maurizioferrarotti.com
 

Flebolized!29/06/2010 h 00.45 a.m., CET. C’è chi si taglierebbe una gamba piuttosto che farsi una sanissima autocritica. Io no. Se faccio una cosa da schifo sono il primo a dirlo, tanto di ernie me ne sono già scese due quand’ero piccolo (se un “bel” giorno mi scendesse pure la terza, compiendo il pronostico di uno di quei mestieranti del bisturi che adesso magari sarà bisnonno sempre ammesso sia ancora in vita, porterei pazienza… però fatemi l’epidurale, per favore. Se si può.) Pertanto, detto dal profondo del mio cuore addolorato, la prima stesura di questo sottoblog – così come esistono le sottodirectory, esistono anche i sottoblog  ;-) – sanitario, chiamiamolo così, faceva alquanto pena. O comunque non mi soddisfaceva; per esempio, la scelta della narrazione in terza persona era quanto mai infelice, così come quella di affibbiare dei nomignoli indiscriminatamente, e così via. Ma più di tutto era la congiuntura a pregiudicarne assai la qualità della scrittura. In genere scrivevo di prima mattina, dopo aver “dormito” non più di tre-quattro ore jung-freudiane (nel male e nel bene, tipo quel sogno in cui un magnifico esemplare di pastore tedesco saltava da un affollato lungomare stile Venice 1965 sul mio balcone e alla mia seconda carezza sul dorso si trasformava in un altrettanto magnifico clone di Pamela Courson, la fidanzata storica di Jim Morrison, anzi direi che era una magnifica via di mezzo fra Pamela e l’attrice che l’interpretava nel film di Oliver Stone, Meg Ryan, frangetta psychobeat pel di carota e occhioni color del Pacifico, yummy, però la mannaia della realtà mi era calata sul collo prima che la potessi baciare, proprio un attimo prima, lei sorrideva, quello sguardo immenso, Pam e Jim, e sempre così deve finire, porca puttana) o a tarda sera, ridotto una pezza psicosomatica dopo aver rimbalzato come un’adrenotrottola tra clisteri, controlli della glicemia, iniezioni d’insulina rapida diurna e lenta serale, padelle e pappagalli pieni di malinconici liquidi da svuotare nella tazza del cesso, lenzuola e coprimaterasso cerati da immergere in acqua e Lysoform prima di ficcarli in lavatrice, pannoloni usati che benché li avessi richiusi ermeticamente in sacchetti di plastica dei più svariati colori continuavano a spandere un fetore radioattivo di cacca al Laevolac, flebocisterne di quel farmaco antinausea il cui nome mi ricorda un fiulastrun biondo della Repubblica Ceca che giocava per il frizzante Monaco di Didier Deschamps (Plasil), tentativi puntualmente frustrati di far mangiare qualcosa a lui. Lui che ora non c’è più.
Magari non sarà gran cosa anche questa versione, intendiamoci. In primis, concetto che ho ribadito più volte in questo spazio web, è arduo fare l’editor di se stessi, in parole potabili mettere in bello stile efficace i propri scritti, poiché l’autoindulgenza, brutta bestiaccia, è sempre in agguato; poi, in un pianeta dove tutto è già stato fatto e detto, perlomeno nel campo delle arti, è un’impresa quasi proibitiva uscirsene con qualcosa di effettivamente originale, qualcosa che lasci tutti quanti a bocca aperta, “ooohhhhhhh!”, come i bambini di Povia. Come potrei io, oscuro grafomane, forse il più trascurato scrittore torinese di sempre, scrivere qualcosa che sia migliore di una qualsiasi puntata di Medical Center o E.R., 21 grammi, Electro-shock blues degli Eels, L’opera struggente di un formidabile genio (un capolavoro che ho incominciato a leggere subito dopo il secondo ricovero di papà alle Molinette di Torino in neppure un mese), Lo scafandro e la farfalla? (in quest’ultimo caso ci vorrebbe pure un colossale sforzo d’immedesimazione nello sventurato Jean-Dominique Bauby e quindi in tutti i locked-in-syndrome, ciò che senz’altro non ha compiuto quell’umile (virgolettato in grassetto) personaggio che assiste una collezionista di nobili natali e simpatie juventine – due segni particolari che qui a Torino viaggiano in coppia – nella gestione di una trendissima Fondazione che ha come missione la promozione di attività culturali in diversi ambiti. Costui per l’appunto marchiò l’intenso film tratto dalla summenzionata novella come “pessimo film francese” soltanto perché Julian Schnabel gli sta sui coglioni, di sicuro per il suo sostanzioso conto in banca piuttosto che per supposta millanteria artistica. Magari anche perché la moglie basca di Schnabel, Olatz Garmendia, è uno schianto di donna. Il fatto è che per quel pessimo film francese il pessimo pittore americano ha vinto una pessima Palma d’Oro a Cannes 2007 per la miglior pessima regia e due pessimi Golden Globe. Robetta, no? E vai con la citazione: «L’invidioso non muore mai una volta sola, ma tante volte quanto l’invidiato vive salutato dal plauso della gente.») 
Già, come potrei fare di meglio. E se invece potessi? Perché non provarci? Poco prima che il mio amato genitore morisse, rividi Training Day su Studio Universal. Un neo-noir di ottima fattura; Denzel Washington vi fa la parte del leone, ma di certo Ethan Hawke non è da meno. Sono proprio curioso di vedere se e quando la censura nazionalpopolare filoberlusconica mi/ci sdoganerà un altro gran film con Ethan, Onora il padre e la madre: ma poiché Mediaset Premium ha recentemente trasmesso Boogie Nights purgato di tutte le scene osé o presunte tali, non mi aspetto nulla di buono. Ovverosia, niente Marisa Tomei appecorata con uno stranito Philip Seymour Hoffman a pomparla da dietro in ouverture di peli (oddio, non che sbavi per rivedere quella scena, ma sarebbe oltremodo risibile tagliarla, per me la vera pornografia oggi è lo zoom morbosamente compiaciuto sul dolore della gente attuato da certi cosiddetti telegiornali) e pellicola trasmessa all’ora dei lupi mannari.
In ogni modo Training Day faceva parte di un miniciclo dedicato a Ethan Hawke, con intervista allegata. Non so quanti di voi ne siano al corrente, ma Ethan è anche uno scrittore, e piuttosto bravo, sembra; sono stato diverse volte sul punto di comprare il suo esordio, Stato di eccitazione, e prima o poi lo farò. Discorrendo proprio sulla sua carriera alternativa di romanziere, Ethan ha affermato più o meno questo: “Vi sono tante persone al mondo che potrebbero scrivere un romanzo straordinario, se soltanto credessero ciecamente nelle proprie possibilità.”
Quant’è vero. Quindi, ripeto, perché non provarci? We can do anything, cantano in coro da stadio i Cockney Rejects. Noi possiamo fare ogni cosa… tranne vincere la morte. Non ci è concesso.
Io faccio empatia. Metto a vostra disposizione la mia tristissima esperienza – mia e di mia madre, abbracciatela forte idealmente – affinché ne possiate trarre spunti utili per affrontare una situazione uguale o analoga a quella che purtroppo abbiamo vissuto noi. Sperando con tutto il cuore che non vi capiti mai; e qualora succeda, immedesimandomi totalmente nei vostri stati d’animo. Non esitate a contattarmi.
Addio, papà. Salut, Jean-Do. Mio padre sosteneva che gli erano bastati pochissimi mesi di lavoro a Bourbon-Lancy per imparare il francese e parlarlo decentemente. Tu offrigli una bottiglia di buon Borgogna e fallo parlare a ruota libera – già lo so, finirà per raccontarti tutta la sua carriera in Spa nei minimi particolari, prolissamente. Poi fammi sapere come se la cava. ;-)

 
Maurizio Ferrarotti, a.k.a. La Continuità

 
IO SONO LA CONTINUITÀ

DON MAURICIO E MAMÁ LOTTANDO CONTRO LE FLEBOCLISI A VENTO

 24 marzo-2 aprile 2010 

Con la glicemia a 365, le gambe ridotte a due stecchini grinzosi e la voce a un esile filo di cotone grigiastro, non c’è altro rimedio che ricoverare papà in ospedale. Sapevo che sarebbe andata a finire così fin dal momento in cui mi aveva fatto scaricare da Internet quella tabella sui tagli applicabili alle pensioni di reversibilità: correvano gli ultimi gelidi giorni di gennaio e i risultati degli ultimi esami al fegato trapiantatogli il 31 dicembre 1994 erano preoccupanti. Sicché Pa’, come l’anziano e saggio sciamano Cotenna di Bisonte nel film Il piccolo grande uomo, ha deciso che il suo tempo sulla terra era finito.
Niente ritualismi nativo-americani. Il suo è stato un lento, pienamente occidentale sprofondamento nella sabbie mobili della depressione senile, con crescente riduzione d’introito alimentare e attività motoria, finché quattro giorni fa, mentre io ero a Modena sugli spalti dello stadio Braglia in visibilio per la fondamentale vittoria del Toro sulla squadra di casa, è caduto nel corridoio di casa battendo la spalla destra contro il pavimento – per un mancamento, suppongo, poiché dopo non è stato in grado di spiegare la causa del ruzzolone né a me né a mia madre. “Hai male, papà?” “Sì, un pochino.” “Vuoi che ti portiamo all’ospedale?” “No, no… non è il caso.” Ieri mattina si è presentato a casa il nostro brillante medico di famiglia, che come suo solito ha minimizzato la gravità della situazione. “Nondimeno se la glicemia dovesse salire a 340 e oltre, ricoveratelo.” Alla spalla offesa ha dedicato solamente una palpatina distratta; ovvio che avesse un’enorme premura di tornare ai suoi aghetti per agopuntura, pratica per la quale possiede una qualche specie d’abilitazione – certe carampane del quartiere ne magnificano l’abilità da decenni: “L’è propi brau ’l dutur.”
Basta veramente nulla per ingraziarsi le masse. Marilyn Manson lo si può idolatrare od odiare alla follia – io per uno buon periodo degli anni Novanta l’ho amato abbastanza, poi tutt’a un tratto ho smesso di ascoltarlo, semplicemente mi aveva rotto –, ma a pag. 34 della sua autobiografia La mia lunga strada dall’inferno c’è un passo che prima o poi mi farò tatuare da qualche parte, magari sulla schiena:
«Ho sempre creduto che gli individui fossero intelligenti ma che la gente fosse stupida. E ci sono poche cose che lo dimostrano meglio della guerra, della religione organizzata, della burocrazia e della scuola superiore, dove la maggioranza comanda senza pietà.»
Così un mediconzolo di quartiere diventa stimato neanche per la sua brillantezza nelle prescrizioni, ma perché lascia sfogare tutte quelle madamine timorate di Dio per delle mezz’ore, infilzandole coi suoi aghi tra una loro geremiade e l’altra. Povera Italia. Povero mondo.
Sto fuori sul balcone ad attendere l’arrivo dell’ambulanza. Quanto vorrei fumarmi una sigaretta. Fa molto vissuto filmistico, vero? Aspettare l’ambulanza con una paglia stretta tra le labbra. Traggo un profondo respiro di sconforto, le orecchie tese a distinguerne la sirena bitonale nell’intenso traffico pre-pomeridiano, lo sguardo fisso sul crocevia laggiù dabbasso.
“Cristiddio, di nuovo alle Molinette dobbiamo andare.” 

Probabilmente domani pioveranno rane e vermi come nei libri di Charles Fort, poiché papà è stato ammesso al Pronto Soccorso Medicina neanche un’ora dopo essere stato accettato al triage. Troppa grazia!
Avendo Pa’ avuto un attacco di sciolta poco prima del ricovero, oltre alla canonica cisterna d’acqua e sale i medici d’emergenza hanno ritenuto opportuno fargli anche una flebo d’antibiotico. Spedisco mamma a prendere una boccata d’aria – di polveri sottili, per meglio dire – nonché rifocillarsi ed entro. Papà sembra stare un po’ meglio, ma io noto quasi subito che nella camera di gocciolamento della flebo d’antibiotico non gocciola una beata fava. Allora richiamo l’attenzione di un’infermiera allampanata e occhialuta, la quale inferisce due colpetti d’unghia al cilindretto trasparente, sorride evidentemente compiaciuta di se stessa e se ne va; a me continua a sembrare che quel liquido giallo paglierino non scenda giù, ma tant’è. Non mi viene di richiamare la lungagnona, o chi per lei.
Al seguente turno di visita parenti Mommy torna da aver visto papà dicendomi: “La flebo gialla si era proprio bloccata, sai?” E io, soffocando un’imprecazione: “C…., lo sapevo io. Quella giraffona pensava di aver risolto la questione col suo ditino fatato… fanculo a lei”, non ho potuto trattenermi dal dire. In effetti, è stata una collega popputa e brevilinea a ravvisare l’inconveniente una buona volta. Piccola ma sincera. O quantomeno coscienziosa.
Poi spendiamo un’altra ora e più nelle catacombe delle Molinette per una lastra alla spalla. Là sotto i soffitti sono così bassi che Shaquille O’Neal vi procederebbe piegato a 90°. Ma anche Denzel Washington a.k.a. Alonzo Harris, decisamente più basso di Shaq ancorché misurante un metro e ottantaquattro centimetri, avrebbe i suoi bravi problemi: “Ehi, man, che cazzo combini, per caso stai cercando di ficcarmelo nel culo, eh, uomo?”. Io sono alto solo 1.75, quindi queste contraddittorietà architettoniche ospedaliere non mi toccano… se le noto è perché devo pur riempirmi la mente in qualche modo, altrimenti potrei andarmene di cervello.
Il referto del reparto ortopedico d’emergenza è: “Frattura scomposta della porzione laterale della clavicola destra per cui è confezionato un bendaggio tipo Petit.” E con questa fanno tre fratture da caduta alle spalle in sei anni, fanculo al bastardissimo luogo comune del non c’è il due senza tre. Dopodiché il Papaziente ascende tramite claustrofobico ascensore a Medicina Osservazione DEA, altro bel posticino che noi tre conosciamo fin troppo bene.
L’orologio segna ormai le sei del pomeriggio e ci tocca pure espletare le pratiche del ricovero con un giovane dottore dal comprendonio bradipesco la cui unica somma preoccupazione è che le nostre scartoffie non vadano a mescolarsi con le sue. Ma finisce che è proprio il betè a confondere i fogli stampati formato A4, ed è uno sbuffante sottoscritto a riordinare e separare gli stampati sotto il suo sguardo atterrito. Benvenuti di nuovo nel Reparto del Popolo. 

Cibo d’ospedale / ti aiuterà a mandar giù la medicina / Voglio del cibo d’ospedale / mi farò una passeggiata senza emettere un suono / Un po’ di cibo d’ospedale / aiuta a inghiottire il cucchiaino di zucchero / Voglio del cibo d’ospedale / nel tuo frullatore e nella mia tazza.

Il bendaggio Petit ha fatto gonfiare i tricipiti di papà come due meloni… L’ortopedico è stato più volte sollecitato ma niente, non si vuole degnare a scendere, o salire, o vattelappesca... Questa lunga e alta corsia di sangue lacrime e feci consta di ben dieci dirigenti medici più un Direttore: dato che su Mediaset Premium Steel stanno replicando Il prigioniero, rinominiamola Il Villaggio. Orbene, mamma sostiene che il Numero 2 stamani all’una e mezza abbia impartito al personale di turno nel Villaggio la consegna di porre due sacchetti ripieni di sabbia sotto le braccia di papà per drenarne gli edemi. Ma sono le sette e trentacinque di sera e nessuno ha ancora fatto un beato cazzo. Come se non bastasse papà è di umore pessimo e non vuole mangiare. Quello schifo che passa per cibo.
All right. Il Numero 6, cioè io, giunto ormai al colmo dell’esasperazione nonché memore di passate analoghe esperienze vissute al Villaggio, parte e va a servirsi da solo al magazzino degli infermieri; di lesto ritorno alla stanza del genitore viene però intercettato da un Rover Nurse: “Signore, cosa sta facendo? Guardi che è compito delle…”
Il Numero 6 affronta il Rover a muso durissimo: “So benissimo chi dovrebbe fare cosa, e non le fa. Quindi faccio da me. DIY.” Etica punk. Jello Biafra sarebbe fiero di lui.
Non l’avesse mai fatto! Non ci si ribella al Villaggio, alle sue regole scritte e non scritte:
«Rispettate gli orari di visita, uscite dalla stanza ogniqualvolta il paziente viene lavato quantunque vi siate svegliati/e per cinquant’anni di fila davanti al suo brutto sederone sporco di merda, dategli da mangiare solamente il cibo fornito dall’ospedale – per la quale fornitura la masnada di turno ha vinto l’appalto a suon di bustarelle – con la faccia deliziata di Edoardo Raspelli quando decanta la squisitezza degli agnolotti con ripieno di arrosti del ristorante Vittoria di Tigliole d’Asti. Gnam.»
Fuck. Fuck you all. Fuck the Monster Hospital.
Il Numero 6 approda al letto del Papaziente inseguito da un drappello di Rover ansimanti capitanato da uno Swiffer semianoressico, la caposala di turno: “Signore, lei non può comportarsi così! Per ogni esigenza lei è tenuto a rivolgersi al personale di…”
“Non mi stia a far la predica, per favore!” Sono incazzato come un vaporetto. Mam se ne sta un po’ in disparte, emanando ansia lungo tutto il suo fragile spettro. “Ma li ha notati quei due cocomeri che mio padre ha al posto delle braccia? So che da stamattina qualcuno avrebbe dovuto fare qualcosa al riguardo,” occhiata circolare al calor bianco “tipo provare a drenare questi cazzo di edemi con due sacchetti di sabbia, così tanto per gradire. Beh, sono le otto di sera e io qui non vedo niente. Ma voi comunicate tra voi o fate solo finta?”
Swiffer: “Non se la prenda con me, signore!” Un classico. E con chi dovrei prendermela altrimenti, con la Dottoressa Weaver? “Io non sono proprio nulla di tutto ciò! Il mio collega del mattino non mi ha passato alcuna consegna al riguardo.”
“Pfui. Comunque adesso fate qualcosa. E in fretta. Per favore.” E me ne vado a sbollire la rabbia in corridoio seguito dagli sguardi preoccupati degli altri tre degenti della stanza nonché dei rispettivi congiunti. Il pensiero comune di tutta questa gente sarà quasi di sicuro: “Mo’ per il casino che ha montato ’sto pazzoide tatuato ci andremo a rimettere tutti quanti.”
Come no. D’ora in avanti le Rover vi somministreranno cianuro o curaro invece di paracetamolo quando vi salirà la febbre, vi spennelleranno la gola di cloroformio come si usava cinquant’anni fa per placare i bimbi scazzacazzi ogniqualvolta vi oserete protestare per la pessima qualità del vitto, vi anestetizzeranno localmente le ginocchia per poi spaccarvele a colpi di martelletto per misurarvi i riflessi, vi chiuderanno il sondino nasogastrico con una molletta per stendere il bucato sul balcone mentre dormite la siesta o vi siringheranno d’aria per provocarvi degli emboli se le manderete a quel paese o in quel posto. E mentre voi rantolanti come iene sgozzate tirerete il calzino quelle troie si stringeranno nelle loro carnose spalle terrone: “Desolate, signore. Dovevamo liberare un letto.”
Tutto questo per colpa di quel terrorista pelato con quell’orrendo serpente tatuato sull’avambraccio sinistro… ma che minchia, anzi che minKia gli è passato per la testa a quello lì?, che accidenti si pensava di ottenere strepitando a destra e a manca, fanculo lui e sua madre e quel piscialletto di suo padre, settantasette anni e ancora se la fa addosso nel pannolino! Pardon, nel pannolone.
Gli individui sono intelligenti, ma la gente è stupida. Io sono intelligente. Purtroppo.

Oggetto: Relazione di dimissione.

(Ricovero dal: 24/03/2010 al 02/04/2010: n. di cartella: 2010015917)

APR (Anamnesi Personale Remota, in parole potabili la cronologia delle vostre magagne): DM (Diabete Mellito) T2 noto dal 1985; nel 1994 trapianto di fegato per cirrosi epatica HCV positiva, in trattamento immunosoppressivo; 1995 osteomielite vertebrale da Candida; 1996 candidosi ginocchio; IRC (Insufficienza Renale Cronica) moderata; vasculopatia polidistrettuale e pregresso TIA (Transient Ischemic Attack, ossia Attacco Ischemico Transitorio: e perché accidempoli non lo scrivete AIT dato che siamo in Italia? E perché cacchio a me viene sempre di chiamarlo LIT, come quel meteorico gruppo pop-punk californiano che girò un videoclip con Pamela Anderson?) e TEA (Trombo Endo Arteriectomia, perdinci sembra il titolo di una canzone dei Flaming Lips) carotideo destro; ipertensione arteriosa; perdita visus a seguito di uveite; pregressa frattura di spalla destra e sinistra post traumatica; osteosintesi endomidollare omero sinistro. 
 
(Niente male, vero? Papà non si è fatto mancare nulla, o quasi. Già che c’ero io mi sarei fatto venire anche una bella distomatosi, o la schistosomiasi, oppure cinque metri e fischia di verme solitario. Comunque…)

Motivo del ricovero attuale è stato un progressivo decadimento delle condizioni generali da circa 1 mese con ridotto introito alimentare; in data 20/03/2010 caduta accidentale con contusione alla spalla destra; due giorni prima del ricovero (a onor del vero anche la mattina stessa) episodio di diarrea con febbre (trattata con Paracetamolo).
All’ingresso in Ospedale una lastra della spalla destra evidenziava una frattura scomposta recente della porzione laterale della clavicola destra, per cui era confezionato bendaggio tipo Petit
(ora che ci penso bene Pa’ pareva un po’ James Caan in Rollerball), rimosso in data 29/03/2010 per comparsa di edemi importanti agli arti superiori. (Il giorno dopo la mia intemerata l’ortopedico si è fatto vedere, e ha fatto togliere a Pa’ il bendaggio ma anche i sacchetti di sabbia. Pace.)
Gli esami eseguiti all’ingresso evidenziavano PCR
(Proteina C Reattiva, una roba sintetizzata dal fegato il cui aumento considerevole nel circolo sanguigno indica un’infezione in corso) =70,1 mg/l, creatinina=2,72 mg/dl, emocultura positiva per Staphylococcus epidermidis.
Veniva iniziata antibioticoterapia (Rocefin FF endovena,
la famosa flebo che si era bloccata), idratazione per endovena e veniva anche effettuata albumina umana visti i bassi valori ematici dell’albuminemia (2,3 gr/dl).
Con la terapia si osservava un miglioramento della funzione renale (alla dimissione creatinina = 1,5 mg/dl), la pressoché totale scomparsa degli edemi agli arti superiori
(BUGIARDI! Le braccia erano ancora belle gonfie.), la regolarizzazione dell’alvo, l’assenza di febbre e la riduzione della PCR.

(Saltiamo a piè pari la sezione dedicata agli esami eseguiti…)

Diagnosi di dimissione: decadimento organico da sepsi in OLT (Orthotopic Liver Transplantation, Trapianto Ortotopico di Fegato, vale a dire c’è una grave sindrome infettiva in atto nel fegato trapiantato); diabete mellito; IRC; recente frattura di clavicola destra.
Terapia consigliata a domicilio: (segue sbrodolata di farmaci.) Si consigliano frequenti controlli della glicemia e della PA. (Pressione Arteriosa, almeno qua l’acronimo ve lo potevate risparmiare!) Uso, in posizione eretta, di reggibraccio ortopedico per l’arto superiore con astensione dagli sforzi per ancora due settimane; controllo ortopedico ed RX della clavicola destra per eventuale ripresa funzionale il 19/04/2010 presso gli ambulatori Centrali delle Molinette.

Segue firma del Medico Curante. “Addio e grazie molte, malgrado tutto”, vorrei dire. Ma ho paura che “arrivederci” sia l’interiezione più appropriata.

(To be continued...)


Homemade SETI Project.
 
 
Life on New Covadonga, Mars.
 
 
Finalmente vi presento il mio alter ego basco: el tardato vascofilo.
 
 
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