Ore
22 e 30 minuti primi di un sabato primaverile qualunque, un sabato italiano
allo Sweet per me, Fausto, Stefano, Pianetti e Enzo. Cosa si fa, cosa
non si fa. Improvvisamente s’accende la lampadina: “Andiamo a Foggia
a vedere il Toro?”
“FOGGIA? Voi siete bacati n’da crapa. Fra un po’ è mezzanotte e io me
ne vado alle Vocali.”
“Guarda che non ci mettiamo più di otto-nove ore ad andar giù.”
“Io c’ho la Uno Base. Se la spingi oltre i 140 trema tutta, ma se proprio
non c’è alternativa...”
“Io ho il Passat familiare e ci sto dentro. Allora, si fa?”
“Ma come facciamo per i biglietti?”
“Nessun problema. Andiamo all’albergo del Toro e ce li facciamo regalare.
Vuoi che non ce li diano, dopo le migliaia di chilometri che ci siamo
sparati per loro?”
“È una pazzia... comunque dài, ci sto.”
“Anch’io.”
“Pure io!”
“E ALLORA PARTIAMO!”
Un’ora dopo siamo già in autostrada. Una follia da neurodeliri, ripeto.
Ma se non fossimo un po’ tocchi non saremmo tifosi del Toro. Scendere
fin giù nello sperone dello stivale per vedere un match di serie B.
Mah.
La notte vola via come un pipistrello a tachioni. Ormai conosco a memoria
ogni nota della “cassetta funky” di Enzo, che poi tanto funky non è.
Quasi al levar del sole giusto costui se ne viene con questo: “Oh, ma
perché non usciamo a San Severo? Ho tre cugine là che sono bone da far
spavento. Ce le trombiamo e poi andiamo a vedere il Toro. Che ne dite?”
Nel mio cervello iper-caffeinato lampeggia una parola straniera: inbreeding.
Unione fra congiunti. Per l’amor di Dio, che siano cugine alla lontana,
anzi alla lontanissima...
Fausto: “Non dire stronzate, gaggio. Se andiamo a farci le tue cugine
possiamo anche scordarci lo stadio.”
“E va be’... dài, Mauri, esci a San Severo!”
Io: “Ma va’. E poi non sta bene fare certe cose fra parenti.” Ghigliottinando
la proposta da vero quacchero, mentre dal Passat Stefano e Pianetti
ci fanno le boccacce.
Man mano che scorrono i chilometri il paesaggio si fa calcinato, africaneggiante.
Déjà vu; ma questo non è il Treno della Speranza, è il Convoglio dell’Allegria:
Creature della Luce, tramutatemi Enzo in Ali McGraw! Il Toro è tornato
alla carica. Siamo ancora vivi, figli di puttana!
Facciamo colazione in un autogrill fra gli sbuffi risentiti del tamarro
funky. La radio sbraita: “E oggi a San Severo non perdetevi la tradizionale
corsa dei galli!” Poco ci manca che mi vada di traverso l’ennesimo espresso.
Eccoci a Foggia. Il meridione d’Italia è veramente un altro mondo. La
segnaletica stradale è come se non esistesse, i semafori ancor meno.
I vigili urbani sono vigili tanto quanto Mister Magoo ha dieci decimi
di vista.
L’albergo del Toro è un po’ fuori mano. Sulle prime nessuno ci dà retta,
come fossimo trasparenti. Poi scende giù Ezio Rossi. Riconoscendo Fausto:
“Ma ciao! Siete venuti fin qui da Torino?”
“Sì, e avremmo bisogno di qualche biglietto.”
“Perché, gli altri non ve ne hanno dati?”
“Veramente non ci hanno cagato.”
“Ma davvero? Allora aspettate qui un momento.”
Neanche cinque minuti dopo Ezio torna con una mazzetta da dieci-quindici
biglietti per la tribuna. “E quando finiamo di pranzare noi pranzate
voi, a spese della società.” È un grande.
Mangiamo le canoniche orecchiette con cime di rapa, poi arrosto di vitella
e per dolce millefoglie, il tutto annaffiato da un ottimo rosé. Poiché
ci avanzano diversi tagliandi, al Pino Zaccheria ci improvvisiamo bagarini
ostentando un improbabile accento foggiano. Un ragazzino su tre scavalca
il basso muro di cinta del vecchio impianto comunale con balzi e arrampicate
da canguro ninja.
Prendiamo posto in tribuna. Io mi guardo intorno pensando: “Ma se puta
caso segnamo un gol ed esultiamo, come reagiranno tutti questi signori
di mezz’età con le panze e le catenazze d’oro?”
Cosicché si mantiene un profilo alquanto basso per quasi tutta la partita.
Quasi, per l’appunto, perché al 63' il Primavera Riccardo Fimognari,
gran fisico e bella corsa, s’incunea in area rossonera e con un preciso
diagonale batte Mancini. Lì mi aspetto una gragnuola di improperi al
nostro indirizzo, se non peggio. Invece, accade l’impensabile: vuoi
per la nostra esultanza piuttosto contenuta, vuoi perché i dauni non
stanno giocando molto bene (anche per l’ottima opposizione dei granata,
che Eugenio Fascetti ha plasmato devastanti in casa e sparagnini in
trasferta) i Sancho Panza ci prendono in simpatia e si mettono perfino
a insultare la loro squadra. “Codispoti recchia di gomma!”
Il risultato non cambierà e figurarsi la nostra goduria, ma il ritorno
a Torino è un’epopea: pioggia battente, traffico, lavori in corso, tossine
del viaggio d’andata nei muscoli. Approdo stremato al mio letto quando
mancano soltanto tre ore alla sveglia: visioni di bollatrici naziste
nella mia testa. Dimmi perché non mi piacciono i lunedì.
Un magico sabato notte a bordo della mia Fiat Uno rossa. Io non so dove
sto andando, ma va bene lo stesso. Nell’aria si avvertono i profumi
inebrianti dei Campionati Mondiali di calcio, sport che gli imbrattacarte
intellettualoidi definiscono l’oppio dei popoli, ma proprio voi parlate
che vi fate di pomate contro le ragadi sei volte al giorno e le donne
siete costretti a pagarle giacché siete mediamente brutti come facoceri…
Voglio che sappiate che qui a Torino non si fumano porcherie orientali
e la caipirinha scorre a fiumi ma anche la Guinness non scherza,
poi succede che noi buontemponi bussiamo a quella porta intarsiata con
la nostra cassa di Bonarda e allora sì che può cominciare la festa!
Imbocco Via Cernaia; Sergio Gascoigne e Stefano Buz, i miei entusiasti
scudieri, cantano a squarciagola Jack’s Heroes, la briosa canzone
che gli alcolici Pogues e gli istituzionali Dubliners hanno composto
insieme in onore del green team irlandese di football. Sono soltanto
le tre ma non c’è già più anima viva in giro. I rotowash della nettezza
urbana hanno appena svolto il loro chiassoso compito e rivoli d’acqua
sporca s’incanalano pigramente verso i tombini.
La squadra della Repubblica d’Irlanda va a giocarsi domani a Genova
contro la Romania il match che per la prima volta nella sua storia le
regalerebbe i quarti di finale di un campionato mondiale… in cui potrebbe
affrontare la brillante Italia di Azeglio Vicini. Suscitano gran simpatia
popolare i green, con il gattesco Pat Bonner in porta e l’esperienza
di McGrath, Staunton, Quinn, Aldridge e Houghton negli altri reparti;
certo il loro calcio non è dei più spettacolari, ma essi sopperiscono
alle proprie carenze tecniche con la grinta e l’abnegazione. Posto che
si giochi Italia-Irlanda farò senz’altro il tifo per loro: e poi mi
diano pure del traditore, chissenefrega!
Toora loo, toora loo, and we follow Jack’s Heroes whatever they do.
Su questo nastro ho registrato anche i Thin Lizzy e gli Stiff Little
Fingers, ma Stefano vuole sentire e risentire solamente Jack’s Heroes,
sgolarsi sporgendo la testa rasata dal finestrino abbassato, è fatto
così , animalesco. Sergio Gascoigne, seduto alla mia destra con la sigaretta
incollata alla bocca, ridacchia: “Mi sa davvero che andando avanti di
questo passo ci fermeranno i carruba.”
“Minchia che menagramo!” sbotto, facendo girare lo sguardo in tondo.
Poi domando: “Qualche suggerimento per la destinazione? Io avrei leggermente
sete.”
“Tu pensa solo a guidare e rimetti da capo la canzone, napuli” mi ordina
perentorio Stefano dal sedile posteriore. Poi, rivolto a Sergio: “E
tu, gobbo bastardo servo di Giuanin Lamiera, smettila di blaterare:
dovresti sentirti onorato di andare a zonzo con due pezzi di nobiltà
granata come noi!”
“Nobiltà decaduta e stracciona” ironizza Gascoigne.
“Mo’ ti do uno schiaffone che ti cambio i connotati” lo minaccia il
Buz.
“Ehi ehi ehi, calma un attimo” intervengo, alzando la mano destra dal
volante. “Sbaglio o quel tizio che vacilla sul marciapiede ha la maglia
dell’Irlanda?”
Proprio così . Allora rallento, mi accosto al cordolo ancora umido e…
be’, il primo razionale proposito sarebbe di richiamare l’attenzione
dell’individuo avvalendomi del mio buon inglese, ma quel grezzo di Stefano
mi precede sbraitandogli: “Free Ireland!”
L’uomo della torba si volta con certa indolenza alcolica, ci squadra
guardingo, sorride incerto; ha i capelli neri e molto folti, gli occhi
chiari, le spalle larghe, e quell’aria giovane e al tempo vecchia di
chi ha iniziato a farsi il mazzo fin da bambino sotto un cielo quasi
sempre bigio.
“Free Ireland!” ribadisce Stefano, come fosse una parola d’ordine.
“Yes, of course, freedom for my country” approva l’irlandese.
“Please, gentlemen, could you tell me where the hell is Porta Nuova’s
station? We have to leave for Geneva and I haven’t even the slight idea
of your railway timetable. ”
Io vorrei confessargli che neppure noi torinesi abbiamo la benché minima
nozione dei nostri orari ferroviari; viceversa annuisco, scendo dalla
macchina e vado a comunicargli: “Amico mio, sei ben lontano dalla stazione;
nondimeno, ti ci possiamo accompagnare. Sali pure a bordo.”
Strada facendo l’irlandese ci racconta un po’ di cose. Si chiama Mark
Kenny, proviene da Dublino (guarda caso) e di professione fa
l’autotrasportatore per conto della Guinness (classico); il resto
della sua comitiva sta smaltendo una colossale sbornia (molto irish)
in una piazzetta nello spartitraffico di Corso Siccardi, poiché già
sul traghetto i bricconi hanno iniziato a ingollare alcolici in quantità
industriali, sbarcando a Le Havre ciucchi persi. Eppure sono riusciti
ad arrivare in Italia in buon anticipo! Si vede che oltre allo spirito
scorre copiosa nelle loro vene la linfa di Fintan, il Salmone della
Conoscenza.
A Porta Nuova Mark prende buona nota dei treni per Genova (c’è un regionale
che parte alle sette e un quarto) dopodiché lo riportiamo alla Compagnia
dell’Anello ebbro.
“C’mon fellas, wake up!” esclama Mark con uno sforzo d’ugola
degno del miglior Van Morrison.
Dopo qualche istante una figura scarmigliata e pingue emerge da un cumulo
di cartoni addossato al chiosco del giornalaio; di seguito quella cosa
raggomitolata sull’erba dell’aiuola si rivela essere un ragazzo e altri
due personaggi prendono forma nella penombra – entrambi sulla cinquantina,
capelli sale e pepe, facce da film di Ken Loach.
Mark fa le presentazioni; al termine dei convenevoli Sean, il più giovane
della banda, corre a trafficare nella sua borsa sportiva estraendone
alla fine ben due bottiglie di Southern Comfort: “Let’s toast!”
ride la faccia d’angelo.
Da lì in poi il Conforto del Sud irrora ripetutamente le nostre gole,
il brogue si mescola con l’inglesiano, Stefano continua imperterrito
a inneggiare all’Irlanda libera (Steven, lo chiamano i leprecauni) e
il viso pallido di Sergio Gascoigne si riempie di chiazze rossastre.
Esce spontanea la proposta di una sfida calcistico-alcolica.
Mark s’incarica di fabbricare il ‘pallone’ comprimendo in un calzino
maleodorante tutta la carta straccia che riesce a recuperare dai cestini
dei rifiuti: il risultato finale somiglia piuttosto a un modellino in
scala 1:10000 della Morte Nera di Darth Vader, ma tant’è. L’importante
è che non si sfaldi al primo calcio.
Poiché sarebbe improponibile giocare in cinque contro tre, uno dei due
minatori di Loach si accolla l’onere di arbitrare la tenzone: vai così
, che è una figata.
C’mooon!
Mi è presto chiaro che giocare con questa sfera è bel casino; nondimeno
io cerco costantemente la giocata ad effetto. Sean è un marcatore spietato,
tipicamente anglosassone, per di più calza stivali da fontaniere che
mi segnano gli stinchi a ogni entrata. I suoi compagni di squadra non
gli sono da meno per irruenza, ma noi abbiamo dalla nostra i muscoli
e l’ardimento di Steven, e Sergio Gazza è pratico ed elegante. Morale:
trascorsi soltanto cinque minuti dal fischio d’inizio il punteggio è
già di quattro a zero per l’Italia sabauda, tre gol miei e uno di Sergio.
Ci divertiamo una cifra… ma improvvisamente una luce intermittente blu
elettrico interrompe il gioco: ti pareva che non arrivava la madama
a rompere i marroni nel cesto!
Dalla volante smontano due pulotti in maniche corte dall’aria recisamente
scazzata. Il più scarsocrinito fa roteare i globi oculari alla Totò
Schillaci e interroga: “Che succede qui, figlioli?”
“Stiamo soltanto giocando a pallone, agente” è la scontata replica di
Sergio. “È una sfida fra Italia e Irlanda; ci sono i Mondiali, sa com’è.”
“Già, i Mondiali. E la gente a casa?”
“La gente a casa non ha nulla da temere,” interviene il prode Maurizio
Ferrini “perché noi siamo brava gente.”
“Ah, davvero?”
“Parola di boy-scout, agente.”
Lo sbirro calvo mi guarda in tralice per un momento, poi si arrende
sorridendo: “Va bene, ragazzi: fateli neri. Però cercate di non fare
troppo chiasso, d’accordo?” Ma certo, Cannavale: basta che te ne vai.
13 a 4. Ormai abbiamo spiccato il volo. Pure il tasso alcolico dei contendenti
è stratosferico perché a ogni interruzione di gioco Fergus the Referee
rifornisce i giocatori di bourbon; che elemento questo Fergus, continua
a chiamarmi Bagiou (sacrilegio!) ma io mi sento mezzo Lentini e mezzo
Vanenburg. Tutt’a un tratto ci fischia contro un calcio di rigore inesistente
e Steven fa per protestare nel suo esilarante gramelot italo-britannico
con titoli sparsi di canzoni Oi, ma l’arbitro lo zittisce offrendogli
un’altra volta la bevanda degli dei del trattore: “Steven, don’t
talk, drink!” E Stefano non si fa pregare vuotando la bottiglia
in una sorsata e sull’istante gettandosela alle spalle, razza di uligano
dell’Occitania… sennonché il recipiente si frantuma contro l’edicola
proprio nel tempo in cui sopraggiunge una pattuglia dei carabinieri.
Madonna santa! Chi cazzo deve venire ancora a romperci le palle? La
Guardia di Finanza, la Protezione Civile, la SWAT, i Navy Seals… magari
i Blobel con le loro superarmi neutroniche, tanto per gradire.
Questa volta i muffoni sono in tre, di cui uno perfino col mitra spianato;
hai visto mai che in questo spiazzo di cemento si stia realizzando una
pericolosa sinergia fra l’IRA e il Fronte di Liberazione Piemontese!
Ma andiamo.
L’appuntato, ammesso sia tale poiché invero coi gradi degli sbirri non
ci ho mai preso, interroga con veemenza: “Ma che accidenti state combinando
qui? Perché quello lì pelato ha rotto la bottiglia? Siete sbronzi o
cosa?”
Sergio dà la stura al proprio magma psichico: “Ci scusi tanto, signor
carabiniere, anzi appuntato, ma noialtri stiamo solamente giocando una
partitella con questi nostri amici irlandesi che fra poche ore se ne
vanno a Genova per vedere Eire-Romania, ci sono in palio i quarti di
finale, lei capirà, poi è vero, abbiamo bevuto un poco ma le assicuro
che fino a questo momento nel circondario nessuno si è lamentato e per
giunta noi non vogliamo disturbare il sonno di chicchessia, si figuri,
siamo onesti cittadini e ci facciamo un mazzo a capanna tutti i giorni
e paghiamo le tasse e abbiamo il massimo rispetto per le forze dell’ordine.”
Sul momento l’appuntato rimane stordito da quella tirata, ma poi si
ripiglia: “Sia quel che sia, basta così. Raccogliete armi e bagagli
e smammate!” Fergus sgrana gli occhi nemmeno avesse visto in questo
scocciatore la reincarnazione di Guglielmo d’Orange. Sean digrigna i
denti e serra i pugni.
Tocca a me, il Kissinger dell’oratorio: “Signore, sia indulgente; ci
faccia giocare soltanto per un altro quarto d’ora e poi ce ne andiamo.”
“Ho detto di no. Voi qua non ci dovete stare.”
Stefano fa per aprire bocca e a me viene la pelle d’oca, ma la sua improvvida
e potenzialmente catastrofica incursione nel dibattito in corso è interrotta
sul nascere dalla caduta a terra del caricatore di Mitraglia Spianata.
Mister Intransigenza sobbalza. Volta il capoccione verso il suo sbadato
sottoposto, gli occhi fiammeggianti. “Di Cuonzo, ma che cazzo combini?
Quello non è mica un giocattolo per bambini, porca troia!”
Il pivello è talmente imbarazzato che non spiccica parola né si muove,
indi l’appuntato s’infervora ancor più: “E raccogli da per terra ’sto
dannato caricatore, per la puttana! Chi diamine stai aspettando, la
venuta di Santa Rosalia?”
Lo sforzo che stiamo facendo noi e gli irlandesi e perfino il terzo
e finora silenzioso caramba per trattenere le risate è titanico. Quando
si dice che la realtà supera la fantasia: anzi, la comica!
Non appena il benedetto caricatore è ritornato al proprio posto l’appuntato
ripete in tono meno autoritario che dobbiamo sloggiare e io con infinita
pazienza gli rispondo va bene, certamente, pure per portare gli irlandesi
alla stazione si renderanno necessari due viaggi, sa com’è purtroppo
il teletrasporto non è stato ancora inventato, ma le assicuro che faremo
in fretta, anzi in frettissima.
Oltre a ciò, per dimostrargli che sono perfettamente in grado di condurre
l’auto, eseguo di fronte a lui tutti i movimenti usuali di verifica
della stabilità e coordinazione motoria, con esiti eccellenti benché
io sia tutt’altro che sobrio. Forse dovrei iscrivermi a un corso di
recitazione.
Tuttavia, quando lui e i suoi frombolieri dilettanti si sono finalmente
tolti dai coglioni, prendiamo la scriteriata decisione di comprimerci
tutti e otto nella mia Uno, stabilendo probabilmente un primato. In
ossequio al rigore storico la macchina si mette in moto con un certo
sforzo, ma in seguito mostra di sopportare con disinvoltura il sovraccarico.
Triplo urrà! Però se ai caramba e anche ai pulotti di prima gli gira
di tornare a controllarci proprio adesso o se incrociamo altre pattuglie
durante il cammino sono cazzi acidissimi.
Il cielo va schiarendosi sulla stazione di Porta Nuova. Mark Kenny scrive
rapidamente il suo indirizzo e numero di telefono su un foglietto di
carta; dopo, abbracci e calorose strette di mano fra tutti. Fergus si
dice sicuro che ci vedremo a Roma per la semifinale; Liam, il
capellone grassoccio, dichiara che se domani i rumeni li sbattono fuori
gli fa un baffo, “fuck everything we just want to drink and drink
again”; Sean crolla il capo sghignazzando. Il mio whiskey nella
brocca… Arrivederci, fellas.
Mezz’ora dopo fermo la macchina davanti al vecchio glorioso stadio Filadelfia,
smonto e schizzo dall’altra parte a spalancare la portiera di Steven.
All’istante lo skinhead si lascia scivolare giù dal sedile del passeggero
e sbocca sull’asfalto tutto quel che c’è da sboccare. “Aiuto, Izio,
muoio” rantola, sputando bava e bile.
“Ma no, che dici, è soltanto una sbronza” lo rassicuro, pulendogli la
bocca con un fazzoletto di carta e aiutandolo a ricomporsi.
Data la sua stazza notevole, è un’impresa eroica fargli salire
le due rampe di scale che portano al suo appartamento (Steven vive da
solo in una palazzina priva d’ascensore) ma alla fine riesco addirittura
a metterlo a letto. Credo proprio che il mio amico Crapa Pelata non
tornerà a bere bourbon finché campa. E neanch’io.
Per la posterità, l’Irlanda batte 5-4 la Romania dopo i calci di rigore
(decisiva la splendida parata di Pat Bonner su tiro di Timofte) e poiché
anche l’Italia passa il turno battendo l’Uruguay di Tabarez per 2-0
il vaticinio di Fergus si realizza in grande stile: Italia-Repubblica
d’Irlanda allo Stadio Olimpico di Roma!
Nonostante il mio tifo indiavolato e il rutto libero, la partita è vinta
dagli azzurri per un gol a zero grazie a una zampata rapinosa di Totò
Schillaci – il nuovo idolo dei tamarri a strisce bianconere – al 38'
del primo tempo. L’Italia vola così in semifinale, dove affronterà l’Argentina
di Diego Maradona e Claudio Caniggia. Bravi lo stesso, leprecauni.
Un’alba fresca e colorata riaccende O’Connell Street. In piedi davanti
alla finestra con le braccia intrecciate sul petto, nudissimo, me la
godo come un pittore impressionista.
Il tocco leggero di due labbra sulla nuca. È Caithleen. Si è alzata
dal letto, nivea e vogliosa. Lentamente, riempiendole la bocca e il
viso tempestato di lentiggini di baci e accarezzandole i fianchi satinati,
ce la riporto, e celebriamo un’altra ancora la festa dell’estate.
Free Ireland...
È tetro il cielo sulla rotta dei Vichingi, si fonde completamente con
la foschia del mare. Ancora qualche ora di navigazione e saremo a Le
Havre, poi taglieremo la Francia in diagonale a bordo della Lancia Delta
di Daffy, coi suoi prediletti Jam sparati al massimo. Salvo imprevisti,
dovremmo arrivare a Torino intorno alle nove di sera.
La prospettiva mi terrorizza. Se ripenso ai giorni passati a bere birra
scura nei pub, a vedere concerti, a fare l’amore con Caithleen, mi vengono
le lacrime agli occhi. Torino implacabile scolorirà queste memorie.
‘Basteranno’ dieci giorni di traffico, coi dirigenti d’azienda coi loro
barconi 164 e i telefoni cellulari del cazzo, i rimbambiti che non mettono
mai la freccia e i Prost che ti tagliano la strada ai centoventi all’ora.
E poi i capufficio frustrati, le segretarie in climaterio anticipato
ancor più frustrate di loro, i fighetti e le fighette col birignao.
In ogni modo, sopravvivremo, grazie soprattutto alla nostra funzione
domenicale, sacra e inviolabile, che quest’anno si trasferirà definitivamente
allo Stadio delle Alpi: il glorioso Stadio Comunale va in pensione.
Quanta malinconia anche per questo… Apro il portafoglio e guardo quest’oggetto
strano, “l’abbonamento”. Mai avuto prima. Prima c’erano i biglietti
sottocosto al bar Sweet, i bagagliai delle macchine dei Vecchi in cui
ti nascondevi per entrare a sbafo, le maschere compiacenti. C’era uno
stadio a cinque minuti a piedi da casa tua.
E ora? C’è questo blocchetto di fogli colorati. Tribuna Nord Maratona,
secondo anello.
Ma c’è anche una squadra d’ottime potenzialità tecnico-atletiche, con
la ciliegina sulla torta rappresentata dall’acquisto di Rafael Martín
Vazquez, considerato attualmente il più completo centrocampista d’Europa.
Questo qui col Real Madrid faceva cose sublimi; ha due piedi straordinari,
dribbling da fermo e visione di gioco a tutto tondo. Potrebbe finalmente
riempire quel vuoto creatomisi dentro dalla svendita di Beppe Dossena
all’Udinese. Vedremo se il nostro nuovo tecnico, l’ex promessa granata
Emiliano Mondonico, saprà regalarci nuovamente i brividi dell’alta classifica.
Richiudo il portafoglio. Ho voglia di una Guinness.
Caithleen… la mia bocca sui tuoi seni morbidi, le mie mani sulla tua
pelle di neve, i tuoi capelli color del rame sciolti sulla mia spalla,
il tuo flautato accento irlandese. Ti rivedrò?
1979
1983
1984
1985
1986
1987
1989
1991
1992
1993
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Epilogo –
Note finali
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