansia
da prestazione, s’impappinino davanti alla commissione d’esame pregiudicando
quanto di buono possano aver fatto nelle prove scritte: se tornano a
casa con meno di 60/60 i loro parents reazionari li squartano vivi!
Be’, così imparano a non passare i compiti alla plebaglia, dannati loro.
Potere operaio!
Dark: detti anche topi o becchini, vestiario in tema coi soprannomi
ed elaboratissime acconciature che hanno come acclarato modello di riferimento
Robert Smith dei Cure, talvolta occhi bistrati e rossetto rubato dal
beauty-case della mamma passato sulle labbra, comunque non oggi, anzi
qualcuno si è perfino fatto prestare il vestito grigio e la cravatta
regimental da papà, creando forse inconsapevolmente una nuova tendenza
che non mancherà di fare proseliti: il post-punk da ufficio. Prendere
nota e scrivere a 100 cose, sperando che in cambio della preziosa
segnalazione i redattori mi organizzino una punta con Januaria Lettieri,
una modella siciliana che combinazione delle combinazioni prima di apparire
in un articolo di quella rivista si è fatta ammirare al Gioco delle
coppie in tutto il suo biondissimo splendore. Mi sa che ’sti giochi
televisivi sono tutti delle bufale.
Afro, metallari, capelloni in genere: o della bastardizzazione
dei look. Immaginatevi un gadan che si presenta in giacca e pantaloni
di lino bianco e maglietta rockettara con un taglio di capelli a metà
fra Prince e i Mötley Crüe. O un altro sempre zazzeruto ma vestito di
un completo di renna e camicia nerofumo con cravatta rossa di pelle.
O ancora, il sottoscritto con una sottospecie di caschetto alla Johnny
Ramone, camicia a righe verticali bianche e azzurre, jeans e mocassini
da impiegato al catasto: dopotutto pensavate davvero che avrei questuato
la fresca ai miei per comprarmi un completo che poi lascerei nell’armadio
a uso e consumo delle tarme? Che diamine. Ma l’autentico capolavoro
della giornata è un elemento di 5ª B, solitamente a spasso per la vita
coi capelli sciolti sulle spalle, che oggi se n’è venuto con mezza tonnellata
di gel spalmato sulla testa in modo che almeno visto da lontano e di
fronte parrebbe sia andato veramente dal barbiere a scuzzarsi, ma non
appena ti si tridimensionalizza non puoi fare a meno di sghignazzare
poiché fa l’effetto di un povero demente che sia stato afferrato per
i piedi e ficcato a testa in giù in un bidone pieno di catrame da un
mostro alieno con gli occhi d’insetto. Stando così le cose, tanto valeva
presentarsi truccato come King Diamond dei Mercyful Fate.
Tocca a me.
La commissione d’esame è ancor più eterogenea degli esaminandi. L’inquisitrice
d’italiano è una fotocopia di Anna Mazzamauro, mentre il giustiziere
di misure elettriche sembra scaturito da un vecchio film dell’orrore:
cranio rasato a zero con una paurosa depressione rettangolare sull’osso
parietale sinistro, occhi verdi acquosi, baffetti alla Roberto Calvi
prima che l’impiccassero sotto quel ponte a Londra, le mani scosse da
un tremito parkinsoniano. A quest’uomo devono aver asportato un pezzo
di cervello. Andare in pensione per invalidità no, eh? Malgrado
lui mi sento abbastanza rilassato, ieri per distrarmi mi sono letto
tutto d’un fiato I giocatori di Titano di Philip K. Dick e questo
orale sarà sicuramente molto meno impegnativo che giocarsi il destino
del mondo coi perfidi vug.
La Mazzamauro attacca con un fuoco di fila di domande su Corrado Alvaro,
Pirandello, Verga e i suoi sfigatissimi Malavoglia; su questi ultimi
s’impunta in particolar modo, vuole sapere da me che funzione hanno
i lupini nell’universo, quale particella otteniamo dalla collisione
fra un lupino e un elettrone in un acceleratore, spiegami il principio
di indeterminazione di Lupinenberg, dimmi il titolo di almeno un’opera
letteraria di Lupino de Lupis, bla bla bla, e io rispondo con disinvoltura,
guardando a turno negli occhi ogni singolo membro della commissione,
canterò fino alla morte innalzando il mio color, e che mi vien dal profondo
del cuor, alé, granata alé…
Anna sorride, volge il capo verso i suoi colleghi e dichiara: “Mi va
bene così.”
Grande. Ora però vado sotto i ferri del dottor Cyclops, e senza anestesia.
L’uomo dalla placca al titanio comincia col chiedermi i rudimenti della
legge di Volt e fin lì ci arrivo, ma poi passa spietato alla composizione
chimica delle resistenze, alla reattanza capacitiva, mi traccia un circuito
su un foglio di carta richiedendone il calcolo dell’amperaggio in uscita,
e io crollo più volte il capo, mmm ecco forse non lo so, e la spigliatezza
antecedente si scioglie come ghiaccio al sole d’agosto. La verità è
che ho avuto dei problemi con questa dannata materia durante l’intero
anno scolastico, e alla resa dei conti tutti i nodi vengono al pettine.
Ora come ora preferirei aver dovuto affrontare i titaniani!
Non so da quant’è che sono seduto su questa panchina. Magari il tempo
è slittato in avanti di cent’anni e fra qualche attimo un robot gelataio
verrà a chiedermi se desidero un cono alla vaniglia o al cioccolato
modificato geneticamente. Non faccio altro che pensare in circolo vizioso
a quello schifo d’interrogazione di misure, che rischia seriamente di
mandare a zoccole tutta la mia matura. Io rimugino mentre tutti gli
altri esseri umani portano avanti la loro cazzo d’esistenza.
Laggiù sotto i pioppi un bobomerenda in canottiera arancione ha appena
insinuato una mano sotto le mutandine della sua squinzia platinata con
la ricrescita, lei protesta debolmente, no dài Nunzio per favore
no che ci vedono tutti accidenti a te, ma fra qualche istante vedrai
che sarà lì a pregarlo di non smettere, probabilmente gli farà pure
una sega. Puttanella!
Passa quella lesbicona grassa della signora Faletti con ben due giovani
creature canine al guinzaglio e, diamine, quanti palloni ci hanno bucato
i loro predecessori quando eravamo gagni: e come la prese male quella
bernufia il giorno che qualcuno propinò loro dei bocconi avvelenati!
Già, però fu tutta colpa sua; non li tratteneva mai, dico mai, e noi
sempre lì a far colletta per comprarci una palla nuova, mocciosi con
le ginocchia sbucciate e il pirillo grosso quanto un’arachide.
Il
Toro ha chiuso il suo campionato al secondo posto, quattro punti in
meno del sorprendente Verona di Osvaldo Bagnoli. Peccato, perché con
un po’ più di fortuna (vedi partita in casa coi gialloblù, 2 pali colti
e Garella che se gli avessero tirato addosso un asteroide avrebbe parato
pure quello) si sarebbe potuto lottare per lo scudetto fino all’ultimo.
Dopo Bergamo, sono andato in trasferta a Milano con l’Inter, Verona
(la vittoria di Pirro), Como (sulla caffettiera napoletana del nostro
nuovo amico, Gianni Bisonte), e Firenze. Di quest’ultima ricordo soltanto
il viaggio d’andata e la partita… Dopo la quale, sul pullman immerso
nel caotico traffico in uscita dal capoluogo toscano, come se non bastasse
che mi ero già fumato il Pakistan e un pezzo del Marocco, ho voluto
mandare giù due pastiglie di Halcyon; lunedì mattina ho aperto gli occhi,
ho guardato la sveglia ed erano le nove e un quarto. Mi sentivo bene,
riposato, ma… mancava tutta la sera precedente all’appello della mia
memoria! I miei ricordi si fermavano all’ingestione della seconda pastiglia:
dopodiché, buio totale fino a quell’occhiata di polpo all’orologio spaccasonno.
Quindi nel pomeriggio ho fatto un giro di telefonate per chiarire l’arcano.
Lele: “Eh eh eh, eri completamente partito. Figurati che in un autogrill
ho dovuto tenerti il picio in mano sennò ti pisciavi addosso…”
Zingarelli: “Io ti ho portato fino al portone di casa! Dio buono, che
trip: ogni tanto sbandavi contro un muro e in un attimo ti ci addormentavi
contro.”
Bisonte: “Tu sei fuori, Dio fanale! Quello è un ipnotico. Come il Roipnol.”
Porca eva. Dio solo sa allora come ho fatto ad aprire la porta di casa,
richiuderla, svestirmi e mettermi sotto le lenzuola. Puro istinto domestico
che deve aver funzionato a meraviglia, poiché mia madre non mi ha rimproverato
nulla. D’ora in poi lungi da me pastiglie d’ogni genere!
Mi sono scassato la minchia di stare qui seduto. Me ne vado in biblioteca.
Prendo in prestito L’anno del sole quieto di Wilson Tucker, il
maestro indiscusso delle avventure temporali, e me ne torno a casa.
Nell’androne m’imbatto in Barbara Pedrotti.
Costei è una laureanda in psicologia. Non fa molto che è venuta ad abitare
nel nostro palazzo. Veramente la vedo alquanto fuori luogo in quest’accozzaglia
di ex fiateur incarogniti dalla vitaccia cavallina e virago in
menopausa, ma forse lei vuole imperniare la sua tesi sulle frustrazioni
suburbane, o molto più plausibilmente gli affitti qui sono più bassi
che altrove. In ogni caso è un bel bocconcino, non una strafica da copertina
ma proprio per questo intrigante alla decima potenza.
“’Ngiorno” faccio, senza guardarla in faccia.
“Ciao!” cinguetta lei, esibendo un quintessenziale sorriso Durbans.
Poi più niente fin dentro l’ascensore. Io abito all’ottavo piano, lei
al nono, indi schiaccio il mio pulsante e inchiodo nuovamente lo sguardo
sulla singolare copertina del libro di Wilson Tucker – una piramide
di grattacieli bombardata da un velivolo di cui si vede soltanto l’ombra
proiettata dal sole su di essa – emarginando così la ragazza al margine
sinistro del mio campo visivo.
“Quest’ascensore è sporco da far ribrezzo” osserva lei.
“La custode lo pulisce una volta ogni due anni.” Laconico, persistendo
a fissare quella visione apocalittica.
“Bella roba. E nessuno protesta mai? Respirare tutta questa polvere
non fa certo bene alla salute.”
Traendo un profondo respiro, volgo il capo verso di lei e le spiego:
“Tutti rimbeccano continuamente la custode per questo lerciume, signorina
Pedrotti. Il fatto è che quella posapiano se la intende con l’amministratore
del super-condominio, non so se mi spiego.”
“Ah, ecco” fa Barbara, storcendo la boccuccia santa.
“Ma alla fine del mese ci sarà una votazione per epurarla” concludo
in un vago tentativo di rassicurarla.
“Be’, quando sarà dammi una voce, che voglio partecipare anch’io” Di
nuovo quel sorriso smagliante. Colmo d’imbarazzo, torno a rivolgere
l’attenzione a quella visione apocalittica.
Slang, l’ascensore è arrivato al mio piano. Spingo la porta e
la saluto di sbieco: “Arrivederci, signorina Pedrotti.”
“Ciao, Maurizio” sussurra lei per risposta.
“Come diamine fa a sapere il mio nome?” mi chiedo introducendo la chiave
nella toppa. Io non gliel’ho mai detto.
In ogni modo, la cosa più importante adesso è mettere immediatamente
in funzione l’alterabito del bravo maturando cui tutto è andato a burro
e alici, sperando che i parents se la bevano.
Tutti vogliono bene al papoola marziano. Ma allora chi porca
vacca scoccia alla porta di sabato sera?
Sulle prime vorrei fare caso omesso. Sono solo in casa, dacché i miei
sono andati al mare, e non ho alcuna voglia di alzarmi dal divano; poi
uno stramaledetto scrupolo di coscienza mi fa levitare verso l’entrata,
hai visto mai che qualcuno abbia bisogno delle chiavi del locale ascensore
di cui siamo depositari noialtri e un’altra famiglia di storditi che
tra l’altro, mi sovviene proprio mentre stringo il pomello, il sabato
vanno spesso a cena fuori.
Un quarto di giro in senso orario, brusca tirata all’indietro e… batto
le palpebre dalla sorpresa.
Gambe lunghe, i calzoni delta così aderenti e così ridotti, la corta
blusa semitrasparente, snella, minuta, aggraziata, occhi castani come
i capelli… No, non è Kathryna Van Hise, la protagonista femminile di
L’anno del sole quieto, ma n’è un clone piuttosto fedele, a parte
il fatto che indossa un abitino di cotone a fiorami e ciabatte infradito:
è Barbara Pedrotti, l’aspirante psicologa fissata con la polvere negli
ascensori.
“Vi disturbo?” domanda al plurale, non sapendo evidentemente che i miei
genitori sono fuori dai marroni fino a lunedì mattina.
Esito, poi rispondo: “No, non disturba per niente. Desidera?”
Solito sorriso sciogli-gonadi. “Ecco, vorrei preparare un dolce per
certi miei amici che ho invitato a pranzo domani e ho paura che non
mi basti lo zucchero, ma ormai è troppo tardi per andare al supermercato.”
“Si accomodi” la invito, facendomi da parte per farla entrare. “La cucina
è subito qui a sinistra. Scelga una sedia e io provvedo subito a tirarle
fuori un sacchetto. Giusto ieri pomeriggio mia madre ne ha comprati
tre.”
Eseguo quanto detto nel tempo in cui lei si siede al tavolo da cucina
accavallando le gambe e intrecciando le mani affusolate in grembo. “Ecco
qua, signorina Pedrotti. Bello nuovo e pieno. Gradisce per caso qualcosa
da bere?”
Essendo che deve impastare la menzionata torta, mi aspetterei un cortese
diniego, grazie e arrivederci; viceversa la ragazza annuisce tranquilla:
“Molto volentieri, Maurizio.”
“Ah, bene… Coca Cola, vino rosso o birra?”
“Vino rosso.”
“A fagiolo. Abbiamo, be’, ho dell’ottimo Dolcetto.”
Poso lo zucchero sul tavolo e verso da bere per tutt’e due. Lei mi domanda:
“Ma i tuoi genitori non ci sono?”
“No, sono andati a Laigueglia da certi nostri parenti.”
“E tu perché non sei andato con loro?” In tono vagamente inquisitorio.
“Be’, preferivo stare da solo, una volta tanto. Insomma, sa come sono
i genitori… ti fiatano sempre sul collo.”
“In effetti,” conviene Barbara “a volte rompono proprio il cazzo. Alla
salute!” E giù il vino tutto d’un fiato, senza poi storcere neanche
un pochettino la bella bocca.
Ci rimango un po’ così, sia per la scurrilità che proprio non
le si addice sia per il bicchiere vuotato in quel modo, ma mi ripiglio
subito e per non essere da meno seguo il suo esempio. Meno male che
non è liquore, in caso contrario t’immagini se le sboccassi davanti?
Baah. Che sbianco sarebbe.
Come sempre l’alcol mi rende temerario, anche se in modiche quantità,
sicché col bicchiere ancora in mano mi tolgo la scimmia di domandarle:
“Mi perdoni l’indiscrezione, ma chi le ha detto come mi chiamo?”
Barbara si stringe nelle spalle. “Tua madre al supermercato, qualche
giorno fa. Mi ha anche confidato che sei in piena crisi da matura.”
Ah, magnifico. Così Ma’ va pure a raccontare in giro i fattacci miei.
E poi vigliacca terra se mi viene a raccontare di aver scambiato quattro
chiacchiere con questo pezzo di figliola. Ma sì, tanto è convinta che
io sia ancora vergine… ‘Ah, ma allora pensi a qualcos’altro oltre al
Toro!’ ha commentato sarcastica qualche giorno fa allorché guardando
All’ultimo respiro ho ardito di apprezzare Valerie Kaprisky.
Comunque sia, riconosco: “Sì, è vero, ’sto esame è stato davvero un
casino”, appoggiando il deretano contro la lavastoviglie e incrociando
le braccia.
“È andata così male?”
“Un disastro antropologico, per così dire; come ritornare pitecantropi
in un microsecondo.”
Lei esplode in una risata argentina. Io tentenno un momento ma alla
fine deflagro come una bomba atomica e in un plis plas siamo entrambi
lì a sganasciarci; come per incanto, tutta la tensione accumulatasi
in me durante le ultime settimane trova finalmente uno sfogo. Che tu
sia benedetta dal Signore della Luce, signorina Pedrotti.
Appena recuperiamo un po’ di serietà, Barbara mi fa cenno affinché le
ricolmi di nuovo il bicchiere – io naturalmente faccio lo stesso col
mio – e propone un altro brindisi: “Agli ominidi, alla tua matura e
alla mia pallosissima tesi di laurea.”
“Ganzissimo. Prosit!”
Glu-glu. Doppio aaah.
“Ora devo proprio andare” mi comunica Barbara alzandosi in piedi. Io
annuisco e con un gesto sollecito le sporgo il sacchetto di zucchero;
lei lo prende tra le mani, quelle desiderabili mani.
L’accompagno alla porta. Davanti all’ascensore Barbie si volta e mi
dice: “Grazie mille per tutto, Maurizio.” Una pausa. “Senti, sempre
che dopo cena tu non abbia niente da fare, mi piacerebbe usarti come
cavia. Mi spiego meglio: siccome è la prima torta che cuocio in vita
mia, vorrei che ne assaggiassi un pezzo che cuocerò a parte, a guisa
di campione. Ti andrebbe?”
Però! “Certo che sì. Verso che ora vuole che venga su?”
“Facciamo le nove e un quarto.”
“Perfetto. A dopo, allora.”
“Au revoir, Maurizio.” E io rientro in casa facendo un gesto
trionfale di pompaggio.
Barbara Pedrotti mi accoglie sorridente e struccata in pigiama e babbucce
rosa confetto: suvvia, Izio, che t’aspettavi, latex e frustini di cuoio?
La verità è che ultimamente guardi troppi film porno – se così vogliamo
chiamare quegli obbrobri sforbiciati che trasmettono su Quinta Rete
a notte fonda, dove alle prime avvisaglie di scopata scatta la pubblicità
di Granato Mobili!
L’appartamento di Barbie è simile al mio, soggiorno cucina stanza da
bagno e così via, ma le pareti dipinte di bianco sono disadorne; nel
complesso fornisce l’impressione che la psic non abbia ancora avuto
tempo o voglia di dargli un’impronta. In questo round sono io a sedermi
al tavolo da pranzo, peraltro più piccolo di quello della casa-madre,
intanto che lei traffica col forno, tirandone fuori dopo pochi minuti
il pezzo-campione di torta, ancora fumante ma di discreto aspetto: diciamo
che non è lava del Pinatubo, ecco.
“Adesso ti prendo un cucchiaino” dice la psicologa.
Io non proferisco parola poiché, per la verità, mi sento mezzo babbione
e mezzo coniglio da laboratorio; pure, mi sforzo affinché ciò non trasparisca
come puntualmente accade per ogni mio pensiero o emozione. ‘Faccia parlante’,
mi ha soprannominato qualche tempo fa Piero, un mio compagno di scuola
fanatico di Erich Fromm e dei nuovi suoni britannici con cui ogni tanto
parto a lasagnare dischi nei negozi del centro. Memorabile quella volta
che da un negozio lui si è portato via una pila di 45 giri dei
Jam e io addirittura due LP, The Politics of Dancing dei Re-Flex
e Out of the Cellar dei Ratt...
Un lampo argenteo davanti al mio naso: il cucchiaino.
Ringrazio ghermendolo dalla sua manina, dopodiché lo affondo nel dolce.
Ne stacco un pezzetto che poi porto alla bocca per masticarlo con prudenza
come fosse il pudding di pane azzurro che l’astronauta David Bowman
trova nel frigorifero di quella stanza d’albergo galleggiante fra le
fiamme di una stella lontana ventimila anni-luce dalla Terra. Vi ricordate?
“La sostanza aveva un sapore così elusivo da essere quasi indescrivibile.”
E così la torta di Barbara.
“Com’è?” chiede lei, in tono pieno di speranza.
“È buona da leccarsi i baffi” mente Faccia Parlante, alzando la sua
testolina menzognera verso l’incantevole psicologa.
Lei mi guarda di sottecchi a braccia conserte per qualche istante, poi
soffia: “Va bene, ho capito, è uno schifo della terra. Sa poco
di vaniglia, vero?”
Tanto vale dirglielo. “Sa abbastanza poco di tutto.”
Invece di incazzarsi, lei sghignazza: “Figurati, per paura di combinare
un pastrocchio ne ho dosato gli ingredienti alla molecola! Vorrà dire
che domani mattina la rimpasterò con quadrupla dose di tutto e i miei
amici se la beccheranno come viene.” Mi batte sulla spalla. “Ora vieni
con me. Ti faccio vedere il laboratorio di Madame Pedrotti.”
D’accordo, signorina aspirante strizzacervelli.
Un potente impianto ad alta fedeltà occupa un intero angolo del cosiddetto
laboratorio: sul giradischi c’è Born in the U.S.A. di
Bruce Springsteen. Di guardia alla portafinestra sta una grossa scrivania
con le gambe arcuate, alla quale si arriva un po’ laboriosamente dovendo
procedere tortuosamente fra vere e proprie stalagmiti di libri – non
vi è traccia di scansie. Naturalmente non posso resistere alla brama
di prenderne uno e aprirlo a caso: lei non ha nulla da obiettare, anzi
si mostra condiscendente.
Mi siedo sull’orlo del ripiano e scandisco in tono dottorale: “‘Durante
l’orgasmo, la soddisfazione sessuale non rappresenta soltanto una trasformazione
dell’eccitamento nervoso, ma anche, aspetto questo ancor più importante
per l’organismo nel suo complesso, un rinnovamento fisico-chimico delle
funzioni vegetative.’ Cos’è, un libretto sconcio alla Emmanuelle?
Mio padre ne ha una copia nascosta in un cassetto sotto una pila di
mutande.”
“Ma no!” ridacchia di gusto la psic, venendosi poi a mettere al mio
fianco. “È una monografia su Wilhelm Reich, uno psicologo austriaco
di origine ebraica dalle idee piuttosto originali.”
“Ah sì, mi suona. Tempo fa ho letto su Rockerilla che negli anni
settanta gli Hawkwind scrissero una canzone in onore alle sue teorie:
Orgone Accumulator. Sta scrivendo la tesi su di lui?”
“Ci sto provando.” Trae un sospiro. Con la voce ridotta a un sussurro
di zucchero filato, occhi immensi come turbolenze nell’atmosfera di
Giove: “Dammi del tu, Maurizio. Ho soltanto ventisei anni.”
“Va bene. Barbara. Io ne ho venti.” Richiudo il libro posandolo al mio
fianco sulla scrivania. Sento un gran rimescolio interiore.
“Lo so già, Maurizio. Com’è che si chiamava quel gruppo che hai
citato prima?”
“Ehm, quale? Ah, gli Hawkwind. Sono inglesi.”
“E che musica facevano?” mi chiede la psic facendosi nello stesso tempo
più vicina.
“Be’, che fanno, dato che sono ancora in circolazione. Chiamiamolo heavy
metal fantascientifico. Pure Michael Moorcock ha collaborato con loro.”
“Ah. Molto interessante.” Mi sa che non ha la benché minima idea di
chi sia Michael Moorcock. “Mi farai ascoltare qualche disco loro?”
“Certamente, signorina Pedrotti. Barbara. Quando vuoi.”
“Fantastico, Maurizio. Sei proprio un bravo ragazzo.”
E poi i fuochi del suo viso e le porte della sua bocca, e una mano che
si posa dolcemente sui miei pantaloni. It’s kissin time in Turin.
Guano di Ikky. La mia nerchia vincerà il premio Nebula.
“Adesso ti faccio vedere il mio Orgonon” mormora Barbara con
la lingua nel mio orecchio. E io muovo la testa su e giù ansimando sul
suo collo satinato, qualsiasi cosa significhi quella parola.
Scendo dal 71 in Piazza Statuto e mi lancio baldanzoso verso l’Istituto
Tecnico Industriale Internazionale di Via Bonzanigo 8. Non posso perdere
questa partita. Davanti all’Istituto Internazionale c’è ancor più casino
che nei giorni d’esame, poiché in molti casi i genitori hanno preteso
di accompagnare i propri figli alla lettura del verdetto, ma io sono
Nomikos l’immortale e i Vegani mi fanno una pippa.
Pervengo al pannello degli Elettrotecnici Terricoli circonfuso di chiarore
pseudo-cherenkov, individuo in un millesimo di secondo d’arco l’intestazione
della cartella relativa alla mia sezione e faccio scendere lo sguardo
fino al mio Nome.
Maurizio Ferrini. 36/60. Maturo.
Forza Toro alé granata da qui alla Nebulosa della Clessidra!
5-6-7 novembre. Hajduk-Torino, ritorno dei sedicesimi di finale di Coppa
UEFA. La mia prima trasferta europea con gli UG. Non appena partiamo
dal Fila si fa conoscere da tutto il pullman una specie di John Candy
genovese brufoloso logorroico agghindato da metallaro; si è portato
dietro una distilleria di malto e offre da bere a tutti. Margaro lo
soprannomina beffardamente “Sogliola”.
Il ciccione tracanna Ballantine’s come un forsennato ma è presto palese
che o non lo regge o ha il fegato precocemente cirrotico; difatti a
un certo punto tra le canzonature generali ficca la testona in un secchio
e non la toglierà più da lì per un bel pezzo.
Al valico tra Italia e Jugoslavia sale su una guardia che col suo pastrano
bigio, il berretto con visiera e il cipiglio caucasico pare uscita da
un vecchio film inglese di spionaggio. Ci fa da interprete Vodo, un
frillo bosniaco malvestito e unticcio che dopo neanche un’ora di viaggio
ci ha candidamente rivelato di bazzicare pure i ritrovi degli ultrà
gobbi, al che io ho pensato: “Mo’ Giovanni s’incazza e lo scaraventa
fuori del pullman.” Ma abbiamo finito tutti per prenderla sul ridere.
Si beve parecchio, si fuma altrettanto e si sbocconcellano panini, mentre
il carrozzone procede ansimante nella notte balcanica. Poco a poco ogni
passeggero si consegna all’oblio.
Riprendiamo i sensi in una valle marziana quando ancora vi scorreva
l’acqua e le diatomee folleggiavano, anchilosati per il freddo e le
posture innaturali cui i sedili ci costringono e con un sapore di lucertola
putrefatta in bocca. Arriviamo a Spalato nel primo pomeriggio. La giornata
è tersa ma c’è un vento della madonna. La Città Vecchia
è un intrigante mélange d’influssi romanici e bizantini, ma nei locali
pubblici il senso dell’igiene è un po’ così, tanto che io personalmente
non tocco cibo né bevo. Un giornalista locale ci scatta una foto in
formazione, come fossimo una squadra di calcio: i più alti in piedi,
i più bassi seduti sui talloni. Speriamo che ce la spedisca allo Sweet.
La
partita… passa appena un minuto dal fischio dell’arbitro Tritschler
e il Toro va sotto: Asanovic buca la porta di Martina con una sassata.
Che bellezza. Il cammino verso gli ottavi di finale, già impervio per
il pareggio dell’andata al Comunale (1-1) si fa ora proibitivo.
Ciò nonostante al quarto d’ora il fischietto della Germania dell’Est
ci concede un rigore che Leo Junior trasforma. Ma l’Hajduk è una bella
squadra, forte di campioni che a suo tempo ammirai a Tele Capodistria
quali Gudelj, i fratelli Vujovic, Petrovic e Sliskovic. Proprio quest’ultimo
raddoppia al 28’. Porca puttana.
Sotto il tabellone elettronico sta una banda musicale che festeggia
ogni segnatura dei croati suonando un motivetto perfino più minimale
di una composizione di Steve Reich, un musicista americano che ho scoperto
recentemente: “lalalalalalala, lalalalalala, lalalalalalala, lalalalalalala.”
E tutto lo stadio lo canta in coro rivolgendoci gestacci nel contempo.
Mi monta dentro un odio indicibile.
Purtroppo ci tocca sentirlo ancora al 54’, quando Zlatko Vujovic trasforma
il penalty che chiude virtualmente la tenzone rimandandoci in Italia
con le pive nel sacco, e al triplice fischio finale quando ce lo sparano
in sensurround. Hajduk-Torino 3-1. Ora darei un braccio per avere
una mitraglietta UZI.
I tifosi croati sfollano felici e contenti, ma un lambascione canuto
nostalgico delle foibe insiste a sfotterci nella sua lingua incomprensibile
dalla parte bassa del nostro settore: non passa molto che è trascinato
via da uno sbirro brandente una Nagat M1895, roba da NKGB!
Margaro, scimmiatosi con la canzonetta dalmata, pretende che la cantiamo
tutti insieme senza posa durante il viaggio di ritorno. Ma sì, sdrammatizziamo
l’eliminazione! Lalalalalalala.
Un secolo dopo il pullman si arresta davanti allo Sweet. Sfatto, sporco,
giù di corda, faccio per smontare dal predellino anteriore, ma una specie
di Mortiria Addams versione Amedeo di Savoia mi blocca: “C’è mica mio
marito quassù? Mi aveva detto che andava a prendere le sigarette…”
Eh eh eh. La vita è una barzelletta e la barzelletta è vita. Suo marito,
un tale soprannominato Lancillotto anche se assomiglia di più a Franco
Franchi, si era in realtà aggregato al furgone dei Desperados, che a
quest’ora sarà ancora in viaggio, forse vagante nella taiga alla ricerca
di plasma alieno.
Spalluccio, l’aggiro e vado a bermi un litro e mezzo di caffè. Lalalalalalala.
1979
1983
1984
1986
1987
1989
1990
1991
1992
1993
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Epilogo –
Note finali
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