La mia Uno rossa chiude il corteo che si sta dirigendo verso la stazione
Lingotto, su un binario della quale ci aspetta il Treno della Speranza
per Lecce. Manigoldo il decoratore (ma lui, con la sua erre moscia e
il sorriso sornione, si autodefinisce: “un avtigiano”) ricontrolla scrupolosamente
il contenuto del frigo portatile che ho riscattato da un immeritato
oblio in cantina: trenta lattine di Heineken, una bottiglia di Roero
Arneis e tramezzini assortiti.
Da quando mi sono congedato un anno e mezzo fa, granatamente parlando
non n’è girata bene una. E dire che al mio ritorno alla vita normale
le cose sembravano mettersi alla grande: gobbi cacciati dalla Coppa
Italia grazie a uno sbalorditivo derby d’andata con gol di Tullio Gritti
ma soprattutto un eurogol di Ezio Rossi. Ma in finale con la Sampdoria
è tornata la sfiga: 0-2 a Marassi con un rigore clamoroso su Cravero
ignorato da Casarin: lì si è scatenata la guerriglia sugli spalti. Io,
per motivi di lavoro (sì, proprio così… come suona raro) non c’ero.
Ma c’ero eccome al ritorno. Il Toro ha tirato fuori i suoi magnifici
attributi rimontando lo svantaggio sotto un acquazzone da memorie storiche
della meteorologia e abbrancando i tempi supplementari, ma quasi allo
scadere quel nanerottolo panchinaro di Salsano ha indovinato il tiro
della sua vita, Lorieri si è fatto uccellare, forse pensava ai pantaloncini
da ciclista indossati dalla sua splendida moglie, e addio Coppa Italia,
di nuovo… Per aggiungere l’insulto all’ingiuria, quattro giorni dopo
ci siamo fottuti la UEFA nello spareggio coi gobbi ai calci di rigore…
a fine partita è scoppiato un bel casino, a cui questa volta ho partecipato
prendendomi un fracco di manganellate dai pulotti nel delirante tentativo
di strappare Monnezza dalle loro grinfie. È un autentico miracolo che
non abbiano ingabbiato pure me.
Purtroppo quando piove sterco piove sterco e non c’è niente da fare
se non aprire l’ombrello. La stagione 1988-89 è cominciata male, proseguita
da coliche renali con le bizze invernali di Luis Muller e le dimissioni
di De Finis e ora, ultima giornata di campionato, per salvarsi dalla
retrocessione in serie B bisogna andare a vincere sul campo del Lecce,
cui serve solo un pareggio. Ecco perché i tifosi granata hanno organizzato
il “treno della speranza”. Anche se quest’anno, schifato dalla dirigenza
Gerbi-De Finis ma anche smanioso di allargare i miei orizzonti oltre
lo stadio, sono mancato a parecchie partite, non potevo proprio mancare
a questa.
Sweet Child O’ Mine riempie l’abitacolo con la sua fantasmagorica
intro di Gibson; peccato, è ora di parcheggiare e non mi sono portato
dietro il walkman. Riverberi sinestesici mi danzano nella mente mentre
chiudo gli sportelli della vettura.
Bello scompartimento. Permettetemi di presentarvi la combriccola a uno
a uno…
Vincenzo Gallafrano. Calabrese di Tre Bisacce. Più lungo che
alto, magrissimo, arti inferiori conformati a diapason, occhi grigio
pietra, naso aquilino, capigliatura alla Geronimo Barbadillo, età indefinibile
– diciamo tra i trentotto e i sessantacinque anni. Fosse inverno indosserebbe
un giaccone di panno marrone imbottito che deve risalire all’epoca dei
Bay City Rollers a dir poco; oggi invece è in jeans semi-scampanati
e maglietta pollockiana, provvisto come sempre della sua peculiare razione
alimentare racchiusa in uno shopper azzurro: panino al salame, banana
e un Billy all’albicocca. Solitamente fino all’arrivo in territorio
ostile il buon Vincenzo non emette che vaghi monosillabi, casomai sporadici
richiami all’ordine per i pivellini (“E smettetela di fondervi, pezzi
di finucchi!”) ma allorché si profila una femmina con la sciarpa della
squadra avversaria avvolta intorno al collo come d’incanto lo vedi scuotersi
dal torpore e sporgersi dal finestrino gridando all’indirizzo della
malcapitata: “Bucchina, fammi una pompa, puttana!”
Il Conte di Vallo. Membro fondatore dei Desperados, faccia piemontese
da Banda Cavallero, fanatico dei Rockets e dei Lords Of The New Church,
gran divoratore di cornetti alla crema e bevitore smodato di Coca-Cola,
ha un modo tutto personale di descrivere o commentare qualsiasi cosa.
Il tal personaggio dichiara che una certa ragazza è una bella ciorgna?
Ebbene, lui postilla: “Protallo!” oppure “Potage!” o ancora “Ober alle!”.
Analogamente, le storie con le ragazze sono “roba di nervel”, dormire
è “fare gadda” o “gaddare”, uno schiaffetto sulla cocuzza è un molto
onomatopeico “stampong”, la sua bevanda preferita è la ”kokiña”: e via
di questo passo. Strano che la CIA non l’abbia ancora reclutato tra
le proprie fila, perché un gergo così sarebbe indecifrabile per qualunque
servizio segreto mediorientale o sovietico.
Manigoldo. E tanto basti. Non è un gigante ma mena come un trivello.
A dodici anni era punk, a quindici era skinhead, a diciotto era in gattabuia
per aver rapinato un gestore di macelleria e, non pago, averlo appeso
a un gancio per la carne prima di darsi alla fuga. Ora fa il decoratore
e frequenta i centri sociali, i capelli gli si vanno diradando sulle
tempie e il ventre è sempre più rotondo, ma le mani fanno ancora male,
eccome. Non molto tempo fa, una notte che eravamo tutti fusi e ubriachi
a far baldoria in un localaccio dei Murazzi e quel parruccone rufido
del gestore ci aveva inopportunamente rotto le scatole per qualcosa
riguardante il rinnovo delle nostre tessere d’affiliazione, Manigoldo
gli ha ribaltato tutti i tavoli e le sedie e vuotato un estintore addosso.
Capito il tipo?
Buon ultimo, Soweto, detto anche Niger. Mezzo torinese d’importazion
e mezzo sudafricano, o forse totalmente nisseno, vai tu a sapere… Fatto
sta che nel corso di una cena dei Desperados all’Osteria della Gaia
Scienza, cui partecipai anch’io in veste di socio onorario della congrega,
di punto in bianco questo affabile individuo si mise a balbettare quattro
parole in swahili con il cameriere di colore. Non ho mai approfondito
la questione, anche perché è quasi impossibile discernere il confine
fra il serio e il faceto nelle asserzioni di questi mattacchioni dei
Mercati Generali. Niger è il re del kitsch meridionale; talune volte
si presenta allo stadio conciato come un mercenario senz’armi, altre
pare un pappone portoricano in un telefilm poliziesco americano degli
anni Settanta. Mi sta ancor più simpatico da quando ho scoperto che
gli piacciono i Kiss e i Blue Öyster Cult: io ritenevo che ascoltasse
King Sunny Ade pure al cesso. La vita riserva sempre delle sorprese.
Fuochista, fai partire questo macinino!
Sono passate a malapena tre ore e sul Treno della Speranza già
si sragiona. Pure Gallafrano ha tirato qualche nota di spinello e ora
il nasuto e schivo calabrese glorifica perfino i Savoia. E quindi nasce
spontanea una canzone:
“Dalle cime dell’Aspvomonte…” intona Manigoldo, e giù risate per la
sua erre moscia.
“…È venuto su in Piemonte…” proseguo io.
“…Il suo nome è Gallafrano cazzinculo e pallinmano, dammela a me biondina,
dammela a me biondaaa!” completa Soweto. Una jam-session fantastica!
A notte inoltrata, in pieno down anche per gli spropositi della nottata
precedente, decido di concedermi qualche ora di sonno, sicché salutata
la truppa m’inerpico su per l’erta alle mie spalle pervenendo alla reticella
portabagagli su cui riesco ad assumere una posizione quasi consona al
riposo, la facciazza dalla parte del finestrino e le fette a spargere
il loro effluvio nel corridoio. Mi addormento di schianto, come raramente
mi succede di questi ultimi tempi anfetaminici.
Come spesso mi capita sogno Barbara Pedrotti, la mia ex amante psicologa
che due anni fa, mentre io ero in Friuli a fare il Beetle Bailey – in
licenza una volta ogni tre mesi e guardie come se piovesse – si è trasferita
in un appartamento del centro mandandomi nel contempo il “benservito”
sotto forma di breve missiva, nient’altro che una formalità giacché
la nostra pseudo-relazione, già traballante per via di quel fighetto
d’un ingegnere aerospaziale che nel luglio del 1986 si era convertito
nel suo fidanzato ufficiale, era in sostanza entrata in stato vegetativo
in concomitanza con la mia partenza per il servizio militare. Logica
di calze nere e archetipi psicobiologici…
“Lei sta eludendo le mie domande, Maurizio.”
“Le ho detto tutto quello che posso dirle, Katrina… Barbara.”
Le dita intrecciate di Barbarina tamburellano nervosamente sul piano
del tavolo.
“Avverto la presenza di certe riserve mentali.”
“Ragazza acuta. Nonché alquanto zoccola…”
“Iammo a vincere!”
Chi? Cosa? Come? Che cazzo…
Dischiudo gli occhi. Li richiudo all’istante bisbigliando un’oscenità,
abbagliato da una vampata di colore assoluto. Per caso è scoppiata la
Terza Guerra Mondiale? Mio Dio, almeno prima fateci vincere questa partita…
“Iammo a vincere!”
A occhi chiusi, sempre imprecando a bassa voce, sbottono la tasca destra
della mia camicia militare da reduce del Vietnam e ne estraggo i miei
occhiali scuri avvolgenti che inforco con un movimento convulso; dirimpetto
Manigoldo, rannicchiato in posizione fetale, sbadiglia e borbotta qualcosa
d’inintelligibile. Al pianterreno il Conte di Vallo farfuglia “Osterman”
(a me viene spontaneo associarvi “Weekend”) e Gallafrano butta fuori
un rutto dodecafonico. Il Niger, non pervenuto.
“Iammo a vincere!” Ho capito, porca troia! Ma chi diavolo sei? Vediamo
un po’.
Un essere antropomorfo si staglia contro l’implacabile radiazione solare
sulla soglia dello scompartimento, non molto alto e a torso nudo coi
pettorali e i muscoli delle braccia in bell’evidenza, l’abbronzatura
da ponteggio edile, pantaloni arancioni e scarpe antinfortunistiche
amaranto della Doc Martens o un tarocco equivalente, l’ormai diffusissimo
cerchietto fashion da uomo a trattenergli i capelli normanni tagliati
carrè. Da tutto ciò evinco finalmente che siamo arrivati alla stazione
di Bari, dov’è previsto l’imbarco di un manipolo di ultrà biancorossi
gemellati con noi.
“Iammo a vincere!”
Ouh, compare, ma ti si è incantato il disco? Ora anche Soweto è sveglio,
cosicché cinque paia d’occhi arrossati e cisposi si fissano su questo
spettacolare tamarro che seguita pertinace a reiterare la stessa locuzione
nel suo dialetto meticcio, finché in un lampo neurale costui decide
finalmente di rendersi più comprensibile:
“Andiamo a vincere a Lecce” ripete compitando le parole, nemmeno noi
fossimo degli alieni scesi da una nave spaziale sfolgorante come i suoi
pantaloni.
“Ma sì , cumpave, iammo a vinceve contro ’sti bastavdi leccisi!” lo
scimmiotta ridacchiando Manigoldo, scivolando giù dalla reticella.
“Proprio così ” approva Cerchietto Tamarro con un sorriso ebefrenico.
Poi saluta e toglie il disturbo. Che sollievo! Contemporaneamente tutto
il convoglio deflagra in un oceanico “Brasil, lalalalalalalala!”. Al
che Joao Pinto balza giù dal suo vagone improvvisando una samba sulla
banchina. Dateci le ballerine dell’Oba Oba, per favore!
Di nuovo in marcia. Più ci approssimiamo alla meta più il clima diventa
incandescente, in tutti i sensi. Riceviamo gestacci anatemi fatture
e ingiurie da parte di chicchessia, ma il premio Ionesco lo vince a
mani basse un panzone barbuto in canottiera che affacciatosi al suo
sudicio balcone prospiciente i binari ci urla: “Meridionali!”. In Puglia,
porca mattina! Ma vi rendete conto?
Il Treno della Speranza giunge a Lecce alle due meno venti di un torrido
pomeriggio adriatico. Nel piazzale antistante la stazione ferroviaria
ci attende una scorta invero esigua di sbirri; una ventina di metri
a sinistra dell’ingresso, seminascosta fra le automobili parcheggiate
lungo l’usuale stradone, c’è una patetica avanguardia di ultrà
leccesi che chissà cosa minchia vogliono dalla nostra vita.
Non si può far altro che caricarli.
I “poppiti”, così li chiamano i baresi in spregio (qualsiasi cosa significhi,
suona maledettamente divertente) se la danno subito a gambe. Mi ritrovo
a correre fianco a fianco con Lele di Orbassano!
Io, tutto d’un fiato: “Ouh! Ma tu oggi non dovevi andare a una cresima?
Quando cazzo sei salito sul treno?”
Lele: “Poi ti spiego, Izio. Ora acchiappiamoli a questi conigli!”
Non percorriamo molta strada. Per pochi che siano, i pulotti leccesi
riescono a intromettersi acchiappando Avigliana, uno dei Vecchi, con
tutta l’intenzione di scaraventarlo in una volante; ma noi reagiamo
prontamente e a forza di strattoni riusciamo a liberare il nostro esperto
rappresentante. Come inizio non c’è male.
Ritornata la calma se così si può dire, un prototipo di commissario
di polizia da film pecoreccio afflitto da calvizie incipiente ed eccesso
di traspirazione ci fa sapere che saremo scortati fino allo stadio,
al che Joao Pinto affrontandolo col suo inimitabile stile beffardo controbatte:
“Mi scusi tanto, signor commissario, ma data la nostra notevole prevalenza
numerica saremo noi ad accompagnarvi allo stadio, e non viceversa.”
Lasciandolo a bocca aperta.
Poco dopo ci fanno salire a gruppi di cinquanta-sessanta su alcuni autobus
messi chissà quanto volentieri a disposizione dalla locale azienda dei
trasporti; a ogni veicolo è assegnata una micro-scorta di due marionette
cui durante il tragitto tocca subire ogni sorta di motteggio. Di rado
ho visto una forza d’ordine così poco preparata all’arrivo di una tifoseria
ospite.
Finalmente arriviamo in vista dello stadio… passando giusto di fronte
alla curva dei leccesi. Diamine, gli Afrika Sballata non aspettavano
altro!
Lanci di pietre e bottiglie. Vetri infranti. Smarrimento. Collera. Botte
sul casco dei due fantocci in divisa. Frena, bastardo d’un autista,
facci scendere!
Ovviamente lo chauffeur non ci dà retta, ma con un energico colpo
d’acceleratore ci porta fuori tiro. Porca miseria, questi mangiapane
a ufo sono così inetti che non hanno neanche studiato un percorso precauzionale
per portarci nel nostro settore! La disoccupazione vi ha dato un bel
mestiere che non sapete svolgere a dovere, verrebbe da cantare.
Fuori da queste gabbie di metallo! E facciamoci un po’ di sani cazzi
nostri sotto questo sole da Ferragosto nella Valle della Morte.
Monetine e accendini saettano dal settore adiacente alla ricerca delle
nostre teste, ma i guerrieri granata restituiscono colpo su colpo. Un
film già visto in innumerevoli trasferte. A maggior ragione in questa.
Lele sorseggia una birra calda come piscio e commenta agro: “Bastardi
terroni… sono arrivati l’altro ieri in serie A e fanno già i duri.”
“E noi dovevamo finire fin quaggiù a giocarci la permanenza.” Espiro
una cometa di fumo, mi detergo la fronte con la manica arrotolata della
camicia. “Bella merda di campionato abbiamo giocato. Lele, mi spieghi
una buona volta che hai combinato?”
“Be’, ieri pomeriggio ero lì davanti allo specchio a provarmi l’abito
per la cresima di mio nipote Francesco quando all’improvviso ho sentito
più prepotente che mai il richiamo del granatismo, sicché ho mollato
giacca cravatta e pantaloni sul letto, scarabocchiato un messaggio per
i miei e sono scappato da casa per venire a prendere il treno: e a momenti
lo perdo, cazzarola! Poi una volta salito a bordo stavo per venirti
a cercare ma ho subito incontrato certi sconvolti di Beinasco che conosco
da una vita e allora niente, mi sono imbullonato nel loro scompartimento
fino all’arrivo qui a Lecce.”
“Sei completamente strallato, Lele.”
“Hai proprio ragione, Izio: questa è la volta buona che i miei genitori
mi scomunicano! Per non parlare del parentado, poi. In ogni modo, non
mi hai ancora fatto notare che porto le solite Superga arancioni ai
piedi.”
“Perché ormai è routine. Però se ci salviamo le butti via, dài.”
“Neanche per idea! Tutt’al più le laverò…”
“Tutti giù al primo anello, i leccesi ci stanno indurendo uno striscione!”
urla un pivello dalla balconata.
Oh cavolo.
Lele e io e vari altri ultrà schizziamo all’unisono scapicollandoci
per le gradinate e la scalinata che porta al luogo del misfatto: Margaro
guida la muta. Uno sbirro imberbe cerca di sbarrargli la strada ma il
nerboruto capocurva lo travolge come una sagoma di cartone.
Lì giunti ci si presenta una scena tragicomica: Vincenzo Gallafrano
(cos’ha, un propulsore a fotoni piantato nel sedere o era sceso quaggiù
per fare l’antisociale come suo solito?) si contende a strattoni con
due cinquantenni sovrappeso lo striscione di un gruppo minore, chissà
quelli non vogliano propriamente portarselo via ma semplicemente
impedire che rimanga esposto. In ogni modo vaffanculo a loro, che si
becchino la gragnola di schiaffoni che meritano! In questo senso nessuno
si fa pregare, tanto che in pochi istanti i due Sancho Panza del Salento
si vedono costretti a battere in ritirata. Sopraggiunge la madama in
forze e tutto ritorna tranquillo…. per così dire.
Mi sono già scese le palle a terra. I fantasmi di Haris Skoro e Luis
Muller, le nostre eterne incompiute, vagano per il campo senza costrutto,
Diego Fuser è troppo giovane per caricarsi la squadra sulle spalle e
il gran cuore di Ezio Rossi non basta da solo a vivificare la manovra.
La verità nuda e cruda è che in serie B ci siamo già andati virtualmente
nella partita giocata contro l’Ascoli al Comunale tre domeniche fa,
quando Muller il brasiliano depresso (e pensare che l’appariscente moglie
Jussara scorrazza ridanciana per le discoteche torinesi, ma pure lui
benché col broncio lo becchi spesso in girula, tutto alliccato...)
ha sprecato banalmente dal dischetto l’occasione del rilancio in classifica
ciabattando il pallone contro Pazzagli. Successivamente le due vittorie
consecutive sul Como e l’Inter parevano aver ridato ossigeno alle nostre
speranze di salvezza, ma invero la sensazione preponderante nelle menti
del fatalista popolo granata alla mezz’ora di gioco è che il paziente
stia ormai tirando le cuoia…
E difatti al 32' becchiamo un gol: lo segna di testa il biondo e riccioluto
Benedetti. Il pubblico di fede giallorossa festeggia alla grande mentre
un silenzio di tomba cala sulla Maratona Itinerante. Miseria porca dannata.
La calura è sahariana, ti fa sragionare. Lele mormora tra sé e sé: “Li
uccido tutti, sgancio una bomba da 40 megatoni su questa città di merda…”
“Lele, che ci vuoi fare: abbiamo una squadra di inermi.”
“Ma non si può, porca puttana sifilitica. Non si può retrocedere senza
neanche provare a gettare il cuore oltre l’ostacolo.”
“A questi qua non farebbe effetto neppure una cisterna di epinefrina,
collega.”
Altre monetine, altri accendini. Particelle alfa ci piovono sulla pelle.
Moriero sembra Garrincha. Noi, una brigata di formichine ubriache all’assalto
del colosso di Rodi.
“Ma non senti caldo con questa camicia da Rambo di pevifevia?” mi domanda
Manigoldo con una canna d’erba in mano.
“Sono sempre stato atermico.”
“Si nota.”
“Già. Fammi fare una nota.”
Seconda frazione di gioco. La musica non cambia. Il Lecce imperversa
in ogni zona del campo, il Toro arranca. Tra i giallorossi di Puglia
gioca un certo Juan Alberto Barbas, amico fraterno di Diego Armando
Maradona ed eccellente centrocampista con una gran visione di gioco:
è proprio lui a raddoppiare al 61', grazie a un magistrale calcio di
punizione.
A questo punto i giochi sembrano fatti, ma il Toro agonizzante ha un
sussulto e cinque minuti dopo, sempre su punizione, Diego Fuser accorcia
le distanze. I tifosi granata riprendono un po’ d’animo, Toro, Toro,
Toro…
Ma arriva la mazzata finale. Al 74' la difesa granata perde definitivamente
la brocca, l’attaccante giallorosso Paciocco, uno che è noto solamente
per avere una circonferenza cosce di sessanta centimetri, ne approfitta
e con un pallonetto beffa Marchegiani in improvvida uscita. Buonanotte
ai suonatori.
CARO
GRANATA TI ASPETTA LICATA.
Ora ci tocca sorbire anche gli sfottò di questi semianalfabeti che tifano
per una squadraccia che non ha mai vinto nulla nella sua storia, nemmeno
coi punti della Mira Lanza.
Purtroppo anche questo fa parte del gioco: siamo in serie B e dobbiamo
sorbirne l’amaro calice. Nel settore ospiti lo sconforto è totale, Lele
è addirittura in lacrime, il Conte di Vallo commenta laconicamente:
“üba”, Gallafrano si gratta perplesso il naso prominente, Manigoldo
guarda fisso nel vuoto, Soweto sacramenta in afrikaans, gli stendardi
vengono mestamente ripiegati, le sciarpe riannodate al collo, è una
Caporetto granata. E domani chi li sopporta i gobbi in ufficio…
Già, perché fra uno sballo e l’altro ho trovato pure il modo di farmi
assumere in un’azienda del gruppo FIAT. Vale a dire, come guadagnarsi
la zuppa nella tana del lupo. ’Fanculo, domani mattina appena arrivato
a Torino mi metto in mutua! E che quella racchiona menopausica della
dottoressa Cassolini scriva quel che le pare sul mio fascicolo: non
me ne potrebbe importare di meno.
Il Toro è in B, porca eva. Tutto il resto è rumore di fondo.
Sono tornato dall’Istria abbronzato e scazzato. Decisamente le vacanze
da italiano medio al mare non fanno per me: stessa spiaggia, stessa
trattoria, stessa discoteca tutti i santi giorni. O.K., Pola straboccava
di belle patonze nordeuropee, ma dopo una settimana mi ero già rotto
i marroni, dopo due non facevo altro che ubriacarmi e ascoltare gli
Scream e i Fugazi e pensare ai Paesi Baschi, dove sono andato per la
prima volta l’estate scorsa passandomela da dio. Così neanche
terminata la terza settimana mi sono sganciato da solo, sparandomi un
viaggio in corriera degno di un racconto di John Steinbeck e un Intercity
Intercooler Eurosity chissenesbatte come si chiama. A Natale un trip
a Donostia-San Sebastián non me lo toglie neanche il Padreterno.
Venerdì sera. Sono solo a casuccia, i miei sono ancora in Toscana. Sto
cocendo una bistecca sulla piastra sentendomi Carlos Arguiñano.
Trilla il telefono.
Abbasso la fiamma del fornello e vado a rispondere.
“Ciao, vecchia biffa!” È Lele.
“Ciao! Com’è?”
“Io, una favola! Sono appena tornato da Panarea, dove mi sono scialato
come pochi. Ho beccato una romana che è la fine del mondo… mai in vita
mia ho fatto del sesso così intenso, così bello!”
“Beato te. Io invece ho sprecato una vacanza, e fra cinque giorni riattacco
a ruscare. Che si fa?”
Risata dall’altro capo del cavo. “Mo proprio per questo ti telefonavo.
Potremmo spararci un week-end tattico a Riccione. Spanciata, Pascià
e poi prima partita di serie B del nostro Torello.”
“Reggiana-Torino?”
“Precisamente.”
“Oh, mi va una cifra!”
“Allora io e Mario passiamo a prenderti domani mattina tardi.”
“Mi farò trovare cazzuto e operativo. A domani!”
“Ciao ciao ciao.”
Mario guida il suo Volvo 480 come se corresse la Formula Uno. C’impieghiamo
neanche quattro ore ad arrivare in Riviera. Lele ci porta a un albergo
di sua conoscenza dai prezzi stracciati. Appena entrati in camera molliamo
le nostre borse a terra e ci facciamo uno spinello sesquipedale. Dopodiché
Mario, un tipo piuttosto massiccio dai lineamenti piemu-caucasici e
la barba rossiccia, si butta sul letto e in attimo è già lì che russa
come una sega da falegname: ha fatto nottata al Popsi. Lele sorride
e va a chiudersi in bagno per farsi bello. Possiamo prendercela splendidamente
comoda. Sarà una lunga notte.
Io vado sul balcone a farmi una cicca. Non c’è niente di più bello al
mondo che un tramonto arancione e violetto su una città di mare: be’,
una bella chiavata e una vittoria del Toro! Sposto lo sguardo a sinistra
in basso. Incontro un balcone la cui portafinestra è spalancata. Un
uomo nudo è seduto sul bordo di un letto matrimoniale, le braccia lungo
i fianchi con le palme rivolte verso il materasso, le gambe allargate,
la minchia in tiro. Qualche attimo dopo è raggiunto da una donna, anch’essa
nuda, capelli bagnati, natiche strepitose. Lentamente, la donna gli
s’inginocchia davanti, si piega e comincia a leccarglielo. Viva l’estate
che scende la china!
Viale Ceccarini. Decappottabili guidate da marcantoni abbronzati col
camiciotto sbottonato e la catenazza d’oro al collo, capelloni in cerca
perenne di fumo ed eroina, punk olandesi, famiglie pugliesi, prostitute
austriache, giovani bulli inglesi pettinati alla Rick Astley. Non mi
ha mai fatto impazzire questo posto, ma se davvero l’unica cosa che
hai in testa è il divertimento, be’, non ce ne sono molti al mondo così.
Ci concediamo una mangiata pantagruelica di pesce: gamberi, branzini,
trote salmonate. E vino bianco a fiumi. Usciamo dal ristorante strisciando.
Torniamo in albergo per lavarci i denti e farci un paio di cannoni,
è ancora relativamente presto. Usciamo verso l’una e mezza, per goderci
la mitica nightlife rivierasca.
La voce suadente di Suzanne Vega ci accompagna verso il Pascià. Dio
solo sa quanto stasera mi piacerebbe accarezzare la pelle rosea di una
ragazza che le assomigli soltanto un po’, baciarne i capelli fiammanti:
adoro le rosse. Imbocchiamo la salita che porta alla rinomata discoteca.
Il parcheggio antistante è pieno di macchine provenienti da tutto il
paese: Milano, Roma, Pescara, Treviso, Foggia. Per fortuna all’ingresso
non c’è coda, ma si pagano pur sempre trentamila lire. Superato lo sbarramento
dei buttafuori e cacciati i soldi, entriamo.
Il locale, un anfiteatro all’ecstasy, è stracolmo di donnine, quasi
tutte belle e decisamente svestite. Mario incontra quasi subito una
sua amica di Modena e si dilegua con lei, Lele si baccaglia una biondina
tutta trasparente. O.K., vado a prendermi qualcosa da bere. Verifico
una volta di più la mia inettitudine a calarmi nella parte del falco
predatore da balera moderna; alla fin fine, rimango un rockettaro ombroso.
Comunque il cuba libre è ottimo e abbondante. Mi appoggio a una
colonna di marmo bianco e mi lascio saturare orecchie, corpo e cervello
dai ritmi house.
“Sai che hai veramente un bel tatuaggio?”
“Eh?”
“Ho detto che hai un bel tatuaggio.”
“Ah. Me lo sono fatto fare a Genova.” Un serpente con la lingua stilizzata
a modo di forcone degli Ultras Granata. Finora ha fatto cagare a tutti…
“Proprio bello. Io sono Anita.”
“Maurizio.”
È minuta ma ben fatta, rossa naturale, carina, nude-look, e poi
c’è quell’inflessione romagnola che è fregna sonora, clitoride
liquido… Di certo deve avere il gusto dell’orrido, perché è venuta a
baccagliarsi l’unico cristo in tutto il Pascià che ha l’aria di rompersi
esosfericamente i coglioni.
In ogni modo dopo un paio di drink o forse più e molte risate iniziamo
ad amoreggiare. Wow, domani nevica verde! “Andiamo in macchina da me”,
propone lei con la lingua nel mio orecchio. Non desidero altro. Ci facciamo
fare il timbro sul polso e usciamo.
Lei è piccola e squisita come il miele… Suzanne. Anita.
Sono stravaccato sul sedile posteriore della Volvo, completamente disfatto.
Dai finestrini aperti filtra odore di piadine dozzinali e salsiccia
di tirannosauro. Il caldo è nucleare. Una legione di facce abbronzate
bardate di granata comincia ad affollare i dintorni dello stadio di
Reggio Emilia. Il richiamo della foresta granata è irresistibile anche
nella serie cadetta: 18.000 abbonamenti, ragazzi!
Lele e Mario tardano a tornare dalla loro ricerca pro-biglietti. Quasi
quasi mi faccio una pennica…
“Izio!” È Monnezza.
Scendo dalla macchina e lo abbraccio. Come va, come non va. Va che è
fatto di roba come una biscia. Ha le pupille come due spilli. Con un
cinismo eccezionale mi ritrovo a pensare: “Ma come fa a farsi di roba
con questo caldo atroce?”
“Izio, hai qualche spicciolo da darmi?”
“No, Tomas. Mi sono rimasti a malapena i soldi per il biglietto.” Anche
se lo conosco da una vita, non vedo l’ora che si levi dalle scatole.
Lui, evidentemente percependo la mia insofferenza: “Vabbé. Ciao.” E
se ne va a continuare la sua colletta da tossico.
Ritornano Mario e Lele. Quest’ultimo commenta: “Che deficiente.”
“Davvero.” E non c’è altro da aggiungere.
Madre mia santissima, che stadio. È da serie C, altro che B. D’accordo,
sopportiamo! Tanto l’anno prossimo saremo di nuovo in Paradiso.
1979
1983
1984
1985
1986
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1991
1992
1993
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Epilogo –
Note finali
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