Fluttuante
nella melassa filamentosa del risveglio sento lo scatto della segreteria
telefonica. Faccio uno sforzo sovrumano per alzarmi. Sta facendo un
tale caldo ultimamente che tenere spalancata la portafinestra è perfino
peggio. Ma c’è anche che mi sto sconvolgendo sempre più.
Il led rosso della segreteria lampeggia angoscioso. Un cattivo presagio
mi attanaglia il cuore. Diocristo, è successo qualcosa di brutto. Schiaccio
il pulsante di riascolto del nastro. “Izio, sono la mamma di Lele. Telefonagli
subito al numero del lavoro. Mario ha avuto un incidente in macchina.
Ciao.” Clic.
Rimango per un minuto buono a fissare il vuoto della mia mente, poi
prendo in mano la cornetta e chiamo Lele al Centro Ricerche Fiat.
Mi risponde al secondo tono. La sua voce è più spenta di una stella
morta. “Ciao, Izio.”
“Questa è telepatia… come cazzo sta Mario?”
Un singhiozzo.
“Si è schiantato in macchina ieri sera, appena uscito dal Popsi. É…
morto, Izio.”
Oh no. Oh no.
“D… dov’è ora?” “Al Martini Nuovo. Ci vediamo sotto casa tua alle sei.”
“Va… va bene, Lele.”
Tutt’a un tratto ogni cosa intorno a me sbiadisce. La tappezzeria dell’entrata
sembra vecchia di cent’anni. Il poster di Martin Vazquez pare appena
recuperato dal relitto del Titanic. Il cielo, azzurro fino a un attimo
fa, adesso è plumbeo. E io mi sento un figlio di Matusalemme
esiliato su un pianeta inospitale lontano centomila anni luce.
Non ce la faccio ad aspettare fino alle sei. Devo uscire, devo fare
qualcosa, parlare con qualcuno. Stefano oggi pomeriggio non lavora.
Lo chiamo e gli dico di Mario: “Cristo, cristo, cristo. Vieni qui da
me, che ci beviamo qualcosa.”
Ci scoliamo un Gin Campari dietro l’altro guardando il film degli AC/DC,
Let there be rock. Dopo un po’, già bello ubriaco, realizzo:
“Cazzo, anche Bon Scott è morto! Allora cos’è ’sta roba che stiamo facendo…
un tentativo disperato di trattenere lo spirito di Mario qui con noi
mediante il ginepro e il rock’n’roll? Ma a lui piaceva la musica house,
porca vacca. E anche qualcosa degli ultimi Roxy Music, tipo Same
old Scene: ‘Ma questa è robaccia da new’ si era lagnato Lele una
volta in macchina. Stavamo andando a Riccione. Al Pascià Lele
si è sbronzato duro e abbiamo dovuto metterlo a letto. Io e Mario siamo
andati all’afterhour del Vaivitis, quanto pelo ma anche quanti fusi
di pasticche! Poi via ad Ancona per vedere il Toro: 1-0, gol di Ezio
Rossi. Yeaah!”
Passiamo ore cantando a squarciagola Whole Lotta Rosie, The
Jack, Rock’n’roll Damnation. Mezz’ora alle sei, arranco fino
in bagno per lavarmi la faccia. Sono talmente sverso che a malapena
mi riconosco allo specchio. Doppia immagine nello strazio cosmico. Le
stagioni aride mi trattengono. Oh il dolore sono io, sto così
male per te...
Con la maglia numero dieci del suo idolo spagnolo, Mario sale sorridente
verso la grande luce granata, il Paradiso degli Eroi di Superga.
Sta per andarsene... se ne va. È andato.
Scoppio in un pianto dirotto, incontrollabile. E Stefano Buz con me.
Mi perdo nell’ospedale, finisco a delirare al Pronto Soccorso. Prendo
a male parole un infermiere, poco ci manca che mi piantino una siringa
di calmante nel braccio e mi leghino a qualche letto. Ritorno in strada
piangente senza aver visto Mario. Forse è un moto di pietà celeste;
gli Eroi vogliono che io serbi il ricordo di quand’era in vita, fesso,
straripante, sudato, stronato, giocoso, amante dei tajarin ai funghi
porcini con grattata abbondante di tartufo bianco, e non la visione
traumatica di un Mario freddo e rigido su un tavolo mortuario.
Depongo la sciarpa di seta del Toro sulla corona di fiori. Quanta gente
c’è a questo funerale; in pratica, tutto Orbassano. Era conosciuto e
stimato in ogni angolo di questo paese.
Comincia la funzione funebre, ma noi si beve nel bar a fianco della
chiesa, ridendo e scherzando seppur con la morte nel cuore, non più
lacrime, si deve parlare, urlare, sghignazzare, sbevazzare come se lui
fosse ancora in mezzo a noi a fare il pagliaccio, spintonandoti con
quelle braccia da sollevatore di fusti di birra, socchiudendo gli occhietti
moscoviti.
Però è durissima trattenere le lacrime assistendo allo strazio dei genitori
mentre il loro figlio viene tumulato nel loculo. Mi prende un tremendo
senso d’impotenza. Siamo tutti come pagliuzze sballottate dalle onde
del destino.
Dopo il funerale il padre di Lele c’invita tutti quanti a una merenda
sinoira nel seminterrato di casa sua. Ci ritroviamo lì, granata e gobbi,
sconvolti di Mirafiori Sud e vagabondi di Santa Rita, a tracannare Barbera
e ingurgitare acciughe al verde, tomini elettrici, olive, prosciutto
crudo. Ognuno ha il suo personale ricordo da apportare…
“Come gli puzzavano i piedi quell’anno a Firenze” dice Lele, ridendo.
“In macchina non si poteva più respirare. Cazzo, a un autogrill l’abbiamo
costretto a lavarseli, perché altrimenti l’avremmo lasciato là…”
“…a impestare tutte le Cinque Terre.” Taglio una bella fetta di soppressata
calabrese portata da Carmine, un metro e sessantacinque di pura simpatia.
È semplicemente squisita. Il vino è buono, riscalda l’animo, e dopo
un po’ ricomincio a sentirmi bene, mi pervade una sorta di malinconica
allegria. ’Fanculo agli spiriti maligni e alla depressione.
Addio, Mario. Balla fuso di luce nelle discoteche del cielo.
1979
1983
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1993
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Epilogo –
Note finali
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