Si
chiama Black Star, viene da Amsterdam, è un acido e non mi scende più.
L’ho preso a mezzanotte e un quarto, dopodiché quattro ore di
risate e sensazioni cromate, ritorno a casuccia con la testa che saliva
più in fretta dell’ascensore e fino alle dieci del mattino un
carnevale d’allucinazioni ipnagogiche, reiterate erezioni e tuffi al
cuore anfetaminici. Quando sono sceso giù dal letto mi sentivo Ken Kesey
o qualcosa del genere. Dopo una supermegadoccia con scialacquamento
di bagnoschiuma ho fatto colazione con caffelatte e savoiardi, sotto
lo scanner bioelettronico di Ma’ (sempre lei a sindacare, Pa’ raramente
mette bocca) che tutt’a un tratto: “Hai uno sguardo strano, stamattina.
Sicuro di star bene?” E io: “Ma che mi chiedi, mamma, sto benissimo.
Guarda quanti biscotti sto mangiando, secondo te ne mangerei così tanti
stessi male?”
Lei mi è parsa per niente convinta. Che paranoia. Ho quasi ventidue
anni e ancora devo rendere conto in casa di ciò che faccio, dico e di
come tratto i miei neuroni. (Ma quand’è che mi emancipo?)
E ora sono sulla strada per il derby. Sempre che al prossimo metro non
finisca nella quinta dimensione…
Non c’è ancora un consistente afflusso di gente verso l’impianto sportivo;
dopo tutto questa è giusto l’ora degli uligani, chi non si presenta
puntuale perde punti e prestigio in curva. Noto parecchie travi di legno
appoggiate ai muri dei palazzi, un lascito delle abbondanti nevicate
dei giorni scorsi.
Pervengo finalmente al bar Stadio: i miei compari sono già tutti lì.
Lele, Monnezza, Bisonte, Pino e Pomì fusi come delle mine… eravamo insieme
la notte scorsa. I fratelli Zeverin? Lorenzo Truppi? Derio Dirceu esce
con una graziosa biondina di Moncalieri ed è ormai diverso tempo che
diserta lo stadio; Dario, vai tu a sapere, è sempre stato un misterioso.
Pippo Ocasek ha messo radici nei Leoni della Maratona, prima o poi si
sposerà qualcuna là in mezzo. Io oscillo piacevolmente
tra gli UG e i Desperados.
Corso Agnelli formicola già di sbirri e cellulari. Mi accendo una sigaretta
e borbotto: “Che cazzo è successo?”
Mi risponde Lele: “Il solito scontro di pongo davanti alle tribune senza
né vinti né vincitori, intanto che tu, naturalmente, te ne venivi a
passo di lumaca; o di coniglio, per meglio dire.”
“Ha parlato Alessandro Magno” replico sarcastico, dandogli nello stesso
istante una spintarella affettuosa. Poi mi rivolgo ai miei due compagni
di teatrino notturno allucinogeno: “Ehi, voi, come state?”
“Da paura, Izio” sogghigna Pino, il diavolo della Tasmania. “Subito
dopo averti mollato a casa abbiamo beccato Beppe Droga, e ci siamo divisi
un altro trip con lui. Figurati, ne aveva una lamina intera dietro…”
“Sono sballato come una stella cadente” mormora Pomì, manco nessuno
se ne fosse accorto, con quella faccia da Mato Mato Impazzire Di Tomato
che la natura gli ha dato in regalo o in afflizione, secondo i punti
di vista.
“Io ho voglia di bermi un bicchiere alla vinicola che sta prima del
bar. Chi viene con me?”
Lele alza la mano. “Mateus ollé ollé!”
“Io preferisco provare a recuperare un paio di canne per la partita”
sfrigola Pino. Pomì lo asseconda crollando freneticamente il capo. Porca
troia, ma questi due non si fermano mai?
Lele ha i capelli più corti dell’usuale ma il solito sdrucito eskimo
da cinese indosso e le sempiterne puzzolenti Superga arancioni ai piedi.
Chiediamo una bottiglia di Mateus e ci mettiamo a parlare, manco a dirlo,
di squinzie. Lui naturalmente continua a beccare come un falco pellegrino,
attualmente si sta scopando una studentessa universitaria di Mondovì
con una smodata passione per le pecorine in automobile, mentre io seguito
a frequentare di soppiatto Barbara Pedrotti, anche se ho intuito da
certi indizi irrefutabili che ultimamente si vede con qualcun altro.
La cosa mi rode molto più del lecito, perché ho proprio paura di essermene
innamorato… Finché me la dà, mi sforzo di convincermi, va tutto bene,
ma in cuor mio so benissimo che le cose non stanno così. Naturalmente
a Lele parlo soltanto del gran sesso che sto facendo con quella “psicologa
assatanata”… Sono un perfetto imbecille.
Dopo la bicchierata ce n’andiamo ad annusare l’atmosfera davanti alla
biglietteria. Sembra tutto tranquillo, anche troppo. Possibile che il
bordello sia già finito? Allora perché svegliarsi all’ora delle galline
– metaforicamente parlando – per venire fin qua a starcene con le mani
in tasca!
Retromarcia al bar Stadio. Adesso la gente comincia ad affluire a frotte.
Lele s’avventura nel locale per comprarsi una pizzetta. Le molecole
di vino portoghese si mescolano con quelle residue di droga sintetica
mutandomi in uno stato di beatitudine rosata. M’appoggio con indolenza
all’angolo appiccando la quinta paglia della mattinata, alla facciazza
degli angeli cancerogeni. I piedi nudi di Katrina nelle sabbia, i
calzoni delta ridottissimi e rivelatori, la blusa trasparente... Ricordò
il costume da bagno ridottissimo, con i seni coperti dalle minuscole
coppette, che lei aveva indossato nella piscina...
“Izio!” Un trafelato Monnezza. “V-vieni subito con me, Izio” tartaglia
questo fruttivendolo coi colpi di sole e l’orecchino da pirata, stringendomi
il braccio sinistro in una morsa d’acciaio. “C’è casino coi gobbi in
Via Tripoli!”
Porca puttana. Mi scuoto, butto la cicca per terra e parto a razzo con
Monnezza per il luogo dei tumulti. Lele, be’, se intuisce okkey, altrimenti
pace.
In Via Tripoli c’è un bordello della madonna. Ci sono pure due provoloni
di vigili a tentare di placare i bollenti spiriti ultrà con le loro
ridicole pistole scacciacani, ma chi se li incula, quelli! Nel mio slancio
poco meno che meteorico finisco per scavalcare il nostro gruppo schiumante
sul marciapiede ritrovandomi in terra di nessuno. Mi verrebbe quasi
da ridere, perché non ho mai corso così veloce in vita mia, sennonché
d’immediato si profilano all’orizzonte degli eventi tre ceffi armati
che, inevitabilmente, mi puntano: chi si lascia scappare un così bel
bocconcino, solo soletto…
Ho zero virgola due tempo per pensare e due sole possibilità; o faccio
dietrofront o faccio l’eroe. Scelgo la seconda: no guts, no glory!
Dal
drappello di ultrà juventini si stacca uno scricciolo biondastro dai
lineamenti vallettari in parka e anfibi, peserà sì e no cinquantasei
chili ma brandisce un randello niente male, difatti cerca subito di
farmi volar via la zucca, ma con un riflesso che farebbe inorgoglire
la buonanima di Bruce Lee io riesco a parare il colpo con l’avambraccio
sinistro avvertendo all’istante un dolore lancinante, poi il gobbo anziché
riprovare a legnarmi mi scaglia goffamente la spranga addosso, mancandomi
di dieci centimetri buoni, cosicché posso impadronirmene mentre lui
retrocede sgomento e un attimo dopo impugnarla saldamente con l’adrenalina
sparata a Mach 5 nelle vene gridando: “Avanti, conigli di merda, venitemi
sotto!”
Ora i gobbi si rattrappiscono tremanti, come mocciosi di fronte all’orco
cattivo, e io mi godo la momentanea superiorità psicologica, “mo’ vi
faccio tutt’e tre!”, ma all’improvviso dietro al terzetto si materializza
un ossesso con un elmo romano di capelli ricci in testa e una vanga
in mano e quegli inermi riprendono coraggio. Quattro contro uno. Be’,
ragazzi del coro psichedelico, la mia porca figura l’ho fatta, quindi
non c’è ragione che me ne stia ancora qui ad attendere che mi pratichino
una lobotomia tardo-ottocentesca sul marciapiede.
Mollo la spranga e indietreggio a razzo verso il mio gruppo nello stesso
tempo che sul set uligano sopraggiungono due pattuglie di madama a sirene
spiegate. L’intera vicenda si è svolta in una ventina di secondi.
Mentre battiamo in ritirata sono in diversi a complimentarsi con me
(certo, e prestarmi aiuto prima? Cos’avevate, il tetano?), ma il mio
primo pensiero è una fontana, che trovo nel giardino di Piazza d’Armi.
In solitudine, mi sfilo bomber e maglione di lana rimanendo in maglietta
a maniche corte (tanto, con la botta di ormoni e vino e rimasugli d’acido
che ho in corpo chi lo sente più il freddo) e faccio pisciare a lungo
l’acqua ghiacciata sul notevole sbrego che la bastonata mi ha provocato.
Adesso mi sento un po’ meno Terminator e un po’ più imbecille; diamine,
Izio, ma ti rendi conto che se quel babbo di minchia ti beccava in testa
potevi anche rimanerci secco? E per cosa, poi? Accidenti, vedi di darti
una calmata.
Il derby finisce 1 a 1. Segnano per primi i rigadin con Laudrup al 25'
del primo tempo, ma quando mancano soltanto tre minuti alla fine Leo
Junior calcia una punizione delle sue, Tacconi respinge corto e Zaccarelli,
in grande spolvero grazie a Gigi Radice, in scivolata precede Manfredonia
e insacca il meritato pareggio. Ollé ollé ollé!
Costa Brava, Doctor Sax, Tuxedo, Specials, Sting, Dukes of Stratosphear,
Norman Spinrad, Coppa UEFA!
Al primo turno ci è toccato il Nantes. La compagine bretone può annoverare
tra le proprie fila due campioni del mondo basco-argentini, Olarticoechea
e Burruchaga, e due giovani promesse, Desailly e Deschamps. Ma il match
d’andata è stato una festa granata: 4-0 con gol di Comi, Beruatto e
doppietta di Kieft, una pannocchia olandese di buona tecnica individuale
che ci sta facendo sognare. Eravamo così contenti che abbiamo addirittura
intonato l’inno di Mameli!
Liquidati i francesi, sono arrivati gli ungheresi del Raba Eto: anche
lì, gol a caterve. Ma coi belgi del Beveren è stata assai più dura,
alla fine si è vinto solo 2-1 in casa. E allora tutti a Beveren.
Beveren è un lindo e anodino sobborgo di Anversa. Fa piuttosto freddo.
Appena scesi dal pullman ci buttiamo nel primo bar in vista. Il bancone
viene letteralmente preso d’assalto; Roby Mud, avvolto in una bandiera
brasiliana, saltella come un grillo ebbro per tutto il locale. Le due
bariste sono dure e glaciali come il granito d’inverno ma carinissime.
Io e Robertone ci compriamo una birra a testa – di più il portafoglio
non ci permette – e ci sediamo a un tavolo perdendoci in loro contemplazione
fino a quando non si fa l’ora di andare allo stadio.
Sugli spalti un difetto di comunicazione efficace (chiamiamolo così)
scatena un fugace parapiglia fra poliziotti belgi, ultrà granata e canidi,
per fortuna senza gravi conseguenze. La partita è ostica e la nebbia
incombe, ma al 75' Beppe Dossena, lanciato da Comi, prende d’infilata
la difesa avversaria e va a segnare il gol della vittoria con un prezioso
tocco d’esterno destro, proprio sotto il settore occupato da noi tifosi
granata: e alloraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Molte ore dopo, quando siamo ormai in vista delle Alpi, scatta l’ora
del ‘contatto despe’: i passeggeri dell’autobus devono realizzare un
circuito chiuso toccando uno la testa dell’altro col polpastrello del
dito indice. E ridagli con la stramaledetta elettrotecnica, eh eh eh.
Ma quei gaggioni dei sedili davanti non afferrano il concetto, cosicché
la catena di conduttori umani abortisce. “Siete proprio degli zeri spaccati”
commenta Robertone crollando il capo. E io rido accendendomi l’ennesima
sigaretta.
Purtroppo questa sarà la mia ultima trasferta europea della stagione:
fra due mesi parto per la naja. Mi vengono i brividi solo a pensarci.
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Epilogo –
Note finali
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