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Posted 15/02/2010 h 10.50 a.m., CET. Mentre tutto il mondo impazzisce per Avatar – oh, non temete, prima o poi anch’io andrò a vederlo – io mi chiedo se andremo mai su Marte. Visto che non torneremo sulla Luna; o meglio, che non si tornerà sulla Luna con una missione targata NASA. Va detto, a questo giro Obama mi ha deluso profondamente: ma ero preparato. Democratici o repubblicani o Tea Party, è tutto lo stesso ormai. Nondimeno l’atteggiamento “prima di pensare alle stelle, pensiamo ai problemi terreni” è proprio peculiare dei liberal ipocriti, poiché d’altro canto si continuano a stanziare milionate di dollari per bombardare i talebani, per somma felicità delle medesime lobby che negli Ottanta fa rifornivano d’armi ad alta tecnologia quei pastori oscurantisti affinché contrastassero l’invasione dell’Armata Rossa. Ma tant’è. That’s America! Finirà, vedrete, che sulla Luna, e poi su Marte e Titano, ci andranno i cinesi.
Ma con che tipo di astronave? Vi sono molte idee, almeno quelle, ma ancora nessuna realizzazione pratica per l’astronave che dovrebbe portare l’uomo su Marte. Al NIAC, l’istituto della NASA per i progetti più avanzati, stanno studiando un motore materia/antimateria che funzionerebbe con 100 milligrammi di quest’ultima. La collisione tra due particelle subatomiche di carica elettrica opposta causa l’annichilazione, con susseguente emissione di raggi gamma secondo l’arcinota formula di Einstein, energia = massa moltiplicata per la velocità della luce elevata al quadrato. Sarebbe un motore positronico. L’idea sarebbe di far annichilare elettroni e positroni, sia perché i raggi gamma derivanti avrebbero 400 volte meno energia di quelli che si otterrebbero annichilando particelle pesanti, sia perché il susseguente rilascio degli stessi raggi g, poi convertiti in raggi x, genererebbe un fascio vaporizzato che servirebbe da spinta per la nave. I positroni verrebbero accumulati in un serbatoio immateriale costituito da un potente campo magnetico, e da lì convogliati tramite un tubo a vuoto in una matrice attenuatrice come da schema (prima figura in fondo) – dell’idrogeno allo stato liquido circola intorno e dentro alla matrice, raggiungendo una temperatura elevatissima ed espandendosi, per essere poi eiettato ad altissima velocità dall’ugello del motore a razzo. Come veicolo spaziale s’ipotizza una versione più allungata e silureggiante degli odierni Space Shuttle. Il viaggio dovrebbe durare dai quaranta ai cinquanta giorni, un tempo ridicolmente breve. Disgraziatamente il costo di produzione e stoccaggio dell’antimateria prodotta va intorno ai 250 milioni di dollari per 10 milligrammi di positroni.
Altre opzioni sono il motore a flusso di americio, riscaldato tramite un reattore nucleare. Il motore ionico, già saggiato, funziona accelerando atomi ionizzati in un campo elettrostatico ed espellendoli ad alta velocità. La più suggestiva e poetica è la vela solare, già descritta in diversi racconti sci-fi – nello sconvolgente Hinterland di William Gibson, la base spaziale a forma di immenso cilindro che accoglie gli astronauti di ritorno dall’Anomalia di Tovyevskij utilizza una vela di venti tonnellate di alluminio intessute a forma di esagono come propulsione e per bordeggiare la corrente fotonica; alcuni scienziati ipotizzano che tale diavoleria potrebbe essere spinta da un raggio laser di 43 mila terawatt. Con Miguel Alcubierre e i suoi wormhole, i “buchi di tarlo” nel tessuto spaziotemporale che condurrebbero da un punto a un altro dell’universo in un tempo pari a zero o quasi, sconfiniamo decisamente nel campo della fantascienza hardcore.
E il teletrasporto? «Kirk a Enterprise, fateci risalire?» Siamo ancora lontanissimi da quei graziosi siparietti, e chissà se vi assisteremo mai: io, no di certo, a meno che un giorno di questi i miasmi ascendenti dalla cucina di quei poveri scimuniti del terzo piano (entrambi, e penso finanche quel macaco di nove anni che è la loro unica – grazie a Odino! – figlia, devono avere il colesterolo a 400 come minimo) mi sprofondino in un coma pluricentenario, come Buck Rogers. Dopodiché non è detto che io mi risvegli in un mondo di cosmonavi a curvatura e strafighe altariane! Sia come fosse, quattro anni or sono a Copenhagen un gruppo di scienziati del QuantOp – una divisione del Niels Bohr Institutet –, guidato dal professor Eugene Polzik, ha annunciato di avere realizzato il primo teletrasporto quantistico tra luce e atomi di cesio. Alla base dell’eccezionale conseguimento c’è un effetto fisico molto particolare e non propriamente facile da comprendere per un profano, chiamato entanglement (“relazione”), per cui gli stati quantici di due o più particelle devono essere descritti gli uni facendo riferimento agli altri, benché i singoli oggetti possano essere separati tra loro nello spazio. Spiegandolo in modo assai terra terra, mettendo che io, Maurizio Ferrarotti, notoriamente scarsocrinito, sia il fotone, mediante il procedimento di Polzik potrei trasferire la mia calvizie a Tizio, l’atomo di cesio, anche se vive in Borgata Parella – vivendo io a Santa Rita da 45 anni e 15 giorni. Per la cronaca il ‘teletrasporto’ del QuantOp funziona così: un laser spara i fotoni che trasportano le informazioni – ossia stati quantistici che corrispondono a livelli variabili di energia – contro un rilevatore dove il fascio viene riflesso; l’informazione dei fotoni, tramutata in impulso elettrico, corre in parallelo in una coppia di fili elettrici di trasmissione, andando a stimolare una nube gassosa di atomi di cesio: ed è qui che si verifica l’entanglement.
Sorge spontanea la domanda: cui prodest? Beh, per esempio, si spalanca la strada al super-computer quantico. Con i network basati sulla meccanica dei quanti si avranno potenze di calcolo oggi ancora inimmaginabili. Possibilmente, computer iperveloci: così non aspetterei più una vita, più mezza reincarnazione bassokarmica, che il mio Aspire 3103WLMi carichi lo stramaledetto Windows Vista.
Finalmente vi presento il mio alter ego basco: el tardato vascofilo.
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