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CHI SONO Sono nato a Torino il 30 gennaio 1965. Dal 1996 esercito a Torino la professione di traduttore, editor e correttore di bozze free-lance. Amo leggere, scrivere, viaggiare, mangiare bene, ascoltare tonnellate di musica, fotografare, giocare a pelota basca. Clicca qui per consultare il mio CV. I SERVIZI CHE OFFRO Editing e correzione bozze. Offro la mia collaborazione a chiunque (case editrici, privati, autori esordienti ecc.) abbia necessità di revisionare un testo da qualsiasi punto di vista: grammaticale, sintattico, stilistico ecc. Le revisioni saranno effettuate sia su supporto cartaceo sia su file. La mia tariffa è di € 5 per cartella dattiloscritta (30 righe per 60 battute ciascuna). Sono previste riduzioni qualora il testo originale superi le 50 cartelle e/o il cliente decida il pagamento anticipato della prestazione in soluzione unica. Traduzioni. Le lingue da me trattate sono l’inglese e lo spagnolo, entrambe a livelli avanzati di comprensione ascolto e lettura, interazione produzione orale e scrittura. La mia tariffa è di € 0,06 a parola. Il preventivo viene stilato sul conteggio delle parole del testo originale. Sono previste riduzioni qualora il testo originale superi le 50 cartelle e/o il cliente decida il pagamento anticipato della prestazione in soluzione unica. La consegna dei lavori avviene tramite e-mail, cd rom o memory pen, supporto cartaceo in conformità alle esigenze del cliente. Le spese di inoltro del materiale sono a mio completo carico. Il preventivo è totalmente gratuito. Il pagamento è effettuabile tramite bonifico bancario, assegno o anche denaro contante alla consegna del lavoro. Garantisco massima serietà professionale e riservatezza.
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GRAZIE CHE HO BEVUTO!
- Fin dall’antichità l’uomo si è trovato a creare ruoli mistici e separati per l’atto del bere: benché spesso celebrato entro il generico rito di un pasto, esso rimane sempre appartato in un rituale a sé. Gli antichi Sumeri, ad esempio, si mantenevano a rispettosa distanza dalle loro bevande mediante lunghe cannucce di paglia. Il fatto che le cannucce permettessero a coloro i quali partecipavano al rituale di bere da un unico contenitore consentì l’affermazione di un evento comunitario. Uno poteva condividere un senso di profondo cameratismo con gli altri bevitori membri del suo gruppo di coppa. Quest’antico costume è ancora parte intrinseca dell’attività sociale di molte tribù africane odierne; in Occidente è stato ripristinato per i nuovi cerimoniali della sbronza collettiva. La paglia è stata sostituita dalla meno esotica plastica e i sempre più arzigogolati beveroni non hanno bisogno di essere passati al setaccio, ma di un fegato in lega di titanio!
- Da lì al brindisi il passo è breve. L’atto di offrire simbolicamente una bevanda a una divinità fu senz’altro una parte indispensabile delle offerte di preghiera e feste religiose fin dall’alba della storia in ambo le comunità pagane e giudaico-cristiane. In questo senso il moderno cincin può essere considerato come una derivazione dell’Eucarestia! In qualsiasi modo vi sono stati molti misteri associabili al consumo di pane e vino fra tutte le comunità religiose, inclusi i Nativi Americani. Anche i seguaci del Dalai Lama in Tibet celebrano in stile eucaristico. Gli Egizi festeggiavano ogni anno la resurrezione di Osiride consumando pane in forma di torta sacra od ostia dopo che era stato benedetto da un sacerdote e così divenuto carne della carne del dio; poi s’inzuppava il pane nel vino e si comunicava al fedele di aver mangiato il corpo e il sangue di Osiride. La lista potrebbe continuare per un bel pezzo.
- Nell’antica Grecia il brindisi tra due persone era chiamato proposis, “la bibita prima”. Colui che proponeva il brindisi dapprima sorseggiava, poi dava il recipiente che conteneva il resto del vino alla persona onorata; in occasioni di particolare rilevanza la tazza stessa era un regalo permanente al ricevitore. A uno sposalizio, per citare un caso, una coppa dorata piena di vino sarebbe passata in questa maniera da suocero a genero. La coppa diveniva un simbolo della sposa, “accompagnata all’altare” (com’è ancora in uso dire) da suo padre; i due uomini, le due famiglie erano ora una cosa sola nel vino condiviso.
- Notevolmente più a nord e avanti lungo la linea temporale, nelle notti di luna piena, i sacerdoti guerrieri di Odino offrivano brindisi al proprio dio nell’ambito di riti da connotati proto-heavy metal: niente vetro finemente lavorato, solo metallo grezzo, cuoio e sangue. Più tardi essi svilupparono la pratica di usare il teschio di un nemico caduto come coppa d’offerta sacrificale, e alcuni studiosi sostengono che quest’uso diede origine al ben noto brindisi scandinavo “Skoal!”. Indubbiamente questa parola e skull (“teschio”) sono etimologicamente correlate, significando entrambe “una cosa cava”. È anche interessante notare che mentre il brindisi non è mai stato una tradizione molto forte nei paesi dell’area mediterranea fin dalla nascita del Cristianesimo, gli sono stati attribuiti termini germanici in francese, italiano e spagnolo. La forma teutonica del costume di brindare sembra essere stata reintrodotta in quei paesi in qualche periodo durante il sedicesimo secolo. Come risultato in italiano e spagnolo “brindare” si dice rispettivamente “brindare” e “brindar”, dal tedesco “ich bring dir’s”, un brindisi che significa “io lo porto a te”. Nella lingua francese la parola “trinquer” viene dal tedesco “trinken”, ossia “bere”.
- In lingua inglese “fare un brindisi” si dice to drink a toast. Questo modo di dire viene dalla pratica britannica di mettere a galleggiare sulla bevanda un pezzetto di pane tostato addolcito o aromatizzato. Un’usanza antica, derivante anch’essa dalla tradizione degli eventi religiosi eucaristici della storia: dopo che tutti gli ospiti avevano diviso la coppa, si attendeva che il padrone di casa ne sorbisse le ultime gocce in onore dei commensali e della devozione alla propria deità.
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