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ULTIMO STADIO DIARIO DI FEDE GRANATA
 
1991
 
Gianni Bisonte, Massimo Arena, Fe, Ga, Sergio, Sergino, Piero, Daniela... correte nelle praterie del cielo!Fluttuante nella melassa filamentosa del risveglio sento lo scatto della segreteria telefonica. Faccio uno sforzo sovrumano per alzarmi. Sta facendo un tale caldo ultimamente che tenere spalancata la portafinestra è perfino peggio. Ma c’è anche che mi sto sconvolgendo sempre più.
Il led rosso della segreteria lampeggia angoscioso. Un cattivo presagio mi attanaglia il cuore. Diocristo, è successo qualcosa di brutto. Schiaccio il pulsante di riascolto del nastro. “Izio, sono la mamma di Lele. Telefonagli subito al numero del lavoro. Mario ha avuto un incidente in macchina. Ciao.” Clic.
Rimango per un minuto buono a fissare il vuoto della mia mente, poi prendo in mano la cornetta e chiamo Lele al Centro Ricerche Fiat.
Mi risponde al secondo tono. La sua voce è più spenta di una stella morta. “Ciao, Izio.”
“Questa è telepatia… come cazzo sta Mario?”
Un singhiozzo.
“Si è schiantato in macchina ieri sera, appena uscito dal Popsi. É… morto, Izio.”
Oh no. Oh no.
“D… dov’è ora?” “Al Martini Nuovo. Ci vediamo sotto casa tua alle sei.”
“Va… va bene, Lele.”
Tutt’a un tratto ogni cosa intorno a me sbiadisce. La tappezzeria dell’entrata sembra vecchia di cent’anni. Il poster di Martin Vazquez pare appena recuperato dal relitto del Titanic. Il cielo, azzurro fino a un attimo fa, adesso è plumbeo. E io mi sento un figlio di Matusalemme esiliato su un pianeta inospitale lontano centomila anni luce.
Non ce la faccio ad aspettare fino alle sei. Devo uscire, devo fare qualcosa, parlare con qualcuno. Stefano oggi pomeriggio non lavora. Lo chiamo e gli dico di Mario: “Cristo, cristo, cristo. Vieni qui da me, che ci beviamo qualcosa.”

Ci scoliamo un Gin Campari dietro l’altro guardando il film degli AC/DC, Let there be rock. Dopo un po’, già bello ubriaco, realizzo: “Cazzo, anche Bon Scott è morto! Allora cos’è ’sta roba che stiamo facendo… un tentativo disperato di trattenere lo spirito di Mario qui con noi mediante il ginepro e il rock’n’roll? Ma a lui piaceva la musica house, porca vacca. E anche qualcosa degli ultimi Roxy Music, tipo Same old Scene: ‘Ma questa è robaccia da new’ si era lagnato Lele una volta in macchina. Stavamo andando a Riccione. Al Pascià Lele si è sbronzato duro e abbiamo dovuto metterlo a letto. Io e Mario siamo andati all’afterhour del Vaivitis, quanto pelo ma anche quanti fusi di pasticche! Poi via ad Ancona per vedere il Toro: 1-0, gol di Ezio Rossi. Yeaah!”
Passiamo ore cantando a squarciagola Whole Lotta Rosie, The Jack, Rock’n’roll Damnation. Mezz’ora alle sei, arranco fino in bagno per lavarmi la faccia. Sono talmente sverso che a malapena mi riconosco allo specchio. Doppia immagine nello strazio cosmico. Le stagioni aride mi trattengono. Oh il dolore sono io, sto così male per te...
Con la maglia numero dieci del suo idolo spagnolo, Mario sale sorridente verso la grande luce granata, il Paradiso degli Eroi di Superga.
Sta per andarsene... se ne va. È andato.
Scoppio in un pianto dirotto, incontrollabile. E Stefano Buz con me.

Mi perdo nell’ospedale, finisco a delirare al Pronto Soccorso. Prendo a male parole un infermiere, poco ci manca che mi piantino una siringa di calmante nel braccio e mi leghino a qualche letto. Ritorno in strada piangente senza aver visto Mario. Forse è un moto di pietà celeste; gli Eroi vogliono che io serbi il ricordo di quand’era in vita, fesso, straripante, sudato, stronato, giocoso, amante dei tajarin ai funghi porcini con grattata abbondante di tartufo bianco, e non la visione traumatica di un Mario freddo e rigido su un tavolo mortuario.

Depongo la sciarpa di seta del Toro sulla corona di fiori. Quanta gente c’è a questo funerale; in pratica, tutto Orbassano. Era conosciuto e stimato in ogni angolo di questo paese.
Comincia la funzione funebre, ma noi si beve nel bar a fianco della chiesa, ridendo e scherzando seppur con la morte nel cuore, non più lacrime, si deve parlare, urlare, sghignazzare, sbevazzare come se lui fosse ancora in mezzo a noi a fare il pagliaccio, spintonandoti con quelle braccia da sollevatore di fusti di birra, socchiudendo gli occhietti moscoviti.
Però è durissima trattenere le lacrime assistendo allo strazio dei genitori mentre il loro figlio viene tumulato nel loculo. Mi prende un tremendo senso d’impotenza. Siamo tutti come pagliuzze sballottate dalle onde del destino.
Dopo il funerale il padre di Lele c’invita tutti quanti a una merenda sinoira nel seminterrato di casa sua. Ci ritroviamo lì, granata e gobbi, sconvolti di Mirafiori Sud e vagabondi di Santa Rita, a tracannare Barbera e ingurgitare acciughe al verde, tomini elettrici, olive, prosciutto crudo. Ognuno ha il suo personale ricordo da apportare…
“Come gli puzzavano i piedi quell’anno a Firenze” dice Lele, ridendo. “In macchina non si poteva più respirare. Cazzo, a un autogrill l’abbiamo costretto a lavarseli, perché altrimenti l’avremmo lasciato là…”
“…a impestare tutte le Cinque Terre.” Taglio una bella fetta di soppressata calabrese portata da Carmine, un metro e sessantacinque di pura simpatia. È semplicemente squisita. Il vino è buono, riscalda l’animo, e dopo un po’ ricomincio a sentirmi bene, mi pervade una sorta di malinconica allegria. ’Fanculo agli spiriti maligni e alla depressione.
Addio, Mario. Balla fuso di luce nelle discoteche del cielo.

1979 1983 1984 1985 1986 1987 1989 1990 1992 1993 Epilogo Note finali

© 1993, 2008 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


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